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In memoria di san Gerolamo ( Benedetto XV )

 

Lettera Enciclica Spiritus Paraclitus del Sommo Pontefice Benedetto XV, in occasione del XV centenario della morte di San Gerolamo

Lo Spirito Santo, che per iniziare il genere umano ai misteri divini gli aveva dato il tesoro delle sante Lettere, con grande provvidenza ha fatto nascere, nel corso dei secoli, numerosi esegeti, santissimi ed addottrinatissimi, i quali non solo non permettessero che tale tesoro rimanesse abbandonato e improduttivo [1], ma con i loro studi e la loro attività offrissero ai fedeli cristiani la ricchissima «consolazione delle Scritture ».
È noto a tutti, e da tutti riconosciuto, che fra questi luminari un posto di primo piano spetta a San Girolamo, che la Chiesa Cattolica riconosce e venera come il Massimo Dottore che le sia stato concesso dal cielo per l’interpretazione delle Sacre Scritture.
E poiché fra poco commemoreremo il quindicesimo centenario della sua morte, Noi non vogliamo, Venerabili Fratelli, lasciar passare una così favorevole occasione per intrattenervi sulla gloria che Girolamo ha acquisito e sui servizi che egli ha reso nella conoscenza delle Scritture. Infatti, stimolati dalla consapevolezza del Nostro ufficio apostolico, affinché venga incrementato il nobilissimo studio delle Scritture proponiamo questo grande uomo come esempio da imitare, e confermiamo con la Nostra apostolica autorità le utilissime direttive e prescrizioni date in materia dai Nostri Predecessori di felice memoria Leone XIII e Pio X, adattandole alle esigenze imposte alla Chiesa dai tempi odierni. Infatti, Girolamo, « grandissimo uomo cattolico e profondo conoscitore della legge sacra » [2], «maestro dei cattolici » [3] e « modello esemplare di costumi nel mondo » [4], ha esposto meravigliosamente e difeso efficacemente la dottrina cattolica intorno ai Libri Santi, fornendoci un insieme di insegnamenti di altissimo valore, di cui Noi Ci valiamo per esortare tutti i figli della Chiesa, e specialmente i membri del clero, al rispetto, alla lettura devota e all’assidua meditazione delle Scritture Divine.
Voi sapete, Venerabili Fratelli, che Girolamo, nato a Stridone, città « un tempo di confine tra la Dalmazia e la Pannonia » [5], allevato fin dalla più tenera infanzia al Cattolicesimo [6], dopo che col battesimo ebbe preso qui, in questa alma Roma, l’abito di Cristo [7], fino alla fine della sua lunghissima vita consacrò tutte le sue forze allo studio, alla esposizione e alla difesa dei Libri Sacri.
Istruitosi in lettere latine e greche, appena uscito dalla scuola dei retori, ancora adolescente, si sforzò di commentare il profeta Abdia; questo esercizio « della sua prima gioventù » [8], fece crescere a tal punto il suo amore per le Scritture, che, seguendo la parabola del Vangelo, egli decise di dover sacrificare al tesoro che aveva scoperto « tutti i vantaggi di questo mondo » [9].
Conseguentemente, per niente turbato dalle difficoltà di tale decisione, abbandonò la casa, i genitori, la sorella, i parenti; rinunziò all’abitudine di una lauta mensa e partì per i luoghi santi dell’Oriente, allo scopo di procurarsi con maggiore abbondanza le ricchezze di Cristo e la conoscenza del Salvatore con la lettura e lo studio dei Libri Santi [10].
Più volte egli stesso descrive come si sia dedicato a questa sfibrante impresa: «Una meravigliosa sete di sapere mi spingeva ad istruirmi e non fui affatto, come alcuni pensano, il maestro di me stesso. Ad Antiochia ascoltai spesso e attentamente le lezioni di Apollinare di Laodicea, ma benché fossi suo discepolo nelle Sacre Scritture, non ho mai adottato il suo dogmatismo in materia di senso » [11].
Ritiratosi successivamente nel deserto della Calcide, in Siria, allo scopo di penetrare più profondamente il senso della parola divina e per frenare nello stesso tempo, con accanito travaglio, gli ardori della giovinezza, Girolamo si affidò all’insegnamento di un ebreo convertito, dal quale ebbe anche modo di apprendere la lingua ebraica e caldea. «Quali pene tutto ciò mi sia costato, quali difficoltà abbia dovuto vincere, quali scoraggiamenti soffrire, quante volte abbia abbandonato questo studio, per poi riprenderlo più tardi, stimolato dalla mia passione per la scienza, io solo, che l’ho provato, potrei dirlo, e con me coloro che mi vivevano accanto. E benedico Iddio per i dolci frutti che mi ha procurato l’amaro studio delle lingue » [12].
Per sfuggire ai tanti eretici che venivano a turbarlo perfino nella solitudine del deserto, si recò a Costantinopoli. Vescovo di questa città era allora San Gregorio il Teologo, celebre per la grande dottrina. Girolamo lo prese per quasi tre anni a guida e a maestro nell’interpretazione delle Sacre Scritture. In quest’epoca egli tradusse in latino le Omelie di Origene sui Profeti e la Cronaca di Eusebio, e commentò la visione dei Serafini in Isaia.
Ritornato a Roma, per le difficoltà che la Cristianità attraversava, fu accolto affettuosamente dal Papa Damaso, e utilizzato nel governo della Chiesa [13]. Sebbene assorbito notevolmente da questi impegni, tuttavia mai trascurò sia di dedicarsi ai Libri Santi [14] e di trascrivere e di esaminare i codici [15], sia di risolvere le difficoltà che gli venivano sottoposte e di iniziare i discepoli d’ambo i sessi alla conoscenza delle Scritture [16].
Per la verità, il Pontefice gli aveva affidato l’importantissimo compito di rivedere la versione latina del Nuovo Testamento, ed egli rivelò in quest’impresa una tale penetrazione e una tale finezza di giudizio che l’opera di Girolamo è sempre più stimata ed ammirata. Ma poiché tutti i suoi pensieri, tutti i suoi desideri l’attiravano verso i luoghi della Palestina, alla morte di Damaso, Girolamo si ritirò a Betlemme, dove, fondato un monastero presso la culla di Gesù, si consacrò tutto a Dio, dedicando il tempo che la preghiera gli lasciava libero allo studio e all’insegnamento delle Scritture.
Infatti, come più volte egli stesso riferisce di sé, « il mio capo s’incanutiva e avevo ormai l’aspetto più di un maestro che di un discepolo; ciò nonostante mi recai ad Alessandria, alla scuola di Didimo. Io devo molto a lui; egli mi insegnò quello che ignoravo, e ciò che già sapevo mi rivelò sotto diversa forma. Sembrava che non avessi più nulla da imparare, e ora, a Gerusalemme e a Betlemme, a prezzo di quali fatiche e di quali sforzi ho seguito, anche di notte, le lezioni di Baranina! Egli temeva gli Ebrei e mi faceva l’effetto di un secondo Nicodemo » [17].
Girolamo non si accontentò dell’autorità e delle lezioni di questi e di altri maestri, ma per raggiungere altri risultati egli si valse di fonti di documentazione di ogni genere; dopo essersi procurato fin dagli inizi i migliori manoscritti e Commentari delle Scritture, studiò i libri delle Sinagoghe e le opere della Biblioteca di Cesarea, fondata da Origene e da Eusebio; il confronto di questi testi con quelli che già possedeva doveva metterlo in grado di fissare la forma autentica e il vero senso del testo biblico. Per meglio raggiungere il suo scopo, visitò la Palestina in tutta la sua estensione, fermamente convinto del vantaggio che ne avrebbe tratto, come scriveva a Domnione e a Rogaziano: « La Sacra Scrittura sarà molto più penetrabile per colui che ha visto con i proprî occhi la Giudea, ha ritrovato i resti delle antiche città, ed appreso i nomi rimasti identici o mutati delle varie località. Questo è il pensiero che ci guidava quando ci siamo imposta la fatica di percorrere, insieme ai più eruditi Ebrei, la regione il cui nome risuona in tutte le chiese di Cristo » [18].
Pertanto, ecco Girolamo nutrire incessantemente il suo spirito con questa manna celeste; commentare le Lettere di Paolo; correggere, secondo i testi greci, i codici Latini dell’Antico Testamento; tradurre di nuovo in latino dall’originale ebraico quasi tutti i Libri sacri; spiegare ogni giorno le Sacre Scritture ai fedeli insieme riuniti; rispondere alle lettere che da ogni parte gli giungevano per sottoporgli difficoltà esegetiche da risolvere; confutare energicamente i detrattori dell’unità e della dottrina cattolica. Tanto grande era l’energia che gl’infondeva l’amore per le Scritture, da non smettere dallo scrivere e dal dettare, finché la morte non ebbe irrigidito la sua mano e spento la sua voce. Così, non risparmiando né fatiche, né veglie, né spese, mai, fino all’estrema vecchiaia, cessò di meditare giorno e notte, presso il Presepio, sulla legge del Signore, rendendo maggiori servigi al nome cattolico, dal fondo della sua solitudine, con l’esempio della sua vita e con i suoi scritti, di quelli che avrebbe potuto rendere se fosse vissuto a Roma, centro del mondo.
Dopo avere rapidamente esaminato la vita e le opere dl Girolamo, consideriamo, Venerabili Fratelli, quale fu il suo insegnamento sulla dignità divina e l’assoluta veridicità delle Scritture. A questo proposito, si analizzino gli scritti del grande Dottore: non v’è pagina in cui non sia reso evidente come egli abbia fermamente e invariabilmente affermato, in armonia con l’intera Chiesa Cattolica, che i Libri Santi sono stati scritti sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, che l’autore di essi va ritenuto Dio stesso e che come tali la Chiesa li ha ricevuti [19]. Egli afferma infatti che i Libri della Sacra Scrittura sono stati composti sotto l’ispirazione o il consiglio o anche la diretta dettatura dello Spirito Santo; senza dubbio, questo stesso Spirito li ha composti e divulgati. D’altra parte, Girolamo non dubita minimamente che ogni autore di questi Libri abbia, secondo la propria natura e la propria intelligenza, dato libero contributo all’ispirazione divina. Non solo dunque egli afferma senza riserve l’elemento comune a tutti gli scrittori di cose sacre — sarebbe a dire il fatto che la loro penna è guidata dallo Spirito divino, a tal punto che Dio stesso deve essere considerato causa determinante di ogni espressione della Scrittura — ma anche distingue accuratamente ciò che è particolarmente caratteristico in ogni scrittore. Sotto diversi punti di vista, secondo cioè l’ordinamento del materiale, secondo l’uso dei vocaboli, la qualità e la forma dello stile, egli dimostra come ciascuno abbia messo a profitto le proprie facoltà e le proprie capacità personali; giunge in tal modo a fissare e a delineare bene il carattere singolo, le impronte, per così dire, e la fisionomia di ogni autore, soprattutto riguardo ai profeti e all’apostolo Paolo. Per meglio porre in rilievo questa collaborazione di Dio e dell’uomo alla stessa opera, Girolamo presenta 1’esempio dell’operaio che si serve, nella costruzione di un oggetto qualsiasi, di uno strumento o di un utensile; infatti, tutto quello che gli scrittori sacri dicono «altro non è che la parola stessa di Dio e non la loro parola, e parlando per mezzo della loro bocca Dio volle servirsi come d’uno strumento » [20].
Inoltre, se noi cerchiamo di comprendere come bisogna interpretare questa influenza di Dio sullo scrittore di sacri argomenti, e l’azione che Egli come causa principale esercitò, noi vedremo che l’opinione di Girolamo è in perfetta armonia con la dottrina comune della Chiesa Cattolica in quanto, egli sostiene, con il dono della sua grazia Dio illumina la mente dello scrittore circa le verità che questi deve trasmettere agli uomini « per ordine divino »; suscita in lui la volontà e lo costringe a scrivere; gli conferisce un’assistenza speciale fino al compimento del libro. È principalmente su questo punto del concorso divino, che il nostro santissimo uomo fonda l’eccellenza e la dignità incomparabili delle Scritture, la cui scienza paragona al « tesoro prezioso » [21] e alla « splendida perla » [22] nei quali, assicura, si trovano « le ricchezze di Cristo » [23] e « l’argento che orna la casa di Dio » [24].
In verità, egli proclamava con le parole e con l’esempio la suprema autorità delle Scritture, al punto che, non appena si sollevava una controversia, egli ricorreva alla Bibbia come alla più autorevole fonte per dedurne testimonianze, argomenti molto saldi e assolutamente inconfutabili al fine di dimostrare apertamente gli errori degli avversari. Così Girolamo rispose con chiarezza e semplicità ad Elvidio che negava la perpetua verginità della Madre di Dio: « Se ammettiamo tutto ciò che dice la Scrittura, neghiamo logicamente ciò che essa non dice. Noi crediamo che Dio sia nato da una vergine, appunto perché lo leggiamo nella Scrittura; e neghiamo che Maria non sia rimasta vergine dopo il parto, perché la Scrittura non lo riporta assolutamente » [25].
