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Cap. 22

Cap. 21
Dai Settanta
1 E il Signore visitò Sara, come aveva detto, e fece il Signore a Sara come aveva parlato, 2 e dopo aver concepito partorì Sara ad Abramo un figlio nella vecchiaia, nel tempo del quale le aveva parlato il Signore.
3 E chiamò Abramo il suo figlio nato da lui, che gli aveva partorito Sara, col nome di Isacco. 4 E circoncise, Abramo, Isacco l’ottavo giorno, come gli aveva comandato Dio. 5 Abramo poi era di cento anni, quando nacque a lui Isacco, il suo figlio. 6 E disse Sara: “Motivo di riso per me ha creato il Signore: chiunque infatti udrà, si rallegrerà con me”.
7 E disse: “Chi annunzierà ad Abramo che allatta un bambino Sara? Poiché ho partorito un figlio nella mia vecchiaia”.
8 E fu allevato il bambino e fu svezzato, e fece Abramo un gran ricevimento nel giorno in cui fu svezzato Isacco, il suo figlio.
9 Ma vedendo Sara il figlio di Agar l’egiziana, che era nato ad Abramo, giocare con Isacco, il suo figlio, 10 disse ad Abramo: “Scaccia codesta serva e il suo figlio, poiché non deve essere erede il figlio di codesta serva assieme al mio figlio Isacco”. 11 Dura però oltremodo apparve questa parola ad Abramo riguardo al suo figlio.
12 Ma disse Dio ad Abramo: “Non sia dura questa parola per te riguardo al bambino e riguardo all’ancella: qualunque cosa ti dica Sara, ascolta la sua voce, perché in Isacco prenderà nome da te un seme.
13 Anche quanto al figlio di questa ancella, ne farò una grande nazione, poiché è seme tuo.
14 Si alzò allora Abramo al mattino presto e prese dei pani e un otre di acqua e li diede a Agar, e glieli pose sulla spalla insieme al bambino, e la mandò via.
Allora, andatasene, errava nel deserto, verso il “pozzo del giuramento”. 15 Venne meno l’acqua dall’otre, e buttò il bambino sotto un abete.
16 Allontanatasi poi, sedeva davanti a lui, alla distanza di circa un tiro d’arco, poiché diceva: “Non voglio vedere la morte del mio bambino”. E si era seduta davanti a lui, mentre il bambino con grida piangeva.
17 Ma esaudì Dio la voce del bambino dal luogo in cui era, e un angelo di Dio chiamò Agar dal cielo e le disse: “Cosa c’è Agar? Non temere! Poiché ha udito dall’alto Dio la voce del tuo bambino, dal luogo in cui è.
18 Sorgi, prendi il bambino e afferralo con la tua mano, poiché una nazione grande lo renderò”.
19 E aprì Dio i suoi occhi e vide un pozzo di acqua viva e vi andò e riempì l’otre di acqua e fece bere il bambino.
20 Ed era Dio col bambino e lo fece crescere. E abitò nel deserto, e divenne tiratore d’arco. 21 E abitò nel deserto di Pharan, e prese per lui, sua madre, una sposa dalla terra d’Egitto.
22 Avvenne poi in quel tempo, che parlò Abimelech e Ochozath suo paraninfo e Phikol, generale in capo del suo esercito, ad Abramo dicendo: “Dio con te in tutto ciò che tu faccia: 23 ora quindi giurami in nome di Dio di non fare ingiustizia a me né al mio seme né al mio nome; ma secondo la giustizia, che ho usato con te, agirai con me e verso la terra, nella quale tu hai soggiornato, qui”. 24 E disse Abramo: “Io giuro”. 25 E confutò, Abramo, Abimelech riguardo ai pozzi d’acqua che gli avevano tolto i servi di Abimelech. 26 E disse a lui Abimelech: “ Non so chi ha fatto questa cosa, né tu me l’avevi riferita, né io l’avevo udita tranne che oggi”. 27 E prese Abramo pecore e vitelli e li diede ad Abimelech, e stabilirono entrambi un’alleanza. 28 E mise Abramo sette agnelle del gregge da parte. 29 E disse Abimelech ad Abramo: “Cosa sono le sette agnelle di questo gregge, che hai messo da parte?”. 30 E disse Abramo: “Queste sette agnelle devi ricevere da me, perché siano per me di testimonianza, che io ho scavato questo pozzo”. 31 Perciò diede a quel luogo il nome di “Pozzo del giuramento”, perché lì avevano giurato entrambi. E stabilirono un’alleanza al pozzo del giuramento. Si alzò allora Abimelech e Ochozath, suo paraninfo, e Phikol, generale in capo del suo esercito, e ritornarono nella terra dei filistei. 33 E piantò Abramo un campo al “Pozzo del giuramento” e invocarono lì il nome del Signore: Dio eterno. 34 Soggiornò quindi Abramo nella terra dei filistei molti giorni.
