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Cap. 22

Cap. 21
Dai Settanta
1 E il Signore visitò Sara, come aveva detto, e fece il Signore a Sara come aveva parlato, 2 e dopo aver concepito partorì Sara ad Abramo un figlio nella vecchiaia, nel tempo del quale le aveva parlato il Signore.
3 E chiamò Abramo il suo figlio nato da lui, che gli aveva partorito Sara, col nome di Isacco. 4 E circoncise, Abramo, Isacco l’ottavo giorno, come gli aveva comandato Dio. 5 Abramo poi era di cento anni, quando nacque a lui Isacco, il suo figlio. 6 E disse Sara: “Motivo di riso per me ha creato il Signore: chiunque infatti udrà, si rallegrerà con me”.
7 E disse: “Chi annunzierà ad Abramo che allatta un bambino Sara? Poiché ho partorito un figlio nella mia vecchiaia”.
8 E fu allevato il bambino e fu svezzato, e fece Abramo un gran ricevimento nel giorno in cui fu svezzato Isacco, il suo figlio.
9 Ma vedendo Sara il figlio di Agar l’egiziana, che era nato ad Abramo, giocare con Isacco, il suo figlio, 10 disse ad Abramo: “Scaccia codesta serva e il suo figlio, poiché non deve essere erede il figlio di codesta serva assieme al mio figlio Isacco”. 11 Dura però oltremodo apparve questa parola ad Abramo riguardo al suo figlio.
12 Ma disse Dio ad Abramo: “Non sia dura questa parola per te riguardo al bambino e riguardo all’ancella: qualunque cosa ti dica Sara, ascolta la sua voce, perché in Isacco prenderà nome da te un seme.
13 Anche quanto al figlio di questa ancella, ne farò una grande nazione, poiché è seme tuo.
14 Si alzò allora Abramo al mattino presto e prese dei pani e un otre di acqua e li diede a Agar, e glieli pose sulla spalla insieme al bambino, e la mandò via.
Allora, andatasene, errava nel deserto, verso il “pozzo del giuramento”. 15 Venne meno l’acqua dall’otre, e buttò il bambino sotto un abete.
16 Allontanatasi poi, sedeva davanti a lui, alla distanza di circa un tiro d’arco, poiché diceva: “Non voglio vedere la morte del mio bambino”. E si era seduta davanti a lui, mentre il bambino con grida piangeva.
17 Ma esaudì Dio la voce del bambino dal luogo in cui era, e un angelo di Dio chiamò Agar dal cielo e le disse: “Cosa c’è Agar? Non temere! Poiché ha udito dall’alto Dio la voce del tuo bambino, dal luogo in cui è.
18 Sorgi, prendi il bambino e afferralo con la tua mano, poiché una nazione grande lo renderò”.
19 E aprì Dio i suoi occhi e vide un pozzo di acqua viva e vi andò e riempì l’otre di acqua e fece bere il bambino.
20 Ed era Dio col bambino e lo fece crescere. E abitò nel deserto, e divenne tiratore d’arco. 21 E abitò nel deserto di Pharan, e prese per lui, sua madre, una sposa dalla terra d’Egitto.
22 Avvenne poi in quel tempo, che parlò Abimelech e Ochozath suo paraninfo e Phikol, generale in capo del suo esercito, ad Abramo dicendo: “Dio con te in tutto ciò che tu faccia: 23 ora quindi giurami in nome di Dio di non fare ingiustizia a me né al mio seme né al mio nome; ma secondo la giustizia, che ho usato con te, agirai con me e verso la terra, nella quale tu hai soggiornato, qui”. 24 E disse Abramo: “Io giuro”. 25 E confutò, Abramo, Abimelech riguardo ai pozzi d’acqua che gli avevano tolto i servi di Abimelech. 26 E disse a lui Abimelech: “ Non so chi ha fatto questa cosa, né tu me l’avevi riferita, né io l’avevo udita tranne che oggi”. 27 E prese Abramo pecore e vitelli e li diede ad Abimelech, e stabilirono entrambi un’alleanza. 28 E mise Abramo sette agnelle del gregge da parte. 29 E disse Abimelech ad Abramo: “Cosa sono le sette agnelle di questo gregge, che hai messo da parte?”. 30 E disse Abramo: “Queste sette agnelle devi ricevere da me, perché siano per me di testimonianza, che io ho scavato questo pozzo”. 31 Perciò diede a quel luogo il nome di “Pozzo del giuramento”, perché lì avevano giurato entrambi. E stabilirono un’alleanza al pozzo del giuramento. Si alzò allora Abimelech e Ochozath, suo paraninfo, e Phikol, generale in capo del suo esercito, e ritornarono nella terra dei filistei. 33 E piantò Abramo un campo al “Pozzo del giuramento” e invocarono lì il nome del Signore: Dio eterno. 34 Soggiornò quindi Abramo nella terra dei filistei molti giorni.
Vulgata
Visitavit autem Dominus Sarram sicut promiserat et implevit quae locutus est
2 concepitque et peperit filium in senectute sua tempore quo predixerat ei Deus
3 vocavitque Abraham nomen filii sui quem genuit ei Sarra Isaac
4 et circumcidit eum octavo die sicut praeceperat ei Deus
5 cum centum esset annorum hac quippe aetate patris natus est isaac
6 dixitque Sarra risum fecit mihi Deus quicumque audierit conridebit mihi
7 rursumque ait quis auditurum crederet Abraham quod Sarra lactaret filium quem peperit ei iam seni
8 crevit igitur puer et ablactus est fecitque Abraham grande convivium in die ablactionis eius
9 cumque vidisset sarra filium Agar aegyptiae ludentem dixit ad Abraham
10 eice ancillam hanc et filium eius non enim erit heres filius ancillae cum filio meo Isaac
11 dure accepit hoc Abraham pro filio suo
12 cui dixit deus non tibi videatur asperum super puero et super ancilla tua omnia quae dixerit tibi Sarra audi vocem eius quia in Isaac vocabitur tibi semen
13 sed et filium ancillae faciam in gentem magnam quia semen tuum est
14 surrexit itaque Abraham mane et tollens panem et utrem aquae inposuit scapulae eius tradiditque puerum et dimisit eam quae cum abisset errabat in solitudine Bersabee
15 cumque consumpta esset aqua in utre abiecit puerum subter unam arborum quae ibi erant
16 et abiit seditque e regione procul quantum potest arcus iacere dixit enim non videbo morientem puerum et sedens contra levavit vocem suam et flevit
17 exaudivit autem Deus vocem pueri vocavitque angelus Domini Agar de caelo dicens quid agis Agar noli timere exaudivit enim Deus vocem pueri de loco in quo est
18 surge tolle puerum et tene manum illius quia in gentem magnam faciam eum
19 aperuitque oculos eius Deus quae videns puteum aquae abiit et implevit utrem deditque puero bibere
20 et fuit cum eo qui crevit et moratus est in solitudine et factus est iuvenis sagittarius
21 habitavitque in deserto Pharan et accepit illi mater sua uxorem de terra Aegypti
22 eodem tempore dixit Abimelech et Fichol princeps exercitus eius ad Abraham Deus tecum est in universis quae agis
23 iura ergo per Dominum ne noceas mihi et posteris meis stirpique meae sed iuxta misericordiam quam feci tibi facies mihi et terrae in qua versatus es advena
24 dixitque Abraham ego iurabo
25 et increpavit Abimelech propter puteum aquae quem vi abstulerunt servi illius
26 respondit Abimelech nescivi quis fecerit hanc rem sed et tu non indicasti mihi et ego non audivi praeter hodie
27 tulit itaque Abraham oves et boves et dedit Abimelech percusseruntque ambo foedus
28 et statuit Abraham septem agnas gregis seorsum
29 cui dixit Abimelech quid sibi volunt septem agnae istae quas stare fecisti seorsum
30 at ille septem inquit agnas accipies de manu mea ut sint in testimonium mihi quoniam ego fodi puteum istum
31 idcirco vocatus est locus ille Bersabee quia ibi uterque iuraverunt
32 et inierunt foedus pro puteo iuramenti
33 surrexit autem Abimelech et Fichol princeps militia eius reversique sunt in terram palestinorum Abraham vero plantavit nemus in Bersabee et invocavit ibi nomen domini dei aeterni
34 et fuit colonus terrae Philisthinorum diebus multis

Traduzione dalla Vulgata
E il Signore visitò Sara, come aveva promesso, ed adempì quelle cose che aveva detto. 2 E concepì e partorì un figlio nella sua vecchiaia al tempo che aveva predetto a lei Dio. 3 E Abramo chiamò il nome del figlio suo che gli generò Sara, Isacco. 4 E l’ottavo giorno lo circoncise, come aveva a lui comandato Dio, 5 avendo egli cento anni, perché a questa età del padre nacque Isacco. 6 E disse Sara: Dio mi ha fatto motivo di riso: e chiunque avrà udito riderà con me. 7 E di nuovo disse: Chi crederà che Abramo udirà che Sara allatta un figlio che a lui già vecchio ha partorito? 8 Crebbe pertanto il bambino e fu svezzato e fece Abramo un grande convivio nel giorno del suo svezzamento. 9 Ma Sara avendo visto il figlio di Agar l’egiziana che giocava, disse ad Abramo: caccia questa schiava e il figlio suo; non sarà infatti erede il figlio della schiava con il figlio mio Isacco. 11 Abramo ritenne duro ciò riguardo a suo figlio. 12 A lui disse Dio: Non ti sembri aspro riguardo al bambino e riguardo alla tua ancella. Tutte quelle cose che ti avrà detto Sara, ascolta la sua voce, perché in Isacco ti sarà chiamata la discendenza. 13 Ma anche il figlio della schiava farò una grande nazione perché egli è tuo seme. 14 Pertanto si alzò presto Abramo, e prendendo del pane e un otre di acqua pose sulle sue spalle e  consegnò il bambino e la mandò via. Questa essendosi allontanata andava errando nella solitudine di Bersabea. 15 Ed essendo stata consumata l’acqua nell’otre gettò il bambino sotto uno degli alberi che erano qui. 16 E se ne andò e sedette lontano dalla zona quanto può l’arco tirare. Disse infatti: non vedrò il bambino moriente, ma sedendo dirimpetto levò la sua voce e pianse. 17 Ma il Signore udì la voce del bambino e chiamò l’angelo di Dio Agar dal cielo dicendo: Cosa fai, Agar? Non temere: infatti Dio ha udito la voce del bambino dal luogo in cui è. 18 Alzati, prendi il bambino e tieni la sua mano perché lo farò una grande nazione. 19 E Dio aprì i suoi occhi: questa vedendo un pozzo d’acqua andò e riempì l’otre e diede da bere al bambino. 20 E fu con lui che crebbe e dimorò in solitudine, e divenne giovane tiratore d’arco. Abitò nel deserto di Faran e sua madre gli prese una moglie dalla terra d’Egitto. 22 Nello stesso tempo disse Abimelech e Phicol capitano del suo esercito ad Abramo: Dio è con te in tutte le cose che fai. 23 Giura dunque per il Signore di non fare male a me e ai miei posteri e alla mia stirpe, ma  secondo la misericordia che ho fatto a te, farai a me e alla terra in cui hai soggiornato straniero. 24 E disse Abramo: Io lo giuro. 25 E si lamentò con Abimelech a causa di un pozzo d’acqua che con la forza avevano preso i suoi servi. 26 E rispose Abimelech: Non ho saputo chi abbia fatto questa cosa; ma  anche tu non me lo hai detto e io non ho sentito se non oggi.
27 Prese dunque Abramo delle pecore e dei buoi e li diede ad Abimelech e fecero ambedue un patto. 28 E Abramo pose sette agnelle del suo gregge da una parte. 29 A lui disse Abimelech: Che vogliono dire queste sette agnelle che hai fatto stare da parte? 30 Ma quello disse: Sette agnelle riceverai dalla mia mano, perché siano a me di testimonianza che io ho scavato questo pozzo. 31 Per questo quel luogo fu chiamato Bersabea; perché qui l’un l’altro giurarono 32 e fecero un patto per il pozzo del giuramento. 33 E si alzò Abimelech e Phicol capitano del suo esercito e tornarono nella terra di Palestina. Abramo poi piantò una selva in Bersabea e invocò qui il nome del Signore Dio eterno e fu forestiero della terra dei Filistei per molti giorni.

“E il Signore visitò Sara, come aveva promesso, ed adempì quelle cose che aveva detto.
2 E concepì e partorì un figlio nella sua vecchiaia al tempo che aveva predetto a lei Dio”.
Nonostante i peccati e i limiti di chi è eletto, il Signore adempie, puntualmente la sua promessa, in conformità alla sua parola.

“3 E Abramo chiamò il nome del figlio suo che gli generò Sara, Isacco. 4 E l’ottavo giorno lo circoncise, come aveva a lui comandato Dio, 5 avendo egli cento anni, perché a questa età del padre nacque Isacco. 6 E disse Sara: Dio mi ha fatto motivo di riso: e chiunque avrà udito riderà con me.

Finalmente una santa gioia nel cuore di Sara. Colei che aveva riso per mancanza di fede, ora gode per colui che è frutto della fede, non della sua, beninteso, ma di Abramo.

“7 E di nuovo disse: Chi crederà che Abramo udirà che Sara allatta un figlio che a lui già vecchio ha partorito?

Sara non ha avuto fede nella promessa del Signore: non può portare la gioia della fede. Un altro annuncerà ad Abramo che la sua sposa allatta un bambino. Si può essere coinvolti nell’opera del Signore senza intima adesione e partecipazione. Si può pure godere di ciò che nasce dalla fede, con un cuore carnale. La gioia di Abramo per la nascita di Isacco ha un fondamento diverso. Se è vero che un figlio cementa il rapporto trai suoi genitori, Isacco, innanzitutto, lega Abramo a Dio. L’unione con Sara, è meno limpida e cristallina:  non è senza macchia e deve essere distinta e separata dalla comunione con il Signore. Non a caso Isacco è detto figlio di Abramo “nato da lui, che gli aveva partorito Sara”… nacque a lui Isacco, il suo figlio.”
Sara può ben dire: Ho partorito un figlio nella mia vecchiaia; ma soltanto nella carne e per quel che riguarda la carne. Per quanto concerne lo Spirito, Isacco è figlio di Abramo.

8 Crebbe pertanto il bambino e fu svezzato e fece Abramo un grande convivio nel giorno del suo svezzamento.”

Non è riconosciuto a Sara alcun merito per quanto concerne la crescita spirituale di Isacco: si alimenta e si accresce per la fede di Abramo e per grazia di Dio; non porta altra gioia, ma invita anche altri alla gioia che viene dal cielo.

“9 Ma Sara avendo visto il figlio di Agar l’egiziana che giocava, disse ad Abramo: caccia questa schiava e il figlio suo; non sarà infatti erede il figlio della schiava con il figlio mio Isacco. 11 Abramo ritenne duro ciò riguardo a suo figlio.”

In quanto a bontà di cuore, Sara non brilla. E’ gelosa del figlio che Abramo ha avuto da un’altra donna. Teme che sia sminuita l’eredità di Isacco. Non comprende che nella famiglia del Signore c’è posto per tutti e che la ricchezza dei primi è data perché si riversi sugli ultimi. Abramo deve portare un rapporto coniugale tutt’altro che facile: In Sara non c’è comprensione né condivisione dell’opera di Dio.

“12 A lui disse Dio: Non ti sembri aspro riguardo al bambino e riguardo alla tua ancella. Tutte quelle cose che ti avrà detto Sara, ascolta la sua voce, perché in Isacco ti sarà chiamata la discendenza.”

Ancora una volta Dio ci mette una pezza e converte il male in bene. Perché anche chi non è in sintonia con la volontà del Signore può diventare strumento nelle Sue mani, se pur inconsapevole. La storia di Isacco non deve in alcun modo confondersi con quella di Ismaele: quel che viene dal cielo non può convivere e coesistere con quello che viene dalla carne. E’ inevitabile una separazione e una divisione, finchè non verranno tempi nuovi e si avrà una sola nazione e una sola chiesa. La rivelazione comporta innanzitutto una separazione e una divisione da ciò che segue altre vie.

“13 Ma anche il figlio della schiava farò una grande nazione perché egli è tuo seme.”

E’ ribadito ancora una volta l’amore di Dio per tutti i suoi figli. Se l’amore in ultima istanza non fa differenze tra figlio e figlio, in prima istanza, nella sua manifestazione terrena, distingue tra uomo e uomo. Non ci è dato di comprendere l’amore divino nel suo fondamento e nel suo fine, se non percorrendo un cammino guidato, che è distinzione tra bene e male, luce e tenebre. Non si può porre tutti sullo stesso piano, perché non tutti seguono la via indicata dal Signore. E neppure si può dar credito ad ogni parola che ha la pretesa di verità, perché una sola è la Parola di verità. Il discorso della salvezza ha una collocazione storica ben chiara e definita. Non si deve confondere con altre mezze verità e con le vie tentate dall’uomo. O si impara dalla scuola del Signore o si va a scuola dal mondo. Non si comincia facendo confusione, al contrario bisogna fare chiarezza ed escludere un ascolto vero e fondato da un ascolto falso ed ingannevole.


“14 Pertanto si alzò presto Abramo, e prendendo del pane e un otre di acqua pose sulle sue spalle e  consegnò il bambino e la mandò via.”

Soluzione dolorosa, ma inevitabile, per il bene di tutti, a cominciare da colui che viene allontanato dalla comunità degli eletti. Non  ritorna al Padre se non chi si trova perduto.

“Questa essendosi allontanata andava errando nella solitudine di Bersabea.”

Chi si allontana dal Signore perché non ascolta la Sua parola, ben presto si trova nel deserto. Agar è  madre di tutte le genti che, rigettate da Dio, invocano il Salvatore, fuori da Israele e lontano dal popolo eletto.

“15 Ed essendo stata consumata l’acqua nell’otre gettò il bambino sotto uno degli alberi che erano qui.”

Qualsiasi acqua che non sgorga dalla fonte del Signore è destinata ad esaurirsi e a venire meno. C’è chi si rassegna alla morte eterna e non tenta altre vie. “Niente c’è per noi dopo la morte”.  C’è anche l’uomo che non vuole gustare e “vedere” la morte e neppure l’accetta per i propri figli ma cerca la strada per scamparli da essa. Agar getta suo figlio all’ombra di un abete, per salvarlo da un prematuro e precoce destino di morte. Così la Chiesa mette i suoi figli sotto le proprie ali, all’ombra dell’albero della vita. Perché da Cristo e in Cristo si innalzi la loro invocazione di salvezza. Nessuna invocazione di salvezza che dalla Chiesa salga al suo Signore rimane inascoltata e non esaudita. La Chiesa veglia sui suoi figli, a una certa distanza, vedendo e sapendo, ma senza fare invasione.

“16 E se ne andò e sedette lontano dalla zona quanto può l’arco tirare. Disse infatti: non vedrò il bambino moriente, ma sedendo dirimpetto levò la sua voce e pianse.”

Non basta la premura, la sollecitudine e la preghiera della Chiesa perché siamo fatti salvi. Non c’è intervento del Signore dove non c’è pianto per i propri peccati e invocazione disperata di salvezza.

“17 Ma il Signore udì la voce del bambino…”

La preghiera degli altri non sortisce alcun effetto se non quando apre la strada alla nostra preghiera. Non una qualsiasi preghiera esaudisce il Signore, ma quella che è fatta nella sua Chiesa e con la Sua Chiesa. E’ benedetta innanzi tutto la preghiera che nasce in Israele ed è fatta all’ombra creata dal popolo eletto.

“e chiamò l’angelo di Dio Agar dal cielo dicendo: Cosa fai, Agar? Non temere: infatti Dio ha udito la voce del bambino dal luogo in cui è.”
18 Alzati, prendi il bambino e tieni la sua mano perché lo farò una grande nazione.”