Servendosi di queste stesse armi s’impegna a difendere energicamente contro Gioviniano la dottrina cattolica sullo stato di verginità di Maria, sulla perseveranza, l’astinenza e il merito delle buone opere: « Io farò ogni sforzo per opporre, a ciascuna delle sue asserzioni, i testi delle Scritture; eviterò così che egli vada ovunque lamentandosi che io l’ho vinto più con la mia eloquenza che con la forza della verità » [26]. E nella difesa dei proprî libri contro l’eretico, così scrive: « Sembrerebbe che l’abbiano supplicato di cedere dinanzi a me, mentre egli non si è lasciato prendere che a malincuore, dibattendosi nei lacci della verità » [27].
Sul complesso della Scrittura egli così si esprime nel suo saggio su Geremia, che a causa della morte non poté ultimare: «Non bisogna seguire l’errore dei genitori, né quello degli antenati, bensì l’autorità delle Scritture e la volontà di Dio maestro » [28]. Ecco come insegna a Fabiola il metodo e l’arte per combattere il nemico: «Una volta che sarai erudito nelle Sacre Scritture, armato delle loro leggi e delle loro testimonianze, che sono i vincoli della verità, tu andrai contro i tuoi nemici, li domerai, li incatenerai e li riporterai prigionieri; e di questi avversari e prigionieri di ieri, tu farai tanti figli di Dio » [29].
Inoltre Girolamo insegna che l’ispirazione divina dei Libri Santi e la loro sovrana autorità comportano, quale conseguenza necessaria, l’immunità e l’assenza di ogni errore e di ogni inganno; tale principio egli aveva appreso nelle più celebri scuole d’Oriente e d’Occidente, come tramandato dai Padri e accettato dall’opinione comune. In verità, dopo che egli ebbe intrapreso, per ordine del Papa Damaso, la revisione del Nuovo Testamento, alcuni « spiriti meschini » gli rimproverarono a bella posta di aver tentato « contro l’autorità degli antichi e l’opinione di tutto il mondo, di fare alcuni ritocchi ai Vangeli »; Girolamo si accontentò di rispondere che non era abbastanza semplice di spirito, né così estremamente ingenuo, per pensare che la più piccola parte delle parole del Signore avesse bisogno d’essere corretta, o per ritenere che non fosse divinamente ispirata [30]. Nel commento alla prima visione di Ezechiele intorno ai quattro Evangeli, osserva: «Non troverà strani tutto quel corpo e quei dorsi disseminati d’occhi, chi si è reso conto che dal più piccolo particolare del Vangelo si sprigiona una luce che illumina col suo raggio il mondo intero; ed anche la cosa che è apparentemente la più trascurabile brilla di tutto il maestoso splendore dello Spirito Santo » [31]. Questo privilegio che egli qui rivendica per il Vangelo, è da lui reclamato in ognuno dei suoi Commentari per tutte le altre « parole del Signore »; egli ne fa la legge e la base dell’interpretazione cattolica; questo è d’altra parte il criterio di cui Girolamo si vale per distinguere il vero profeta dal falso [32]. Infatti, « la Parola del Signore è verità e, per lui, dire significa realizzare » [33]. Pertanto « la Scrittura non può mentire » [34], e non è permesso accusarla di menzogna [35] e neppure ammettere nella sua parola anche un solo errore di nome [36]. Del resto, il Santo Dottore aggiunge che egli « non pone sullo stesso piano gli Apostoli e gli altri scrittori », cioè gli autori profani; « quelli dicono sempre la verità, mentre questi, come capita agli uomini, possono errare su alcuni punti » [37]; molte affermazioni della Scrittura che a prima vista possono sembrare incredibili, sono tuttavia vere [38]; in questa « parola di verità » non è possibile scoprire nessuna contraddizione, « nessuna discordanza, nessuna incompatibilità » [39]; conseguentemente, « se la Scrittura contenesse due dati che sembrassero escludersi, entrambi resterebbero veri, quantunque diversi » [40].
Aderendo con convinzione a questo principio, se gli capitava di incontrare nei Libri sacri qualche contraddizione, Girolamo concentrava tutte le sue cure e tutti i suoi pensieri per risolvere la difficoltà, e se giudicava la soluzione ancora poco soddisfacente, non appena si presentasse l’occasione, senza perder coraggio, riprendeva l’esame del problema, anche se talora non giungeva a risolverlo completamente. Tuttavia non accusò mai gli scrittori sacri della minima falsità: « Lascio fare ciò agli empi, come Celso, Porfirio, Giuliano » [41]. In ciò era perfettamente d’accordo con Agostino, il quale, come leggiamo in una sua lettera allo stesso Girolamo, aveva per i Libri sacri tale venerazione e tale rispetto, da credere molto fermamente che nessun errore fosse sfuggito alla penna di uno solo di tali autori; perciò, se incontrava nelle Lettere sante un punto che sembrava in contrasto con la verità, lungi dal credere ad una menzogna, ne attribuiva la responsabilità ad una alterazione del manoscritto, a un errore di traduzione, o a una totale incomprensione propria. E aggiungeva: « Io so, fratello, che tu non pensi diversamente: voglio dire che non m’immagino affatto che tu desideri vedere le tue opere lette nella stessa disposizione di spirito in cui vengono lette le opere dei Profeti e degli Apostoli; dubitare che esse siano prive di ogni errore sarebbe un delitto » [42].
Con questa dottrina di Girolamo viene egregiamente confermata e spiegata la dichiarazione del Nostro Predecessore Leone XIII di felice memoria, nella quale è precisata la credenza antica e costante della Chiesa sulla perfetta immunità che mette la Scrittura al riparo d’ogni errore: « È tanto assurdo che l’ispirazione divina incorra nel pericolo di errare, che non solo il minimo errore ne è essenzialmente escluso, ma anche che questa esclusione e questa impossibilità sono tanto necessarie, quanto è necessario che Dio, sovrana verità, non sia l’autore di alcun errore, anche il più lieve ».
Dopo aver richiamato le conclusioni dei Concìli di Firenze e di Trento, confermate nel Sinodo Vaticano, Leone XIII prosegue: «Non importa nulla affermare che lo Spirito Santo ha assunto degli uomini come strumenti per scrivere, come se qualche errore potesse sfuggire non già all’autore primario ma agli ispirati scrittori. Infatti, con il suo potere soprannaturale Egli tanto li stimolò e li sospinse a scrivere, tanto li assistette mentre scrivevano, in modo che essi concepissero rettamente, volessero scrivere fedelmente ed esprimessero con infallibile verità tutte quelle cose e solo quelle che Egli voleva; diversamente Egli non sarebbe l’autore di tutta la sacra Scrittura » [43].
Le parole del Nostro Predecessore non lasciano adito ad alcun motivo di dubbio o di tergiversazione, tuttavia, Venerabili Fratelli, è doloroso rilevare che non sono mancati, non solo fra gli estranei, ma anche tra i figli della Chiesa Cattolica e — strazio ancor più grande per il Nostro cuore — perfino tra il clero e i maestri delle Scienze sacre, spiriti che con fiducia orgogliosa nel proprio criterio di giudizio, apertamente rifiutarono o attaccarono subdolamente su questo punto il magistero della Chiesa. Certamente Noi approviamo l’intenzione di coloro che, desiderosi per sé e per gli altri, di liberare il Testo Sacro dalle sue difficoltà, ricercano, con l’appoggio di tutti i dati della scienza e della critica, nuovi modi e nuovi metodi per risolverle; ma essi falliranno miseramente nella loro impresa, se trascureranno le direttive del Nostro Predecessore e se oltrepasseranno i limiti precisi indicati dai Santi Padri.
Ora l’opinione di alcuni moderni non si preoccupa affatto di queste prescrizioni e di questi limiti; distinguendo nella Sacra Scrittura un duplice elemento, uno principale o religioso, e uno secondario o profano, essi accettano, sì, il fatto che l’ispirazione si riveli in tutte le proposizioni ed anche in tutte le parole della Bibbia, ma ne restringono e ne limitano gli effetti, a partire dall’immunità dell’errore e dall’assoluta veracità, limitata al solo elemento principale o religioso. Secondo loro, Dio non si preoccupa e non insegna personalmente nella Scrittura se non ciò che riguarda la religione: il resto ha rapporto con le scienze profane e non ha altra utilità, per la dottrina rivelata, che quella di servire da involucro esteriore alla verità divina. Dio permette soltanto che esso vi sia, e l’abbandona alle deboli facoltà dello scrittore. Perciò non vi è nulla di strano se la Bibbia presenta, nelle questioni fisiche, storiche e in altre di simile argomento, passaggi piuttosto frequenti che non è possibile conciliare con gli attuali progressi delle scienze.
Alcuni sostengono che queste opinioni erronee non sono affatto in contrasto con le prescrizioni del Nostro Predecessore, avendo egli dichiarato che in materia di fenomeni naturali, l’autore sacro ha parlato secondo le apparenze esteriori, suscettibili quindi d’inganno. Quanto questa affermazione sia temeraria e menzognera, lo provano manifestamente le stesse parole del Pontefice.
L’apparenza esteriore delle cose — ha dichiarato molto saggiamente Leone XIII, seguendo Agostino e Tommaso d’Aquino — deve essere tenuta in una certa considerazione; ma questo principio non può suscitare il minimo sospetto di errore nella Sacra Scrittura: poiché la sana filosofia asserisce come cosa sicura che i sensi, nella percezione immediata delle cose, oggetto vero di conoscenza, non si ingannano affatto. Inoltre il Nostro Predecessore, dopo aver negato ogni distinzione e ogni possibilità di equivoco tra quello che è l’elemento principale e l’elemento secondario, dimostra chiaramente il gravissimo errore di coloro i quali ritengono che per « giudicare della verità delle proposizioni bisogna senza dubbio ricercare ciò che Dio ha detto, ma più ancora valutare il motivo che Lo ha indotto a parlare ». Leone XIII precisa ancora che l’ispirazione divina è presente in tutte le parti della Bibbia, senza selezione né distinzione alcuna, e che è impossibile che anche il minimo errore si sia introdotto nel testo ispirato: « Sarebbe un errore molto grave restringere l’ispirazione divina solo a determinate parti della Sacra Scrittura, o ammettere che lo stesso autore sacro abbia potuto ingannarsi ».
E non sono meno discordi dalla dottrina della Chiesa, confermata dall’autorità di Girolamo e degli altri Padri, quelli che ritengono che le parti storiche delle Scritture si appoggiano non sulla verità assoluta dei fatti, ma soltanto sulla loro verità relativa, come essi la chiamano, e sul modo volgarmente comune di pensare. Per sostenere questa teoria essi non temono di richiamarsi alle stesse parole del Papa Leone XIII, il quale avrebbe affermato che i princìpi ammessi in materia di fenomeni naturali possono essere portati in campo storico. Come nell’ordine fisico gli scrittori sacri hanno parlato seguendo le apparenze, così — essi pretendono — quando si trattava di riportare avvenimenti non perfettamente noti, li hanno riferiti come apparivano fissati secondo l’opinione comune del popolo o le relazioni inesatte di altri testimoni; inoltre essi non hanno citato le fonti delle loro informazioni, e non hanno garantito personalmente le narrazioni attinte da altri autori.
A che confutare più a lungo una teoria veramente ingiuriosa per il Nostro Predecessore, e nello stesso tempo falsa e piena di errore? Quale rapporto, infatti, vi è tra i fenomeni naturali e la storia? Le scienze fisiche si occupano di oggetti che colpiscono i sensi e devono quindi concordare con i fenomeni come essi appaiono; la storia, invece, narrazione di fatti, deve (ed è questa la sua legge principale) coincidere con questi fatti, come realmente si sono verificati. Se si accettasse la teoria di costoro, come sarebbe possibile conservare alla narrazione sacra quella verità, immune da ogni falsità, che, come il Nostro Predecessore dichiara in tutto il contesto della sua Enciclica, non si deve affatto menomare?
Anzi, quando egli afferma che v’é interesse a trasportare nella storia e nelle scienze affini i princìpi che valgono per le scienze fisiche, non intende stabilire una legge generale e assoluta, ma indicare semplicemente un metodo uniforme da seguire, per confutare le obiezioni fallaci degli avversari e difendere contro i loro attacchi la verità storica della Sacra Scrittura.
Almeno i sostenitori di queste innovazioni si fermassero qui; invece essi giungono al punto d’invocare il Dottore di Stridone per difendere la loro opinione, attribuendogli di avere dichiarato che bisogna mantenere l’esattezza e  l’ordine dei fatti storici nella Bibbia « prendendo per regola non la realtà obiettiva ma l’opinione dei contemporanei », che veniva così a costituire la vera legge della storia [44].
Come sono abili a trasformare in loro favore le parole di Girolamo! Ma non è possibile avere dubbi sul suo esatto pensiero: egli non afferma che nell’esposizione dei fatti lo scrittore sacro si appropria di una falsa credenza popolare a proposito di dati che ignora, ma dice soltanto che nella designazione delle persone e degli oggetti egli usa il linguaggio corrente. Così, quando uno scrittore chiama San Giuseppe padre di Gesù, indica chiaramente in tutto il corso della sua narrazione come intenda questo nome di padre.