Vulgata
Visitavit autem Dominus Sarram sicut promiserat et implevit quae locutus est
2 concepitque et peperit filium in senectute sua tempore quo predixerat ei Deus
3 vocavitque Abraham nomen filii sui quem genuit ei Sarra Isaac
4 et circumcidit eum octavo die sicut praeceperat ei Deus
5 cum centum esset annorum hac quippe aetate patris natus est isaac
6 dixitque Sarra risum fecit mihi Deus quicumque audierit conridebit mihi
7 rursumque ait quis auditurum crederet Abraham quod Sarra lactaret filium quem peperit ei iam seni
8 crevit igitur puer et ablactus est fecitque Abraham grande convivium in die ablactionis eius
9 cumque vidisset sarra filium Agar aegyptiae ludentem dixit ad Abraham
10 eice ancillam hanc et filium eius non enim erit heres filius ancillae cum filio meo Isaac
11 dure accepit hoc Abraham pro filio suo
12 cui dixit deus non tibi videatur asperum super puero et super ancilla tua omnia quae dixerit tibi Sarra audi vocem eius quia in Isaac vocabitur tibi semen
13 sed et filium ancillae faciam in gentem magnam quia semen tuum est
14 surrexit itaque Abraham mane et tollens panem et utrem aquae inposuit scapulae eius tradiditque puerum et dimisit eam quae cum abisset errabat in solitudine Bersabee
15 cumque consumpta esset aqua in utre abiecit puerum subter unam arborum quae ibi erant
16 et abiit seditque e regione procul quantum potest arcus iacere dixit enim non videbo morientem puerum et sedens contra levavit vocem suam et flevit
17 exaudivit autem Deus vocem pueri vocavitque angelus Domini Agar de caelo dicens quid agis Agar noli timere exaudivit enim Deus vocem pueri de loco in quo est
18 surge tolle puerum et tene manum illius quia in gentem magnam faciam eum
19 aperuitque oculos eius Deus quae videns puteum aquae abiit et implevit utrem deditque puero bibere
20 et fuit cum eo qui crevit et moratus est in solitudine et factus est iuvenis sagittarius
21 habitavitque in deserto Pharan et accepit illi mater sua uxorem de terra Aegypti
22 eodem tempore dixit Abimelech et Fichol princeps exercitus eius ad Abraham Deus tecum est in universis quae agis
23 iura ergo per Dominum ne noceas mihi et posteris meis stirpique meae sed iuxta misericordiam quam feci tibi facies mihi et terrae in qua versatus es advena
24 dixitque Abraham ego iurabo
25 et increpavit Abimelech propter puteum aquae quem vi abstulerunt servi illius
26 respondit Abimelech nescivi quis fecerit hanc rem sed et tu non indicasti mihi et ego non audivi praeter hodie
27 tulit itaque Abraham oves et boves et dedit Abimelech percusseruntque ambo foedus
28 et statuit Abraham septem agnas gregis seorsum
29 cui dixit Abimelech quid sibi volunt septem agnae istae quas stare fecisti seorsum
30 at ille septem inquit agnas accipies de manu mea ut sint in testimonium mihi quoniam ego fodi puteum istum
31 idcirco vocatus est locus ille Bersabee quia ibi uterque iuraverunt
32 et inierunt foedus pro puteo iuramenti
33 surrexit autem Abimelech et Fichol princeps militia eius reversique sunt in terram palestinorum Abraham vero plantavit nemus in Bersabee et invocavit ibi nomen domini dei aeterni
34 et fuit colonus terrae Philisthinorum diebus multis