Quando un’anima rinasce in Cristo, la Chiesa tutta rinasce con lei ed è chiamata ad allargare il cerchio della propria famiglia, ad afferrare e a tenere ben fermi i suoi figli, perché non cadano di nuovo nelle mani del Satana.

“19 E Dio aprì i suoi occhi: questa vedendo un pozzo d’acqua andò e riempì l’otre e diede da bere al bambino.”

Se la Chiesa vede e, quando vede, è solo per grazia di Dio. Niente e nessuno è veduto nella Chiesa se non Cristo Gesù, fonte di acqua viva. Non  c’è altra pienezza da cui attingere, non solo per noi ma anche per i nostri figli.

“20 E fu con lui che crebbe e dimorò in solitudine, e divenne giovane tiratore d’arco.”

Tutti coloro che invocano il nome del Signore trovano alimento per il loro cuore e speranza di vita eterna. Non ogni speranza in Dio si colloca nello stesso tempo e nello stesso luogo. E non tutti entrano subito nella Chiesa. Dapprima è chiamato Isacco che è Israele, poi Ismaele che è figura dei Gentili. Benché le genti siano generate prima di Israele, entrano dopo.   Se la Chiesa è Isacco, Chiesa è pure Ismaele, ogni volta che invoca la salvezza che viene dal cielo. C’è una chiesa geograficamente collocata e definita, vi è anche una chiesa che vive per un tempo nel deserto. Non ha una sua chiara collocazione, eppure vive e si alimenta dello stesso cibo; alla fine sarà ammessa a far parte della Gerusalemme celeste.
“21 Abitò nel deserto di Faran e sua madre gli prese una moglie dalla terra d’Egitto.”

La chiesa che viene dai Gentili non ha la purezza del popolo eletto. Non conosce l’unico ed eterno sposo, né la fertile ricchezza della Parola rivelata, ma non  è rigettata dal Signore. Cresce a suo modo, in maniera “selvatica”; non per questo è chiusa la porta della salvezza.
Mi dirai che Paolo interpreta diversamente la figura di Ismaele. Così in Galati 4,21-31.
“Ditemi, voi che volete essere sotto la legge: non sentite la legge? E’ scritto infatti che Abramo ebbe due figli, uno dalla schiava e uno dalla libera. Ma l’uno dalla schiava è nato secondo la carne, l’altra dalla libera grazie alla promessa. Le quali cose sono dette allegoricamente: esse sono infatti due alleanze, l’una in realtà dal monte Sinai generante per la schiavitù , che è Agar. Ora Agar che rappresenta il monte Sinai è in Arabia; corrisponde appunto alla Gerusalemme di adesso; infatti è schiava con i suoi figli. Invece la Gerusalemme di lassù è libera, la quale è nostra madre. E’ scritto infatti: Rallegrati, sterile, tu che non generi, erompi e grida, tu che non soffri i dolori del parto; perché sono molti i figli dell’abbandonata più che dell’avente marito. Voi ora, fratelli, siete figli della promessa secondo Isacco. Ma come un tempo il nato secondo la carne perseguitava quello secondo lo Spirito, così anche ora. Ma cosa dice la Scrittura? Scaccia la schiava e suo figlio; infatti il figlio della schiava non  erediterà con il figlio della libera. Perciò fratelli, non siamo figli della schiava, ma della libera”. 
Ogni lettura che sia “in immagine” non esclude altre interpretazioni secondo la stessa immagine. Abbiamo visto più volte che la Scrittura ci offre “figure” che si possono intendere diversamente. Secondo Paolo Agar rappresenta la “Gerusalemme di adesso”, cioè la chiesa nata dalla Legge, che ha rifiutato il Cristo e che per questo è stata scacciata dalla casa del Padre. Il ripudio di Agar e del figlio da lei generato ha connotati negativi. Non entrano nella Gerusalemme celeste se non coloro che sono figli della promessa, come Isacco. Ma chi è un ripudiato, non è ancora escluso dall’amore di Dio. E’ possibile una riconversione ed un ritorno alla casa del Padre per tutti coloro che  invocano la salvezza che viene dal cielo. Così il popolo della Legge, allontanato dalla patria celeste, dopo che ha perseguitato e rigettato il figlio della promessa, trova ancora aperta la via del ritorno. Si tratta di una semplice possibilità, che non diventa attuale per tutti, ma semplicemente per chi vuol ritornare a Cristo. E’ irrilevante chiedersi come è finita o come finirà per Agar ed Ismaele. Giova sapere che anche per loro c’è stata una benedizione dal cielo, per un  ritorno e per  una salvezza eterna. Tutti coloro che  sono fuori della Chiesa possono ben entrare o rientrare in essa. Dapprima sono ammessi gli Ebrei ed esclusi i Gentili, poi al contrario sono ammessi i Gentili ed estromessi gli Ebrei. Ma non si può farne una verità assoluta. Perché la salvezza è per tutti i popoli: per Israele, ma anche per chi Israele non è. Tutto ciò che è visto e considerato nel tempo e col tempo non si può considerare definitivo nella sua proiezione eterna. In ogni momento ci può essere un capovolgimento di fronte e di prospettiva. I primi diventano gli ultimi e gli ultimi diventano i primi; ciò non esclude che i primi ritornino ad essere primi e gli ultimi ultimi.
Se noi leggiamo le figure di Agar-Ismaele in una logica del prima Israele, ci sembra più fondato intendere che esse rappresentano tutte le genti che, dapprima escluse da una paternità che è solo per il popolo eletto, sono alla fine riammesse nella casa del Padre. Se noi intendiamo le stesse figure secondo l’attualità del dopo Israele è fondata l’interpretazione di Paolo che vede in Agar la Chiesa della Legge, allontanata dalla casa del Padre allorché rifiuta e perseguita chi è Figlio della promessa. Al riguardo va pure sottolineato che le versioni dei Settanta e la Vulgata dicono che Ismaele “giocava” con Isacco. Nel testo Ebraico è scritto invece che Ismaele “derideva” Isacco. In alcune versioni dei Settanta si dice ancor più e ancor oltre che “lottava” con il fratello.

“22 Nello stesso tempo disse Abimelech e Phicol capitano del suo esercito ad Abramo: Dio è con te in tutte le cose che fai. 23 Giura dunque per il Signore di non fare male a me e ai miei posteri e alla mia stirpe, ma  secondo la misericordia che ho fatto a te, farai a me e alla terra in cui hai soggiornato straniero. 24 E disse Abramo: Io lo giuro. 25 E si lamentò con Abimelech a causa di un pozzo d’acqua che con la forza avevano preso i suoi servi. 26 E rispose Abimelech: Non ho saputo chi abbia fatto questa cosa; ma  anche tu non me lo hai detto e io non ho sentito se non oggi.
27 Prese dunque Abramo delle pecore e dei buoi e li diede ad Abimelech e fecero ambedue un patto. 28 E Abramo pose sette agnelle del suo gregge da una parte. 29 A lui disse Abimelech: Che vogliono dire queste sette agnelle che hai fatto stare da parte? 30 Ma quello disse: Sette agnelle riceverai dalla mia mano, perché siano a me di testimonianza che io ho scavato questo pozzo. 31 Per questo quel luogo fu chiamato Bersabea; perché qui l’un l’altro giurarono 32 e fecero un patto per il pozzo del giuramento.”

Nei testi che abbiamo letto si parla spesso di giuramento. Ogni giuramento porta di per sé non solo una  promessa ma anche una garanzia riguardo all’adempimento di questa promessa. Se è Dio che giura sul suo nome: niente di male. Benché il Signore non abbia bisogno di giurare, in quanto è in suo potere fare quello che dice e dire quello che fa, può tuttavia giurare per confortare e confermare l’uomo che ripone fiducia in Lui. In quanto al giuramento dell’uomo verso l’uomo o dell’uomo verso Dio le cose si complicano di molto: perché l’uomo non può affatto garantire né riguardo alla propria volontà né riguardo alla propria potenza. Non solo la volontà è dissociata dalla potenza, nel senso che non sempre si può fare ciò che si vuole fare, ma neppure è garantita una volontà fondata e non soggetta a pentimento e a ravvedimento. Il fatto che nell’Antico Testamento si giuri spesso, da un lato mostra una presunzione di giustizia che l’uomo ha riguardo a se stesso, dall’altro lato però nasconde e sottintende la consapevolezza seppur inconscia che dell’uomo non ci si può proprio fidare. Si invoca il castigo divino qualora il patto non sia rispettato: con questo  si riconosce una giusta condanna per una inadempienza di cui si è responsabili. Da un lato c’è una presunzione di giustizia propria che invoca il confronto con Dio, dall’altro però c’è la consapevolezza nascosta che in definitiva nessuno può garantire di se stesso se non  è garantito da Dio. Ogni giuramento porta con sé l’ambiguità di una parola che confida in se stessa, ma nello stesso tempo chiede di essere confortata da Dio. L’ambivalenza e l’ambiguità del cuore umano è superata solo dal Cristo ed in virtù del Cristo: per questo ci è detto di non giurare mai, né per il cielo né per la terra, perché ormai è giunta la vita nuova quella che non è garantita dall’uomo ma dal Figlio di Dio.

“33 E si alzò Abimelech e Phicol capitano del suo esercito e tornarono nella terra di Palestina. Abramo poi piantò una selva in Bersabea e invocò qui il nome del Signore Dio eterno e fu forestiero della terra dei Filistei per molti giorni.”
Anche nel giuramento Abramo è diverso dagli altri uomini. Abimelech giura e se ne va pago della parola avuta e fiducioso nella parola data; Abramo pianta un campo ( Settanta ), una selva ( Vulgata ) al “Pozzo del giuramento” ( Settanta ) in Bersabea ( Vulgata ), perché da questo luogo salga una preghiera incessante al nome del Signore. Solo Dio può dare fondamento alla parola dell’uomo e garantire per essa, in virtù della grazia che dona a tutti coloro che invocano il suo nome. Non c’è giuramento vero se non nella consapevolezza della propria miseria e in uno spirito di preghiera perenne al Signore. Nel confronto tra Abramo ed Abimelech, Abramo ne esce vincitore. Entrambi mostrano di avere timore di Dio.
“Dio con te in tutto ciò che tu faccia.” Abimelech non crede in una vita senza Dio; nello stesso tempo però dimostra molta fiducia nella propria giustizia, che reputa superiore a quella degli altri.
“23 Giura dunque per il Signore di non fare male a me e ai miei posteri e alla mia stirpe, ma  secondo la misericordia che ho fatto a te, farai a me e alla terra in cui hai soggiornato straniero.”
Abimelech ha trovato Abramo in peccato e si crede diverso e migliore di lui, chiede fedeltà a se stesso e rispetto per la propria persona. Abramo si abbassa al suo piano, ma solo per confonderlo riguardo alle sue “ragioni”. Vi è una giustizia che è solo apparente e che si può facilmente confutare.
“25 E si lamentò con Abimelech a causa di un pozzo d’acqua che con la forza avevano preso i suoi servi.”
Alla fine dei conti, allorché tutto è pesato davanti a Dio, e si discute riguardo alla fonte dell’acqua che dà la vita, Abramo, l’ingiusto, finisce per essere il giusto, viceversa Melchisedech viene confutato nelle proprie ragioni e si dimostra che è ingiusto. Per quel che riguarda la propria “servitù” Abramo ha le idee più chiare e se ne intende di più di Abimelech: sa bene quello che  gli appartiene e quello che non gli appartiene . Si può essere l’eccezione per quel che riguarda il peccato (“un’azione, che nessuno mai farebbe, hai fatto a me”), e nel contempo si può essere l’eccezione per quel che riguarda la giustizia che viene dall’umile confessione della propria colpa e dalla consapevolezza della propria schiavitù.
Abimelech ed Abramo vivono entrambi nella “schiavitù” dei figli di Adamo, ma con capacità di giudizio e di discernimento molto diverse. Abimelech non contraddice le ragioni di Abramo e questo depone a suo favore davanti a Dio, ma rimane l’incognita del dopo.
“33 E si alzò Abimelech e Phicol capitano del suo esercito e tornarono nella terra di Palestina.
Ritorna Abimelech alla vita di un tempo, dopo essersi alzato: non ci è detto se è rimasto in una novità di luce. Al contrario
Abramo poi piantò una selva in Bersabea e invocò qui il nome del Signore Dio eterno e fu forestiero della terra dei Filistei per molti giorni.”
Stessa terra e stessa vita, per molti giorni, ma solo in apparenza.

 

Cap. 21

Cap. 21
Dai Settanta
1 E il Signore visitò Sara, come aveva detto, e fece il Signore a Sara come aveva parlato, 2 e dopo aver concepito partorì Sara ad Abramo un figlio nella vecchiaia, nel tempo del quale le aveva parlato il Signore.
3 E chiamò Abramo il suo figlio nato da lui, che gli aveva partorito Sara, col nome di Isacco. 4 E circoncise, Abramo, Isacco l’ottavo giorno, come gli aveva comandato Dio. 5 Abramo poi era di cento anni, quando nacque a lui Isacco, il suo figlio. 6 E disse Sara: “Motivo di riso per me ha creato il Signore: chiunque infatti udrà, si rallegrerà con me”.
7 E disse: “Chi annunzierà ad Abramo che allatta un bambino Sara? Poiché ho partorito un figlio nella mia vecchiaia”.
8 E fu allevato il bambino e fu svezzato, e fece Abramo un gran ricevimento nel giorno in cui fu svezzato Isacco, il suo figlio.
9 Ma vedendo Sara il figlio di Agar l’egiziana, che era nato ad Abramo, giocare con Isacco, il suo figlio, 10 disse ad Abramo: “Scaccia codesta serva e il suo figlio, poiché non deve essere erede il figlio di codesta serva assieme al mio figlio Isacco”. 11 Dura però oltremodo apparve questa parola ad Abramo riguardo al suo figlio.
12 Ma disse Dio ad Abramo: “Non sia dura questa parola per te riguardo al bambino e riguardo all’ancella: qualunque cosa ti dica Sara, ascolta la sua voce, perché in Isacco prenderà nome da te un seme.
13 Anche quanto al figlio di questa ancella, ne farò una grande nazione, poiché è seme tuo.
14 Si alzò allora Abramo al mattino presto e prese dei pani e un otre di acqua e li diede a Agar, e glieli pose sulla spalla insieme al bambino, e la mandò via.
Allora, andatasene, errava nel deserto, verso il “pozzo del giuramento”. 15 Venne meno l’acqua dall’otre, e buttò il bambino sotto un abete.
16 Allontanatasi poi, sedeva davanti a lui, alla distanza di circa un tiro d’arco, poiché diceva: “Non voglio vedere la morte del mio bambino”. E si era seduta davanti a lui, mentre il bambino con grida piangeva.
17 Ma esaudì Dio la voce del bambino dal luogo in cui era, e un angelo di Dio chiamò Agar dal cielo e le disse: “Cosa c’è Agar? Non temere! Poiché ha udito dall’alto Dio la voce del tuo bambino, dal luogo in cui è.
18 Sorgi, prendi il bambino e afferralo con la tua mano, poiché una nazione grande lo renderò”.
19 E aprì Dio i suoi occhi e vide un pozzo di acqua viva e vi andò e riempì l’otre di acqua e fece bere il bambino.
20 Ed era Dio col bambino e lo fece crescere. E abitò nel deserto, e divenne tiratore d’arco. 21 E abitò nel deserto di Pharan, e prese per lui, sua madre, una sposa dalla terra d’Egitto.
22 Avvenne poi in quel tempo, che parlò Abimelech e Ochozath suo paraninfo e Phikol, generale in capo del suo esercito, ad Abramo dicendo: “Dio con te in tutto ciò che tu faccia: 23 ora quindi giurami in nome di Dio di non fare ingiustizia a me né al mio seme né al mio nome; ma secondo la giustizia, che ho usato con te, agirai con me e verso la terra, nella quale tu hai soggiornato, qui”. 24 E disse Abramo: “Io giuro”. 25 E confutò, Abramo, Abimelech riguardo ai pozzi d’acqua che gli avevano tolto i servi di Abimelech. 26 E disse a lui Abimelech: “ Non so chi ha fatto questa cosa, né tu me l’avevi riferita, né io l’avevo udita tranne che oggi”. 27 E prese Abramo pecore e vitelli e li diede ad Abimelech, e stabilirono entrambi un’alleanza. 28 E mise Abramo sette agnelle del gregge da parte. 29 E disse Abimelech ad Abramo: “Cosa sono le sette agnelle di questo gregge, che hai messo da parte?”. 30 E disse Abramo: “Queste sette agnelle devi ricevere da me, perché siano per me di testimonianza, che io ho scavato questo pozzo”. 31 Perciò diede a quel luogo il nome di “Pozzo del giuramento”, perché lì avevano giurato entrambi. E stabilirono un’alleanza al pozzo del giuramento. Si alzò allora Abimelech e Ochozath, suo paraninfo, e Phikol, generale in capo del suo esercito, e ritornarono nella terra dei filistei. 33 E piantò Abramo un campo al “Pozzo del giuramento” e invocarono lì il nome del Signore: Dio eterno. 34 Soggiornò quindi Abramo nella terra dei filistei molti giorni.
Vulgata
Visitavit autem Dominus Sarram sicut promiserat et implevit quae locutus est
2 concepitque et peperit filium in senectute sua tempore quo predixerat ei Deus
3 vocavitque Abraham nomen filii sui quem genuit ei Sarra Isaac
4 et circumcidit eum octavo die sicut praeceperat ei Deus
5 cum centum esset annorum hac quippe aetate patris natus est isaac
6 dixitque Sarra risum fecit mihi Deus quicumque audierit conridebit mihi
7 rursumque ait quis auditurum crederet Abraham quod Sarra lactaret filium quem peperit ei iam seni
8 crevit igitur puer et ablactus est fecitque Abraham grande convivium in die ablactionis eius
9 cumque vidisset sarra filium Agar aegyptiae ludentem dixit ad Abraham
10 eice ancillam hanc et filium eius non enim erit heres filius ancillae cum filio meo Isaac
11 dure accepit hoc Abraham pro filio suo
12 cui dixit deus non tibi videatur asperum super puero et super ancilla tua omnia quae dixerit tibi Sarra audi vocem eius quia in Isaac vocabitur tibi semen
13 sed et filium ancillae faciam in gentem magnam quia semen tuum est
14 surrexit itaque Abraham mane et tollens panem et utrem aquae inposuit scapulae eius tradiditque puerum et dimisit eam quae cum abisset errabat in solitudine Bersabee
15 cumque consumpta esset aqua in utre abiecit puerum subter unam arborum quae ibi erant
16 et abiit seditque e regione procul quantum potest arcus iacere dixit enim non videbo morientem puerum et sedens contra levavit vocem suam et flevit
17 exaudivit autem Deus vocem pueri vocavitque angelus Domini Agar de caelo dicens quid agis Agar noli timere exaudivit enim Deus vocem pueri de loco in quo est
18 surge tolle puerum et tene manum illius quia in gentem magnam faciam eum
19 aperuitque oculos eius Deus quae videns puteum aquae abiit et implevit utrem deditque puero bibere
20 et fuit cum eo qui crevit et moratus est in solitudine et factus est iuvenis sagittarius
21 habitavitque in deserto Pharan et accepit illi mater sua uxorem de terra Aegypti
22 eodem tempore dixit Abimelech et Fichol princeps exercitus eius ad Abraham Deus tecum est in universis quae agis
23 iura ergo per Dominum ne noceas mihi et posteris meis stirpique meae sed iuxta misericordiam quam feci tibi facies mihi et terrae in qua versatus es advena
24 dixitque Abraham ego iurabo
25 et increpavit Abimelech propter puteum aquae quem vi abstulerunt servi illius
26 respondit Abimelech nescivi quis fecerit hanc rem sed et tu non indicasti mihi et ego non audivi praeter hodie
27 tulit itaque Abraham oves et boves et dedit Abimelech percusseruntque ambo foedus
28 et statuit Abraham septem agnas gregis seorsum
29 cui dixit Abimelech quid sibi volunt septem agnae istae quas stare fecisti seorsum
30 at ille septem inquit agnas accipies de manu mea ut sint in testimonium mihi quoniam ego fodi puteum istum
31 idcirco vocatus est locus ille Bersabee quia ibi uterque iuraverunt
32 et inierunt foedus pro puteo iuramenti
33 surrexit autem Abimelech et Fichol princeps militia eius reversique sunt in terram palestinorum Abraham vero plantavit nemus in Bersabee et invocavit ibi nomen domini dei aeterni
34 et fuit colonus terrae Philisthinorum diebus multis