Secondo Girolamo, « la vera legge della storia » richiede che nell’impiego delle denominazioni lo scrittore si attenga, dopo avere eliminato ogni pericolo di errore, al modo generale di esprimersi; poiché l’uso è l’arbitro e il regolatore del linguaggio. E che? Forse che il nostro Dottore non pone sullo stesso piano i fatti riportati dalla Bibbia e i dogmi nei quali è necessario credere, se si vuol raggiungere la salvezza eterna? Ecco infatti ciò che leggiamo nel suo Commentario sulla Lettera a Filemone: «Quanto a me, ecco ciò che penso: uno crede in Dio creatore: ciò non gli sarebbe possibile s’egli non credesse alla verità di tutto ciò che la Scrittura riporta riguardo ai suoi Santi ». E compila una lunghissima serie di citazioni tratte dall’Antico Testamento, concludendo: «Chiunque rifiuti di prestar fede a tutti questi fatti e a tutti gli altri, senza eccezione alcuna, riguardanti i Santi, non potrà credere al Dio dei Santi » [45].
Girolamo si trova quindi in perfetto accordo con Agostino, il quale, interprete del sentimento comune di tutta l’antichità, così scriveva: «Noi crediamo tutto ciò che la Sacra Scrittura, posta al supremo culmine dell’autorità dalle testimonianze sicure e venerabili della verità, ci attesta riguardo ad Enoch, ad Elia e a Mosè. Così se noi crediamo che il Verbo è nato dalla Vergine Maria, non è per il fatto ch’Egli non avrebbe potuto trovare altro mezzo per assumere una forma realmente incarnata, e per manifestarsi agli uomini (come sosteneva Fausto), ma perché così è detto in quella Scrittura, alla quale dobbiamo prestar fede se vogliamo rimanere cristiani e salvarci » [46]. Vi è poi un altro gruppo di denigratori della Sacra Scrittura: intendiamo parlare di coloro che, abusando di certi princìpi, giusti del resto se si mantengono entro determinati limiti, giungono a distruggere la base della veridicità delle Scritture, e a denigrare la dottrina cattolica trasmessa dai Padri.
Se vivesse ancora, Girolamo lancerebbe acuminati strali contro costoro che, disprezzando il sentimento e il giudizio della Chiesa, ricorrono con troppa facilità a quel sistema da essi definito «delle citazioni implicite » o delle narrazioni che sono storiche soltanto apparentemente; essi pretendono di scoprire nei Libri Sacri procedimenti letterari inconciliabili con l’assoluta e perfetta veracità della parola divina, e professano sull’origine della Bibbia un’opinione che tende unicamente a scuoterne l’autorità o addirittura ad annullarla. E che pensare di coloro che, nell’interpretazione del Vangelo, ne diminuiscono l’autorità umana e ne distruggono quella divina? Secondo costoro, delle parole, delle opere di Nostro Signor Gesù Cristo, nulla ci è pervenuto, nella sua integrità e senza alterazioni, malgrado le testimonianze di coloro che hanno riportato con religiosa cura ciò che avevano visto e udito; essi non vi vedono — soprattutto per ciò che concerne il IV Vangelo — che una compilazione costituita da un lato dalle aggiunte considerevoli dovute all’immaginazione degli Evangelisti, e dall’altro dal racconto di fedeli di altra epoca; queste correnti perciò, sgorganti da dubbia fonte, hanno oggi così ben confuso le acque nello stesso letto, che non è possibile assolutamente avere un criterio sicuro per distinguerle.
Non è così che Girolamo, Agostino e gli altri Dottori della Chiesa hanno compreso il valore storico dei Vangeli, nei quali: « Chi ha visto ha reso testimonianza, e la sua testimonianza è vera. Ed egli sa di dire il vero affinché anche voi lo crediate » [47]. Girolamo, dopo aver rimproverato agli eretici, autori di Vangeli apocrifi, di « aver tentato più di ordinare la narrazione che di stabilire la verità » [48], aggiunge al contrario, a proposito dei Libri Canonici: «Nessuno ha il diritto di mettere in dubbio la realtà di quello che è scritto » [49]. Su questo punto è ancora una volta d’accordo con Agostino, il quale in modo eccellente diceva, a proposito dei Vangeli: «Queste cose vere sono state scritte con tutta fedeltà e veracità, affinché chiunque creda nel suo Vangelo, sia nutrito di verità, e non sia ingannato da menzogne » [50].
Voi vedete quindi, Venerabili Fratelli, con quale ardore dovete consigliare ai figli della Chiesa di scacciare questa folle libertà d’opinione con lo stesso impegno che avevano i Padri. Le vostre esortazioni saranno più facilmente ascoltate se convincerete il clero e i fedeli, affidati alla vostra custodia dallo Spirito Santo, che Girolamo e gli altri Padri della Chiesa hanno attinto questa dottrina riguardante i Libri Sacri alla scuola dello stesso Divino Maestro Gesù Cristo. Infatti, leggiamo noi forse che Nostro Signore abbia avuto una diversa concezione della Scrittura? Le parole: « È scritto e bisogna che la Scrittura s’avveri » sono sulle Sue labbra un argomento senza eccezioni, tale da escludere ogni possibile controversia.
Ma soffermiamoci un poco su questo argomento. Chi non sa o non ricorda come nei Suoi discorsi al popolo, sia sulla montagna prossima al lago di Genezareth, sia nella sinagoga di Nazareth e nella Sua città di Cafarnao, il Signore Gesù traeva i punti principali e le prove della Sua dottrina dal testo sacro? Non è da esso che Egli attingeva armi invincibili per le discussioni con i Farisei e i Sadducei? Sia che insegni o discuta, Egli riporta affermazioni ed esempi assolutamente credibili, tolti da ogni parte della Scrittura; così quando si riferisce indistintamente a Giona, agli abitanti di Ninive, alla regina di Saba e a Salomone, ad Elia e ad Eliseo, a Davide, a Noè, a Loth, agli abitanti di Sodoma e alla moglie stessa di Loth [51]. Egli rende una grande testimonianza alla verità dei Santi Padri con la solenne dichiarazione: «Non passerà un solo iota o un solo tratto della legge, finché tutto non sia adempiuto » [52]; e ancora: « La Scrittura non può essere annullata » [53]; perciò: « Colui che avrà violato anche il più lieve di questi comandamenti e insegnato agli uomini a fare altrettanto, sarà il più trascurabile nel regno dei Cieli » [54].
Prima di raggiungere il Padre Suo in Cielo, Egli volle donare questa dottrina agli Apostoli, che ben presto doveva abbandonare sulla terra: « Aprì loro la mente affinché comprendessero le Scritture, e disse: Così sta scritto; il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno » [55].
La dottrina di Girolamo sull’eccellenza e la verità della Scrittura è dunque, per esprimerci brevemente, la dottrina di Cristo stesso. Perciò Noi esortiamo vivamente tutti i figli della Chiesa, e in particolar modo coloro che insegnano Sacra Scrittura agli studenti ecclesiastici, a seguire con perseveranza la via tracciata dal Dottore di Stridone; ne risulterà certamente che essi avranno per le Scritture la stessa profonda stima, e che il possesso di questo tesoro procurerà loro godimenti sublimi.
Prendendo il Massimo Dottore come guida e maestro, non solo giungeranno i grandi vantaggi che abbiamo sopra ricordato, ma ne deriveranno molti altri rilevanti che Ci piace, Venerabili Fratelli, considerare brevemente con voi.
Innanzi tutto, poiché prima di ogni altro si presenta al Nostro spirito, rileviamo l’appassionato amore per la Bibbia, testimoniato in Girolamo da ogni atto della sua vita e dalle sue parole, tutte infervorate dallo spirito di Dio: amore che egli ha cercato di destare sempre più nelle anime dei fedeli: « Ama la Sacra Scrittura — sembra voler dire a tutti quando si rivolge alla vergine Demetria — e la saggezza ti amerà; amala teneramente, ed essa ti custodirà; onorala e riceverai le sue carezze. Che essa sia per te come le tue collane e i tuoi orecchini » [56]. La lettura assidua della Scrittura, lo studio profondo e diligente di ogni libro, anzi di ogni proposizione e di ogni parola, gli hanno permesso di familiarizzarsi col Testo Sacro, più di ogni altro scrittore dell’antichità ecclesiastica.
Se la Versione Volgata, compilata dal nostro Dottore, lascia, secondo i pareri di tutti i critici imparziali, molto dietro di sé le altre versioni antiche, perché si  giudica che essa renda l’originale con maggiore esattezza ed eleganza, ciò è dovuto alla conoscenza che Girolamo aveva della Bibbia ed al suo spirito di sottile sensibilità.
Questa Versione Volgata, che il Concilio di Trento ha deciso di considerare autentica e di seguire nell’insegnamento e nella liturgia, « essendo consacrata dal lungo uso che ne ha fatto la Chiesa per tanti secoli », è Nostro vivo desiderio vedere corretta e resa alla sua purezza primitiva, secondo l’antico testo dei manoscritti, se Dio nella sua infinita bontà vorrà concederCi vita sufficiente; compito arduo e laborioso, affidato, con provvidenziale decisione, ai Benedettini dal Nostro Predecessore Pio X di felice memoria, dal quale, Noi ne siamo sicuri, deriveranno nuove fonti autorevoli per la comprensione delle Scritture. Questo amore di Girolamo per la Sacra Scrittura si rivela in modo del tutto particolare nelle sue lettere, sì che esse sembrano una trama di citazioni tratte dai Libri Santi; come Bernardo trovava insignificante ogni pagina che non racchiudesse il dolcissimo nome di Gesù, così Girolamo non gustava nessuno scritto che non splendesse della luce delle Sacre Scritture. Con tutta semplicità egli poteva scrivere in una lettera a San Paolino, un tempo brillante senatore e console, e da poco convertito alla fede di Cristo: « Se tu avessi questo terreno d’appoggio (voglio dire la conoscenza delle Scritture), le tue opere nulla avrebbero da perdere, ma acquisterebbero anzi una certa bellezza, e non cederebbero a nessun’altra per l’eleganza, per la scienza e per la finezza della forma... Unisci a questa dotta eloquenza il gusto o la comprensione delle Scritture, e presto ti vedrò posto nelle prime file dei nostri scrittori » [57].
Ma la via e il metodo da seguire per cercare con lieta speranza di scoprire quel prezioso tesoro, che il Padre Celeste ha donato ai suoi figli quale consolazione durante il loro esilio, sono forniti dallo stesso Girolamo con il suo esempio. Innanzi tutto egli ci esorta ad intraprendere lo studio della Scrittura con accurata preparazione e con animo ben disposto. Egli stesso, infatti, dopo aver ricevuto il Battesimo, per superare tutti gli ostacoli esteriori che potevano opporsi al suo santo desiderio, imitando il personaggio del Vangelo che, dopo aver trovato un tesoro, « se ne va pieno di gioia, vende tutto ciò che possiede ed acquista quel campo » [58], egli dice addio ai piaceri effimeri e frivoli di questo mondo, desidera ardentemente la solitudine ed abbraccia una vita austera con tanto maggior ardore quanto più si è reso conto del pericolo che fino allora aveva corso la sua salvezza in mezzo alle seduzioni del vizio.
Superati questi ostacoli, egli doveva ancora, d’altra parte, disporre il suo spirito ad acquistare la scienza di Gesù Cristo e a rivestirsi di Colui che è « dolce ed umile di cuore »; aveva in realtà provato quella stessa ripugnanza che Agostino confessava di aver sofferto quando si era accinto allo studio delle Sante Lettere. Dopo essersi dedicato durante la sua giovinezza alla lettura di Cicerone e di altri autori, quando volle rivolgere il suo spirito alla Scrittura Sacra, così si espresse: «Mi parve indegna d’essere paragonata alla bellezza della prosa Ciceroniana. La mia enfasi aveva orrore della sua semplicità, e la mia intelligenza non penetrava nel suo più profondo. Tuttavia si riesce a penetrarla sempre meglio, quanto più ci si fa piccini, ma io disdegnavo di farmi piccolo, e la boria m’ingigantiva dinanzi ai miei stessi occhi » [59].
Non altrimenti Girolamo, il quale nella sua solitudine gustava a tal punto la letteratura profana, che la povertà di stile delle Scritture gli impediva ancora di riconoscere in esse l’umiltà di Cristo. « Così — egli dice — la mia follia mi portava al punto di digiunare per leggere Cicerone. Dopo aver passato molte notti insonni, dopo aver versato molte lacrime che il ricordo delle colpe passate faceva scaturire dal fondo del mio cuore, prendevo in mano Plauto. E quando, ritornato in me stesso, intraprendevo la lettura dei Profeti, il loro barbaro stile mi inorridiva, e quando i miei occhi ciechi restavano chiusi alla luce, io non accusavo di ciò gli stessi miei occhi, ma il sole » [60]. Ma ben presto amò con tale ardore la follia della Croce, da rimanere la prova vivente di quanto un animo umile e pio contribuisca alla comprensione della Bibbia.
Pertanto, consapevole che « nell’interpretazione della Sacra Scrittura noi abbiamo sempre bisogno del soccorso dello Spirito Santo » [61] e che per la lettura e la comprensione dei Libri santi dobbiamo attenerci « al senso che lo Spirito Santo intendeva avere al momento in cui furono scritti » [62], questo santissimo uomo invocava con le sue suppliche, rafforzate dalle preghiere dei suoi amici, il soccorso di Dio e il lume dello Spirito Santo. Si racconta anche che, iniziando i Commentari dei Libri santi, egli volle raccomandarli alla grazia di Dio e alle preghiere dei confratelli, alle quali attribuì il successo, dopo che l’opera fu compiuta. Inoltre, oltre che alla grazia divina, egli si rimette all’autorità della tradizione così pienamente da affermare di avere appreso «tutto quello che non sapeva, non da se stesso, cioè alla scuola di quel cattivo maestro che è l’orgoglio, ma dagli illustri Dottori della Chiesa » [63].