Traduzione dalla Vulgata
E il Signore visitò Sara, come aveva promesso, ed adempì quelle cose che aveva detto. 2 E concepì e partorì un figlio nella sua vecchiaia al tempo che aveva predetto a lei Dio. 3 E Abramo chiamò il nome del figlio suo che gli generò Sara, Isacco. 4 E l’ottavo giorno lo circoncise, come aveva a lui comandato Dio, 5 avendo egli cento anni, perché a questa età del padre nacque Isacco. 6 E disse Sara: Dio mi ha fatto motivo di riso: e chiunque avrà udito riderà con me. 7 E di nuovo disse: Chi crederà che Abramo udirà che Sara allatta un figlio che a lui già vecchio ha partorito? 8 Crebbe pertanto il bambino e fu svezzato e fece Abramo un grande convivio nel giorno del suo svezzamento. 9 Ma Sara avendo visto il figlio di Agar l’egiziana che giocava, disse ad Abramo: caccia questa schiava e il figlio suo; non sarà infatti erede il figlio della schiava con il figlio mio Isacco. 11 Abramo ritenne duro ciò riguardo a suo figlio. 12 A lui disse Dio: Non ti sembri aspro riguardo al bambino e riguardo alla tua ancella. Tutte quelle cose che ti avrà detto Sara, ascolta la sua voce, perché in Isacco ti sarà chiamata la discendenza. 13 Ma anche il figlio della schiava farò una grande nazione perché egli è tuo seme. 14 Pertanto si alzò presto Abramo, e prendendo del pane e un otre di acqua pose sulle sue spalle e  consegnò il bambino e la mandò via. Questa essendosi allontanata andava errando nella solitudine di Bersabea. 15 Ed essendo stata consumata l’acqua nell’otre gettò il bambino sotto uno degli alberi che erano qui. 16 E se ne andò e sedette lontano dalla zona quanto può l’arco tirare. Disse infatti: non vedrò il bambino moriente, ma sedendo dirimpetto levò la sua voce e pianse. 17 Ma il Signore udì la voce del bambino e chiamò l’angelo di Dio Agar dal cielo dicendo: Cosa fai, Agar? Non temere: infatti Dio ha udito la voce del bambino dal luogo in cui è. 18 Alzati, prendi il bambino e tieni la sua mano perché lo farò una grande nazione. 19 E Dio aprì i suoi occhi: questa vedendo un pozzo d’acqua andò e riempì l’otre e diede da bere al bambino. 20 E fu con lui che crebbe e dimorò in solitudine, e divenne giovane tiratore d’arco. Abitò nel deserto di Faran e sua madre gli prese una moglie dalla terra d’Egitto. 22 Nello stesso tempo disse Abimelech e Phicol capitano del suo esercito ad Abramo: Dio è con te in tutte le cose che fai. 23 Giura dunque per il Signore di non fare male a me e ai miei posteri e alla mia stirpe, ma  secondo la misericordia che ho fatto a te, farai a me e alla terra in cui hai soggiornato straniero. 24 E disse Abramo: Io lo giuro. 25 E si lamentò con Abimelech a causa di un pozzo d’acqua che con la forza avevano preso i suoi servi. 26 E rispose Abimelech: Non ho saputo chi abbia fatto questa cosa; ma  anche tu non me lo hai detto e io non ho sentito se non oggi.
27 Prese dunque Abramo delle pecore e dei buoi e li diede ad Abimelech e fecero ambedue un patto. 28 E Abramo pose sette agnelle del suo gregge da una parte. 29 A lui disse Abimelech: Che vogliono dire queste sette agnelle che hai fatto stare da parte? 30 Ma quello disse: Sette agnelle riceverai dalla mia mano, perché siano a me di testimonianza che io ho scavato questo pozzo. 31 Per questo quel luogo fu chiamato Bersabea; perché qui l’un l’altro giurarono 32 e fecero un patto per il pozzo del giuramento. 33 E si alzò Abimelech e Phicol capitano del suo esercito e tornarono nella terra di Palestina. Abramo poi piantò una selva in Bersabea e invocò qui il nome del Signore Dio eterno e fu forestiero della terra dei Filistei per molti giorni.