Traduzione dalla Vulgata
E il Signore visitò Sara, come aveva promesso, ed adempì quelle cose che aveva detto. 2 E concepì e partorì un figlio nella sua vecchiaia al tempo che aveva predetto a lei Dio. 3 E Abramo chiamò il nome del figlio suo che gli generò Sara, Isacco. 4 E l’ottavo giorno lo circoncise, come aveva a lui comandato Dio, 5 avendo egli cento anni, perché a questa età del padre nacque Isacco. 6 E disse Sara: Dio mi ha fatto motivo di riso: e chiunque avrà udito riderà con me. 7 E di nuovo disse: Chi crederà che Abramo udirà che Sara allatta un figlio che a lui già vecchio ha partorito? 8 Crebbe pertanto il bambino e fu svezzato e fece Abramo un grande convivio nel giorno del suo svezzamento. 9 Ma Sara avendo visto il figlio di Agar l’egiziana che giocava, disse ad Abramo: caccia questa schiava e il figlio suo; non sarà infatti erede il figlio della schiava con il figlio mio Isacco. 11 Abramo ritenne duro ciò riguardo a suo figlio. 12 A lui disse Dio: Non ti sembri aspro riguardo al bambino e riguardo alla tua ancella. Tutte quelle cose che ti avrà detto Sara, ascolta la sua voce, perché in Isacco ti sarà chiamata la discendenza. 13 Ma anche il figlio della schiava farò una grande nazione perché egli è tuo seme. 14 Pertanto si alzò presto Abramo, e prendendo del pane e un otre di acqua pose sulle sue spalle e  consegnò il bambino e la mandò via. Questa essendosi allontanata andava errando nella solitudine di Bersabea. 15 Ed essendo stata consumata l’acqua nell’otre gettò il bambino sotto uno degli alberi che erano qui. 16 E se ne andò e sedette lontano dalla zona quanto può l’arco tirare. Disse infatti: non vedrò il bambino moriente, ma sedendo dirimpetto levò la sua voce e pianse. 17 Ma il Signore udì la voce del bambino e chiamò l’angelo di Dio Agar dal cielo dicendo: Cosa fai, Agar? Non temere: infatti Dio ha udito la voce del bambino dal luogo in cui è. 18 Alzati, prendi il bambino e tieni la sua mano perché lo farò una grande nazione. 19 E Dio aprì i suoi occhi: questa vedendo un pozzo d’acqua andò e riempì l’otre e diede da bere al bambino. 20 E fu con lui che crebbe e dimorò in solitudine, e divenne giovane tiratore d’arco. Abitò nel deserto di Faran e sua madre gli prese una moglie dalla terra d’Egitto. 22 Nello stesso tempo disse Abimelech e Phicol capitano del suo esercito ad Abramo: Dio è con te in tutte le cose che fai. 23 Giura dunque per il Signore di non fare male a me e ai miei posteri e alla mia stirpe, ma  secondo la misericordia che ho fatto a te, farai a me e alla terra in cui hai soggiornato straniero. 24 E disse Abramo: Io lo giuro. 25 E si lamentò con Abimelech a causa di un pozzo d’acqua che con la forza avevano preso i suoi servi. 26 E rispose Abimelech: Non ho saputo chi abbia fatto questa cosa; ma  anche tu non me lo hai detto e io non ho sentito se non oggi.
27 Prese dunque Abramo delle pecore e dei buoi e li diede ad Abimelech e fecero ambedue un patto. 28 E Abramo pose sette agnelle del suo gregge da una parte. 29 A lui disse Abimelech: Che vogliono dire queste sette agnelle che hai fatto stare da parte? 30 Ma quello disse: Sette agnelle riceverai dalla mia mano, perché siano a me di testimonianza che io ho scavato questo pozzo. 31 Per questo quel luogo fu chiamato Bersabea; perché qui l’un l’altro giurarono 32 e fecero un patto per il pozzo del giuramento. 33 E si alzò Abimelech e Phicol capitano del suo esercito e tornarono nella terra di Palestina. Abramo poi piantò una selva in Bersabea e invocò qui il nome del Signore Dio eterno e fu forestiero della terra dei Filistei per molti giorni.

“E il Signore visitò Sara, come aveva promesso, ed adempì quelle cose che aveva detto.
2 E concepì e partorì un figlio nella sua vecchiaia al tempo che aveva predetto a lei Dio”.
Nonostante i peccati e i limiti di chi è eletto, il Signore adempie, puntualmente la sua promessa, in conformità alla sua parola.

“3 E Abramo chiamò il nome del figlio suo che gli generò Sara, Isacco. 4 E l’ottavo giorno lo circoncise, come aveva a lui comandato Dio, 5 avendo egli cento anni, perché a questa età del padre nacque Isacco. 6 E disse Sara: Dio mi ha fatto motivo di riso: e chiunque avrà udito riderà con me.

Finalmente una santa gioia nel cuore di Sara. Colei che aveva riso per mancanza di fede, ora gode per colui che è frutto della fede, non della sua, beninteso, ma di Abramo.

“7 E di nuovo disse: Chi crederà che Abramo udirà che Sara allatta un figlio che a lui già vecchio ha partorito?

Sara non ha avuto fede nella promessa del Signore: non può portare la gioia della fede. Un altro annuncerà ad Abramo che la sua sposa allatta un bambino. Si può essere coinvolti nell’opera del Signore senza intima adesione e partecipazione. Si può pure godere di ciò che nasce dalla fede, con un cuore carnale. La gioia di Abramo per la nascita di Isacco ha un fondamento diverso. Se è vero che un figlio cementa il rapporto trai suoi genitori, Isacco, innanzitutto, lega Abramo a Dio. L’unione con Sara, è meno limpida e cristallina:  non è senza macchia e deve essere distinta e separata dalla comunione con il Signore. Non a caso Isacco è detto figlio di Abramo “nato da lui, che gli aveva partorito Sara”… nacque a lui Isacco, il suo figlio.”
Sara può ben dire: Ho partorito un figlio nella mia vecchiaia; ma soltanto nella carne e per quel che riguarda la carne. Per quanto concerne lo Spirito, Isacco è figlio di Abramo.

8 Crebbe pertanto il bambino e fu svezzato e fece Abramo un grande convivio nel giorno del suo svezzamento.”

Non è riconosciuto a Sara alcun merito per quanto concerne la crescita spirituale di Isacco: si alimenta e si accresce per la fede di Abramo e per grazia di Dio; non porta altra gioia, ma invita anche altri alla gioia che viene dal cielo.

“9 Ma Sara avendo visto il figlio di Agar l’egiziana che giocava, disse ad Abramo: caccia questa schiava e il figlio suo; non sarà infatti erede il figlio della schiava con il figlio mio Isacco. 11 Abramo ritenne duro ciò riguardo a suo figlio.”

In quanto a bontà di cuore, Sara non brilla. E’ gelosa del figlio che Abramo ha avuto da un’altra donna. Teme che sia sminuita l’eredità di Isacco. Non comprende che nella famiglia del Signore c’è posto per tutti e che la ricchezza dei primi è data perché si riversi sugli ultimi. Abramo deve portare un rapporto coniugale tutt’altro che facile: In Sara non c’è comprensione né condivisione dell’opera di Dio.

“12 A lui disse Dio: Non ti sembri aspro riguardo al bambino e riguardo alla tua ancella. Tutte quelle cose che ti avrà detto Sara, ascolta la sua voce, perché in Isacco ti sarà chiamata la discendenza.”

Ancora una volta Dio ci mette una pezza e converte il male in bene. Perché anche chi non è in sintonia con la volontà del Signore può diventare strumento nelle Sue mani, se pur inconsapevole. La storia di Isacco non deve in alcun modo confondersi con quella di Ismaele: quel che viene dal cielo non può convivere e coesistere con quello che viene dalla carne. E’ inevitabile una separazione e una divisione, finchè non verranno tempi nuovi e si avrà una sola nazione e una sola chiesa. La rivelazione comporta innanzitutto una separazione e una divisione da ciò che segue altre vie.

“13 Ma anche il figlio della schiava farò una grande nazione perché egli è tuo seme.”

E’ ribadito ancora una volta l’amore di Dio per tutti i suoi figli. Se l’amore in ultima istanza non fa differenze tra figlio e figlio, in prima istanza, nella sua manifestazione terrena, distingue tra uomo e uomo. Non ci è dato di comprendere l’amore divino nel suo fondamento e nel suo fine, se non percorrendo un cammino guidato, che è distinzione tra bene e male, luce e tenebre. Non si può porre tutti sullo stesso piano, perché non tutti seguono la via indicata dal Signore. E neppure si può dar credito ad ogni parola che ha la pretesa di verità, perché una sola è la Parola di verità. Il discorso della salvezza ha una collocazione storica ben chiara e definita. Non si deve confondere con altre mezze verità e con le vie tentate dall’uomo. O si impara dalla scuola del Signore o si va a scuola dal mondo. Non si comincia facendo confusione, al contrario bisogna fare chiarezza ed escludere un ascolto vero e fondato da un ascolto falso ed ingannevole.


“14 Pertanto si alzò presto Abramo, e prendendo del pane e un otre di acqua pose sulle sue spalle e  consegnò il bambino e la mandò via.”

Soluzione dolorosa, ma inevitabile, per il bene di tutti, a cominciare da colui che viene allontanato dalla comunità degli eletti. Non  ritorna al Padre se non chi si trova perduto.

“Questa essendosi allontanata andava errando nella solitudine di Bersabea.”

Chi si allontana dal Signore perché non ascolta la Sua parola, ben presto si trova nel deserto. Agar è  madre di tutte le genti che, rigettate da Dio, invocano il Salvatore, fuori da Israele e lontano dal popolo eletto.

“15 Ed essendo stata consumata l’acqua nell’otre gettò il bambino sotto uno degli alberi che erano qui.”

Qualsiasi acqua che non sgorga dalla fonte del Signore è destinata ad esaurirsi e a venire meno. C’è chi si rassegna alla morte eterna e non tenta altre vie. “Niente c’è per noi dopo la morte”.  C’è anche l’uomo che non vuole gustare e “vedere” la morte e neppure l’accetta per i propri figli ma cerca la strada per scamparli da essa. Agar getta suo figlio all’ombra di un abete, per salvarlo da un prematuro e precoce destino di morte. Così la Chiesa mette i suoi figli sotto le proprie ali, all’ombra dell’albero della vita. Perché da Cristo e in Cristo si innalzi la loro invocazione di salvezza. Nessuna invocazione di salvezza che dalla Chiesa salga al suo Signore rimane inascoltata e non esaudita. La Chiesa veglia sui suoi figli, a una certa distanza, vedendo e sapendo, ma senza fare invasione.

“16 E se ne andò e sedette lontano dalla zona quanto può l’arco tirare. Disse infatti: non vedrò il bambino moriente, ma sedendo dirimpetto levò la sua voce e pianse.”

Non basta la premura, la sollecitudine e la preghiera della Chiesa perché siamo fatti salvi. Non c’è intervento del Signore dove non c’è pianto per i propri peccati e invocazione disperata di salvezza.

“17 Ma il Signore udì la voce del bambino…”

La preghiera degli altri non sortisce alcun effetto se non quando apre la strada alla nostra preghiera. Non una qualsiasi preghiera esaudisce il Signore, ma quella che è fatta nella sua Chiesa e con la Sua Chiesa. E’ benedetta innanzi tutto la preghiera che nasce in Israele ed è fatta all’ombra creata dal popolo eletto.

“e chiamò l’angelo di Dio Agar dal cielo dicendo: Cosa fai, Agar? Non temere: infatti Dio ha udito la voce del bambino dal luogo in cui è.”
18 Alzati, prendi il bambino e tieni la sua mano perché lo farò una grande nazione.”

Quando un’anima rinasce in Cristo, la Chiesa tutta rinasce con lei ed è chiamata ad allargare il cerchio della propria famiglia, ad afferrare e a tenere ben fermi i suoi figli, perché non cadano di nuovo nelle mani del Satana.

“19 E Dio aprì i suoi occhi: questa vedendo un pozzo d’acqua andò e riempì l’otre e diede da bere al bambino.”

Se la Chiesa vede e, quando vede, è solo per grazia di Dio. Niente e nessuno è veduto nella Chiesa se non Cristo Gesù, fonte di acqua viva. Non  c’è altra pienezza da cui attingere, non solo per noi ma anche per i nostri figli.

“20 E fu con lui che crebbe e dimorò in solitudine, e divenne giovane tiratore d’arco.”

Tutti coloro che invocano il nome del Signore trovano alimento per il loro cuore e speranza di vita eterna. Non ogni speranza in Dio si colloca nello stesso tempo e nello stesso luogo. E non tutti entrano subito nella Chiesa. Dapprima è chiamato Isacco che è Israele, poi Ismaele che è figura dei Gentili. Benché le genti siano generate prima di Israele, entrano dopo.   Se la Chiesa è Isacco, Chiesa è pure Ismaele, ogni volta che invoca la salvezza che viene dal cielo. C’è una chiesa geograficamente collocata e definita, vi è anche una chiesa che vive per un tempo nel deserto. Non ha una sua chiara collocazione, eppure vive e si alimenta dello stesso cibo; alla fine sarà ammessa a far parte della Gerusalemme celeste.
“21 Abitò nel deserto di Faran e sua madre gli prese una moglie dalla terra d’Egitto.”

La chiesa che viene dai Gentili non ha la purezza del popolo eletto. Non conosce l’unico ed eterno sposo, né la fertile ricchezza della Parola rivelata, ma non  è rigettata dal Signore. Cresce a suo modo, in maniera “selvatica”; non per questo è chiusa la porta della salvezza.
Mi dirai che Paolo interpreta diversamente la figura di Ismaele. Così in Galati 4,21-31.
“Ditemi, voi che volete essere sotto la legge: non sentite la legge? E’ scritto infatti che Abramo ebbe due figli, uno dalla schiava e uno dalla libera. Ma l’uno dalla schiava è nato secondo la carne, l’altra dalla libera grazie alla promessa. Le quali cose sono dette allegoricamente: esse sono infatti due alleanze, l’una in realtà dal monte Sinai generante per la schiavitù , che è Agar. Ora Agar che rappresenta il monte Sinai è in Arabia; corrisponde appunto alla Gerusalemme di adesso; infatti è schiava con i suoi figli. Invece la Gerusalemme di lassù è libera, la quale è nostra madre. E’ scritto infatti: Rallegrati, sterile, tu che non generi, erompi e grida, tu che non soffri i dolori del parto; perché sono molti i figli dell’abbandonata più che dell’avente marito. Voi ora, fratelli, siete figli della promessa secondo Isacco. Ma come un tempo il nato secondo la carne perseguitava quello secondo lo Spirito, così anche ora. Ma cosa dice la Scrittura? Scaccia la schiava e suo figlio; infatti il figlio della schiava non  erediterà con il figlio della libera. Perciò fratelli, non siamo figli della schiava, ma della libera”. 
Ogni lettura che sia “in immagine” non esclude altre interpretazioni secondo la stessa immagine. Abbiamo visto più volte che la Scrittura ci offre “figure” che si possono intendere diversamente. Secondo Paolo Agar rappresenta la “Gerusalemme di adesso”, cioè la chiesa nata dalla Legge, che ha rifiutato il Cristo e che per questo è stata scacciata dalla casa del Padre. Il ripudio di Agar e del figlio da lei generato ha connotati negativi. Non entrano nella Gerusalemme celeste se non coloro che sono figli della promessa, come Isacco. Ma chi è un ripudiato, non è ancora escluso dall’amore di Dio. E’ possibile una riconversione ed un ritorno alla casa del Padre per tutti coloro che  invocano la salvezza che viene dal cielo. Così il popolo della Legge, allontanato dalla patria celeste, dopo che ha perseguitato e rigettato il figlio della promessa, trova ancora aperta la via del ritorno. Si tratta di una semplice possibilità, che non diventa attuale per tutti, ma semplicemente per chi vuol ritornare a Cristo. E’ irrilevante chiedersi come è finita o come finirà per Agar ed Ismaele. Giova sapere che anche per loro c’è stata una benedizione dal cielo, per un  ritorno e per  una salvezza eterna. Tutti coloro che  sono fuori della Chiesa possono ben entrare o rientrare in essa. Dapprima sono ammessi gli Ebrei ed esclusi i Gentili, poi al contrario sono ammessi i Gentili ed estromessi gli Ebrei. Ma non si può farne una verità assoluta. Perché la salvezza è per tutti i popoli: per Israele, ma anche per chi Israele non è. Tutto ciò che è visto e considerato nel tempo e col tempo non si può considerare definitivo nella sua proiezione eterna. In ogni momento ci può essere un capovolgimento di fronte e di prospettiva. I primi diventano gli ultimi e gli ultimi diventano i primi; ciò non esclude che i primi ritornino ad essere primi e gli ultimi ultimi.
Se noi leggiamo le figure di Agar-Ismaele in una logica del prima Israele, ci sembra più fondato intendere che esse rappresentano tutte le genti che, dapprima escluse da una paternità che è solo per il popolo eletto, sono alla fine riammesse nella casa del Padre. Se noi intendiamo le stesse figure secondo l’attualità del dopo Israele è fondata l’interpretazione di Paolo che vede in Agar la Chiesa della Legge, allontanata dalla casa del Padre allorché rifiuta e perseguita chi è Figlio della promessa. Al riguardo va pure sottolineato che le versioni dei Settanta e la Vulgata dicono che Ismaele “giocava” con Isacco. Nel testo Ebraico è scritto invece che Ismaele “derideva” Isacco. In alcune versioni dei Settanta si dice ancor più e ancor oltre che “lottava” con il fratello.

“22 Nello stesso tempo disse Abimelech e Phicol capitano del suo esercito ad Abramo: Dio è con te in tutte le cose che fai. 23 Giura dunque per il Signore di non fare male a me e ai miei posteri e alla mia stirpe, ma  secondo la misericordia che ho fatto a te, farai a me e alla terra in cui hai soggiornato straniero. 24 E disse Abramo: Io lo giuro. 25 E si lamentò con Abimelech a causa di un pozzo d’acqua che con la forza avevano preso i suoi servi. 26 E rispose Abimelech: Non ho saputo chi abbia fatto questa cosa; ma  anche tu non me lo hai detto e io non ho sentito se non oggi.
27 Prese dunque Abramo delle pecore e dei buoi e li diede ad Abimelech e fecero ambedue un patto. 28 E Abramo pose sette agnelle del suo gregge da una parte. 29 A lui disse Abimelech: Che vogliono dire queste sette agnelle che hai fatto stare da parte? 30 Ma quello disse: Sette agnelle riceverai dalla mia mano, perché siano a me di testimonianza che io ho scavato questo pozzo. 31 Per questo quel luogo fu chiamato Bersabea; perché qui l’un l’altro giurarono 32 e fecero un patto per il pozzo del giuramento.”