Confessa infatti « di non essersi mai fidato delle proprie forze per ciò che concerne la Sacra Scrittura » [64], e in una lettera a Teofilo, Vescovo d’Alessandria, egli così formula la regola secondo la quale aveva ordinato la sua vita e le sue sante fatiche: « Sappi dunque che nulla ci sta più a cuore che salvaguardare i diritti del Cristianesimo, non cambiar nulla al linguaggio dei Padri e non perdere mai di vista la fede Romana, di cui l’Apostolo fece l’elogio » [65]. E alla Chiesa, sovrana padrona nella persona dei Romani Pontefici, Girolamo si sottomette con tutto il suo spirito di devozione.
Dal deserto della Siria, ove era esposto alle fazioni degli eretici, in questi termini scrive a Papa Damaso, volendo sottoporre alla Santa Sede, perché la risolvesse, la controversia degli Orientali sul mistero della Santissima Trinità: « Ho creduto bene di consultare la Cattedra di Pietro e la fede glorificata dalla parola dell’Apostolo, per chiedere oggi il nutrimento all’anima mia, laddove un tempo ho ricevuto i paramenti di Cristo... Poiché voglio che Egli sia per me unica guida, mi tengo in stretto legame con la Tua Beatitudine, cioè con la Cattedra di Pietro. Io so che su quella pietra è edificata la Chiesa... Decidete, ve ne prego; se così stabilite non esiterò ad ammettere tre persone; se voi l’ordinate, io accetterò che una nuova fede sostituisca quella di Nicea e che noi, ortodossi, ci serviamo delle stesse formule che usano gli Ariani » [66]. Infine, nell’epistola successiva, egli rinnova questa notevolissima confessione della sua fede: «Nell’attesa, grido a tutti i venti: Io sono con chiunque sia unito alla Cattedra di Pietro » [67]. Sempre fedele, nello studio della Scrittura, a tale regola di fede, egli si vale di questo solo argomento per confutare un’interpretazione falsa del Testo sacro: «Ma la Chiesa di Dio non ammette affatto questa opinione » [68], e con queste sole parole rifiuta un libro apocrifo, contro di lui sostenuto dall’eretico Vigilanzio: «Questo libro non l’ho mai letto. Che bisogno dunque abbiamo di ricorrere a ciò che la Chiesa non riconosce? » [69]. Uno zelo vivissimo nel salvaguardare l’integrità della fede lo trascinava in polemiche molto dibattute contro i figli ribelli della Chiesa, che egli considerava come nemici personali: «Mi basterà rispondere che non ho mai avuto riguardo per gli eretici e che ho impiegato tutto il mio zelo per fare dei nemici della Chiesa i miei personali nemici » [70]; e in una lettera a Rufino così scrive: «Vi è un punto sul quale non potrò essere d’accordo con te: risparmiare gli eretici e non mostrarmi cattolico » [71]. Tuttavia, rattristato per la loro defezione, li supplicava di ritornare alla loro Madre addolorata, fonte unica di salvezza [72], e in favore di coloro « che erano usciti dalla Chiesa e avevano abbandonato la dottrina dello Spirito Santo per seguire il proprio criterio », invocava con tutto il cuore che ritornassero a Dio [73].
Venerabili Fratelli, se fu mai necessario che tutto il clero e tutti i fedeli s’imbevessero dello spirito del Massimo Dottore, questo è soprattutto nella nostra epoca, quando numerosi spiriti insorgono con arroganza contro l’autorità della rivelazione divina e del magistero della Chiesa. Voi sapete infatti — Leone XIII già ci aveva ammonito — « quali uomini si accaniscano in questa lotta e a quali artifici o a quali armi essi ricorrano ». Quale categorico dovere si impone dunque a voi, di suscitare per questa sacra causa i difensori più numerosi e più competenti che sia possibile: essi dovranno combattere non solo coloro che, negando ogni ordine soprannaturale, non riconoscono né la rivelazione né l’ispirazione divina, ma dovranno anche misurarsi con coloro che, assetati di novità profane, osano interpretare le Lettere sacre come un libro puramente umano, o rifiutano le opinioni accolte dalla Chiesa fin dalla più vetusta antichità, o spingono il loro disprezzo verso il suo magistero fino al punto di disdegnare, di passar sotto silenzio o persino di cambiare secondo il proprio interesse, alterandole sia subdolamente, sia con sfrontatezza, le Costituzioni della Sede Apostolica e i decreti della Commissione Pontificia per gli studi biblici. Ci auguriamo di vedere tutti i cattolici seguire l’aurea regola del santo Dottore e, docili agli ordini della loro Madre, avere la modestia di non oltrepassare i limiti tradizionali fissati dai Padri e approvati dalla Chiesa.
Ma ritorniamo al nostro argomento. Armati gli spiriti di pietà e di umiltà, Girolamo li invita allo studio della Bibbia. Dapprima raccomanda instancabilmente a tutti la lettura quotidiana della parola divina: «Liberiamo il nostro corpo dal peccato, e l’anima nostra si aprirà alla saggezza; coltiviamo la nostra intelligenza con la lettura dei Libri Santi, e la nostra anima vi trovi ogni giorno il suo nutrimento » [74]. E nel suo commento all’Epistola agli Efesini egli scrive: « Pertanto, noi dobbiamo con tutto l’ardore leggere le Scritture, e meditare giorno e notte la legge del Signore; potremo così, come abili cambiavalute, distinguere le monete buone da quelle false » [75]. Egli non esclude da questo obbligo comune le matrone e le vergini. Alla matrona romana Leta dà, fra gli altri, questi consigli sull’educazione della figlia: « Assicurati che ella studi ogni giorno qualche passo della Scrittura... Che invece dei gioielli e delle sete ami i Libri divini... Ella dovrà dapprima imparare il Salterio, distrarsi con questi canti e attingere una regola di vita dai Proverbi di Salomone. L’Ecclesiaste le insegnerà a calpestare, sotto i piedi, i beni di questo mondo; Giobbe le darà un modello di forza e di pazienza. Passerà poi ai Vangeli, che dovrà avere sempre fra le mani. Dovrà assimilare avidamente gli Atti degli Apostoli e le Epistole. Dopo avere arricchito di questi tesori il mistico scrigno della sua anima, imparerà a memoria i Profeti, l’Eptateuco, i libri dei Re e dei Paralipomeni, i volumi di Esdra e di Ester, per finire senza pericolo col Cantico dei Cantici » [76]. Né diversamente Girolamo esorta la vergine Eustochio: « Sii molto assidua alla lettura e allo studio, quanto più ti è possibile. Che il sonno ti colga con il libro in mano e che la pagina sacra riceva il tuo capo caduto per la fatica » [77].
Nell’elogio funebre che Girolamo inviò a Eustochio riguardante la madre sua Paola, lodava anche questa santissima donna per avere, insieme alla figlia, coltivato a tal punto lo studio delle Scritture, da conoscerle a fondo e ricordarle a memoria. Ed aggiungeva ancora: « Rileverò questo dettaglio, che sembrerà forse incredibile ai suoi emuli: ella volle imparare l’ebraico, che io stesso in parte studiai fin dalla mia giovinezza al prezzo di molte fatiche e di molti sudori, e che continuo ad approfondire con incessante lavoro per non dimenticarlo; ella arrivò ad avere una tale padronanza di questa lingua, da cantare i salmi in ebraico e da parlarlo senza il minimo accento latino. E questo si ripete ancora oggi nella sua santa figlia Eustochio » [78]. Né tralascia di ricordare santa Marcella, ugualmente versata nella scienza delle Scritture [79].
Chi non vede quali vantaggi e quali godimenti riserva agli spiriti ben disposti la lettura pia del Libri santi? Chiunque prenda contatto con la Bibbia con sentimenti di pietà, di salda fede e di umiltà, e col desiderio di perfezionarsi, vi troverà e vi potrà gustare il pane sceso dal cielo e in lui si verificherà la parola di Davide: «Mi hai rivelato i segreti e i misteri della tua saggezza » [80]; su questa tavola della parola divina si trova infatti veramente la « dottrina santa; essa insegna la vera fede, solleva il velo [del Santuario], e conduce con fermezza fino al Sancta Sanctorum » [81].
Per quanto sta in Noi, Venerabili Fratelli, non cesseremo mai, sull’esempio di Girolamo, di esortare tutti i cristiani a leggere quotidianamente e intensamente soprattutto i santissimi Vangeli di nostro Signore, nonché gli Atti degli Apostoli e le Epistole, in modo da mutarli in sostanza vitale e sangue. Pertanto, nella occasione di questo centenario, si presenta al Nostro pensiero il piacevole ricordo della Società detta di San Girolamo, ricordo tanto più caro in quanto abbiamo preso parte Noi stessi, agl’inizi e all’organizzazione definitiva dl quest’Opera; felici di aver potuto constatare i suoi passati sviluppi, confidiamo in altri successi futuri.
Voi conoscete, Venerabili Fratelli, lo scopo di questa Società: estendere la diffusione dei quattro Vangeli e degli Atti degli Apostoli, in modo che questi libri trovino finalmente il loro posto in ogni famiglia cristiana, e che ognuno prenda l’abitudine di leggerli e meditarli ogni giorno. Noi desideriamo vivamente vedere che quest’Opera, che tanto amiamo per averne constatata l’utilità, si propaghi e si sviluppi ovunque con la fondazione, in ognuna delle vostre diocesi, di Società aventi lo stesso nome e lo stesso scopo; tutte collegate con la casa madre di Roma.
Nello stesso ordine di idee i più preziosi servizi sono resi alla causa cattolica da coloro che in diversi paesi hanno offerto, ed offrono ancora, tutto il loro zelo, per pubblicare in formato comodo ed attraente, e per diffondere tutti i libri del Nuovo Testamento e una scelta dei libri dell’Antico. È certo che questo apostolato è stato singolarmente fecondo per la Chiesa di Dio, poiché, grazie a quest’opera, un gran numero di anime si avvicina ormai a questa mensa della dottrina celeste, che nostro Signore ha preparato all’universo cristiano per mezzo dei suoi Profeti, dei suoi Apostoli e dei suoi Dottori [82].
Girolamo raccomanda con insistenza a tutti i fedeli il dovere di studiare il Testo Sacro, ma lo impone in modo particolare a coloro che « hanno piegato il collo al giogo di Cristo » ed hanno la celeste vocazione di predicare la parola di Dio. Ecco l’esortazione che, nella persona del monaco Rustico, Girolamo rivolge a tutto il clero: « Fino a che sei nella tua patria, fa’ della tua celletta un paradiso; cogli i diversi frutti delle Scritture; godi delle delizie di questi Libri e della loro intimità... Abbi sempre la Bibbia in mano e sotto gli occhi; impara parola per parola il Salterio, e fa in modo che la tua preghiera sia incessante e il tuo cuore costantemente vigile e chiuso ai pensieri vani » [83]. Al prete Nepoziano dà questo consiglio: « Leggi con molta frequenza le divine Scritture; anzi, il Libro santo non sia mai deposto dalle tue mani. Impara qui quello che tu devi insegnare. Rimani fermamente attaccato alla dottrina tradizionale che ti è stata insegnata, affinché tu possa esortare secondo la santa dottrina e confutare coloro che la contraddicono » [84].
Dopo aver ricordato a San Paolino i precetti impartiti da San Paolo ai suoi discepoli Timoteo e Tito, riguardanti la scienza delle Scritture, Girolamo aggiunge: « La santità senza la scienza non giova che a se stessa; e quanto essa edifica la Chiesa di Cristo per mezzo di una vita virtuosa, altrettanto nuoce se non respinge gli attacchi dei suoi nemici. Il profeta Malachia, o piuttosto il Signore stesso per bocca sua, diceva: “ Consulta i sacerdoti sulla Legge ” Data da allora il dovere che ha un sacerdote di dare ragguagli sulla Legge a coloro che l’interrogano. Leggiamo inoltre nel Deuteronomio: “Domanda a tuo padre ed egli te lo indicherà, ai tuoi sacerdoti ed essi te lo diranno ”. Daniele, alla fine dalla sua santissima visione, dice che i giusti brillano come stelle, e gli intelligenti — cioè i sapienti — come il firmamento. Vedi tu quale distanza separa la santità senza scienza dalla scienza rivestita di santità? La prima ci rende simili alle stelle, la seconda simili allo stesso Cielo » [85]. In altra circostanza, in una lettera a Marcella, egli motteggia ironicamente la « virtù senza scienza » di altri chierici: «Questa ignoranza tiene luogo per loro di santità, ed essi si dichiarano discepoli dei pescatori, come se facessero consistere la loro santità nel non saper niente » [86]. Ma questi ignoranti non sono i soli — rileva Girolamo — a commettere l’errore di non conoscere le Scritture; questo è anche il caso di alcuni chierici istruiti; ed egli impiega i termini più severi per raccomandare ai preti la pratica assidua dei Libri Santi.