“E il Signore visitò Sara, come aveva promesso, ed adempì quelle cose che aveva detto.
2 E concepì e partorì un figlio nella sua vecchiaia al tempo che aveva predetto a lei Dio”.
Nonostante i peccati e i limiti di chi è eletto, il Signore adempie, puntualmente la sua promessa, in conformità alla sua parola.

“3 E Abramo chiamò il nome del figlio suo che gli generò Sara, Isacco. 4 E l’ottavo giorno lo circoncise, come aveva a lui comandato Dio, 5 avendo egli cento anni, perché a questa età del padre nacque Isacco. 6 E disse Sara: Dio mi ha fatto motivo di riso: e chiunque avrà udito riderà con me.

Finalmente una santa gioia nel cuore di Sara. Colei che aveva riso per mancanza di fede, ora gode per colui che è frutto della fede, non della sua, beninteso, ma di Abramo.

“7 E di nuovo disse: Chi crederà che Abramo udirà che Sara allatta un figlio che a lui già vecchio ha partorito?

Sara non ha avuto fede nella promessa del Signore: non può portare la gioia della fede. Un altro annuncerà ad Abramo che la sua sposa allatta un bambino. Si può essere coinvolti nell’opera del Signore senza intima adesione e partecipazione. Si può pure godere di ciò che nasce dalla fede, con un cuore carnale. La gioia di Abramo per la nascita di Isacco ha un fondamento diverso. Se è vero che un figlio cementa il rapporto trai suoi genitori, Isacco, innanzitutto, lega Abramo a Dio. L’unione con Sara, è meno limpida e cristallina:  non è senza macchia e deve essere distinta e separata dalla comunione con il Signore. Non a caso Isacco è detto figlio di Abramo “nato da lui, che gli aveva partorito Sara”… nacque a lui Isacco, il suo figlio.”
Sara può ben dire: Ho partorito un figlio nella mia vecchiaia; ma soltanto nella carne e per quel che riguarda la carne. Per quanto concerne lo Spirito, Isacco è figlio di Abramo.

8 Crebbe pertanto il bambino e fu svezzato e fece Abramo un grande convivio nel giorno del suo svezzamento.”

Non è riconosciuto a Sara alcun merito per quanto concerne la crescita spirituale di Isacco: si alimenta e si accresce per la fede di Abramo e per grazia di Dio; non porta altra gioia, ma invita anche altri alla gioia che viene dal cielo.

“9 Ma Sara avendo visto il figlio di Agar l’egiziana che giocava, disse ad Abramo: caccia questa schiava e il figlio suo; non sarà infatti erede il figlio della schiava con il figlio mio Isacco. 11 Abramo ritenne duro ciò riguardo a suo figlio.”

In quanto a bontà di cuore, Sara non brilla. E’ gelosa del figlio che Abramo ha avuto da un’altra donna. Teme che sia sminuita l’eredità di Isacco. Non comprende che nella famiglia del Signore c’è posto per tutti e che la ricchezza dei primi è data perché si riversi sugli ultimi. Abramo deve portare un rapporto coniugale tutt’altro che facile: In Sara non c’è comprensione né condivisione dell’opera di Dio.

“12 A lui disse Dio: Non ti sembri aspro riguardo al bambino e riguardo alla tua ancella. Tutte quelle cose che ti avrà detto Sara, ascolta la sua voce, perché in Isacco ti sarà chiamata la discendenza.”

Ancora una volta Dio ci mette una pezza e converte il male in bene. Perché anche chi non è in sintonia con la volontà del Signore può diventare strumento nelle Sue mani, se pur inconsapevole. La storia di Isacco non deve in alcun modo confondersi con quella di Ismaele: quel che viene dal cielo non può convivere e coesistere con quello che viene dalla carne. E’ inevitabile una separazione e una divisione, finchè non verranno tempi nuovi e si avrà una sola nazione e una sola chiesa. La rivelazione comporta innanzitutto una separazione e una divisione da ciò che segue altre vie.