Nei testi che abbiamo letto si parla spesso di giuramento. Ogni giuramento porta di per sé non solo una  promessa ma anche una garanzia riguardo all’adempimento di questa promessa. Se è Dio che giura sul suo nome: niente di male. Benché il Signore non abbia bisogno di giurare, in quanto è in suo potere fare quello che dice e dire quello che fa, può tuttavia giurare per confortare e confermare l’uomo che ripone fiducia in Lui. In quanto al giuramento dell’uomo verso l’uomo o dell’uomo verso Dio le cose si complicano di molto: perché l’uomo non può affatto garantire né riguardo alla propria volontà né riguardo alla propria potenza. Non solo la volontà è dissociata dalla potenza, nel senso che non sempre si può fare ciò che si vuole fare, ma neppure è garantita una volontà fondata e non soggetta a pentimento e a ravvedimento. Il fatto che nell’Antico Testamento si giuri spesso, da un lato mostra una presunzione di giustizia che l’uomo ha riguardo a se stesso, dall’altro lato però nasconde e sottintende la consapevolezza seppur inconscia che dell’uomo non ci si può proprio fidare. Si invoca il castigo divino qualora il patto non sia rispettato: con questo  si riconosce una giusta condanna per una inadempienza di cui si è responsabili. Da un lato c’è una presunzione di giustizia propria che invoca il confronto con Dio, dall’altro però c’è la consapevolezza nascosta che in definitiva nessuno può garantire di se stesso se non  è garantito da Dio. Ogni giuramento porta con sé l’ambiguità di una parola che confida in se stessa, ma nello stesso tempo chiede di essere confortata da Dio. L’ambivalenza e l’ambiguità del cuore umano è superata solo dal Cristo ed in virtù del Cristo: per questo ci è detto di non giurare mai, né per il cielo né per la terra, perché ormai è giunta la vita nuova quella che non è garantita dall’uomo ma dal Figlio di Dio.

“33 E si alzò Abimelech e Phicol capitano del suo esercito e tornarono nella terra di Palestina. Abramo poi piantò una selva in Bersabea e invocò qui il nome del Signore Dio eterno e fu forestiero della terra dei Filistei per molti giorni.”
Anche nel giuramento Abramo è diverso dagli altri uomini. Abimelech giura e se ne va pago della parola avuta e fiducioso nella parola data; Abramo pianta un campo ( Settanta ), una selva ( Vulgata ) al “Pozzo del giuramento” ( Settanta ) in Bersabea ( Vulgata ), perché da questo luogo salga una preghiera incessante al nome del Signore. Solo Dio può dare fondamento alla parola dell’uomo e garantire per essa, in virtù della grazia che dona a tutti coloro che invocano il suo nome. Non c’è giuramento vero se non nella consapevolezza della propria miseria e in uno spirito di preghiera perenne al Signore. Nel confronto tra Abramo ed Abimelech, Abramo ne esce vincitore. Entrambi mostrano di avere timore di Dio.
“Dio con te in tutto ciò che tu faccia.” Abimelech non crede in una vita senza Dio; nello stesso tempo però dimostra molta fiducia nella propria giustizia, che reputa superiore a quella degli altri.
“23 Giura dunque per il Signore di non fare male a me e ai miei posteri e alla mia stirpe, ma  secondo la misericordia che ho fatto a te, farai a me e alla terra in cui hai soggiornato straniero.”
Abimelech ha trovato Abramo in peccato e si crede diverso e migliore di lui, chiede fedeltà a se stesso e rispetto per la propria persona. Abramo si abbassa al suo piano, ma solo per confonderlo riguardo alle sue “ragioni”. Vi è una giustizia che è solo apparente e che si può facilmente confutare.
“25 E si lamentò con Abimelech a causa di un pozzo d’acqua che con la forza avevano preso i suoi servi.”
Alla fine dei conti, allorché tutto è pesato davanti a Dio, e si discute riguardo alla fonte dell’acqua che dà la vita, Abramo, l’ingiusto, finisce per essere il giusto, viceversa Melchisedech viene confutato nelle proprie ragioni e si dimostra che è ingiusto. Per quel che riguarda la propria “servitù” Abramo ha le idee più chiare e se ne intende di più di Abimelech: sa bene quello che  gli appartiene e quello che non gli appartiene . Si può essere l’eccezione per quel che riguarda il peccato (“un’azione, che nessuno mai farebbe, hai fatto a me”), e nel contempo si può essere l’eccezione per quel che riguarda la giustizia che viene dall’umile confessione della propria colpa e dalla consapevolezza della propria schiavitù.
Abimelech ed Abramo vivono entrambi nella “schiavitù” dei figli di Adamo, ma con capacità di giudizio e di discernimento molto diverse. Abimelech non contraddice le ragioni di Abramo e questo depone a suo favore davanti a Dio, ma rimane l’incognita del dopo.
“33 E si alzò Abimelech e Phicol capitano del suo esercito e tornarono nella terra di Palestina.
Ritorna Abimelech alla vita di un tempo, dopo essersi alzato: non ci è detto se è rimasto in una novità di luce. Al contrario
Abramo poi piantò una selva in Bersabea e invocò qui il nome del Signore Dio eterno e fu forestiero della terra dei Filistei per molti giorni.”
Stessa terra e stessa vita, per molti giorni, ma solo in apparenza.

 

Cap. 19


Cap. 19
Dai Settanta
1 Giunsero poi i due angeli di sera: Lot intanto sedeva presso la porta di Sodoma e, a quella vista, Lot si alzò incontro a loro e si prostrò col volto a terra 2 e disse:  “Ecco, signori, accondiscendete a venire in casa del vostro servo e pernottate e lavate i vostri piedi e all’alba vi leverete per riprendere la vostra via”. E dissero: “No, bensì nella piazza pernotteremo”. 3 Ma con insistenza li costrinse e accondiscesero ad andare da lui ed entrarono nella sua casa. E fece loro un banchetto, e azzimi cosse per loro, e mangiarono. 4 Prima che si fossero coricati, proprio gli uomini di quella città, i sodomiti, accerchiarono la casa, dal più giovane fino al più vecchio, tutto il popolo insieme. 5 E chiamavano fuori Lot e gli dicevano: “Dove sono quegli uomini che sono entrati da te questa notte? Conducili fuori, da noi, affinché ci uniamo con loro”. 6 Uscì Lot verso di loro sulla soglia, ma la porta la richiuse dietro di sé. 7 E disse loro: “No assolutamente, fratelli, non fate questa azione malvagia. 8 Io ho due figlie, che non hanno conosciuto uomo; condurrò fuori loro, da voi, e usatele nella misura che vi piace; solo, verso questi uomini non fate niente di ingiusto, per il fatto che sono entrati sotto la protezione delle travi del mio tetto”. 9 Ma dissero: “Vattene di qui! Sei solo venuto di passaggio; vuoi forse fare anche da giudice? Perciò, adesso, te tratteremo male più che quelli”. E spingevano molto violentemente quell’uomo, Lot, così da arrivare quasi a sfracellare la porta. 10 Ma, stese le mani, gli uomini trassero dentro Lot a sé, nella sua casa, e la porta della casa richiusero; 11 e gli uomini che erano presso la porta della casa colpirono di cecità, dal più piccolo al più grande, così che si stancarono di cercare la porta. 12 Dissero poi quegli uomini a Lot: “Hai tu qui qualcuno, generi o figli o figlie? Oppure, se hai qualchedun altro in questa città, conducili fuori da questo luogo, 13 perché sopprimiamo noi questo luogo, poiché si è innalzato il loro grido davanti al Signore e ha mandato noi il Signore a ridurlo in polvere”. 14 Uscì Lot e parlò ai suoi generi, che avevano preso le sue figlie, e disse: “Alzatevi e uscite da questo luogo, perché riduce in polvere, il Signore, la città”. Ma sembrò scherzare agli occhi dei suoi generi. 15 Quando però venne l’alba, con insistenza fecero fretta gli angeli a Lot dicendo: “Alzati, prendi la tua sposa e le tue due figlie, che hai, ed esci, per non andare in rovina con le iniquità della città”. 16 Ne furono sconvolti. E afferrarono gli angeli la sua mano e la mano della sua sposa e le mani delle sue due figlie, poiché il Signore lo risparmiava. 17 E avvenne, quando li ebbero condotti fuori, che dissero: Salva al sicuro la tua vita; non volgere lo sguardo all’indietro e non fermarti in nessuna parte del circondario; sul monte salvati, per non essere preso insieme con gli altri”. 18 E disse Lot a loro: “Ti prego, Signore: 19 poiché ha trovato il tuo servo misericordia davanti a te e hai magnificato la tua giustizia nei miei confronti, così che viva l’anima mia – io tuttavia non potrò salvarmi sul monte, che non mi afferrino delle sventure e muoia –, 20 ecco che quella città è vicina, così che io possa rifugiarmici, ed è piccola; là mi salverò; non è forse piccola? E vivrà l’anima mia”. 21 E gli disse: “Ecco che ho tenuto conto della tua persona e considerato questa parola, così da non abbattere la città di cui hai parlato. 22 Affrettati dunque a salvarti là, poiché non potrò fare nulla finché tu non sia entrato colà”. Per questo chiamò quella città col nome di Segor. 23 Il sole uscì sulla terra, e Lot entrò in Segor.24 E fece il Signore piovere su Sodoma e Gomorra zolfo e fuoco da parte del Signore dal cielo. 25 E devastò queste città e tutto il circondario e tutti gli abitanti di quelle città e tutto ciò che spuntava dalla terra. 26 E guardò, sua moglie, all’indietro e divenne colonna di sale. 27 Si destò poi Abramo di buon mattino proteso al luogo, dove era stato davanti al Signore, 28 e guardò dall’alto sulla superficie di Sodoma e Gomorra e sulla superficie della terra circostante e vide, ed ecco saliva una fiamma dalla terra come il fumo di una fornace. 29 E avvenne, mentre riduceva in polvere il Signore tutte le città del circondario, che si ricordò Dio di Abramo e mandò via Lot, fuori dalla catastrofe, mentre condannava alla catastrofe il Signore quelle città, là dove aveva abitato Lot. 30 E risalì Lot da Segor e sedette sul monte e le sue due figlie con lui. Aveva timore infatti di dimorare in Segor e si mise ad abitare in una grotta, lui e le sue due figlie con lui. 31 Disse allora la più anziana alla più giovane: “Nostro padre è anziano, e nessuno vi è sulla terra, che possa entrare da noi, come si conviene per tutta la terra. 32 Vieni, e facciamo bere a nostro padre del vino e corichiamoci con lui e facciamo sorgere da nostro padre un seme”. 33 E fecero bere al loro padre del vino in quella notte, e lui non se ne accorse quando lei si coricò e quando si alzò. 34 E avvenne l’indomani che dicesse la più anziana alla più giovane: “Ecco, mi sono coricata ieri con nostro padre: facciamogli bere vino anche questa notte e tu entra a coricarti con lui e faremo sorgere da nostro padre un seme”. 35 Fecero quindi bere anche in quella notte al loro padre vino, ed entrata la più giovane, si coricò con suo padre, e lui non se ne accorse quando lei si coricò e quando si alzò. 36 E concepirono le due figlie di Lot dal loro padre. 37 E partorì la più anziana un figlio e lo chiamò col nome di Moab dicendo: “Dal padre mio”: questi, padre dei moabiti fino al giorno d’oggi. 38 Partorì poi anche la più giovane un figlio e lo chiamò col nome di Amman, figlio della mia stirpe: questi, padre degli ammaniti fino al giorno d’oggi.

Vulgata
Venerunt duo angeli Sodomam vespere sedente Loth in foribus civitatis qui cum vidisset surrexit et ivit obviam eis adoravitque pronus in terra
2 et dixit obsecro domini declinate in domum pueri vestri et manete ibi lavate pedes vestros et mane proficiscimini in viam vestram qui dixerunt minime sed in platea manebimus
3 conpulit illos oppido ut deverterent ad eum ingressisque domum illius fecit convivium coxit azyma et comederunt
4 prius autem quam irent cubitum viri civitatis vallaverunt domum a puero usque ad senem omnis populus simul
5 vocaveruntque Loth et dixerunt ei ubi sunt viri qui introierunt ad te nocte educ illos huc ut cognoscamus eos
6 egressus ad eos Loth post tergum adcludens ostium ait
7 nolite quaeso fratres mei nolite malum hoc facere
8 habeo duas filias quae necdum cognoverunt virum educam eas ad vos et abutimini eis sicut placuerit vobis dummodo viris istis nihil faciatis mali quia ingress sunt sub umbraculum tegminis mei
9 at illi didixerunt recede illuc et rursus ingressus es inquiunt ut advena numquid ut iudices te ergo ipsum magis quam hos adfligemus vimque faciebant Loth vehementissime iam prope erat ut refringerent fores
10 et ecce miserunt manum viri et introduxuerunt ad se Loth cluseruntque ostium
11 et eos qui erant foris percusserunt caecitate a minimo usque ad maximum ita ut ostium invenire non possent
13 dixerunt autem ad Loth habes hic tuorum quempiam generum aut filios aut filias  omnes qui tui sunt educ de urbe hac
13 delebimus enim locum istum eo quod increverit clamor eorum coram Domino qui misit nos ut perdamus illos
14 egressus itaque Loth locutus est ad generos suos qui accepturi erant filias eius et dixit surgite egredimini de loco isto quia delebit Dominus civitatem hanc et visus est eis quasi ludens loqui
15 cumque esset mane cogebant eum angeli dicentes surge et tolle uxorem tuam et duas filias quas habes ne et tu pariter pereas in scelere civitatis
16 dissimulante illo adprehenderunt manum eius et manum uxoris ac duarum filiarum eius eo quod parceret Dominus illi
17 et eduxerunt eum posueruntque extra civitatem ibi locutus est ad eum  salva animam tuam noli respicere post tergum nec stes in omni circa regione sed in monte salvum te fac ne et tu simul pereas
18 dixitque Loth ad eos quaeso Domine mi
19 quia invenit servus tuus gratiam coram te et magnificasti misericordiam tuam quam fecisti mecum ut salvares animam meam nec possum in monte salvari ne forte adprehendat me malum et moriar
20 est civitas haec iuxta ad quam possum fugere parva et salvabor in ea numquid non modica est et vivet anima mea
21 dixitque ad eum ecce etiam in hoc suscepi preces tuas ut non subvertam urbem pro qua locutus es
22 festina et salvare ibi quia non potero facere quicquam donec ingrediaris illuc idcirco vocatum est nomen urbis illius Segor
23 sol egressus est super terram et Loth ingressus est in Segor
24 igitur Dominus pluit super Sodomam et Gomorram sulphur et ignem a Domino de caelo
25 et subvertit civitates has et omnem circa regionem universos habitatores urbium et cuncta terrae virentia
26 respiciens uxor eius post se versa est in statuam salis
27 Abraham autem consurgens mane ubi steterat prius cum Domino
28 intuitus est Sodomam et Gomorram et universam terram regionis illius viditque ascendentem favillam de terra quasi fornacis fumum
29 cum enim subverteret Deus civitates regionis illius recordatus est Abrahae et liberavit Loth de subversione urbium in quibus habitaverat
30 ascenditque Loth de Segor et mansit in monte duae quoque filiae eius cum eo timuerat enim manere in Segor et mansit in spelunca ipse et duae filiae eius
31 dixitque maior ad minorem pater noster senex est et nullus virorum remansit in terra qui possit ingredi in nos iuxta morem universae terrae
32 veni inebriemus eum vino dormiamusque cum eo ut servare possimus ex patre nostro semen
33 dederunt itaque patri suo bibere vinum nocte illa et ingressa est maior dormivitque cum patre at ille non sensit necquando accubuit filia nec quando surrexit
34 altera quoque die dixit maior ad minorem ecce dormivi heri cum patre meo demus ei bibere vinum etiam hac nocte et dormies cu meo ut salvemus semen de patre nostro
35 dederunt et illa nocte patri vinum ingressaque minor filia dormivit cu meo et nec tunc quidem sensit quando concubuerit vel quando illa surrexerit
36 conceperunt ergo duae filiae Loth de patre suo
37 peperitque maior filium et vocavit nomen eius Moab ipse est pater Moabitarum usque in presentem diem
38 minor quoque peperit filium et vocavit nomen eius Ammon id est filius populi mei ipse est pater Ammonitarum usque hodie

Traduzione Vulgata
E vennero i due angeli a Sodoma, di sera, e sedendo Lot  alla porta della città. Questi avendoli visti, si alzò e andò incontro a loro: e adorò prostrato per terra 2 e disse: Prego o Signori, venite alla casa del vostro servo e rimanete qui. Lavate i vostri piedi e  domani partirete per la vostra via. Questi dissero: No, ma staremo nella piazza. 3 Spinse quelli nella città perché andassero da lui ed entrati nella sua casa fece un banchetto e cosse del pane senza lievito e mangiarono. 4 Ma prima che essi andassero a letto, gli uomini della città assediarono la casa, dal fanciullo fino al vecchio, tutto il popolo insieme. 5 E chiamarono Lot e gli dissero: Dove sono gli uomini che entrarono presso di te di notte? Conducili qui, affinchè li conosciamo. 6 Uscito da loro Lot, chiudendo dietro a sé la porta, disse: “ Non vogliate, di grazia, fratelli miei , non vogliate fare questo male. 8 Ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo: condurrò loro a voi ed abuserete di loro come vi piacerà, purchè non facciate niente di male a questi uomini, poiché sono entrati sotto l’ombra del mio tetto. 9 Ma quelli dissero: Spostati in là. E di nuovo: Sei entrato, dicono, come straniero, sarai tu giudice? Te dunque affliggeremo più di quelli. E facevano violenza fortemente a Lot e già era vicino che sfondassero la porta. 10 Ed ecco misero la mano gli uomini ed introdussero Lot in casa e chiusero la porta. 11 e percossero quelli che erano fuori con la cecità dal più piccolo fino al più grande, cosi che non potevano trovare la porta. 12 E dissero a Lot: Hai qui alcuno dei tuoi, genero, o figli, o figlie? Tutti quelli che sono tuoi conducili via da questa città. 13 Infatti distruggeremo questo luogo perché il loro clamore è cresciuto davanti a Dio, che mandò noi perché facciamo perire quelli. 14 Pertanto uscì Lot, parlò ai suoi generi che stavano per prendere le sue figlie e disse: Alzatevi, uscite da questo luogo, poiché distruggerà il Signore questa città. E sembrò loro come se parlasse per scherzo. 15 Ed essendo mattina, lo costringevano gli angeli, dicendo: Alzati, prendi tua moglie e le due figlie che hai perché anche tu allo stesso modo non perisca nella scelleratezza della città. 16 Ed indugiando lui  afferrarono la sua mano e la mano della moglie e delle due figlie perché il Signore lo risparmiasse. 17 E lo condussero fuori e lo posero fuori dalla città e qui parlarono a lui dicendo: Salva la tua anima, non guardare indietro e non stare in tutta la regione intorno, ma sul monte salvati, perché anche tu non perisca. 18 E disse Lot a loro. Di grazia Signore mio, 19 poiché ha trovato il tuo servo grazia davanti a te e hai fatto grande la tua misericordia che hai fatto a me per salvare la mia anima e non posso salvarmi sul monte perché per caso un malore non mi prenda e muoia. 20 Vi è questa città vicina, alla quale posso fuggire, piccola, e sarò salvo in essa. Non è essa di modeste dimensioni e non vivrà l’anima mia? 21 E disse a lui: Ecco anche in questo ho accolto le tue preghiere perché non distrugga la città in favore della quale hai parlato. 22 Affrettati e salvati colà, perché non potrò fare nulla finchè tu non sia entrato là. Per questo fu chiamato il nome di quella città Segor. 23 Il sole si alzò sopra la terra e Lot entrò in Segor. 24 Pertanto il Signore piovve sopra Sodoma e Gomorra, zolfo e fuoco dal Signore dal cielo. 25 E distrusse queste città e tutta la regione intorno , tutti gli abitanti delle città e tutto il verde della terra. 26 E guardando dietro a sé sua moglie fu trasformata in una statua di sale. 27 Ma Abramo alzandosi presto al mattino, dove era stato prima con il Signore, 28 volse lo sguardo verso Sodoma e Gomorra e tutta la terra di quella regione e vide una fiamma che saliva dalla terra come il fumo di una fornace. 29 Infatti sovvertendo Dio le città di quella regione, si ricordò di Abramo, liberò Lot dallo sterminio delle città nelle quali aveva abitato. 30 E salì Lot da Segor, e rimase sul monte, anche le due figlie sue con lui: aveva temuto infatti a rimanere in Segor e rimase in una grotta e le due figlie con lui. 31 E disse la maggiore alla minore: Il padre nostro è vecchio, e nessun degli uomini è rimasto sopra la terra che possa entrare da noi secondo la consuetudine di tutta la terra. 32 Vieni, ubriachiamolo col vino, e dormiamo con lui, perché possiamo salvare dal padre nostro il seme. 33 Diedero pertanto al loro padre da bere del vino quella notte. E la maggiore entrò e dormì con il padre: ma quello non si accorse né quando la figlia si pose a letto né quando si alzò. 34 Il giorno dopo disse la maggiore alla minore: Ecco ieri ho dormito con mio padre: diamogli da bere vino anche questa notte, e dormiamo con lui, affinchè salviamo il seme dal padre nostro. 35 Anche quella notte diedero vino da bere a loro padre, ed entrata la figlia minore dormì con lui e neppure allora si accorse, quando si pose a giacere o quando quella si alzò. 36 Concepirono dunque le due figlie di Lot da loro padre. E partorì la maggiore un figlio e lo chiamò Moab: lo stesso è padre dei Moabiti fino ad oggi. 38 Anche la minore partorì un figlio e lo chiamò Ammon, cioè figlio del mio popolo, lo stesso è padre degli Ammoniti fino ad oggi.