Venerabili Fratelli, dovete cercare con tutto il vostro zelo di imprimere questi insegnamenti del santissimo esegeta, il più profondamente possibile, nello spirito del vostro clero e dei vostri fedeli; uno dei vostri primi doveri è infatti quello di riportare, con somma diligenza, la loro attenzione su ciò che la missione divina loro affidata richiede, se essi non vogliono mostrarsene indegni: « Infatti le labbra del Sacerdote saranno i custodi della scienza, e dalla sua bocca si richiederà l’insegnamento, perché egli è l’angelo del Signore degli eserciti » [87]. Essi sappiano dunque che non devono né trascurare lo studio delle Scritture, né dedicarvisi con spirito diverso da quello che Leone XIII ha espressamente imposto nella sua Enciclica Providentissimus Deus.
Otterranno sicuramente risultati migliori se frequenteranno l’Istituto Biblico che il Nostro immediato Predecessore, realizzando il desiderio di Leone XIII, ha fondato con grande beneficio per la Chiesa, come chiaramente dimostra l’esperienza degli ultimi dieci anni. Poiché la maggior parte non ne ha la possibilità, è desiderabile, Venerabili Fratelli, che per vostra iniziativa, e sotto i vostri auspici, i membri scelti dell’uno e dell’altro clero di tutto il mondo vengano a Roma per dedicarsi agli studi biblici del Nostro Istituto. Gli studenti che risponderanno a questo appello avranno molti motivi per seguire le lezioni di questo Istituto. Gli uni — e questo è lo scopo principale dell’Istituto — approfondiranno le scienze bibliche « per essere a loro volta in grado di insegnarle, privatamente o in pubblico, con la penna o con la parola, e per sostenerne l’onore sia come professori, nelle scuole cattoliche, sia come scrittori, esponenti della verità cattolica » [88]; gli altri poi, già iniziati al santo ministero, potranno accrescere le cognizioni acquisite durante i loro studi teologici, sulla Santa Scrittura, sulle autorità esegetiche, sulle cronologie e sulle topografie bibliche; questo perfezionamento avrà soprattutto il vantaggio di far sì che essi diventino ministri perfetti della parola divina, preparati ad ogni forma di bene [89].
Venerabili Fratelli, l’esempio e le autorevoli dichiarazioni di Girolamo ci hanno indicato le virtù necessarie per leggere e studiare la Bibbia. Ora ascoltiamolo quando ci indica dove deve tendere la conoscenza delle Lettere Sacre, e quale deve esserne lo scopo.
Ciò che bisogna innanzi tutto cercare nella Scrittura è il nutrimento che alimenti la nostra vita spirituale e la faccia procedere sulla via della perfezione: è con questo scopo che Girolamo s’abituò a meditare giorno e notte la legge del Signore e a nutrirsi, nelle Sacre Scritture, del Pane disceso dal Cielo e della manna celeste, che raduna in sé tutte le delizie [90].
In qual modo la nostra anima potrà fare a meno di questo cibo? E come il sacerdote potrà indicare agli altri la via della salvezza se trascura egli stesso di istruirsi attraverso la meditazione della Scrittura? E con quale diritto confiderà nel suo sacro ministero « d’essere la guida dei ciechi, la luce di coloro che sono nelle tenebre, il dottore degli ignoranti, il maestro dei fanciulli, colui che ha, nella legge, la regola della scienza e della verità » [91], se rifiuterà di scrutare questa scienza della legge e chiuderà la sua anima alla luce che viene dall’alto? Ahimé! Quanti sono i ministri consacrati che, per aver trascurato la lettura della Bibbia, muoiono essi stessi di fame e lasciano morire un così gran numero di altre anime, secondo quanto sta scritto: « I piccoli figli domandano pane, e non v’è nessuno che lo doni loro »! [92] «Tutta la terra è desolata perché non v’é nessuno che mediti in cuor suo » [93].
Inoltre, come il bisogno richiede, è necessario ricercare nelle Scritture gli argomenti per rischiarare, rafforzare e difendere i dogmi della fede. Questo meravigliosamente ha fatto Girolamo combattendo contro gli eretici del suo tempo. Quando voleva confonderli, quali armi ben pungenti e solide egli abbia trovato nei testi delle Scritture, lo dimostrano chiaramente tutte le sue opere.
Se gli esegeti di oggi imiteranno il suo esempio, ne deriverà senza alcun dubbio — come disse il Nostro Predecessore nella sua Enciclica Providentissimus Deus — « un risultato infinitamente desiderabile e necessario; l’uso della Sacra Scrittura influirà su tutta la scienza teologica e ne sarà, in un certo senso, l’anima ».
Infine la Sacra Scrittura servirà in modo speciale a santificare e a fecondare il ministero della parola divina. A questo punto Ci è particolarmente gradito poter confermare, con la testimonianza del grande Dottore, le direttive che Noi stessi abbiamo tracciato sulla predicazione sacra nella Nostra Lettera Enciclica Humani generis. Invero, se l’illustre commentatore consiglia così vivamente e con tanta frequenza ai sacerdoti l’assidua lettura dei Libri Sacri, è soprattutto perché essi adempiano degnamente il loro ministero d’insegnamento e di predicazione. La loro parola infatti perderebbe ogni influenza e ogni autorità, come anche ogni efficacia per la formazione delle anime, se non si ispirasse alla Sacra Scrittura e non vi attingesse forza e vigore. « La lettura dei Libri Santi sarà come il condimento alla parola del sacerdote » [94]. Infatti « ogni parola della Sacra Scrittura è come una tromba che fa risuonare agli orecchi dei credenti la sua grande voce minacciosa » [95]. «Nulla suscita tanta impressione come un esempio tratto dalla Sacra Scrittura » [96].
Quanto agli insegnamenti del santo Dottore sulle regole da osservarsi nell’uso della Bibbia, sebbene rivolti principalmente agli esegeti, tuttavia non devono essere persi di vista dai sacerdoti nella predicazione della parola divina.
Dapprima ci insegna che noi dobbiamo, con un esame molto attento delle parole stesse della Scrittura, assicurarci, senza alcuna possibilità di dubbio, di ciò che l’autore sacro ha scritto. Nessuno infatti ignora che Girolamo era solito ricorrere, in caso di bisogno, al testo originale, confrontare fra loro le differenti interpretazioni, valutare la portata delle lezioni, e se scopriva un errore, ricercarne la causa, in modo da scartare dal testo ogni incertezza. Allora, insegna il nostro Dottore, è « necessario ricercare il senso e il concetto che si nascondono sotto le parole, poiché per discutere sulla Sacra Scrittura ha maggior importanza il significato che la parola » [97].
In questa ricerca di penetrare il significato, Noi lo riconosciamo senza alcuna difficoltà, Girolamo, seguendo l’esempio dei Dottori latini e di alcuni Dottori greci del periodo anteriore, ha forse concesso alle interpretazioni allegoriche più di quanto fosse esatto concedere. Ma il suo amore per i Libri Santi, il suo sforzo costante per identificarli e comprenderli a fondo, gli permisero di fare ogni giorno un nuovo progresso nel giusto apprezzamento del senso letterale e di formulare su questo punto validi princìpi. Noi li riassumiamo brevemente, poiché essi costituiscono ancora oggi la via sicura che tutti devono seguire per trarre dai Libri Santi il vero significato. È dunque necessario per prima cosa volgere il nostro animo alla ricerca del senso letterale o storico: « Io dò sempre ai lettori prudenti il consiglio di non accettare interpretazioni superstiziose, che isolano brani del testo secondo il capriccio della fantasia, ma di ben esaminare ciò che succede, ciò che accompagna e ciò che segue il punto in questione, sì da stabilire un collegamento fra tutti i brani » [98].
Tutti gli altri metodi per interpretare le Scritture — egli aggiunge — si basano sul senso letterale [99], e non v’è ragione di credere che questo manchi quando s’incontra una espressione figurata, poiché «spesso la storia è intessuta di metafore ed usa uno stile ricco di immagini » [100]. Alcuni pretendono sostenere che il nostro Dottore ha dichiarato che non si rileva in certi passi delle Scritture un senso storico; egli stesso ribatte loro: « Senza negare il senso storico, noi adottiamo di preferenza quello spirituale » [101].
Stabilito con certezza il senso letterale o storico, Girolamo ricerca i sensi meno ovvi e più profondi, per nutrire il proprio spirito d’un alimento più eletto. Egli tiene lezioni sui libri dei Proverbi, e a proposito di altri libri della Scrittura consiglia più volte di non fermarsi al puro senso letterale, « ma di penetrare più a fondo, per scorgervi il senso divino, così come si cerca l’oro nel seno della terra, il nocciolo sotto la scorza, il frutto che si nasconde sotto il riccio della castagna » [102]. Perciò egli indicava a San Paolino « la via da seguire nello studio delle Sacre Scritture: Tutto ciò che leggiamo nei Libri divini splende invero nella sua scorza fulgida e brillante, ma è ancor più dolce nel midollo. Chi vuol gustare il frutto rompa il guscio » [103].
Girolamo afferma tuttavia la necessità di usare, nella ricerca del senso nascosto, una certa discrezione, « affinché il desiderio della ricchezza del senso spirituale non sembri farci disprezzare la povertà del senso storico » [104].
Pertanto egli rimprovera a molte interpretazioni mistiche di antichi scrittori di aver completamente trascurato di appoggiarsi al senso letterale: «Non bisogna ridurre tutte le promesse che i santi profeti hanno cantato, nel loro senso letterale, a non essere altro che forme vuote e termini estrinseci di una semplice figura di retorica; esse devono, al contrario, posare su un terreno ben fermo che è quello di stabilirle su basi storiche, perché possano poi elevarsi alla cima più eccelsa del significato mistico » [105].
A questo proposito, egli osserva saggiamente che non dobbiamo allontanarci dal metodo di Cristo e degli Apostoli, i quali, sebbene l’Antico Testamento non sia ai loro occhi che la preparazione e quasi l’ombra del Nuovo Trattato e, per conseguenza, essi interpretino secondo il senso figurato un gran numero di passi, tuttavia non riducono ad immagini tutto il complesso del testo. A sostegno di questa tesi, Girolamo riporta spesso l’esempio dell’Apostolo Paolo, che, per citare un caso, « descrivendo le figure spirituali di Adamo ed Eva, non negava che esse erano state create, ma, improntando l’interpretazione mistica sulla base storica, scriveva: Per questo l’uomo abbandonerà... » [106].
I commentatori delle Sacre Scritture e i predicatori della parola di Dio, seguendo l’esempio di Cristo e degli Apostoli e le direttive tracciate da Leone XlII, « non devono trascurare le trasposizioni allegoriche od altre simili fatte dagli stessi Padri in alcuni passi, soprattutto se esse si allontanano dal senso letterale e sono sostenute dall’autorità di Padri di gran nome »; infine, prendendo per base il senso letterale, devono giungere, con misura e discrezione, ad interpretazioni più elevate; essi coglieranno con Girolamo la verità profonda del detto dell’Apostolo: «Tutta la Scrittura è ispirata dallo Spirito di Dio ed è utile per insegnare. per persuadere, per correggere, per formare [le menti] alla giustizia » [107], e il tesoro inesauribile delle Scritture fornirà loro un grande appoggio di fatti e di idee atti ad orientare, con forza di persuasione, verso la santità, la vita e i costumi dei fedeli.
Quanto a ciò che si riferisce all’esposizione e all’espressione, poiché quello che si richiede nei divulgatori dei misteri di Dio è la versione fedele del testo originale, Girolamo sostiene principalmente che è necessario attenersi innanzi tutto « all’esatta interpretazione » e che « il dovere del commentatore non è quello di esporre idee personali bensì quelle dell’autore che viene commentato » [108]; d’altra parte, egli aggiunge, « l’oratore sacro è esposto al grave pericolo, un giorno o l’altro, a causa di un’interpretazione errata, di fare del Vangelo di Dio il Vangelo dell’uomo » [109]. E, più avanti « nella spiegazione delle Sante Scritture non è da ricercare lo stile ornato e fiorito di retorica, ma il valore scientifico e la semplicità della verità » [110]. Uniformatosi a questa regola nella compilazione delle sue opere, Girolamo dichiara, nei Commentari, che il suo scopo non era quello di « ottenere un plauso » alle sue parole, ma « di far comprendere in esse il vero senso delle parole degli altri » [111]; l’esposizione della parola divina, egli dice, richiede uno stile che « non sappia di elucubrazioni, ma che riveli l’idea oggettiva, che ne tratti minutamente il significato, che chiarifichi i punti oscuri e che non si impigli in effetti fioriti di linguaggio » [112].
Sarebbe bene riportare a questo punto alcuni passi di Girolamo, che chiaramente dimostrano come egli avesse orrore dell’eloquenza propria dei retori, i quali nell’enfasi della declamazione e nell’eloquio vertiginoso delle parole vuote non hanno di mira che i vani applausi. «Non diventare — consiglia al prete Nepoziano — un declamatore e un inesauribile mulino di parole; ma procura di familiarizzarti col senso nascosto, e penetra a fondo i misteri del tuo Dio. Ampliare la forma espressiva e farsi valere per l’agilità dello stile agli occhi del volgo ignorante, è proprio degli stolti » [113]. «Tutti gli spiriti dotti al giorno d’oggi non si preoccupano di assimilare il nocciolo delle Scritture, ma di lusingare gli orecchi della folla coi fiori di retorica » [114]. «Non voglio parlare di coloro che, come io stesso un tempo, se giungono a contatto con le Sacre Scritture dopo aver praticato la letteratura profana e ricreato l’orecchio della folla con lo stile fiorito, ritengono che ogni loro parola sia la legge di Dio e non si degnano di vedere quello che hanno inteso dire i Profeti e gli Apostoli, ma adattano al loro punto di vista testimonianze che non vi si riferiscono affatto; come se fosse eloquenza, di grande valore, e non invece la peggiore che esista, quella di falsificare i testi e di allontanare abusivamente la Scrittura dal suo tracciato » [115]. « Infatti senza l’autorità delle Scritture questi chiacchieroni perderebbero ogni forza persuasiva, e non sembrerebbe più che essi rafforzino coi testi sacri la falsità delle loro dottrine » [116]. Ora, questa chiacchiera eloquente e questa verbosa ignoranza « non hanno nulla di incisivo, di vivo, di vitale, ma non sono che un tutto fiacco, sterile ed inconsistente, che produce solo umili piante ed erbe, ben presto avvizzite e giacenti al suolo »; al contrario, la dottrina del Vangelo, fatta di semplicità, « produce qualcosa di meglio di umili pianticelle » e, come il piccolissimo grano di senape, « si trasforma in albero, sì che gli uccelli del cielo... vengono a posarsi tra i suoi rami » [117].