“13 Ma anche il figlio della schiava farò una grande nazione perché egli è tuo seme.”

E’ ribadito ancora una volta l’amore di Dio per tutti i suoi figli. Se l’amore in ultima istanza non fa differenze tra figlio e figlio, in prima istanza, nella sua manifestazione terrena, distingue tra uomo e uomo. Non ci è dato di comprendere l’amore divino nel suo fondamento e nel suo fine, se non percorrendo un cammino guidato, che è distinzione tra bene e male, luce e tenebre. Non si può porre tutti sullo stesso piano, perché non tutti seguono la via indicata dal Signore. E neppure si può dar credito ad ogni parola che ha la pretesa di verità, perché una sola è la Parola di verità. Il discorso della salvezza ha una collocazione storica ben chiara e definita. Non si deve confondere con altre mezze verità e con le vie tentate dall’uomo. O si impara dalla scuola del Signore o si va a scuola dal mondo. Non si comincia facendo confusione, al contrario bisogna fare chiarezza ed escludere un ascolto vero e fondato da un ascolto falso ed ingannevole.


“14 Pertanto si alzò presto Abramo, e prendendo del pane e un otre di acqua pose sulle sue spalle e  consegnò il bambino e la mandò via.”

Soluzione dolorosa, ma inevitabile, per il bene di tutti, a cominciare da colui che viene allontanato dalla comunità degli eletti. Non  ritorna al Padre se non chi si trova perduto.

“Questa essendosi allontanata andava errando nella solitudine di Bersabea.”

Chi si allontana dal Signore perché non ascolta la Sua parola, ben presto si trova nel deserto. Agar è  madre di tutte le genti che, rigettate da Dio, invocano il Salvatore, fuori da Israele e lontano dal popolo eletto.

“15 Ed essendo stata consumata l’acqua nell’otre gettò il bambino sotto uno degli alberi che erano qui.”

Qualsiasi acqua che non sgorga dalla fonte del Signore è destinata ad esaurirsi e a venire meno. C’è chi si rassegna alla morte eterna e non tenta altre vie. “Niente c’è per noi dopo la morte”.  C’è anche l’uomo che non vuole gustare e “vedere” la morte e neppure l’accetta per i propri figli ma cerca la strada per scamparli da essa. Agar getta suo figlio all’ombra di un abete, per salvarlo da un prematuro e precoce destino di morte. Così la Chiesa mette i suoi figli sotto le proprie ali, all’ombra dell’albero della vita. Perché da Cristo e in Cristo si innalzi la loro invocazione di salvezza. Nessuna invocazione di salvezza che dalla Chiesa salga al suo Signore rimane inascoltata e non esaudita. La Chiesa veglia sui suoi figli, a una certa distanza, vedendo e sapendo, ma senza fare invasione.

“16 E se ne andò e sedette lontano dalla zona quanto può l’arco tirare. Disse infatti: non vedrò il bambino moriente, ma sedendo dirimpetto levò la sua voce e pianse.”

Non basta la premura, la sollecitudine e la preghiera della Chiesa perché siamo fatti salvi. Non c’è intervento del Signore dove non c’è pianto per i propri peccati e invocazione disperata di salvezza.

“17 Ma il Signore udì la voce del bambino…”

La preghiera degli altri non sortisce alcun effetto se non quando apre la strada alla nostra preghiera. Non una qualsiasi preghiera esaudisce il Signore, ma quella che è fatta nella sua Chiesa e con la Sua Chiesa. E’ benedetta innanzi tutto la preghiera che nasce in Israele ed è fatta all’ombra creata dal popolo eletto.

“e chiamò l’angelo di Dio Agar dal cielo dicendo: Cosa fai, Agar? Non temere: infatti Dio ha udito la voce del bambino dal luogo in cui è.”
18 Alzati, prendi il bambino e tieni la sua mano perché lo farò una grande nazione.”

Quando un’anima rinasce in Cristo, la Chiesa tutta rinasce con lei ed è chiamata ad allargare il cerchio della propria famiglia, ad afferrare e a tenere ben fermi i suoi figli, perché non cadano di nuovo nelle mani del Satana.