“E vennero i due angeli a Sodoma, di sera, e sedendo Lot  alla porta della città. Questi avendoli visti, si alzò e andò incontro a loro: e adorò prostrato per terra. 2 e disse:”…
La visita del Signore può arrivare  nel tempo e nell’ora meno opportuni: quando si fa sera e si è tentati di abbassare il livello di guardia e di attenzione, presi dalla stanchezza per il lavoro della giornata. Lot siede ancora presso la porta di questa città terrena,  ed è soltanto in virtù di questo suo sedere e permanere nell’attesa che si trova pronto ad accogliere chi viene dal cielo. Nessuna novità di vita può venire da chi esce, ma soltanto da chi entra. Il rapporto di Lot con Sodoma è tutt’altro che facile e pacifico. Preferisce vivere ai margini, vicino alla porta, con lo sguardo rivolto a quelli che entrano. E soltanto per questo ed in virtù di questo, vede volti di una vita nuova e diversa. La visita del Signore ravviva la fiamma della speranza; si alza da un’attesa apparentemente inerte ed infruttuosa e si prostra davanti al Signore e finalmente può parlare con Lui ed invitarlo nella sua casa. Benché la fede di Lot appaia immatura, non ha smarrito il senso della paziente attesa e della vigilanza. È scesa a compromesso coi figli delle tenebre, ma ha lasciato libero il campo a chi viene dal cielo. In verità, per accoglierlo nella propria casa e non per seguirlo verso un’altra dimora.

“Prego o Signori, venite alla casa del vostro servo e rimanete qui. Lavate i vostri piedi e  domani partirete per la vostra via. Questi dissero: No, ma staremo nella piazza”.
La fede di Lot, benché aperta al divino che viene dal cielo, ha i piedi su questa terra e non sembra disponibile ad un qualsiasi trasloco. Entri pure il Signore nella mia casa terrena per trovare in essa riparo e sollievo alla stanchezza. Domani all’alba si alzerà per riprendere la sua via. Così l’uomo che ha fede in Dio, ma soltanto perché visiti e benedica la sua casa terrena. In quanto ad abbandonare tutto per seguire il Signore, neppure riesce ad immaginarlo. Il primo approccio con il Signore è già uno scontro. Gli angeli vogliono tirare Lot dalla parte del piano di Dio, Lot vuol tirare gli angeli dalla parte del proprio piano. Quando l’uomo ha già un suo progetto di vita, il messaggio di Dio non viene recepito prontamente ed il Signore deve pazientare e mostrarsi condiscendente verso un amore zelante ma poco illuminato.

“3 Spinse quelli nella città perché andassero da lui ed entrati nella sua casa fece un banchetto e cosse del pane senza lievito e mangiarono”.
Non c’è pazienza e condiscendenza divina che non si prolunghi ad oltranza. Dio sa aspettare, per amore dell’uomo che gli fa pressione; Il Satana non perde tempo e mette alle strette chi ama indugiare nella festa, quando non è tempo di festa, ma di guerra.

“4 Ma prima che essi andassero a letto, gli uomini della città assediarono la casa, dal fanciullo fino al vecchio, tutto il popolo insieme”.
Lot deve finalmente misurarsi con il suo nemico e guardare in faccia la realtà. Se prima si era illuso di poter servire a due padroni e di poter accogliere Dio nella propria casa andando a braccetto con gli uomini di questo mondo, ora l’incantesimo è rotto. Tutti, nessuno escluso, sono contro di lui, e questo proprio nel momento in cui manifestamente il suo cuore si palesa per Dio. Lot è costretto ad uscire dalla sua tana. Il gioco non può continuare se non a carte scoperte.

“5 E chiamarono Lot e gli dissero: Dove sono gli uomini che entrarono presso di te di notte? Conducili qui, affinchè li conosciamo. 6 Uscito da loro Lot, chiudendo dietro a sé la porta, disse: “ Non vogliate, di grazia, fratelli miei , non vogliate fare questo male. 8 Ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo: condurrò loro a voi ed abuserete di loro come vi piacerà, purché non facciate niente di male a questi uomini, poiché sono entrati sotto l’ombra del mio tetto”.
Mentre Lot si è unito al Signore per rendergli onore, i Sodomiti manifestano la volontà di unirsi a Dio solo per disonorarlo e per gettare nel fango il suo nome e per imbrattarlo con le sozzure  del  peccato. Lot ancora una volta evita lo scontro frontale e tenta di risolvere il problema in modo diverso. Pecchino pure i Sodomiti contro il frutto della sua carne, non pecchino contro Dio.
Allo stesso modo chi annuncia la parola del Signore non sempre ha la forza e la franchezza di un messaggio senza compromessi, ma cerca di concedere qualcosa al peccato di chi non crede. Con ciò appare ancor di più un bugiardo, non solo agli occhi di Dio, ma anche a quelli degli uomini.

9 Ma quelli dissero: Spostati in là. E di nuovo: Sei entrato, dicono, come straniero, sarai tu giudice? “
Il mondo non accetta chi vive tra gli uomini come di passaggio e vuol fare da giudice. Con quale autorità Lot  fa da maestro, un uomo che ha il cuore doppio e non tiene in stima ed in onore neppure le proprie figlie? Cosa mai nasconde  il suo attaccamento allo straniero?

“Te dunque affliggeremo più di quelli.”
È ora di farla finita non solo con lo straniero, ma ancor prima con chi lo difende e protegge. Quando Dio è un estraneo agli occhi dell’uomo, nessun dialogo e nessun confronto è possibile. Meglio darsela a gambe levate, per non essere contaminati dal peccato degli empi. Se la vedano con Dio quelli che non fanno la Sua volontà!

“E facevano violenza fortemente a Lot e già era vicino che sfondassero la porta”.
Manca poco che Lot soccomba al suo pacifismo assai poco illuminato e per nulla gradito a Dio.
Dio non ha bisogno delle palizzate che noi innalziamo a sua difesa contro gli empi e neppure delle armi della nostra ragione. È vero esattamente il contrario: Se non fosse per il Suo intervento saremmo proprio perduti e periremmo nel confronto col mondo. Lot dà una mano a Dio per aiutarlo e non per essere aiutato. Le cose si mettono veramente male. Per grazia di Dio gli angeli stendono le loro mani verso Lot e lo tirano “dentro” di forza… nella chiesa del Padre. E chiudono la porta. Se è vero che non si deve mai chiudere la porta della Chiesa è vero anche il contrario:  bisogna tenerla ben chiusa, perché nessuna parola degli empi possa entrare in essa. Una Chiesa che ha la porta sfracellata è come se non l’avesse: dà accoglienza a tutti, ma è pure saccheggiata da tutti. Vero guardiano è solo Cristo: solo Lui tiene aperto a chi può entrare e chiude a chi deve restare fuori. Chi fa come Lot, rischia di brutto. Vuol decidere lui se è il caso di aprire o di tenere chiuso. Poco manca che la porta della casa venga sfondata dagli uomini senza Dio. Meglio lasciar fare al Signore e non credere troppo al lume della nostra fede e del nostro amore.
“10 Ed ecco misero la mano gli uomini ed introdussero Lot in casa e chiusero la porta. 11 e percossero quelli che erano fuori con la cecità dal più piccolo fino al più grande, cosi che non potevano trovare la porta”.
Quando l’uomo ha la pretesa di portare luce, Dio porta la cecità più completa. Non si cerca la porta della Chiesa per fare violenza al Signore. Lot si illude che sia in suo potere porre un freno al peccato del mondo: ha torto. Coloro che  vogliono unirsi al Signore con cuore impuro e perverso andranno avanti nel loro folle proposito;  si fermeranno soltanto perché colpiti dalla mano del Signore, sopraffatti dalla stanchezza. Dio non si concede  loro. Molto si daranno da fare, ma  senza la luce che viene dal cielo, ben presto sceglieranno altre strade ed altre violenze.
“12 E dissero a Lot: Hai qui alcuno dei tuoi, genero, o figli, o figlie? Tutti quelli che sono tuoi conducili via da questa città. 13 Infatti distruggeremo questo luogo perché il loro clamore è cresciuto davanti a Dio, che mandò noi perché facciamo perire quelli”.
Quando si ama qualcuno non si può non amare chi da esso è amato. Il Signore vuol risparmiare tutti coloro che stanno vicino a Lot e sono cari al suo cuore. Un’ingiustizia, dirai tu, ed un privilegio ingiustificato, dato agli uni e negato agli altri. In verità, non vi è predilezione alcuna che non trovi la sua verifica e che non cerchi un’adesione intima e responsabile. Il vantaggio è solo iniziale, ma deve essere mantenuto da una scelta libera e consapevole. Chi è messo di forza sulla strada della salvezza, ben presto viene meno, o neppure comincia il cammino.

“14 Pertanto uscì Lot, parlò ai suoi generi che stavano per prendere le sue figlie e disse: Alzatevi, uscite da questo luogo, poiché distruggerà il Signore questa città. E sembrò loro come se parlasse per scherzo. 15 Ed essendo mattina, lo costringevano gli angeli, dicendo: Alzati, prendi tua moglie e le due figlie che hai perché anche tu allo stesso modo non perisca nella scelleratezza della città. 16 Ed indugiando lui  afferrarono la sua mano e la mano della moglie e delle due figlie perché il Signore lo risparmiasse.”
Di fronte ad una fede piuttosto pigra ed incerta il Signore è costretto ad insistere, a far fretta e a mettere paura. Non basta, deve prendere Lot e i suoi familiari di forza: afferra le loro mani e conduce fuori.

“17 E lo condussero fuori e lo posero fuori dalla città e qui parlarono a lui dicendo: Salva la tua anima, non guardare indietro e non stare in tutta la regione intorno, ma sul monte salvati, perché anche tu non perisca.”
Se Dio ha fatto il più, qualcosa resta da fare anche all’uomo. La salvezza è un dono del Signore, ma impegna chi è eletto per la sua parte e chiede adesione e collaborazione: non un qualsiasi operare, ma quello illuminato e guidato dall’ascolto della Parola. La Parola del Signore ha una sua ricchezza e complessità formale, si diversifica in rapporto ai tempi e alle persone: nella sostanza dice sempre le medesime cose. In poche parole è qui riassunto il discorso della salvezza.
“Salva la tua anima”… Non c’è luogo di salvezza che si possa dire sicuro fuori da Cristo e all’infuori del Cristo.
“Non guardare indietro”… Camminiamo guidati da una luce divina. Non lasciamoci prendere dalla tentazione di vedere le cose con i nostri occhi, e non volgiamoci indietro, a fare le nostre considerazioni. Possono apparirci in contrasto con le ragioni del Signore. Chi vuol scrutare e comprendere i disegni di Dio, finisce fuori strada.
Imboccata la strada dell’esodo e della separazione da questo mondo, non fermiamoci durante il cammino. Le cose che vediamo di passaggio possono apparirci anche belle e sacrosante: non è detto che si debba  coglierle. La favola di Cappuccetto Rosso  insegna. Quando non si procede spediti verso la salvezza, ma si indugia affascinati da ciò che è bello, il Maligno trova il suo momento propizio. Vi è un tempo opportuno per il Signore, c’è pure per il Diavolo.

“ma sul monte salvati, perché anche tu non perisca.”
Non c’è salvezza se non per chi cammina verso l’alto. La salvezza viene dal cielo e bisogna andare incontro al cielo. Gli uomini di questo mondo costruiscono le loro città e le loro culture nelle grandi pianure solcate dai fiumi. Gli eletti del Signore amano i pascoli del monte di Dio. Lontano dal tumultuare delle genti si nutrono del pane che viene dal cielo e si dissetano alla sorgente della Gerusalemme celeste. Cerca la salvezza sul monte di Sion, per non essere preso dal Maligno insieme con tutti gli altri uomini. Invano il Diavolo porterà i suoi attacchi alla città santa: roccaforte inespugnabile, è il Signore che la protegge . I suoi dardi colpiranno a morte il nemico.

“18 E disse Lot a loro. Di grazia Signore mio, 19 poiché ha trovato il tuo servo grazia davanti a te e hai fatto grande la tua misericordia che hai fatto a me per salvare la mia anima e non posso salvarmi sul monte perché per caso un malore non mi prenda e muoia”.
Se la parola di Dio è semplice chiara e non ha bisogno di lunghi discorsi, ci pensa l’uomo a complicare le cose. Non mi dire che Dio ama parlare in termini oscuri: E’ l’uomo che complica il discorso e costringe Dio verso strade più lunghe e contorte.

“20 Vi è questa città vicina, alla quale posso fuggire, piccola, e sarò salvo in essa. Non è essa di modeste dimensioni e non vivrà l’anima mia?”
Desiderio di salvezza assai poco confortante per il Signore. Lot pretende da Dio il massimo risultato con il minimo sforzo. “Perché Signore mi fai camminare così tanto? Mi accontento di un rifugio più vicino e di una salvezza più a portata di mano. Nella mia bassezza e nella mia falsa umiltà mi accontento di poco. Non pretendo cose grandi, mi sta bene anche un piccolo rifugio. Solo così vivrà l’anima mia, al riparo delle tue ali, senza osare troppo e senza l’assillo di un impegno e di una fatica così grandi.” Bellissimo quadro di una fede mediocre, che Dio non disprezza, per la sua misericordia infinita, ma che non può neppure elogiare.

“21 E disse a lui: Ecco anche in questo ho accolto le tue preghiere perché non distrugga la città in favore della quale hai parlato.”
Il Signore è paziente e non vuole perderci: ci segue negli oscuri meandri del nostro cuore, e attende il momento più opportuno e tempi migliori.

“22 Affrettati e salvati colà, perché non potrò fare nulla finchè tu non sia entrato là. Per questo fu chiamato il nome di quella città Segor.”

“Se non vuoi fare quello che ti dico, almeno spicciati ed affrettati a toglierti dai guai. Che tu non abbia a perdere la stessa vita”. Così un padre parla ad un figlio, anche al più duro di cervice.

“23 Il sole si alzò sopra la terra e Lot entrò in Segor.”
Se Dio ha fretta, non altrettanto Lot: aspetta che si faccia giorno, poi si mette in viaggio. Il Signore deve pure accettare ed attendere “le sue comodità”.

“24 Pertanto il Signore piovve sopra Sodoma e Gomorra, zolfo e fuoco dal Signore dal cielo”.
Adesso che Lot finalmente è uscito, il Signore può intervenire con tutta la sua potenza.

“25 E distrusse queste città e tutta la regione intorno , tutti gli abitanti delle città e tutto il verde della terra.”
Sotto gli strali del giudizio divino perisce non solo l’empio, ma anche tutto il mondo che lo circonda. Dio non tiene in alcuna considerazione ciò che è prodotto dall’uomo malvagio. Comprendi tu che sei affascinato dalla bellezza delle costruzioni umane. Il Signore non ha alcun interesse per ciò che non viene dalla fede e non è fatto per la fede. Cerca le bellezze dei figli di Dio: esse e solo esse sono benedette dal Signore e fatte salve dal suo giudizio.

“26 E guardando dietro a sé sua moglie fu trasformata in una statua di sale.”
Chi si trova coinvolto in un discorso di salvezza, quasi per forza, non fa molta strada. Se pur conserva la parvenza della santità, non ne ha però l’anima e lo spirito che la tiene in vita.

“27 Ma Abramo alzandosi presto al mattino, dove era stato prima con il Signore, 28 volse lo sguardo verso Sodoma e Gomorra e tutta la terra di quella regione e vide una fiamma che saliva dalla terra come il fumo di una fornace”.
L’uomo che attende il Signore non si lascia prendere dal sonno e non si assopisce. Si alza al mattino presto col cuore rivolto “al luogo dove era stato davanti al Signore”. Se pur dobbiamo dormire, nessun sonno, per quanto profondo, può spezzare la continuità di un rapporto. Se l’ultimo pensiero della sera è per il Signore, il primo del mattino sarà per lo stesso Signore. Mentre Lot vede le cose dal basso, Abramo vede dall’alto. Se a Lot è detto di non voltarsi indietro per non vedere il castigo di Dio, Abramo può ben guardare, al riparo della fede, la sorte di coloro che non vivono per Dio. C’è una fede immatura che non porta il giudizio di Dio, c’è una fede matura che ben lo porta e lo comprende.

“29 Infatti sovvertendo Dio le città di quella regione, si ricordò di Abramo, liberò Lot dallo sterminio delle città nelle quali aveva abitato.”
Quanto è grande l’ira di Dio per i figli della perdizione, tanto grande è il suo amore per quelli che lo temono. L’amicizia e la fratellanza con un uomo di fede portano sempre dei benefici. Lot è fatto salvo dal castigo divino, per il vincolo che lo tiene unito ad Abramo. Il Signore si ricorda di Abramo e manda via Lot, fuori dalla catastrofe che divora tutti gli altri.

“30 E salì Lot da Segor, e rimase sul monte, anche le due figlie sue con lui: aveva temuto infatti a rimanere in Segor e rimase in una grotta e le due figlie con lui.”
Finalmente Lot si decide a risalire sul monte. Sembra che finalmente ubbidisca alla parola del Signore; ma la sua fede è ancora molto manchevole. Non per amore risale verso il monte di Dio, ma per timore. Il timore della morte può spingere alcuni verso il Signore; il rapporto che si crea tra la creatura ed il Creatore non è per nulla chiaro e pacifico. Lot non siede alla luce del giorno, ma si nasconde nel buio di una grotta: in un luogo sicuro e ben riparato ai suoi occhi , ma senza il calore dell’amore divino. E’ così che la fede non illuminata entra abusivamente nella Chiesa del Signore e cerca una discendenza eterna.