Girolamo ricercava ovunque questa santa semplicità di linguaggio, che non esclude per altro uno splendore e una bellezza tutt’affatto naturali: « Che gli altri siano pure eloquenti e ricevano il plauso tanto desiderato, e declamino con voce enfatica e fiumi di parole; quanto a me, mi accontento di farmi capire e, trattando le Scritture, di imitare la loro stessa semplicità » [118]. Pertanto « l’esegesi cattolica, senza rinunciare al pregio di un bello stile deve occultarlo ed evitarlo per rivolgersi non a vane scuole di filosofi e a pochi discepoli, ma a tutto il genere umano » [119]. Se i giovani sacerdoti metteranno veramente a profitto questi consigli e queste norme, se i preti più anziani non li perderanno mai di vista, Noi siamo sicuri che il loro santo ministero sarà molto efficace alle anime dei fedeli.
Ci rimane, Venerabili Fratelli, da ricordare i « dolci frutti » che Girolamo ha colto « dall’amaro seme delle Sacre Lettere », nella speranza che il suo esempio infiammi lo spirito dei sacerdoti e dei fedeli affidati alle vostre cure, suscitando in loro il desiderio di conoscere e di partecipare anch’essi alla salutare virtù del Testo Sacro. Ma preferiamo che voi apprendiate tutte queste soavi delizie spirituali che pervadono l’animo del pio anacoreta direttamente, per così dire, dalla sua stessa bocca piuttosto che da Noi. Ascoltate dunque in quali termini egli parla di questa scienza sacra a Paolino, suo « confratello, compagno ed amico »: « Io ti chiedo, fratello carissimo: vivere in mezzo a questi misteri, meditarli, null’altro conoscere e null’altro sapere, non ti sembra che tutto ciò sia già il paradiso in terra? » [120]. « Dimmi un po’, — domanda Girolamo alla sua allieva Paola — che vi è di più santo di questo mistero? Che cosa più attraente di questo piacere? Quale alimento, quale miele più dolce di quello di conoscere i disegni di Dio, d’essere ammesso nel suo santuario, di penetrare il pensiero del Creatore e le parole del tuo Signore, che i dotti di questo mondo deridono e che sono piene di sapienza spirituale? Lasciamo che gli altri godano delle loro ricchezze, bevano in una coppa ornata di pietre preziose, indossino sete splendenti, si cibino di plausi della folla, senza che la varietà dei piaceri riesca ad esaurire i loro tesori: le nostre delizie consisteranno invece nel meditare giorno e notte sulla legge del Signore, nel bussare a una porta in attesa che s’apra, nel ricevere la mistica elemosina del pane della Trinità, nel camminare, guidati dal Signore, sui flutti della vita » [121]. E ancora a Paola, e a sua figlia Eustochio, Girolamo scrive nel suo Commentario sull’epistola agli Efesini: « Se qualcosa vi è, Paola ed Eustochio, che trattiene quaggiù nella saggezza e che in mezzo alle tribolazioni e ai turbini di questo mondo mantiene l’equilibrio dell’anima, io credo che questo siano innanzi tutto la meditazione e la scienza delle Scritture » [122]. Ed è ricorrendo ad esse, che egli, afflitto nell’intimo da profondi dolori e colpito nel corpo dalla malattia, poteva godere ancora della consolazione della pace e della gioia del cuore: questa gioia egli non si limitava a gustarla in una vana oziosità, ma il frutto della carità si trasformava in carità attiva al servizio della Chiesa di Dio, cui il Signore ha affidato la custodia della parola divina. In realtà ogni pagina delle Sante Lettere dei due Testamenti era per lui la glorificazione della Chiesa di Dio. Quasi tutte le donne celebri e virtuose, cui nell’Antico Testamento è tributato onore, non sono forse l’immagine di questa Sposa mistica di Cristo? Il sacerdozio e i sacrifici, i riti e le solennità, quasi tutti i fatti riportati nell’Antico Testamento non ne costituiscono forse l’ombra? E il fatto che si trova divinamente realizzato nella Chiesa un così gran numero di promesse dei Salmi e dei Profeti? Ed egli stesso, infine, non conosceva forse, per l’annuncio che ne avevano fatto Nostro Signore e gli Apostoli, gli insigni privilegi di questa Chiesa? E come è possibile dunque che la scienza di queste Scritture non abbia infiammato il cuore di Girolamo d’un amore ogni giorno più ardente per la Sposa di Cristo?
Noi già sappiamo, Venerabili Fratelli, quale profondo rispetto, quale amore entusiasta egli nutriva per la Chiesa Romana e per la Cattedra di San Pietro; sappiamo con quale vigore egli combatteva contro i nemici della Chiesa. Così scriveva, esprimendo il suo compiacimento ad Agostino, suo giovane compagno d’armi, che sosteneva le medesime battaglie e si rallegrava d’essersi come lui attirato l’ira degli eretici: « Evviva il tuo valore! Il mondo intero ha gli occhi su di te. I cattolici venerano e riconoscono in te il restauratore della fede dei primi tempi del Cristianesimo e, ìndice ancora più glorioso, tutti gli eretici ti maledicono e con te mi perseguitano d’uno stesso odio, per potere, dato che il loro gladio non ne ha la forza, di ucciderci con il desiderio » [123]. Questa testimonianza si trova egregiamente confermata nel « Sulpizio Severo » di Postumiano: «Una lotta continua e un duello ininterrotto contro i malvagi hanno concentrato su Girolamo l’odio dei perversi. In lui gli eretici odiano colui che non cessa di attaccarli, e i chierici colui che rimprovera la loro vita e le loro colpe. Ma tutti gli uomini virtuosi, senza eccezione alcuna, l’amano e l’ammirano » [124].
Quest’odio degli eretici e dei malvagi causò a Girolamo molte asperrime pene, soprattutto quando i Pelagiani irruppero nel monastero di Betlemme e lo saccheggiarono; ma egli sopportò di buon animo tutte le offese e tutti gli oltraggi e mai perdette il coraggio, come colui che non esita a morire in difesa della fede cristiana: « La mia gioia — egli scrive ad Apronio — è quella d’apprendere che i miei figli combattono per Cristo e che Colui, nel quale crediamo, rafforza in noi lo zelo ed il coraggio, affinché possiamo essere pronti a versare il nostro sangue per la Sua fede... Le persecuzioni degli eretici hanno rovinato da cima a fondo il nostro monastero quanto alle sue ricchezze materiali, ma la bontà di Cristo lo ha colmato di ricchezze spirituali. È meglio non aver pane da mangiare, che perdere la fede » [125]. E se non ha mai permesso all’errore di diffondersi impunemente, non ha impiegato minor zelo ad erigersi in termini energici contro i corrotti costumi, volendo, per quanto le sue forze glielo permettevano, « presentare » a Cristo « una Chiesa gloriosa, senza macchie, né rughe, né nulla di simile, ma santa e immacolata » [126].
Quale vigore nei rimproveri che Girolamo rivolge a coloro che profanano con una vita colpevole la dignità sacerdotale! Con quale eloquenza egli investe i costumi pagani che pervadono in gran parte la stessa città di Roma! Per arginare a qualunque costo questa invasione di tutti i vizi e di tutte le colpe, egli oppone l’eccellenza e la bontà delle virtù cristiane, giustamente convinto che contro il male nulla vale di più dell’amore delle cose purissime; egli richiede insistentemente per la gioventù un’educazione informata a senso religioso e ad onestà; esorta con severi consigli gli sposi a condurre una vita pura e santa; suscita nelle anime più delicate il culto della verginità; non trova abbastanza elogi per la severa ma dolce austerità della vita dello spirito; richiama, con tutte le sue forze, il primo precetto della religione cristiana — il comandamento della carità unita al lavoro — la cui osservanza dovrebbe sottrarre la società umana ai turbamenti e restituirle la tranquillità dell’ordine.
Ricordiamo questa bella frase, ch’egli rivolgeva a San Paolino a proposito della carità: « Il vero tempio di Cristo è l’anima fedele: ornalo, questo santuario; abbelliscilo; deponi in esso le tue offerte e ricevi Cristo. A che scopo rivestire le pareti di pietre preziose, se Cristo muore di fame nella persona di un povero » [127]. Quanto al dovere del lavoro, egli lo ricorda a tutti con un tale ardore, nei suoi scritti e più ancora negli esempi di tutta la sua vita, che Postumiano, dopo un soggiorno di sei mesi a Betlemme insieme a Girolamo, gli ha reso questa testimonianza nel « Sulpizio Severo »: « Lo si trova senza posa tutto occupato nella lettura, tutto immerso nei libri: né il giorno né la notte riposa, ma sempre legge o scrive » [128].
D’altra parte, il suo ardente amore per la Chiesa si rileva dai suoi Commentari, dove egli non tralascia nessuna occasione per celebrare la Sposa di Cristo. Citiamo, per esempio, questo passo del Commentario del profeta Aggeo: « Accorse il fior fiore di tutte le nazioni e la gloria ha riempito la casa del Signore, cioè la Chiesa di Dio vivente, colonna e fondamento della verità... Questi metalli preziosi donano più splendore alla Chiesa del Salvatore di quanto non ne donassero un tempo alla sinagoga; di queste vive pietre è costruita la casa di Cristo, ed essa si corona d’una pace eterna » [129]. E in un altro passo commentando Michea, dice: «Venite, saliamo alla casa del Signore: è necessario salire se si vuol giungere fino a Cristo e alla casa del Dio di Giacobbe, la Chiesa, casa di Dio, colonna e fondamento della verità » [130].
Nella prefazione al Commentario di Matteo, leggiamo: « La Chiesa è stata costruita su una pietra da una parola del Signore; è questa che il Re ha fatto introdurre nella sua camera ed è a lei che attraverso l’apertura segreta ha teso la mano » [131].
Come risulta da questi ultimi passi che abbiamo citato, così più volte il nostro Dottore esalta l’unione intima del Signore Gesù con la Chiesa. Poiché non è possibile separare la testa dal suo corpo mistico, l’amore per la Chiesa porta necessariamente con sé l’amore per Cristo, che deve essere considerato il frutto principale e dolcissimo della scienza delle Scritture. Girolamo, infatti, era a tal punto convinto che questa conoscenza del testo sacro sia la via esatta che conduce alla conoscenza e all’amore di nostro Signore, che non esitava ad affermare: « Ignorare le Scritture significa ignorare Cristo stesso » [132]. Con il medesimo intendimento scrive a Santa Paola: « Come si potrebbe vivere senza la scienza delle Scritture, attraverso le quali s’impara a conoscere Cristo stesso, che è la vita dei credenti? » [133]. È verso Cristo infatti che convergono, come al loro punto centrale, tutte le pagine dei due Testamenti; e nel commento al passo dell’Apocalisse, dove si trova la questione del fiume e dell’albero della vita, Girolamo in particolare scrive: «Non vi è che un fiume che sgorga dal trono di Dio, ed è la grazia dello Spirito Santo, e questa grazia dello Spirito Santo è racchiusa nelle sante Scritture, cioè in questo fiume delle Scritture. Il quale fiume tuttavia scorre tra due rive, che sono l’Antico e il Nuovo Testamento, e su ogni lato sorge un albero, che è Cristo stesso » [134].
Nulla di strano, dunque, se Girolamo nelle sue pie meditazioni era solito riferire a Cristo tutto quello che leggeva nei Libri santi: «Quando io leggo il Vangelo e mi trovo di fronte a testimonianze sulla legge e sui profeti, io non penso che a Cristo; se ho studiato Mosè, se ho studiato i profeti è stato solo per comprendere quello che essi dicevano di Cristo. Quando un giorno io sarò giunto dinnanzi allo splendore di Cristo, quando la Sua fulgida luce, come quella del sole abbagliante, splenderà ai miei occhi, io non potrò più vedere il lume di una lampada. Se accenderai una lampada in pieno giorno, potrà essa far luce? Quando splende il sole, la luce di questa lampada svanisce: così, alla presenza di Cristo, la legge e i profeti scompaiono. Nulla io voglio togliere alla gloria della legge e dei profeti; al contrario li lodo quali annunziatori di Cristo. Se mi accingo alla lettura della legge e dei profeti, il mio scopo non è quello di fermarmi ad essi, ma di giungere, attraverso essi, fino a Cristo » [135].