“19 E Dio aprì i suoi occhi: questa vedendo un pozzo d’acqua andò e riempì l’otre e diede da bere al bambino.”

Se la Chiesa vede e, quando vede, è solo per grazia di Dio. Niente e nessuno è veduto nella Chiesa se non Cristo Gesù, fonte di acqua viva. Non  c’è altra pienezza da cui attingere, non solo per noi ma anche per i nostri figli.

“20 E fu con lui che crebbe e dimorò in solitudine, e divenne giovane tiratore d’arco.”

Tutti coloro che invocano il nome del Signore trovano alimento per il loro cuore e speranza di vita eterna. Non ogni speranza in Dio si colloca nello stesso tempo e nello stesso luogo. E non tutti entrano subito nella Chiesa. Dapprima è chiamato Isacco che è Israele, poi Ismaele che è figura dei Gentili. Benché le genti siano generate prima di Israele, entrano dopo.   Se la Chiesa è Isacco, Chiesa è pure Ismaele, ogni volta che invoca la salvezza che viene dal cielo. C’è una chiesa geograficamente collocata e definita, vi è anche una chiesa che vive per un tempo nel deserto. Non ha una sua chiara collocazione, eppure vive e si alimenta dello stesso cibo; alla fine sarà ammessa a far parte della Gerusalemme celeste.
“21 Abitò nel deserto di Faran e sua madre gli prese una moglie dalla terra d’Egitto.”

La chiesa che viene dai Gentili non ha la purezza del popolo eletto. Non conosce l’unico ed eterno sposo, né la fertile ricchezza della Parola rivelata, ma non  è rigettata dal Signore. Cresce a suo modo, in maniera “selvatica”; non per questo è chiusa la porta della salvezza.
Mi dirai che Paolo interpreta diversamente la figura di Ismaele. Così in Galati 4,21-31.
“Ditemi, voi che volete essere sotto la legge: non sentite la legge? E’ scritto infatti che Abramo ebbe due figli, uno dalla schiava e uno dalla libera. Ma l’uno dalla schiava è nato secondo la carne, l’altra dalla libera grazie alla promessa. Le quali cose sono dette allegoricamente: esse sono infatti due alleanze, l’una in realtà dal monte Sinai generante per la schiavitù , che è Agar. Ora Agar che rappresenta il monte Sinai è in Arabia; corrisponde appunto alla Gerusalemme di adesso; infatti è schiava con i suoi figli. Invece la Gerusalemme di lassù è libera, la quale è nostra madre. E’ scritto infatti: Rallegrati, sterile, tu che non generi, erompi e grida, tu che non soffri i dolori del parto; perché sono molti i figli dell’abbandonata più che dell’avente marito. Voi ora, fratelli, siete figli della promessa secondo Isacco. Ma come un tempo il nato secondo la carne perseguitava quello secondo lo Spirito, così anche ora. Ma cosa dice la Scrittura? Scaccia la schiava e suo figlio; infatti il figlio della schiava non  erediterà con il figlio della libera. Perciò fratelli, non siamo figli della schiava, ma della libera”. 
Ogni lettura che sia “in immagine” non esclude altre interpretazioni secondo la stessa immagine. Abbiamo visto più volte che la Scrittura ci offre “figure” che si possono intendere diversamente. Secondo Paolo Agar rappresenta la “Gerusalemme di adesso”, cioè la chiesa nata dalla Legge, che ha rifiutato il Cristo e che per questo è stata scacciata dalla casa del Padre. Il ripudio di Agar e del figlio da lei generato ha connotati negativi. Non entrano nella Gerusalemme celeste se non coloro che sono figli della promessa, come Isacco. Ma chi è un ripudiato, non è ancora escluso dall’amore di Dio. E’ possibile una riconversione ed un ritorno alla casa del Padre per tutti coloro che  invocano la salvezza che viene dal cielo. Così il popolo della Legge, allontanato dalla patria celeste, dopo che ha perseguitato e rigettato il figlio della promessa, trova ancora aperta la via del ritorno. Si tratta di una semplice possibilità, che non diventa attuale per tutti, ma semplicemente per chi vuol ritornare a Cristo. E’ irrilevante chiedersi come è finita o come finirà per Agar ed Ismaele. Giova sapere che anche per loro c’è stata una benedizione dal cielo, per un  ritorno e per  una salvezza eterna. Tutti coloro che  sono fuori della Chiesa possono ben entrare o rientrare in essa. Dapprima sono ammessi gli Ebrei ed esclusi i Gentili, poi al contrario sono ammessi i Gentili ed estromessi gli Ebrei. Ma non si può farne una verità assoluta. Perché la salvezza è per tutti i popoli: per Israele, ma anche per chi Israele non è. Tutto ciò che è visto e considerato nel tempo e col tempo non si può considerare definitivo nella sua proiezione eterna. In ogni momento ci può essere un capovolgimento di fronte e di prospettiva. I primi diventano gli ultimi e gli ultimi diventano i primi; ciò non esclude che i primi ritornino ad essere primi e gli ultimi ultimi.
Se noi leggiamo le figure di Agar-Ismaele in una logica del prima Israele, ci sembra più fondato intendere che esse rappresentano tutte le genti che, dapprima escluse da una paternità che è solo per il popolo eletto, sono alla fine riammesse nella casa del Padre. Se noi intendiamo le stesse figure secondo l’attualità del dopo Israele è fondata l’interpretazione di Paolo che vede in Agar la Chiesa della Legge, allontanata dalla casa del Padre allorché rifiuta e perseguita chi è Figlio della promessa. Al riguardo va pure sottolineato che le versioni dei Settanta e la Vulgata dicono che Ismaele “giocava” con Isacco. Nel testo Ebraico è scritto invece che Ismaele “derideva” Isacco. In alcune versioni dei Settanta si dice ancor più e ancor oltre che “lottava” con il fratello.