“31 E disse la maggiore alla minore: Il padre nostro è vecchio, e nessun degli uomini è rimasto sopra la terra che possa entrare da noi secondo la consuetudine di tutta la terra. 32 Vieni, ubriachiamolo col vino, e dormiamo con lui, perché possiamo salvare dal padre nostro il seme.”
Vi è una fede che non ama un rapporto immediato con Dio e non vive nell’ascolto della sua parola, ma confida nell’uomo. Obbedisce all’autorità della parola, non quella che è data da Dio, ma quella che è conferita dall’uomo ed ha il nome di anzianità, di saggezza dei primi, di tradizione dei popoli. Molti cercano e vogliono la vita eterna. Ma come? Seguendo le vie della violenza dell’amore divino, o facendo violenza allo stesso amore? Il regno di Dio è dei violenti, e il desiderio dell’uomo di una discendenza eterna, che può venire solo dal Padre è in piena sintonia con la Sua stessa volontà. Ma riguardo al modo ed alla via, vi è un profondo solco di separazione. Chi fa violenza con un sotterfugio ha un cuore falso ed ingannevole. Meglio chi strilla davanti al Signore con una preghiera tenace ed insistente, di chi vuol strappare a Dio una eterna discendenza, con l’inganno e con un operare che non è a Lui gradito. E’ lecito essere importuni quando c’è di mezzo la vita eterna, ma alla luce del sole divino, senza nulla nascondere.
C’è un’unione col Padre che ignora il Padre ed è da esso ignorata.

33 Diedero pertanto al loro padre da bere del vino quella notte. E la maggiore entrò e dormì con il padre: ma quello non si accorse né quando la figlia si pose a letto né quando si alzò.”

Si può anche dare il contentino a Dio, per avere vita eterna. Ma di questa unione Dio non se ne accorge e neppure ne tiene conto. Non si adira e non rimprovera , ma nessun frutto nasce per una discendenza duratura. Quando l’uomo cerca l’eternità non può imboccare altra strada se non quella che gli viene indicata dal Signore, alla luce del sole e non nelle tenebre della notte. Qualsiasi altro modo non dà frutti buoni, ma cattivi. Non provoca lo sdegno aperto di Dio? Peggio ancora: lo rinchiude nel suo silenzio. Non è data alcuna correzione e non può esserci il ravvedimento che viene dal rimprovero. Tutto bene per lo stolto e per chi è di dura cervice. Chi tace acconsente, dice un proverbio . Se questo vale per l’uomo, non vale per Dio. Quando Dio nega la sua parola, l’uomo crede di averla fatta franca e persevera e continua nel suo peccato e nel suo folle proposito. I maestri di questo mondo, si affermano e guadagnano in autorità presso gli uomini in virtù del silenzio di Dio. Miseri quelli che li seguono. Li coglierà la rovina più grande: per loro nessun campanello d’allarme, ma il sonno più profondo, nel silenzio più grande.

“34 Il giorno dopo disse la maggiore alla minore: Ecco ieri ho dormito con mio padre: diamogli da bere vino anche questa notte, e dormiamo con lui, affinchè salviamo il seme dal padre nostro. 35 Anche quella notte diedero vino da bere a loro padre, ed entrata la figlia minore dormì con lui e neppure allora si accorse, quando si pose a giacere o quando quella si alzò.”
Quando l’uomo ha trovato il modo di strappare la vita a Dio, senza passare attraverso un confronto ed una sottomissione, si ostina nel folle inganno. Non c’è parola d’uomo che possa fermarlo: al contrario il fratello conforta il fratello e la sorella dà man forte alla sorella. Ben presto appaiono i frutti di quanto è stato concepito all’insaputa del Padre.

“36 Concepirono dunque le due figlie di Lot da loro padre. 37 E partorì la maggiore un figlio e lo chiamò Moab: lo stesso è padre dei Moabiti fino ad oggi.”
Quali figli nascono da una tale unione? Il primo è detto Moab, che vuol dire “dal padre mio”. Generato dal padre, secondo la convinzione della madre; non riconosciuto in quanto tale da Colui che è nei cieli. Se la maternità di un figlio è sicura, in quanto alla paternità è lecito avere dei dubbi, quando l’anima è adultera e non vive solo per Dio. Coloro che si innalzano fino al cielo, sono i figli prediletti dal Satana. Vivono e si comportano come dei e si fanno chiamare divi:  saranno inghiottiti dalle tenebre più profonde. Così i principi e i potenti di questo mondo.

“38 Anche la minore partorì un figlio e lo chiamò Ammon, cioè figlio del mio popolo, lo stesso è padre degli Ammoniti fino ad oggi.”
Il secondo figlio riceve il nome da una madre più umile e modesta. Nessuna pretesa di una discendenza divina. Amman vuol dire “figlio della mia stirpe”. Quale stirpe? Quella che cerca una discendenza eterna, nella consapevolezza di essere carne, destinata alla morte. Rimane una separazione ed una demarcazione tra l’uomo ed il Padre che è nei cieli. Vi è tuttavia la speranza che la vita che viene dalla terra sarà riassorbita un giorno dalla vita che viene dal cielo. E tutto questo è sicuramente giusto e lecito se non fosse per una violenza ed una disobbedienza che viene perpetrata nei confronti del Padre, “fino al giorno d’oggi”. Per tutto il tempo di questa vita terrena, ma senza futuro nell’eternità di Dio.

 

Cap. 20

Gen.  20
Dai Settanta
1 E si mosse di là Abramo per la terra verso meridione e abitò fra Kades e Sur e soggiornò a Gerara. 2 Ma disse Abramo riguardo a Sara, la sua sposa: “E’ mia sorella”. Temeva infatti di dire: “E’ mia sposa”, che non lo uccidessero gli uomini della città per causa sua.
Mandò allora Abimelech, re di Gerara, a prendere Sara. 3 Ed entrò Dio da Abimelech, nel sonno la notte, e disse: “Ecco, tu muori, a causa della donna che hai preso, perché essa è accasata con un uomo”. 4 Ma Abimelech non l’aveva toccata, e disse: “Signore, una nazione ignara e giusta sopprimerai? 5 Non forse lui stesso mi aveva detto: “E’ mia sorella”? E lei mi aveva detto: E’ mio fratello”? Con cuore puro e mani giuste ho fatto questo”. 6 Disse quindi a Dio nel sonno: “Anch’io sapevo che con cuore puro hai fatto questo, e io ho risparmiato te dal peccare contro di me: perciò non ti ho permesso di toccarla. 7 Ma ora, rendi la sua sposa a quell’uomo, perché è profeta e pregherà per te e vivrai; ma se non la rendi, sappi che morirai, tu e tutto ciò che è tuo”.
8 E si destò Abimelech di buon mattino e chiamò tutti i suoi servi e parlò di tutte queste cose ai loro orecchi e furono presi tutti quegli uomini da grandissimo timore.
9 E chiamò, Abimelech, Abramo, e gli disse: “Perché ci hai fatto questo? Abbiamo forse peccato contro di te, che hai rovesciato su di me e sul mio regno un grande peccato? Un’azione, che nessuno mai farebbe, hai fatto a me”.
10 Disse ancora Abimelech ad Abramo: “A che miravi facendo questo?”. 11 Disse quindi Abramo: “Avevo detto infatti: “Forse non c’è pietà verso Dio in questo luogo: me dunque uccideranno a causa della mia sposa”.
12 Ma davvero è mia sorella da parte di padre, non però da parte di madre; ed è divenuta mia sposa. 13 Avvenne quindi, allorché mi condusse Dio fuori della casa di mio padre, che le dissi: “Questa è la giustizia che farai a me: in qualsiasi luogo giungiamo, là dirai di me: E’ mio fratello”.
14 Prese allora Abimelech mille didrammi, pecore e vitelli e servi e ancelle e li diede ad Abramo e gli restituì Sara, la sua sposa. 15 E disse Abimelech ad Abramo: “Ecco la mia terra, davanti a te: dove ti piaccia, prendi dimora”. 16 E a Sara disse: “Ecco, ho dato mille didrammi a tuo fratello: questi saranno per te, a onore della tua persona, e per tutte le donne che sono con te: e di’ sempre la verità”.
17 Si rivolse allora Abramo in preghiera a Dio, e guarì Dio Abimelech e la sua sposa e le sue ancelle, e partorirono; 18 poiché aveva completamente chiuso il Signore, dal dare alla luce, ogni matrice, nella casa di Abimelech, a motivo, di Sara, la sposa di Abramo.

Vulgata
Profectus  inde Abraham in terram australem habitavit inter Cades et Sur et peregrinatus est in Gerasis
2 dixitque de Sarra uxore sua soror mea est misit ergo Abimelech rex Gerarae et tulit eam
3 venit autem Deus ad Abimelech per somnium noctis et ait ei en morieris propter mulierem quam tulisti habet enim virum
4 Abimelech vero non tetigerat eam et ait Domine num gentem ignorantem et iustam interficies
5 nonne ipsi dixit mihi soror mea est et ipsa ait frater meus est in simplicitate cordis mei et munditia manuum mearum feci hoc
6 dixitque ad eum Deuis et ego scio quod simplici corde feceris et ideo custodivi te ne peccares in me et non dimisi ut tangeres eam
7 nunc igitur redde uxorem viro suo quia propheta est et orabit pro te et vives si autem nolueris reddere scito quod morte morieris tu et omnia quae tua sunt
8 statimque de nocte consurgens Abimelech vocavit omnes servos suos et locutus est universa verba haec in auribus eorum timueruntque omnes viri valde
9 vocavit autem Abimelech etiam Abraham et dixit ei quid fecisti nobis quid peccavimus in te quia induxisti super me et super regnum meum peccatum grande quae non debuisti facere fecisti nobis
10 rursus expostulans ait quid vidisti ut hoc faceres
11 respondit Abraham cogitavi mecum dicens forsitan non est timor Dei in loco isto et interficient me propter uxorem meam
12 alias autem et vere soror mea est filia patris mei et non filia matris meae et duxi eam uxorem
13 postquam autem eduxit me Deus  de domo patris mei dixi ad eam hanc misericordiam facies mecum in omni loco ad quem ingrediemur dices quod frater tuus sim
14 tulit igitur Abimelech oves et boves et servos et ancillas et dedit Abraham reddiditque illi Sarram uxorem suam
15 et ait terra coram vobis est ubicumque tibi placuerit habita
16 Sarrae autem dixit ecce mille argenteos dedi fratri tuo hoc erit tibi in velamen oculorum ad omnes qui tecum sunt et quocumque perrexeris mementoque te deprehensam
17 orante autem Abraham sanavit Deus Abimelech et uxorem ancillasque eius et pepererunt
18 concluserat enim Deus omnem vulvam domus Abimelech propter Sarram uxorem Abraham.

Traduzione dalla Vulgata
Di là partito Abramo verso la terra di mezzogiorno abitò tra Cades e Sur e fu pellegrino in Gerara. 2 E disse riguardo a Sara sua moglie: è mia sorella. Mandò dunque Abimelech re di Gerara e la prese.3 Ma venne Dio da Abimelech di notte in sogno e gli disse: Ora tu morrai a causa della donna che hai preso: infatti ha uomo. 4 Abimelech però non l’aveva toccata e disse: Signore, forse farai perire gente ignorante e  giusta? 5 Non mi ha detto egli stesso: è mia sorella: e essa stessa disse: è mio fratello? Nella semplicità del mio cuore e nella purezza delle mani ho fatto questo. 6 E disse a lui Dio: Anche io so, che hai fatto con semplicità di cuore: e per questo ti ho custodito, perché non peccassi contro di me e non ho permesso che tu la toccassi. 7 Ora dunque restituisci la moglie al suo marito, poiché è profeta. E pregherà per te e vivrai. Se invece non vorrai restituirla sappi che morirai di morte tu e tutte le cose che sono tue. 8 E subito di notte alzandosi Abimelech chiamò tutti i suoi servi e disse tutte queste parole nelle loro orecchie e temettero molto tutti gli uomini. 9 E Abimelech chiamò anche Abramo e gli disse: Che cosa ci hai fatto? Cosa abbiamo fatto di male contro di te perché hai attirato sopra me un grande peccato? Quello che non avresti dovuto fare, l’hai fatto a noi. 10 E di nuovo rammaricandosi disse: che cosa hai veduto per fare ciò? 11 Rispose Abramo: Io ho pensato dicendo fra me: Forse non c’è timore di Dio in questo luogo e mi uccideranno a causa di mia moglie. 12 D’altra parte veramente è mia sorella, figlia di mio padre e non figlia di mia madre e la presi in moglie. 13 Ma dopo che Dio mi trasse fuori dalla casa di mio padre dissi a lei: Tu mi farai questa misericordia: in ogni luogo in cui entreremo dirai che sono tuo fratello. 14 Prese dunque Abimelech pecore e buoi e servi e serve e diede ad Abramo e gli restituì Sara sua moglie. 15 E disse: La terra è davanti a voi, ovunque a te piacerà dimora. 16 E disse a Sara: ecco ho dato a tuo fratello mille monete d’argento, questo sarà per te,   copertura di occhi per tutti quelli che sono con te e dovunque andrai e ricordati  che sei stata presa. 17 Ma, pregando Abramo, Dio risanò Abimelech e le mogli e le su serve e partorirono. 18 Infatti il Signore aveva chiuso ogni vulva della casa di Abimelech a motivo di Sara moglie di Abramo.


“Di là partito Abramo verso la terra di mezzogiorno abitò tra Cades e Sur e fu pellegrino in Gerara. 2 E disse riguardo a Sara sua moglie: è mia sorella. Mandò dunque Abimelech re di Gerara e la prese”.

Piace immaginare che l’uomo di Dio sia costante e limpido nella fede: non è così. La debolezza della carne ogni tanto si fa sentire e si cade nel peccato che sembrava ormai superato. Non si è ripresi da Dio una volta per sempre, ma ogni momento, anche quando le cose sembra vadano per il meglio. E’ vicino il tempo dell’adempimento della promessa e stanno per finire i tempi lunghi dell’attesa; Abramo dovrebbe  essere vigilante e perseverante ora più che mai. Proprio sul più bello viene meno e si volge altrove. “E si mosse di là Abramo”. Peggio ancora ricade nel peccato di un tempo, nonostante il richiamo molto forte che aveva avuto dal Signore. La prospettiva ed il desiderio di una discendenza eterna, si ridimensionano di molto e Abramo appare fin troppo attaccato a questa vita terrena. Teme di essere ucciso dall’uomo: si fa oscura una strada per la vita che passa attraverso la morte. Perché Abramo a questa esistenza carnale ci tiene. E come! Vuol salvarla ad ogni costo ed è disposto a fare ciò che non piace al Signore. Colui che deve diventare maestro di verità, si manifesta ancor prima  maestro di menzogna. 

“3 Ma venne Dio da Abimelech di notte in sogno e gli disse: Ora tu morrai a causa della donna che hai preso: infatti ha uomo. 4 Abimelech però non l’aveva toccata e disse: Signore, forse farai perire gente ignorante e  giusta? 5 Non mi ha detto egli stesso: è mia sorella: e essa stessa disse: è mio fratello? Nella semplicità del mio cuore e nella purezza delle mani ho fatto questo. 6 E disse a lui Dio: Anche io so, che hai fatto con semplicità di cuore: e per questo ti ho custodito, perché non peccassi contro di me e non ho permesso che tu la toccassi. 7 Ora dunque restituisci la moglie al suo marito, poiché è profeta. E pregherà per te e vivrai. Se invece non vorrai restituirla sappi che morirai di morte tu e tutte le cose che sono tue.”

Ritorna il peccato antico e il Satana sfoga tutta la sua rabbia contro Abramo. Per fortuna il Signore è sempre pronto a metterci una pezza. E si serve anche di chi eletto non è, per un rimprovero ed un richiamo salutari. Se la grazia ed il dono del Signore sono per Abramo, questo non significa che gli altri uomini non siano visitati dallo stesso Signore. Abimelech è risparmiato dal peccato, indotto da Abramo, perché giudicato da Dio, di cuore puro e di mani giuste, santo nel pensiero e santo nell’operare. La salvezza che passa attraverso Israele, può venire intralciata dal peccato dell’uomo, ma non più di tanto. Il Signore provvederà a chiudere i buchi e a riparare le falle aperte dei suoi profeti, perché le genti non abbiano a trovare scandalo ed inciampo. Dio non può cambiare il suo eterno progetto d’amore, soltanto perché l’uomo non è affidabile. Quando l’eletto sbaglia, il Padre interviene con la sua correzione. La santità che è dono di Dio non è prerogativa di Abramo, ma è data e riconosciuta in forma ed in misura diversa anche ad altri uomini.

“8 E subito di notte alzandosi Abimelech chiamò tutti i suoi servi e disse tutte queste parole nelle loro orecchie e temettero molto tutti gli uomini.”


Abimelech non solo non commette peccato contro la carne altrui, ma si dimostra assai premuroso per la vita del suo prossimo. Timorato di Dio, riesce ad incutere timore anche nei suoi servi. L’esempio che viene dall’amore insegna, coinvolge e trascina anche altri.

“9 E Abimelech chiamò anche Abramo e gli disse: Che cosa ci hai fatto? Cosa abbiamo fatto di male contro di te perché hai attirato sopra me un grande peccato? Quello che non avresti dovuto fare, l’hai fatto a noi”.

Ad Abimelech non solo  è dato di non peccare, ma anche di riprendere chi è profeta del Signore… ed in termini molto pesanti. “Un’azione, che nessuno mai farebbe, hai fatto a me”. Chi è un’eccezione per quel che riguarda la fede, può anche essere un’eccezione per quel che riguarda il peccato. Se questo scandalizza l’uomo, è pacifico per Dio.

“10 E di nuovo rammaricandosi disse: che cosa hai veduto per fare ciò? 11 Rispose Abramo: Io ho pensato dicendo fra me: Forse non c’è timore di Dio in questo luogo e mi uccideranno a causa di mia moglie. 12 D’altra parte veramente è mia sorella, figlia di mio padre e non figlia di mia madre e la presi in moglie.”

Abramo si è manifestato come un imbroglione ed un bugiardo; ora si manifesta pure come un uomo che non ha alcuna stima del prossimo e della sua possibilità a ben pensare e a ben operare. Nel momento in cui riconosce la propria colpa, perché non può fare altrimenti, cerca di ridimensionarla.

“12 D’altra parte veramente è mia sorella, figlia di mio padre e non figlia di mia madre e la presi in moglie. 13 Ma dopo che Dio mi trasse fuori dalla casa di mio padre dissi a lei: Tu mi farai questa misericordia: in ogni luogo in cui entreremo dirai che sono tuo fratello.”

Il momento non è dei più felici per Abramo. Invece di compensare in qualche modo Abimelech, per lo spavento che gli ha procurato, accetta da lui dei doni. Non si comprende bene né perché siano dati né perché siano accolti. Non c’è prezzo che l’uomo possa pagare per la sua iniquità, se non quello che ha pagato il Figlio di Dio. In questo scambio di doni, per mettere le cose a poste, Abramo ed Abimelech non sono molto illuminati. Molto meglio chiedere perdono al Signore, che aggiustare le cose “tra noi”.

“14 Prese dunque Abimelech pecore e buoi e servi e serve e diede ad Abramo e gli restituì Sara sua moglie. 15 E disse: La terra è davanti a voi, ovunque a te piacerà dimora. 16 E disse a Sara: ecco ho dato a tuo fratello mille monete d’argento, questo sarà per te,   copertura di occhi per tutti quelli che sono con te e dovunque andrai e ricordati  che sei stata presa.”

Se il rimprovero più grande è per Abramo neppure Sara viene risparmiata. Perché parte della colpa ricade anche su di lei. Molto zelante nel mettere intralcio all’opera di Dio, così da costringerLo a rimandare continuamente i tempi della sua opera, non è altrettanto zelante nel mettere intralcio alle malefatte di Abramo. E’ un esempio di fedeltà coniugale, a dire il vero, molto ambiguo e poco edificante.

“17 Ma, pregando Abramo, Dio risanò Abimelech e le mogli e le su serve e partorirono. 18 Infatti il Signore aveva chiuso ogni vulva della casa di Abimelech a motivo di Sara moglie di Abramo.”