Così noi lo vediamo elevarsi meravigliosamente, per mezzo dei Commentari alle Scritture, all’amore e alla conoscenza di Gesù nostro Signore, e trovarvi la perla preziosa di cui parla il Vangelo: «Non vi è tra tutte che una sola perla preziosa, ed è la conoscenza del Salvatore, il mistero della sua passione e l’arcano segreto della sua risurrezione » [136].
L’amore ardente per Cristo lo portava povero ed umile insieme a Lui, a liberarsi completamente da ogni legame di preoccupazioni terrestri, a non cercare che Cristo, a penetrare nel suo spirito, a vivere con Lui nella più stretta unione, a foggiare la propria vita secondo l’immagine di Cristo sofferente, a non avere desideri più intensi che soffrire con Cristo e per Cristo. Perciò, al momento di imbarcarsi, allorché, essendo morto Damaso, perfidi nemici con le loro vessazioni lo fecero allontanare da Roma, così scriveva: « Alcuni possono considerarmi un criminale, cacciato sotto il peso di tutte le sue colpe, ma questo non è ancor nulla in confronto dei miei peccati; tu puoi tuttavia credere nel tuo intimo a una virtù dei peccatori... Io rendo grazie a Dio di meritare l’odio del mondo. Quale parte di sofferenza ho patito io, soldato della Croce? La calunnia mi ha coperto del marchio di un delitto: ma io so che con la cattiva come con la buona fama si arriva al regno dei cieli » [137].
Così esortava la pietosa vergine Eustochio a sopportare coraggiosamente, per amore di Cristo, le pene della vita presente: «Grande è la sofferenza, ma grande è la ricompensa per chi imita i Martiri, gli Apostoli, per chi imita Cristo. Tutte queste pene che vengo enumerando sembrerebbero intollerabili a chi non ama Cristo; ma, al contrario, chi considera tutta la pompa della vita terrena come un fango immondo, per cui tutto è vano sotto la luce del sole, chi non vuole arricchirsi che di Cristo, chi si unisce alla morte e alla risurrezione del suo Signore e chi uccide la carne con tutti i suoi vizi e tutte le sue brame, costui potrà liberamente gridare: Chi mi potrà separare dalla carità di Cristo? » [138].
Girolamo, dunque, traeva abbondantissimi frutti dalla lettura dei Libri santi: da essi egli attingeva quella luce interiore, che lo faceva sempre più avanzare nella conoscenza e nell’amore di Cristo; da essi quello spirito di preghiera, di cui così bene ha detto nei suoi scritti; da essi infine acquistò quella mirabile intima comunione con Cristo, che con le sue dolcezze lo incitò a tendere senza tregua, attraverso l’aspro sentiero della Croce, alla conquista della palma della vittoria. Così lo slancio del suo cuore lo portava continuamente verso la santissima Eucaristia, « poiché nessuno è più ricco di colui che porta il corpo del Signore in un cestello di vimini e il suo Sangue in un’ampolla » [139]; uguale venerazione nutriva Girolamo per la santa Vergine, di cui difende con ogni forza la perpetua verginità; e la Madre di Dio, ideale di tutte le virtù, era il modello che egli proponeva agli sposi di Cristo perché la imitassero [140].
Nessuno si stupirà dunque se i luoghi della Palestina, che avevano santificato il nostro Redentore e la sua santissima Madre, hanno esercitato un fascino e un’attrattiva così grandi su Girolamo. Quali fossero i suoi sentimenti su questo punto, si potrà facilmente indovinare da ciò che Paola ed Eustochio, sue discepole, scrivevano da Betlemme a Marcella: « Con quali parole noi possiamo darti un’idea della grotta in cui nacque il divin Salvatore? Della culla che udì i suoi vagiti infantili? È più degno il silenzio che le nostre povere parole... Non verrà dunque il giorno in cui ci sarà dato di entrare nella grotta del Salvatore, di piangere sulla tomba del divino Maestro accanto a una sorella, a una madre? Di baciare il legno della Croce, e sul Monte degli Ulivi di seguire in spirito, ardenti di desiderio, Cristo nella sua Ascensione? »[141].
Lontano da Roma, Girolamo conduceva una vita di mortificazione per il suo corpo, ma il richiamo dei sacri ricordi infondeva nella sua anima una tale dolcezza da scrivere: « Se Roma possedesse quello che possiede Betlemme, che è tuttavia più umile della città romana! » [142]. Il voto del santissimo esegeta s’è realizzato in modo diverso da quello da lui inteso, e Noi, con tutti i cittadini di Roma, abbiamo motivo di rallegrarcene. Infatti i resti del Massimo Dottore, deposti in quella grotta che per tanto tempo aveva abitata, per cui la celebre città di Davide si gloriava un tempo di conservarli, Roma oggi ha la fortuna di custodirli nella basilica di Santa Maria Maggiore, ove riposano accanto alla Culla stessa del Signore.
Si è spenta quella voce, la cui eco dal deserto percorreva un tempo il mondo intero; ma attraverso i suoi scritti, « che splendono su tutto l’universo come fiamme divine » [143], Girolamo parla ancora. Egli proclama l’eccellenza, l’integrità e la veracità storica delle Scritture, e i dolci frutti che la loro lettura e la loro meditazione offrono. Proclama per tutti i figli della Chiesa la necessità di ritornare a una vita degna del nome cristiano, e di guardarsi dal contagio dei costumi pagani, che nella nostra epoca sembrano essersi pressoché ristabiliti. Proclama che la Cattedra di Pietro, mercé soprattutto la pietà filiale e lo zelo degli Italiani, cui il Cielo ha dato il privilegio di possederla entro i confini della loro patria, deve godere dell’onore e della libertà assolutamente indispensabili per la dignità e l’esercizio stesso della carica apostolica.
Proclama, per le nazioni cristiane che hanno avuto la sventura di staccarsi dalla Chiesa, il dovere di ritornare dalla loro Madre, ove riposa tutta la speranza della salute eterna. Voglia Dio che questo appello sia inteso soprattutto dalle Chiese Orientali, che ormai da troppo tempo sono ostili alla Cattedra di Pietro. Quando viveva in quelle regioni ed aveva per maestri Gregorio Nazianzeno e Didimo d’Alessandria, Girolamo sintetizzava in questa formula divenuta classica la dottrina dei popoli orientali a quell’epoca: « Chiunque non si rifugia nell’arca di Noè, sarà travolto dai flutti del diluvio » [144]. Se Dio non arresta oggi questo flagello, non minaccia esso di distruggere tutte le istituzioni umane? Che più rimane, se viene soppresso Dio, autore e conservatore di tutte le cose? Che cosa può continuare ad esistere, una volta staccata da Cristo, fonte di vita? Ma Colui che un tempo, all’appello dei suoi discepoli, calmò il mare in tempesta, può ancora rendere alla società umana travolta il preziosissimo beneficio della pace.
Possa Girolamo attirare questa grazia sulla Chiesa di Dio, che egli ha con tanto ardore amata e con tanto coraggio difesa contro ogni assalto dei nemici; possa il suo patrocinio ottenere per noi che tutte le discordie siano sedate secondo il desiderio di Gesù Cristo, e « che vi sia un solo gregge sotto un solo pastore ». Comunicate senza indugio, Venerabili Fratelli, al vostro clero e ai vostri fedeli, le istruzioni che vi abbiamo dato in occasione del quindicesimo centenario della morte del Massimo Dottore. Noi vorremmo che tutti, seguendo l’esempio e sotto il patrocinio di Girolamo, non soltanto rimanessero fedeli alla dottrina cattolica sotto l’ispirazione divina delle Sacre Scritture, e ne prendessero la difesa, ma che osservassero anche con scrupolosa cura le prescrizioni dell’EnciclicaProvidentissimus Deus e della presente Lettera. In attesa, formuliamo l’augurio che tutti i figli della Chiesa si lascino penetrare e fortificare dalla dolcezza delle Sante Lettere, per arrivare a una conoscenza perfetta di Gesù Cristo.
Come pegno di tale voto, e a testimonianza della Nostra paterna benevolenza, Noi impartiamo, nella somma grazia del Signore, a voi, a tutto il clero e a tutti i fedeli che vi sono affidati, l’Apostolica Benedizione.
Dato a Roma, presso San Pietro, il 15 settembre 1920, anno settimo del Nostro Pontificato.

BENEDICTUS PP. XV

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[1] Conc. Trid., s. V. decr. de reform. c. 1.
[2] Sulp. Sev., Dial. 1, 7.
[3] Cass., De inc. 7, 26.
[4] S. Prosper., Carmen de ingratis, v. 57.
[5] De viris ill., 135.
[6] Ep. 82, 2, 2.
[7] Ep. 15, 1, 1 ; 16, 2, 1.
[8] In Abd. Praef.
[9] In Matth. 13, 44.
[10] Ep. 22, 30, 1.
[11] Ep. 84, 3, 1.
[12] Ep. 125, 12.
[13] Ep. 123, 9 al. 10; Ep. 127, 7, 1.
[14] Ep. 127, 7, 1 s.
[15] Ep. 36, 1; Ep. 32, 1.
[16] Ep. 45, 2; 126, 3; 127, 7.
[17] Ep. 84, 3, 1 s.
[18] Ad Domnionem et Rogatianum in 1.Paral. Praef.
[19] Conc. Vat. s. III, Const. de Fide Cath., cap. 2.
[20] Tract. de Ps. 88.
[21] In Matth. 13, 44; Tract. de Ps. 77.
[22] In Matth. 13, 45 ss.
[23] Quaest. in Gen., Praef.
[24] In Agg. 2, 1 ss.; cf. in Gal. 2, 10 etc.
[25] Adv. Helv. 19.
[26] Adv. Iovin. 1.4.
[27] Ep. 49, al.48, 14, 1.
[28] In Ier. 9, 12 ss.
[29] Ep. 78, 30, al. 28, mansio.
[30] Ep. 27, 1, 1 s.
[31] In Ex. 1, 15 ss.
[32] In Mich. 2, 11 s.; 3, 5 ss.
[33] In Mich. 4, 1 ss.
[34] In Ier. 31, 35 ss.
[35] In Nah. 1, 9.
[36] Ep.57, 7, 4.
[37] Ep. 82, 7, 2.
[38] Ep. 72, 2, 2.
[39] Ep. 18, 7, 4; cf. Ep. 46, 6, 2.
[40] Ep. 36, 11, 2.
[41] Ep. 57, 9, 1.
[42] S. Aug. ad S. Hierom., inter epist. S. Hier. 116, 3.
[43] Litt. Enc. Providentissinus Deus.
[44] In Ier. 23, 15 ss.; in Matth. 14, 8 ; adv. Helv. 4.
[45] In Philem. 4.
[46] S. Aug., Contra Faustum 26, 3 s. 6 s.
[47] Ioh. 19, 35.
[48] In Matth. Prol.
[49] Ep. 78, 1, 1 ; cf. in Marc. 1, 13- 31.
[50] S. Aug., Contra Faustum 26, 8.
[51] Cf. Matth. 12, 3, 39-42; Luc. 17, 26-29, 32 etc.
[52] Matth. 5, 18.
[53] Ioh. 10, 35.
[54] Matth. 5, 19.
[55] Luc. 24, 45 s.
[56] Ep. 130, 20.
[57] Ep. 58, 9, 2; 11, 2.
[58] Matth. 13, 44.
[59] S. Aug. Conf. 3, 5; cf. 8, 12.
[60] Ep. 22, 30, 2.
[61] In Mich. 1, 10, 15.
[62] In Gal. 5, 19 8 ss.
[63] Ep. 108, 26, 2.
[64] Ad Domnionem et Rogatianum in 1.Par. Praef.
[65] Ep. 63, 2.
[66] Ep. 15, 1.2.4.
[67] Ep. 16, 2, 2.
[68] In Dan. 3, 37.
[69] Adv. Vigil. 6.
[70] Dial. c. Pelag., Prolog. 2.
[71] Contra Ruf. 3, 43.
[72] In Mich. 1, 10 ss.
[73] In Is. 1.6 cap. 16, 1-5.
[74] In Tit. 3, 9.
[75] In Eph. 4, 31.
[76] Ep. 107, 9, 12.
[77] Ep. 22, 17, 2; cf. ib. 29, 2.
[78] Ep. 108, 26.
[79] Ep. 127, 7.
[80] Ps. 50, 8.
[81] Imit. Chr. 4, 11.4.
[82] Imit. Chr. 4, 11.4.
[83] Ep. 125, 7, 3;11, 1.
[84] Ep. 52, 7, 1.
[85] Ep. 53, 3 ss.
[86] Ep. 27, 1, 2.
[87] Mal. 2.7.
[88] Pius X in Litt. Ap. Vinea electa, 7 Maii 1909.
[89] Cf. 2 Tim. 3, 17.
[90] Tract. de Ps. 147.
[91] Rom. 2, 19 s.
[92] Thren. 4, 4.
[93] Ier. 12, 11.
[94] Ep. 52, 8, 1.
[95] In Amos 3, 3 ss.
[96] In Zach. 9, 15 s.
[97] Ep. 29, 1, 3.
[98] In Matth. 25, 13.
[99] Cf. in Ez. 38, 1 ss; 41, 23 ss.; 42, 13 s.; in Marc. 1, 13-31; Ep. 129, 6, 1 etc.
[100] In Hab. 3, 14 ss.
[101] In Marc. 9, 1-7; cf. in Ez. 40, 24-27.