“22 Nello stesso tempo disse Abimelech e Phicol capitano del suo esercito ad Abramo: Dio è con te in tutte le cose che fai. 23 Giura dunque per il Signore di non fare male a me e ai miei posteri e alla mia stirpe, ma  secondo la misericordia che ho fatto a te, farai a me e alla terra in cui hai soggiornato straniero. 24 E disse Abramo: Io lo giuro. 25 E si lamentò con Abimelech a causa di un pozzo d’acqua che con la forza avevano preso i suoi servi. 26 E rispose Abimelech: Non ho saputo chi abbia fatto questa cosa; ma  anche tu non me lo hai detto e io non ho sentito se non oggi.
27 Prese dunque Abramo delle pecore e dei buoi e li diede ad Abimelech e fecero ambedue un patto. 28 E Abramo pose sette agnelle del suo gregge da una parte. 29 A lui disse Abimelech: Che vogliono dire queste sette agnelle che hai fatto stare da parte? 30 Ma quello disse: Sette agnelle riceverai dalla mia mano, perché siano a me di testimonianza che io ho scavato questo pozzo. 31 Per questo quel luogo fu chiamato Bersabea; perché qui l’un l’altro giurarono 32 e fecero un patto per il pozzo del giuramento.”

Nei testi che abbiamo letto si parla spesso di giuramento. Ogni giuramento porta di per sé non solo una  promessa ma anche una garanzia riguardo all’adempimento di questa promessa. Se è Dio che giura sul suo nome: niente di male. Benché il Signore non abbia bisogno di giurare, in quanto è in suo potere fare quello che dice e dire quello che fa, può tuttavia giurare per confortare e confermare l’uomo che ripone fiducia in Lui. In quanto al giuramento dell’uomo verso l’uomo o dell’uomo verso Dio le cose si complicano di molto: perché l’uomo non può affatto garantire né riguardo alla propria volontà né riguardo alla propria potenza. Non solo la volontà è dissociata dalla potenza, nel senso che non sempre si può fare ciò che si vuole fare, ma neppure è garantita una volontà fondata e non soggetta a pentimento e a ravvedimento. Il fatto che nell’Antico Testamento si giuri spesso, da un lato mostra una presunzione di giustizia che l’uomo ha riguardo a se stesso, dall’altro lato però nasconde e sottintende la consapevolezza seppur inconscia che dell’uomo non ci si può proprio fidare. Si invoca il castigo divino qualora il patto non sia rispettato: con questo  si riconosce una giusta condanna per una inadempienza di cui si è responsabili. Da un lato c’è una presunzione di giustizia propria che invoca il confronto con Dio, dall’altro però c’è la consapevolezza nascosta che in definitiva nessuno può garantire di se stesso se non  è garantito da Dio. Ogni giuramento porta con sé l’ambiguità di una parola che confida in se stessa, ma nello stesso tempo chiede di essere confortata da Dio. L’ambivalenza e l’ambiguità del cuore umano è superata solo dal Cristo ed in virtù del Cristo: per questo ci è detto di non giurare mai, né per il cielo né per la terra, perché ormai è giunta la vita nuova quella che non è garantita dall’uomo ma dal Figlio di Dio.