Finalmente Abramo ritorna in uno spirito di preghiera e tutto è rimesso a posto. Il progetto di una discendenza, sospeso per un tempo, riprende  il suo vigore e la sua efficacia. Torna quella fecondità e quella vita nuova promessa da Dio ad Abramo, non solo per lui, ma per tutti coloro che sono figli dell’Eterno.
Prima di andare oltre, alcune considerazioni.
Nessuna figura dell’Antico Testamento ha lo spessore ed il rilievo di Abramo. Chi come lui, ha meritato il nome di padre dei credenti? Eppure, non mancano i motivi di scandalo. Il ritratto che la Scrittura dà del nostro padre non sempre è dei più edificanti. Abramo non è affatto una figura granitica e monolitica, in tutto e per tutto giusto davanti al Signore, come lo era stato Noè. La sua immagine ogni tanto fa delle crepe, che possono apparire anche grandi e vistose. Come modello di santità, mal si accorda con le figure idealizzate, create dalla mentalità cattolica, in cui il peccato è del tutto assente dopo la conversione, mentre al contrario abbondano le virtù e le opere buone. Se non fosse per l’elogio fatto alla sua fede, il suo stile di vita è troppo simile al nostro, perché si rimanga ammirati. Di opere veramente grandi ed eccezionali Abramo ne farà una sola: ubbidirà al comando di Dio di uccidere il proprio figlio. Ma quale padre vorrebbe mai essere ricordato per una simile azione? Se consideriamo la sua figura semplicemente nell’ottica di una fede che si manifesta attraverso l’operare, c’è poco da stare allegri. Consideriamo ad esempio la sua vita in relazione a quelle virtù che secondo noi cattolici caratterizzano innanzitutto la vita di un santo: la povertà, la castità, l’obbedienza. Abramo non viene affatto descritto come una persona povera: al contrario possiede beni in abbondanza, come un signorotto o come un piccolo re. Non risulta neppure che abbia conosciuto quella povertà che viene dalla malattia fisica. L’unica povertà è la mancanza di un primogenito, ben presto colmata però dal figlio avuto da una schiava. In quanto ai rapporti umani non è all’ultimo posto e può anche permettersi una bella moglie; talmente bella da risultare appetibile allo stesso faraone e ai suoi dignitari. Non sembra che Abramo sia stato molto casto: è circondato da tante donne per tutta la vita ed ha rapporti con esse anche in età avanzata. In quanto all’obbedienza dà l’impressione di un uomo abituato a comandare ai propri simili. Non conosce l’umiliazione di chi è servo e deve stare sottomesso all’uomo in tutto e per tutto. Da questo punto di vista sembra pienamente fondata l’affermazione di Paolo: “Se Abramo fu trovato giusto mediante le opere, riceve gloria presso gli uomini, non presso Dio”. Ci può essere qualcuno che mitizza la figura di Abramo e vede in lui quello che non c’è. Presso costui Abramo può essere considerato giusto per le opere. Ma allora quale la grandezza e l’importanza di Abramo? Qual è il senso della sua paternità? Non si comprende e non si esalta Abramo se non guardando a lui in un’ottica diversa, che non è quella di una giustizia che viene dalle opere, ma di una giustificazione che viene data in virtù della fede. La storia di questo padre va letta e compresa innanzitutto a partire dal cuore e  dalla sua volontà di ascolto della volontà di Dio, come abbiamo più volte sottolineato. Per quel che riguarda le opere si possono fare altre considerazioni. Nessun santo che sia veramente tale mena vanto della propria giustizia ed elogia se stesso e le proprie virtù. E’ vero esattamente il contrario: più si cresce nella conoscenza dell’amore del Signore più si accresce la consapevolezza di peccato e l’umile confessione delle proprie colpe. E’ lecito pensare che quanto sappiamo di Abramo e della rivelazione che gli è stata fatta sia passato dalla sua bocca. Abramo non ha voluto dare di sé un’immagine di tipo apologetico: al contrario mentre esalta la grandezza di Dio, mette se stesso all’ultimo posto. Non si dà lode a Dio ricordando le proprie opere buone, ma esaltando il Suo amore e la sua misericordia. L’operare umano passa in secondo piano ed in ogni caso si giustifica solo come esaltazione del Signore. Può essere che l’uomo faccia qualcosa di buono in questa vita: non è detto che giovi ricordarlo. L’impressione che si può ricavare è quella di una Parola di Dio impietosa verso l’uomo, che non risparmia alcuna brutta figura agli eletti, mentre tace quello che vi può essere di buono. Perché alla fine nessun vantaggio e nessun profitto ci viene dall’esaltazione delle nostre opere e da una fede che non sia solo in Cristo e per Cristo. La fede è innanzitutto una condizione del cuore, che cerca il Signore e vive solo per lui in un ascolto obbediente della Sua volontà. Non è edificio costruito dall’uomo, ma risposta ad una chiamata. C’è anche chi molto costruisce, ma non sa ascoltare e va per la propria strada: alla fine è trovato lontano, anche quando si crede vicino. Vi sono momenti forti di verifica finale in cui è chiesta una risposta chiara e decisa. In questi  momenti  Abramo è ben saldo e si presenta come un gigante. Non invano e non indegnamente porta il nome di padre della fede. Gli errori ed i limiti che si dimostrano in un cammino non sono di per sé decisivi e risolutivi nel nostro rapporto con Dio. Ciò che ci salva e ci condanna sono un sì ed un no definitivi, allorché ci sono chiesti in maniera chiara ed ineludibile. Abramo spende tutto se stesso per il Signore, cerca la vita che viene dal cielo come il bene più prezioso di fronte al quale tutto il resto è nulla. Vive come pellegrino e viandante su questa terra, in attesa della patria celeste. E’ disposto a sacrificare anche la vita nella carne dell’unico figlio, pur di riaverlo in Spirito, in maniera nuova e diversa. Possiede molti beni terreni, ma il cuore è altrove. La sua fede è anticipatrice di ogni grazia e di ogni pienezza. In Cristo è un uomo libero e può ben usare dei beni di questo mondo come se non ne usasse, avere moglie come se non l’avesse, essere sazio di anni, come se non lo fosse. L’immagine tipo del santo costruita da Dio ha caratteristiche esattamente contrarie rispetto a quella costruita dall’uomo. Quando la chiesa cattolica fa santo qualcuno intesse grandi elogi delle sue opere; minimizza o ignora del tutto le sue colpe, a meno che non siano antecedenti la chiamata. Dopo la conversione tutto deve necessariamente filare liscio, anche se la realtà ne esce falsificata e distorta. Ci si perde in apologie poco illuminate e per nulla edificanti riguardo alle opere e ci si muove in una dimensione per lo più orizzontale. Non si approfondisce e non si scava in verticale, per comprendere il senso di una fede. La Sacra Scrittura, al contrario, nulla nasconde della povertà e del peccato dei santi. Nel contempo si esalta e si mette in risalto l’importanza ed il senso della loro fede: come dedizione assoluta a Dio, come umile confessione della propria colpa, come ubbidienza alla volontà del Signore: beninteso, non semplicemente quella che passa attraverso la Legge, ma ancor più e ancor prima quella che segue le vie dell’ascolto, in un rapporto filiale che è immediatezza del sentire e prontezza dell’obbedire.

 

Cap. 18



Gen 18



Dai Settanta



1 Si fece poi vedere a lui Dio presso il querceto di
Mambre, mentre egli sedeva alla porta della sua tenda a mezzogiorno.



2 Levando i suoi occhi vide, ed ecco tre uomini
stavano al di sopra di lui; e appena li vide corse in avanti incontro a loro
dalla porta della sua tenda e si prostrò fino a terra, 3 e disse: “Signore, se
mai ho trovato grazia dinanzi a te, non passare oltre il tuo servo: 4 lasciate
che si prenda dell’acqua e lavino i vostri piedi e rinfrescatevi sotto
l’albero. 5 E prenderò del pane, e mangerete, e dopo ciò passerete oltre per la
vostra via, poiché è per questo che ve ne siete distolti, venendo dal vostro
servo”.



E dissero: Così fa’, come hai detto”. 6 E si
affrettò Abramo alla tenda da Sara e le disse: “Affrettati a impastare tre
misure di farina e fa’ delle focacce”. 7 E alla mandria corse Abramo e prese un
vitellino tenero e buono e lo diede al servo, che fece presto a cuocerlo. 8
Prese poi burro e latte e il vitellino, che aveva cotto, e li imbandì loro, e
mangiarono; ma egli stava in piedi accanto a loro sotto l’albero.



9 E disse a lui: “Dov’è Sara, la tua sposa?”. Ed
egli rispondendo disse: “Ecco! Nella tenda”. 10 E disse : “Ritornerò
sicuramente da te in questa stagione dell’anno, e avrà un figlio Sara, la tua sposa”.



E Sara udì presso la porta della tenda, da dietro a
lui.



11 Abramo e Sara però anziani, avanzati negli anni,
e avevano smesso di venire a Sara le cose delle donne. 12 E rise Sara in se
stessa dicendo: “Non mi è mai successo fino ad ora e il mio signore è anziano”.



13 E disse il Signore ad Abramo: “Che cos’è questo,
che ha riso Sara in se stessa dicendo: “Forse che davvero partorirò? Ma io sono
diventata vecchia”. 14 Sarà mai impossibile presso Dio una cosa? Di questa
stagione ritornerò da te fra un anno e 
ci sarà per Sara un figlio”. 15 Ma negò Sara dicendo: “Non ho riso”; si
era spaventata infatti. E disse: “No, invece hai riso”.



Ma negò Sara dicendo: “Non ho riso”; si era
spaventata infatti. E disse: “No, invece hai riso”.



16 Alzandosi poi di là quegli uomini chinarono lo
sguardo nella direzione di Sodoma e Gomorra, e Abramo camminava insieme con
loro scortandoli. 17 Il Signore allora pensò: “Dovrò nascondere io ad Abramo
mio servo ciò che io faccio?



18 Abramo diventerà certamente una nazione grande e
numerosa e saranno benedette in lui tutte le nazioni della terra,  19 poiché io sapevo che darà ordini ai suoi
figli e alla sua casa dopo di lui, e custodiranno le vie del Signore, così da
praticare giustizia e giudizio, affinché conduca il Signore su Abramo tutto ciò
di cui ha parlato con lui”.



20 Disse poi il Signore: “Il grido di Sodoma e
Gomorra è giunto al colmo, e i loro peccati grandi oltremodo; 21 scenderò
dunque a vedere se in proporzione al loro grido, che arriva fino a me, compiono
il male; e se no, che io lo sappia.



22 E volgendosi da là, quegli uomini giunsero a
Sodoma. Ma Abramo stava ancora ritto davanti al Signore.



23 E avvicinatosi Abramo disse:



Farai forse perire il giusto assieme con l’empio,
così che sia il giusto come l’empio? 24 Se ci fossero cinquanta giusti nella
città, li farai perire? Non darai remissione a tutto il luogo a causa dei
cinquanta giusti, se ci fossero in essa? 25 Tu non farai assolutamente una cosa
simile, uccidere il giusto con l’empio, così che sia il giusto come l’empio. No
assolutamente: tu che giudichi tutta la terra non farai un retto giudizio? “.



26 Disse allora il Signore: “Se trovassi a Sodoma
cinquanta giusti nella città, perdonerò a tutto il luogo in virtù loro”. 27 E
presa di nuovo la parola, Abramo disse: “Ora ho cominciato a parlare col
Signore, mentre io sono terra e cenere; 28 ma se mancassero ai cinquanta cinque
giusti, farai perire a causa di quei cinque tutta la città”?. E disse: “Non la
farò perire affatto, se ne troverò là quarantacinque”. 29 E continuò ancora a
parlare a lui e disse: “Ma se ne fossero trovati là quaranta?”. E disse: “Non
farò perire nessuno a causa di quei quaranta”. 30 E disse: “Che non succeda
niente, Signore, se parlo ancora una volta: ma se ne fossero trovati là trenta?”.
E disse: “Non farò perire nessuno, se ne trovo là trenta”. 31 E disse: “Poiché
posso parlare al Signore: ma se ne fossero trovati là venti?”. E disse: “Non
farò perire nessuno a causa di quei venti”. 32 E disse: “Che non succeda
qualcosa, Signore, se parlo ancora una sola volta: ma se ne fossero trovati là
dieci?”. E disse: “Non farò perire nessuno a causa di quei dieci”. 33 Si
allontanò il Signore dopo che ebbe cessato di parlare ad Abramo, e Abramo
ritornò al suo luogo.



 



Vulgata



Apparuit autem ei Dominus in convalle Mambre sedenti in
ostio tabernaculi sui in ipso fervore diei



2 cumque elevasset oculos apparuerunt ei tres viri
stantes propter eum quos cum vidisset cucurrit in occursum eorum de ostio
tabernaculi et adoravit in terra



3 et dixit Domine si inveni gratiam in oculis tuis ne
transeas servum tuum



4 sed adferam
pauxillum aquae et lavate pedes vestros et requiescite sub arbore



5 ponam beccellam
panis et confortate cor vestrum postea transibitis idcirco enim declinastis ad
servum vestrum qui dixerunt fac ut locutus es



6 festinavit Abraham in tabernaculum ad Sarram dixitque
ei adcelera tria sata similae commisce et fac subcinericios panes



7 ipse vero ad armentum cucurrit et tulit inde vitulum
tenerrimum et optimum deditque puero qui festinavit et coxit illum



8 tulit quo que butyrum et lac et vitulum quem coxerat
et posuit coram eis ipse vero stabat iuxta eos sub arbore



9 cumque comedissent dixerunt ad eum ubi est Sara uxor
tua ille respondit ecce in tabernaculo est



10 cui dixit revertens veniam ad te tempore isto vita
comite et habebit filium Sarra uxor tua quo audita Sarra risit post ostium
tabernaculi



11 erant autem ambo senes provectaeque aetatis et
desierant Sarrae fieri muliebra



12 quae risit
occulte dicens postquam consenui et dominus meus vetulus est voluptati operam
dabo



13 dixit autem
Dominus as Abraham quare risit Sarra dicens num vere paritura sum anus



14 numquid Deo est quicquam difficile iuxta condictum
revertar ad te hoc eodem tempore vita comite et habebit Sarra filium



15 negavit Sarra dicens non risi timore perterrita
Dominus autem non est inquit ita sed risisti



16 cum ergo
surrexissent inde viri direxerunt oculos suos contra Sodomam et Abraham simul
gradiebatur deducens eos



17 dixitque Dominus num celare potero Abraham quae
gesturus sum



18 cum futurus sit
in gentem magnam ac robustissimam et benedicendae sin in illo omnes nations
terrae



19 scio enim quod
praecepturus sit filiis suis et domui suae post se ut custodiant viam
Domini  ert faciant iustitiam et iudicium
ut adducat Dominus propter Abraham omnia quae locutus est ad eum



20 dixit itaque
Dominus clamor Sodomorum et Gomorrae multiplicatus est et peccatum earum
adgravatum est nimis



21 descendam et videbo utrum clamorem qui venit ad me
opera conpleverint an non est ita ut sciam



22 converteruntque se inde et abierunt Sodomam Abraham
vero adhuc stabat coram Domino



23 et adpropinquans ait numquid perdes iustum cum impio



24 si fuerint quinquaginta iusti in civitate peribunt
simul et non parces loco illi propter quinquaginta iustos si fuerint in eo



25 absit a te ut rem hanc facias et occidas iustum cum
impio fiatque iustus sicut impius non est hoc tuum qui iudicas omnem terram
nequaquam facies iudicium



26 dixitque Dominus ad eum si invenero Sodomis
quinquaginta iustos in medio civitatis dimittam omni loco propter eos



27 respondens
Abraham ait quia semel coepi loquar ad Dominum meum cum sim pulvis et cinis



28 quid si minus quinquaginta iustis quinque fuerint
delebis propter quinque universam urbem et ait non delebo si invenero ibi
quadraginta quinque



29 rursumque locutus est ad eum sin autem quadraginta
inventi fuerint quif facies ait non percutiam propter quadraginta



30 ne queso inquit indigneris Domine si loquar quid si
inventi fuerint ibi triginta respondit non faciam si invenero ibi triginta



31quia semel ait coepi loquar ad Dominum meum quid si
inventi fuerint ibi viginti dixit non interficiam propter viginti



32 obsecro inquit ne irascaris Domine si loquar adhuc
semel quid si inventi fuerint ibi decem dixit non delebo propter decem



33 abiit Dominus postquam cessavit loqui ad Abraham et
ille reversus est in locum suum.



 



Traduzione dalla Vulgata



E il Signore apparve ad
Abramo nella valle di Mambre, mentre egli sedeva all’ingresso della sua tenda
nell’ora più calda del giorno. 2 Ed avendo alzato gli occhi, apparvero a lui
tre uomini stanti presso di lui. Avendo visto questi si offrì  incontro a loro dall’ingresso della tenda ed
adorò in terra. 3 e disse: Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi non
passare oltre il tuo servo. 4 ma io porterò un po’ d’acqua e lavate i piedi e
riposate sotto l’albero. 5 E porrò un boccone di pane, e confortate il cuore
vostro, poi passerete oltre, per questo infatti avete declinato verso il vostro
servo. Questi dissero: Fa’ come hai detto. Abramo si affrettò nella tenda da
Sara e le disse: Fa’ presto, impasta tre misure di fior di farina e fai dei
pani cotti sotto la cenere. 7 Ma egli stesso corse all’armento e prese da qui
il vitello più tenero, il migliore, e lo diede ad un servo che si affrettò e lo
cosse. 8 Prese anche del burro e del latte e il vitello che aveva cotto. In
verità lui stesso stava presso loro 
sotto l’albero. 9 E  avendo mangiato
dissero a lui: Dove è Sara tua moglie? Quello rispose: Ecco è nella tenda. 10
Disse a lui: Tornando verrò a te in questo tempo, te vivente, ed avrà un figlio
Sara, tua moglie. Udito questo, Sara rise dietro la porta della tenda. 11
Infatti erano entrambi vecchi, e di avanzata età ed erano venuti meno a Sara i
corsi delle donne. 12 Questa rise di nascosto, dicendo: dopo che sono
invecchiata e il mio signore è vecchio darò io opera al piacere? 13 Ma il
Signore disse ad Abramo: Perché rise Sara, dicendo: Forse veramente partorirò
vecchia? 14 Forse che a Dio qualcosa è difficile? Tornerò da te secondo la
promessa in questo stesso tempo vivendo tu ed avrà Sara un figlio.15 Negò Sara
dicendo: non ho riso, presa da timore. Ma il Signore: Non è così, , disse, ma
hai riso. 16 Essendosi pertanto alzati da lì gli uomini, diressero gli occhi
contro Sodoma ed Abramo muoveva il passo con loro, accompagnandoli. 17 E il
Signore disse: Potrò io celare ad Abramo, quelle cose che sto per fare,18 quando
dovrà diventare una gente grande e forte e dovranno essere benedette in lui
tutte le nazioni della terra? 19 Infatti so che insegnerà ai suoi figli e alla
sua casa dopo di sé perché custodiscano la via del Signore e osservino la
giustizia e il diritto affinchè il Signore porti a compimento attraverso Abramo
tutte quelle cose che ha detto a lui. 20
Pertanto disse il Signore: Il clamore di Sodoma e di Gomorra si è moltiplicato
e il loro peccato si è fatto troppo grave. 21 Discenderò e vedrò se hanno
colmato con le opere il clamore che è venuto a me, o se non è così, per sapere.
22 E partirono da lì e si incamminarono verso Sodoma. Ma Abramo ancora stava al
cospetto del Signore. 23 E avvicinandosi disse: Manderai in perdizione il
giusto insieme con l’empio? 24 Se vi saranno cinquanta giusti in città,
periranno insieme? E non risparmierai a quel luogo per i cinquanta giusti, se
ci saranno in esso? 25 Lungi da te, fare questa cosa ed uccidere il giusto con
l’empio e che sia il giusto come l’empio. Non è da te che giudichi tutta la
terra e in nessun modo farai  giudizio.
26 E disse il Signore a lui: Se troverò a Sodoma cinquanta giusti in mezzo alla
città perdonerò a tutto il luogo per essi. 27 e rispondendo Abramo disse:
Poiché una volta ho cominciato parlerò al mio Signore, essendo io polvere e
cenere. 28 Se vi saranno cinque giusti meno di cinquanta? Distruggerai tutta la
città per cinque? E Disse: Non la distruggerò se troverò qui quarantacinque. 29
Di nuovo disse a lui: Se invece qui saranno trovati quaranta, cosa farai?
Disse: Non castigherò per i quaranta . 30 Non adirarti disse, Signore, se
parlerò. Che cosa sarà se qui si troveranno trenta? Rispose: Non lo farò, se ne
troverò qui trenta. 31 Poiché una volta, disse, ho cominciato a parlare al
Signore mio. E se qui se ne troveranno venti? Disse: Non darò la morte per i
venti. 31 Di grazia, disse, non adirarti Signore, se parlerò ancora. E se qui
se ne troveranno dieci. E disse: Non distruggerò per i dieci. 33 E se ne andò
il Signore dopo che cessò di parlare ad Abramo e quello tornò nel suo luogo.



 







“E
il Signore apparve ad Abramo nella valle di Mambre, mentre egli sedeva
all’ingresso della sua tenda nell’ora più calda del giorno”.



 



Ogni
apparizione del Signore è un evento storico e ha una sua collocazione ben
definita. Se Dio non appare per caso, possiamo anche pensare che non per caso
Abramo sia seduto alla porta della sua tenda, sotto il sole di mezzogiorno,
quando tutti se ne stanno all’ombra. Abramo è in attesa di novità dal cielo ed
allorché alza verso l’alto i suoi occhi, vede tre uomini vicino. Nulla di
straordinario e di eccezionale all’apparenza, se non fosse per il fatto che
questi stanno accanto o al di sopra di lui, come dice la versione dei Settanta.
Nessun uomo è al di sopra di un altro uomo se non colui che viene dal cielo.
Abramo corre in avanti e si prostra a terra in segno di adorazione. Chi viene
dal cielo, se non è Dio stesso è un suo angelo e merita l’accoglienza più bella
e più calorosa. Nessun male può venirci da Dio ed ogni bene deve essere speso
per lui e per la sua gloria.





“2
Ed avendo alzato gli occhi, apparvero a lui tre uomini stanti presso di lui.
Avendo visto questi si offrì  incontro a
loro dall’ingresso della tenda ed adorò in terra. 3 e disse: Signore, se ho
trovato grazia ai tuoi occhi non passare oltre il tuo servo. 4 Ma io porterò un
po’ d’acqua e lavate i piedi e riposate sotto l’albero. 5 E porrò un boccone di
pane, e confortate il cuore vostro, poi passerete oltre, per questo infatti
avete declinato verso il vostro servo”.





Il
Signore non disdegna alcuna offerta che venga da un cuore umile e sincero, al
contrario incoraggia ed esorta chi ha già intrapreso un cammino di offerta al
Suo nome.



 



“Questi
dissero: Fa’ come hai detto. 6 Abramo si affrettò nella tenda da Sara e le
disse: Fa’ presto, impasta tre misure di fior di farina e fai dei pani cotti
sotto la cenere. 7 Ma egli stesso corse all’armento e prese da qui il vitello
più tenero, il migliore, e lo diede ad un servo che si affrettò e lo cosse. 8
Prese anche del burro e del latte e il vitello che aveva cotto. In verità lui
stesso stava presso loro  sotto
l’albero”.





Abramo
è tutto preso dalla fretta e dall’ansia per la grandezza dell’evento. Così
l’uomo visitato dal Signore offre quello che ha di più caro e di più prezioso
per dare una risposta ad un amore che non si può mai ripagare in modo adeguato.
L’entusiasmo di chi crede si riversa anche sugli altri e cerca in qualche modo
di renderli partecipi e di coinvolgerli nella novità. Non sempre chi è vicino a
noi è ugualmente pronto ad accogliere il dono del cielo. Se noi in qualche modo
avvertiamo una lontananza, molto di più l’avverte il Signore. Tanti rinvii non
sono semplicemente imputabili ad una imperscrutabile volontà divina: molte
volte ci mettiamo del nostro ed il Signore deve rimandare la sua opera ad un
altro tempo, nella speranza che i cuori siano più pronti.



 



“9
E  avendo mangiato dissero a lui: Dove è
Sara tua moglie? Quello rispose: Ecco è nella tenda. 10 Disse a lui: Tornando
verrò a te in questo tempo, te vivente, ed avrà un figlio Sara, tua moglie.
Udito questo, Sara rise dietro la porta della tenda”.



 



Il
Signore non viene mai meno alla sua promessa, ma non può affrettare i tempi del
proprio intervento, quando da parte nostra fretta non c’è e neppure fede nella
sua opera.



Se
è sicuro che il Signore ritorna, non si sa quando in maniera precisa. Molto
meglio essere sempre pronti come Abramo e non seguire l’esempio di Sara.



 



“Udito
questo, Sara rise dietro la porta della tenda”.





Può
essere che la parola di Dio arrivi di sfuggita agli orecchi di chi non ha fede.
Non per questo ne riceve guadagno. Sara ode la parola che edifica, ma non è in
ascolto e  ne rimane scandalizzata. Nella
comunità che è la Chiesa c’è sempre chi ode da vicino, non il Signore, ma chi
parla con il Signore. Non per questo è varcata la porta di questa tenda terrena
e si va oltre l’uomo, ma si rimane “da dietro a lui”. Sara vede ancora tutto
come prima, con gli occhi della carne e con i piedi ben saldi a terra. La
logica della parola di Dio è superata dalla logica dei fatti e di ciò che
appare alla ragione.



 



“11
Infatti erano entrambi vecchi, e di avanzata età ed erano venuti meno a Sara i corsi
delle donne. 12 Questa rise di nascosto, dicendo: dopo che sono invecchiata e
il mio signore è vecchio darò io opera al piacere?”



 



Sara
non interviene direttamente nel discorso: non vuole fare bugiardo Dio in
maniera aperta e conclamata, ma lo fa nel proprio cuore, con moto spontaneo ed
immediato agito dal satana. La mancanza di fede può anche non esprimersi, di
sicuro non sfugge agli occhi attenti del Signore.



 



“13
Ma il Signore disse ad Abramo: Perché rise Sara, dicendo: Forse veramente
partorirò vecchia? 14 Forse che a Dio qualcosa è difficile? Tornerò da te
secondo la promessa in questo stesso tempo vivendo tu ed avrà Sara un figlio.15
Negò Sara dicendo: non ho riso, presa da timore. Ma il Signore: Non è così, ,
disse, ma hai riso”.





Sara
è coinvolta suo malgrado nel discorso. Anche questa volta non fa una bella
figura e Dio non la considera una interlocutrice affidabile. Il Signore
continua a parlare al solo Abramo, benché Sara non si possa certo escludere e
sia parte in causa. Quando il cuore dell’uno o dell’una è duro, meglio parlare
all’altra o all’altro. La moglie non credente è edificata dallo sposo credente,
così pure lo sposo non credente è edificato dalla sposa credente. Se chi ti è
accanto non comprende, sii tu perseverante nell’ascolto della parola del
Signore. A nulla valgono i richiami, se non quelli che vengono dal cielo. Sono
più efficaci dei nostri e sanno sbugiardare meglio.



 



“Negò
Sara dicendo: non ho riso, presa da timore. Ma il Signore: Non è così, , disse,
ma hai riso”.



 



Abramo
aveva riso alle parole della promessa con uno spirito molto diverso. Non ha
meritato il rimprovero da parte del Signore, ma una conferma ed un
incoraggiamento a perseverare nella speranza. Anche chi è saldo nella fede, in
alcuni momenti, può trovare tutto molto ridicolo ed assurdo: non per questo
demorde e se ne sta al riposo, sotto la tenda, ma veglia e sta in attesa, fuori
dalla porta, anche quando il sole batte forte. Il riso di Sara è meritevole di
un richiamo forte e spaventoso, il riso di Abramo è degno di un richiamo
benevolo e confortante.





“16
Essendosi pertanto alzati da lì gli uomini, diressero gli occhi contro Sodoma
ed Abramo muoveva il passo con loro, accompagnandoli. 17 E il Signore disse:
Potrò io celare ad Abramo, quelle cose che sto per fare,18 quando dovrà
diventare una gente grande e possente e dovranno essere benedette in lui tutte
le nazioni della terra?



 



Il
Dio che scende sulla terra per salvare è anche il Dio che scende sulla terra
per giudicare e per condannare chi non fa la sua volontà. Prima c’è l’amore per
gli eletti, poi il giudizio sugli empi e i ribelli. Se tutti siamo coinvolti
nella salvezza, tutti siamo pure coinvolti in un discorso di dannazione. Abramo
non può rinchiudersi in una gioia 
esclusiva di coloro che cercano la vita eterna, sic et sempliciter.  Finchè siamo su questa terra, c’è il
confronto con i fratelli che non credono e non sono approvati dal Signore: un
confronto che è croce e sofferenza e che ci spinge ad operare per il bene di
tutti. La sofferenza di Dio per gli empi è anche la sofferenza di Abramo.
Nessuno che abbia veramente fede in Cristo Gesù può rimanere indifferente alla
tragedia di un mondo che non vuole il Signore e che si sta avviando verso la
catastrofe più completa. Il Signore ben conosce i sentimenti di Abramo ed il
suo amore per gli uomini.





“17
E il Signore disse: Potrò io celare ad Abramo, quelle cose che sto per fare, 18
quando dovrà diventare una gente grande e possente e dovranno essere benedette
in lui tutte le nazioni della terra? 19 Infatti so che insegnerà ai suoi figli
e alla sua casa dopo di sé perché custodiscano la via del Signore e osservino
la giustizia e il diritto affinchè il Signore porti a compimento attraverso
Abramo tutte quelle cose che ha detto a lui”.



 



L’elogio
più bello e più grande di Abramo lo fa il Signore. Agli occhi della carne,
Abramo non sembra poi molto diverso da tutti gli altri uomini. Per Dio le cose
stanno diversamente. Abramo è il confidente del Padre, è colui che in tutto e
per tutto condivide il Suo progetto d’amore per l’umanità: gli è data la gioia
della salvezza, ma gli è anche chiesto di condividere con l’Eterno la tristezza
per coloro che si perdono. In Abramo l’amore esce dalle secche dell’individuo,
del gruppo, della comunità, di questa o quella chiesa, di questo o di quel
popolo: assume connotati universali e si proietta verso l’eternità, ma soltanto
per il suo essere in Cristo e per Cristo. Perché mai è scritto che diventerà
certamente una nazione grande e numerosa e saranno benedette in lui tutte le nazioni
della terra, se non per il fatto che ha preso coscienza di un io che
innanzitutto appartiene al genere? Diversi si diventa per dono divino: per quel
che ci riguarda siamo tutti uguali. Tutti abbiamo peccato e tutti siamo degni
di dannazione eterna. Nessun annuncio di salvezza può essere affidato a chi non
si riconosce uno dei molti, nato dal peccato di Adamo. Abramo è ben consapevole
della propria miseria spirituale e di una salvezza possibile soltanto in virtù
dell’intervento divino. Non porta nella sua carne soltanto il proprio peccato
individuale ( i peccati dell’esistenza ), ma ancor più ed ancor prima quello di
tutti gli uomini ( il peccato dell’essenza).





“19
Infatti so che insegnerà ai suoi figli e alla sua casa dopo di sé perché
custodiscano la via del Signore e osservino la giustizia e il diritto affinché
il Signore porti a compimento attraverso Abramo tutte quelle cose che ha detto
a lui”.





Se
il peccato ci coinvolge come genere, così pure la salvezza non può coinvolgerci
se non come umanità tutta. Abramo non pensa, non desidera e non opera soltanto
in vista della propria salvezza: vuole la salvezza di tutta l’umanità. Per
questo darà ordini ai suoi figli e alla sua casa dopo di lui, e custodiranno le
vie del Signore, così da praticare giustizia e giudizio…”. Non sembra che tutto
sia andato proprio nel migliore dei modi. È fatto salvo il desiderio del suo
cuore, perché ha salvato il desiderio di Dio, di una salvezza che viene dal
cielo per ogni carne. Abramo non è semplice custode e cultore del peccato di
Adamo, ancor più è fedele custode e facitore di un progetto di salvezza che
viene dal cielo. Non ha fede solo per se stesso, ma per tutti gli uomini:
finchè ci sarà chiesa sarà proclamato il nome di Abramo come padre di tutti i
credenti.



 



“20 Pertanto disse il Signore: Il clamore di Sodoma
e di Gomorra si è moltiplicato e il loro peccato si è fatto troppo grave. 21
Discenderò e vedrò se hanno colmato con le opere il clamore che è venuto a me,
o se non è così, per sapere”.





Tu
che non comprendi l’importanza della parola intendi ciò che ti dice la Sacra
Scrittura. Prima ancora di vedere le opere dell’uomo, Dio sente le sue parole.
“perché dalle tue parole sarai giudicato e dalle tue parole sarai condannato”.
È la parola che ci fa ad immagine di Dio e Dio non può tollerare un’immagine
distorta ed ingannevole. Se la parola non dice tutto e deve essere verificata
dalla opere, sicuramente dice già molto. Non è accetta alcuna parola che sia
contro Dio e neppure ci si deve illudere che possano esistere opere buone là
dove le parole sono cattive. La parola malvagia è verificata dalle opere
soltanto in “proporzione”. L’agire umano può essere  in un più o in un meno rispetto alla parola:
non può essere qualcosa di diverso. Se le parole non sono sante, le opere non
possono essere sante. Per il giudizio divino il problema è solo quantitativo,
non qualitativo. Resta da appurare quanto grande sia il peccato, non certo la
sua realtà.





“22 E partirono da lì e si incamminarono verso
Sodoma. Ma Abramo ancora stava al cospetto del Signore”.



 



Stupenda
immagine di un uomo che non cede nel suo desiderio d’amore e di perdono, ma sta
ritto davanti al Signore e non si rassegna neppure davanti alla rassegnazione
di Dio.





23
E avvicinandosi disse: Manderai in perdizione il giusto insieme con l’empio? 24
Se vi saranno cinquanta giusti in città, periranno insieme? E non risparmierai
a quel luogo per i cinquanta giusti, se ci saranno in esso? 25 Lungi da te,
fare questa cosa ed uccidere il giusto con l’empio e che sia il giusto come l’empio.
Non è da te che giudichi tutta la terra e in nessun modo farai  giudizio. 26 E disse il Signore a lui: Se
troverò a Sodoma cinquanta giusti in mezzo alla città perdonerò a tuutto il
luogo per essi. 27 e rispondendo Abramo disse: Poiché una volta ho cominciato
parlerò al mio Signore, essendo io polvere e cenere. 28 Se vi saranno cinque
giusti meno di cinquanta? Distruggerai tutta la città per cinque? E Disse: Non
la distruggerò se troverò qui quarantacinque. 29 Di nuovo disse a lui: Se
invece qui saranno trovati quaranta, cosa farai? Disse: Non castigherò per i
quaranta . 30 Non adirarti disse, Signore, se parlerò. Che cosa sarà se qui si
troveranno trenta? Rispose: Non lo farò, se ne troverò qui trenta. 31 Poiché
una volta, disse, ho cominciato a parlare al Signore mio. E se qui se ne
troveranno venti? Disse: Non darò la morte per i venti. 31 Di grazia, disse,
non adirarti Signore, se parlerò ancora. E se qui se ne troveranno dieci. E
disse: Non distruggerò per i dieci”.



“E avvicinandosi disse…”





Quando
la questione è delicata e si osa chiedere troppo, meglio avvicinarsi e non
alzare il tono della voce.



Chi
ama il Signore e pone in Lui tutta la sua fede, non può accettare una giustizia
sommaria che tutti accomuna in un’unica condanna, l’empio come il giusto. Come
immaginare che in un’intera città non vi siano dei giusti, seppure in numero
esiguo? Dio non può volere la morte di coloro che seguono le sue vie, ed in
grazia degli eletti risparmierà anche i reprobi. La preghiera di Abramo coglie
nel segno ed è in sintonia con la volontà del Signore, il quale non vuole che
alcuno dei suoi piccoli perisca. La questione è un’altra e non riguarda la
giustizia divina, ma quella dell’uomo. 
In Sodoma ed in Gomorra ad eccezione di Lot, giusti non ce ne sono. Per
Abramo la mazzata è grande, perché quanto più Dio cede alla sua preghiera e
quanto più  si dimostra disposto a
perdonare, tanto più si rende evidente non solo lo spessore, ma anche la
larghezza del peccato. Per dieci giusti il Signore è disposto a rimandare il
tempo del suo giudizio e del suo castigo; ma dieci giusti non vengono trovati.
Chi è l’eccezione non accetta mai volentieri di essere tale. Ama pensare ed
illudersi che il mondo tutto sia popolato di persone che cercano il Signore. I
cristiani veri saranno pur pochi, ma ci devono pur essere. La fede di Abramo è
costretta ad una crescita forzata. Deve uscire dal limbo dell’infanzia,
dal  facile ottimismo, dall’umiltà
alienata di chi vede tutti migliori di se stesso, anche quando non ci sono i
segni della fede, mentre abbondano i segni dell’empietà. Se prima Abramo era un
uomo solo, che cercava di spezzare la propria solitudine nell’illusione della
fede altrui, ora deve guardare la realtà in faccia, e portare il peso di
un’emarginazione non più semplicemente supposta, ma dimostrata e comprovata
dallo stesso Signore. Se prima Abramo non aveva alcuno in cui posare il proprio
cuore all’infuori del Signore, ora molto più può pensare di essere rimasto
l’unico ad invocare il nome di Dio. Realtà dura d’accettare. La rottura col
mondo rinsalda sempre di più l’unione con Dio. D’ora in poi Abramo confiderà in
Dio in maniera esclusiva. Dall’uomo non gli viene alcuna certezza ed una
speranza assai flebile. Il solo Lot è degno di essere salvato dal castigo di
Dio. Ma quale aiuto, appoggio e confidenza può trovare in questo unico fratello
di fede? Sin dall’inizio del cammino Lot non dà alcuna garanzia di perseveranza
e di stabilità: passa da un campo all’altro, è debole ed instabile. Tutti
coloro che cercano il Signore desiderano la vicinanza di un fratello con il
quale avere piena amicizia e confidenza. Anche se uno o più fratelli ci vengono
dati, il vero amico del cuore è sempre il solo ed unico Dio. Ti senti solo? Sta
attaccato al tuo Gesù. Non c’è alcuna scappatoia alla solitudine della nostra
vita, se non tra le braccia di Cristo. Dopo una preghiera così lunga ed
insistente e dopo tanta foga, il silenzio più grande. Nel silenzio e solo col
silenzio si rinsalda l’amicizia tra l’uomo e Dio.  Le botte che ci vengono dagli uomini, per
amore, fanno male, ma ci uniscono sempre di più al Cristo; quando soffriamo con
lui, per essere con lui glorificati.



 



“33 E se ne andò il Signore dopo che cessò di
parlare ad Abramo e quello tornò nel suo luogo”.



 



La
preghiera non esaurisce il senso della fede: certamente è il suo momento forte.
Si ritorna da essa  diversi e più maturi
per la lotta. Anche se Dio si è allontano, lo sentiamo a noi vicino. C’è un
momento per parlare a Dio e c’è il momento del rimanere nell’ascolto di quanto da
Lui detto. Dopo aver fatto invasione nelle cose di Dio, Abramo torna al suo
posto, che è quello della creatura obbediente e fidente, che più di tanto non
può e non deve interferire nei disegni di Dio.



 

Informazioni aggiuntive