“33 E si alzò Abimelech e Phicol capitano del suo esercito e tornarono nella terra di Palestina. Abramo poi piantò una selva in Bersabea e invocò qui il nome del Signore Dio eterno e fu forestiero della terra dei Filistei per molti giorni.”
Anche nel giuramento Abramo è diverso dagli altri uomini. Abimelech giura e se ne va pago della parola avuta e fiducioso nella parola data; Abramo pianta un campo ( Settanta ), una selva ( Vulgata ) al “Pozzo del giuramento” ( Settanta ) in Bersabea ( Vulgata ), perché da questo luogo salga una preghiera incessante al nome del Signore. Solo Dio può dare fondamento alla parola dell’uomo e garantire per essa, in virtù della grazia che dona a tutti coloro che invocano il suo nome. Non c’è giuramento vero se non nella consapevolezza della propria miseria e in uno spirito di preghiera perenne al Signore. Nel confronto tra Abramo ed Abimelech, Abramo ne esce vincitore. Entrambi mostrano di avere timore di Dio.
“Dio con te in tutto ciò che tu faccia.” Abimelech non crede in una vita senza Dio; nello stesso tempo però dimostra molta fiducia nella propria giustizia, che reputa superiore a quella degli altri.
“23 Giura dunque per il Signore di non fare male a me e ai miei posteri e alla mia stirpe, ma  secondo la misericordia che ho fatto a te, farai a me e alla terra in cui hai soggiornato straniero.”
Abimelech ha trovato Abramo in peccato e si crede diverso e migliore di lui, chiede fedeltà a se stesso e rispetto per la propria persona. Abramo si abbassa al suo piano, ma solo per confonderlo riguardo alle sue “ragioni”. Vi è una giustizia che è solo apparente e che si può facilmente confutare.
“25 E si lamentò con Abimelech a causa di un pozzo d’acqua che con la forza avevano preso i suoi servi.”
Alla fine dei conti, allorché tutto è pesato davanti a Dio, e si discute riguardo alla fonte dell’acqua che dà la vita, Abramo, l’ingiusto, finisce per essere il giusto, viceversa Melchisedech viene confutato nelle proprie ragioni e si dimostra che è ingiusto. Per quel che riguarda la propria “servitù” Abramo ha le idee più chiare e se ne intende di più di Abimelech: sa bene quello che  gli appartiene e quello che non gli appartiene . Si può essere l’eccezione per quel che riguarda il peccato (“un’azione, che nessuno mai farebbe, hai fatto a me”), e nel contempo si può essere l’eccezione per quel che riguarda la giustizia che viene dall’umile confessione della propria colpa e dalla consapevolezza della propria schiavitù.
Abimelech ed Abramo vivono entrambi nella “schiavitù” dei figli di Adamo, ma con capacità di giudizio e di discernimento molto diverse. Abimelech non contraddice le ragioni di Abramo e questo depone a suo favore davanti a Dio, ma rimane l’incognita del dopo.
“33 E si alzò Abimelech e Phicol capitano del suo esercito e tornarono nella terra di Palestina.
Ritorna Abimelech alla vita di un tempo, dopo essersi alzato: non ci è detto se è rimasto in una novità di luce. Al contrario
Abramo poi piantò una selva in Bersabea e invocò qui il nome del Signore Dio eterno e fu forestiero della terra dei Filistei per molti giorni.”
Stessa terra e stessa vita, per molti giorni, ma solo in apparenza.

 

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