[102] In Eccle. 12, 9 s.
[103] Ep. 58, 9, 1.
[104] In Eccle. 2, 24 ss.
[105] In Amos 9, 6.
[106] In Is. 6, 1-7.
[107] 2 Tim. 3, 16.
[108] Ep. 49 al. 48, 17, 7.
[109] In Gal. 1, 11 ss.
[110] In Amos, Praef. in 1.3.
[111] In Gal., Praef. in 1.3.
[112] Ep. 36, 14, 2; cf. Ep. 140, 1, 2.
[113] Ep. 52, 8, 1.
[114] Dial. c. Lucif. 11.
[115] Ep. 53, 7, 2.
[116] In Tit. 1, 10 s.
[117] In Matth. 13, 32.
[118] Ep. 36, 14, 2.
[119] Ep. 48 al. 49, 4, 3.
[120] Ep. 53, 10, 1.
[121] Ep. 30, 13.
[122] In Eph., Prol.
[123] Ep. 141, 2; cf. Ep. 134, 1.
[124] Postumianus apud Sulp. Sev., Dial. 1, 9.
[125] Ep. 139.
[126] Eph. 5, 27.
[127] Ep. 58, 7, 1.
[128] Postumianus apud Sulp. Sev., Dial. 1, 9.
[129] In Agg. 2, 1 ss.
[130] In Mich. 4, 1 ss.
[131] In Matth., Prol.
[132] In Is., Prol.; cf. Tract. de Ps. 77.
[133] Ep. 30, 7.
[134] Tract. de Ps. 1.
[135] Tract. in Marc. 9, 1-7.
[136] In Matth. 13, 45 s.
[137] Ep. 45, 1, 6.
[138] Ep. 22, 38 s.
[139] Ep. 125, 20, 4.
[140] Cf. Ep. 22, 38, 3.
[141] Ep. 46, 11, 13.
[142] Ep. 54, 13, 6.
[143] Cassian., De incarn. 7, 26.
[144] Ep. 15, 2, 1.

Lettera ad Eustochio seconda parte

Cap. 2

Passiamo ora a descrivere più diffusamente la sua virtù propria, nel parlare della quale - e Dio mi è giudice e testimone - professo che nulla vi aggiungo e non amplifico affatto a modo dei lodatori; anzi, affinché non si creda che io dica più del dovuto, protesto che passo sotto silenzio molte cose. E questo lo faccio soprattutto perché i miei detrattori, i quali con dente canino sempre mi rodono, non si persuadano che io finga e adorni con i colori di altri la cornacchia di Esopo. Essa dunque abbassò se stessa con umiltà così profonda, virtù che è la prima dei cristiani, che chi non l'avesse veduta e per la fama del suo nome avesse desiderato di vederla, non avrebbe stimato che fosse essa ma piuttosto l'ultima delle sue ancelle. Ed essendo circondata da numerosi cori di vergini, per la maniera di vestire, alla voce, all'abito, e al portamento era la minima di tutte.  Dopo la  morte del marito, fino al giorno della sua morte non mangiò mai con alcuno uomo, sebbene sapesse che quello era santo e costituito nell'alto grado di vescovo. Non usò i bagni se non costretta da qualche infermità. Quantunque gravemente oppressa da febbre, non si coricò su molli materassi, ma distesi sul suolo alcuni suoi piccoli cilici qui prendeva riposo, se pure  può chiamarsi riposo quello in cui la pia donna, quasi in continue preghiere, passava i giorni e le notti, adempiendo ciò che si legge nel salterio, cioè: “Io lavavo ogni notte il mio letto, con le mie lacrime bagnerò il mio giaciglio”. Avresti pensato che in lei  fosse la fonte delle lacrime. Con pianto così copioso  ella lavava le colpe leggere che l'avresti giudicata rea di grandissimi misfatti. Ed essendo da me spesse volte ammonita che avesse riguardo ai propri occhi e li conservasse per leggere il Vangelo, mi diceva: “Deve sporcarsi questa mia faccia, perché spesso da me contro il divino precetto è stata dipinta con rossetto, biacca e antimonio. Voglio affliggere questo corpo che si è dato a tanti piaceri. Conviene che un lungo riso da perpetuo pianto venga compensato. I molli lini e i drappi preziosissimi devono cambiarsi in aspri cilici.
Io che piacqui qui già al marito e al mondo ora desidero di piacere a Cristo.
Se fra tali e così grandi virtù vorrò celebrare la sua castità, sembrerà cosa superflua. Perché anche a Roma, essendo una secolare, fu essa esempio a tutte le matrone. Si comportò in tal modo che le stesse lingue dei maledici neppure osarono fingere cosa alcuna di pregiudizio al suo decoro. Non si vide mai animo più clemente del suo, nessuno più cortese verso gli inferiori. Non desiderava la conversazione dei potenti. Eppure, nonostante ciò, non disprezzava con fastidio i superbi e quelli che aspiravano a un po' di gloria. Se ai suoi sguardi si presentava un povero lo sostentava, se un ricco lo esortava alle buone opere. La  virtù della liberalità era in lei senza limiti, al punto che non lasciava di soccorrere chi ne aveva bisogno e a lei chiedeva denaro. Non di rado prendeva denari in prestito per restituire gli altri pur presi in prestito. Conviene che io qui confessi il mio errore. Essendo essa troppo liberale nel donare, io osavo riprenderla, ricordandole quel detto dell'Apostolo: donate sì, ma in modo che voi non dobbiate patire per questo, nel soccorrere gli altri. E i doni siano a misura delle vostre forze in questo tempo e secondo uguaglianza. Affinché le vostre ricchezze siano di soccorso alla povertà altrui e le ricchezze altrui soccorrano alle vostre indigenze. Ancora le ricordavo questa esortazione del Salvatore nel Vangelo: “Chi ha due vesti ne dia una a chi non ne ha”. E le dicevo che essa doveva procurare di poter sempre fare ciò che volentieri faceva, aggiungendo altre cose simili, le quali da lei con ammirevole verecondia e con modestissimo discorso erano sciolte, chiamando Dio a testimone che tutto faceva per il suo nome e che ardentemente desiderava di morire mendicando, di non lasciar un solo spicciolo alla figlia e di essere avvolta nel suo funerale in qualche lino dato da altri per carità.
Alla fine così concludeva: “Se io chiederò l’ elemosina, troverò molti che me ne  daranno, ma questo mendicante, se non ne riceverà da me, che posso dargli anche di quello avuto in prestito da altri, e  morirà, a chi sarà chiesto conto della sua anima?”, Io desideravo che essa fosse più cauta negli affari di famiglia, ma essa, sempre più accesa di fede, con tutto lo spirito si univa al Salvatore. E povera di spirito seguiva il povero Signore, rendendogli quanto da lui aveva ricevuto, diventata povera per lui. Ottenne finalmente quello  che desiderava e lasciò la figlia molto gravata dai debiti, i quali avendo ancora, essa confida di poter soddisfare non già nelle proprie forze, ma nella misericordia di Cristo.
È solita la maggior parte delle matrone fare regali a certuni perché facciano pubbliche lodi e, usando con pochi molta liberalità, niente danno agli altri. Di questo vizio era del tutto priva, poiché divideva i suoi denari a ciascuno come ciascuno ne aveva bisogno, non potendo alcuno con quelli darsi al lusso, ma solamente soccorrere alle sue necessità. Nessun povero partì mai da lei senza avere ottenuto qualche elemosina. La qual cosa da lei si otteneva non con la grandezza delle ricchezze, ma con la prudenza nel dispensarle, sempre ripetendo quel detto: beati sono i misericordiosi perché essi otterranno misericordia. E l'altro: “Come l’ acqua spegne il fuoco così l’ elemosina spegne il peccato”. Ripeteva pure l'altro detto evangelico: “Fatevi degli amici con le ricchezze ingiustamente acquistate, i quali vi ricevano nei tabernacoli eterni”. Aggiungeva ancora: “Fate elemosina ed ecco ogni cosa per voi è pura”. Riportava infine le parole di Daniele, ammonitore del re Nabucodonosor, esortandolo a redimere con le elemosine i suoi peccati. Non voleva la pia matrona gettare il suo denaro in quelle pietre che devono passare con la terra e con il mondo, ma lo spendeva in pietre vive che si muovono sopra la terra, con le quali nell’Apocalisse di San Giovanni è fabbricata la città del grande re e che, riferisce la Scrittura, si devono cambiare in zaffiro, in smeraldo, in diaspro e in altre gemme. Nondimeno queste qualità possono essere comuni a molti; e sa molto bene il diavolo che non giungono al grado perfetto delle virtù. Perciò dopo che ebbe fatto perdere a Giobbe le proprie sostanze, dopo avergli rovinata la casa, dopo avergli uccisi i figli, così parla al Signore: “Pelle per pelle e l'uomo darà tutto ciò che avrà a difesa della propria vita. Ma stendi un poco, o Signore, la tua mano e tocca le sue ossa e le sue carni e vedrai che sorta di benedizione  egli ti darà. Noi sappiamo che molti hanno fatto elemosine, ma non hanno dato cosa alcuna del proprio corpo: che hanno steso la mano in soccorso dei bisognosi, ma sono stati vinti dai piaceri del senso: che hanno imbiancato ciò che si vedeva fuori, ma dentro erano pieni di ossa di morti. Tale non fu Paola, essendo essa stata di così grande continenza che quasi passava il giusto e diventava debole di corpo per i digiuni eccessivi e per la fatica. Essa non prendeva olio, tranne i giorni di festa e soltanto nei cibi, per cui da questo si può comprendere quale stima facesse del vino, dei liquori, dei pesci, del latte, del miele, delle uova e delle altre cose che sono soavi al gusto. Di queste cose cibandosi alcuni stimano di osservare una rigorosa astinenza e se di quelle non si riempiono il ventre si persuadono di avere assicurata la continenza. È tuttavia noto che l'invidia sempre perseguita le virtù e i monti più eccelsi sono anche i più esposti ai fulmini. Né faccia meraviglia se io dico questo degli uomini, dal momento che anche lo stesso nostro Signore per l'invidia dei farisei fu crocifisso e tutti i santi hanno sempre avuto degli emuli contro, anzi anche nel paradiso si ritrovò il serpente, per la cui invidia entrò la morte nel mondo. Intanto il Signore aveva fatto levar contro di lei un novello Adad Idumeo che la tribolasse affinché non si insuperbisse . Questi dunque, quasi come un certo stimolo della carne, spesso la ammoniva che la grandezza delle sue virtù non la sollevasse troppo in alto e guardando il folle errare delle altre donne non si lusingasse di essere giunta al sommo della perfezione. Io poi le andavo dicendo che conveniva cedere alla invidia e lasciare spazio al furore, come aveva fatto Giacobbe con il suo fratello Esaù e David con Saul, il più ostinato di tutti i nemici, il primo dei quali fuggì in Mesopotamia, il secondo si mise nelle mani degli stranieri, volendo piuttosto essere soggetto ai nemici che agli invidiosi. Ma  essa mi rispondeva: con ragione direste queste cose o Girolamo se il diavolo in tutti i luoghi non si desse a combattere contro i servi e le serve del Signore e non avanzasse dovunque si vuole fuggire da questi luoghi, se io non fossi trattenuta  dall’amore dei santi luoghi e potessi trovar la mia Betlemme in qualche altra parte del mondo. Perché per quale ragione non devo io superare l'invidia con la pazienza? Perché non devo vincere la superbia con la umiltà, a chi mi percuote una guancia offrirgli l'altra, dicendo l'Apostolo: vincete il male con il bene? Non è vero che gli apostoli si gloriavano quando per il loro Signore sopportavano qualche ingiuria? Lo stesso Salvatore non umiliò se stesso prendendo forma di servo e obbedendo al Padre fino alla morte e alla morte di croce, per salvarci con la sua passione? Se Giobbe non avesse combattuto e vinto nella battaglia, non avrebbe ricevuto la corona della giustizia né avrebbe inteso dire dal Signore: “Pensi tu o Giobbe che io per altra ragione ti abbia parlato che per questa, affinché tu apparissi giusto?”. Sono chiamati beati nel Vangelo quelli che sostengono persecuzioni per la giustizia. Basta che in coscienza sappiamo che le pene da noi sostenute non sono per i nostri peccati e che  le afflizioni del secolo presente sono materia di premi. Se talora il nemico le riusciva troppo importuno e osava arditamente di dirle villania, cantava quel detto del salmo: “Essendosi posto il nemico per contraddirmi io ammutolii e tacqui, quantunque giustamente potessi difendermi”. Recitava anche l'altro versetto: “Ma io come un sordo non udivo e me ne stavo come uno che nulla ode, la  lingua del quale non si scioglie ai rimproveri”. Quando poi era assalita dalle tentazioni ripeteva le parole del Deuteronomio: “ Il Signore Dio vostro vi tenta per sapere se amate il Signore Dio vostro con tutto il vostro cuore e con tutta  l'anima vostra. Nelle sue tribolazioni e angustie replicava le parole di Isaia: “Voi che siete stati allontanati dalla poppa e tolti dal succhiare il latte, attendetevi anche tribolazioni su tribolazioni, speranza su speranza, ancora per molto, per la malizia delle labbra e a motivo della lingua maligna. Spiegava anche questa testimonianza della Scrittura a propria consolazione così: che era proprio degli svezzati, cioè di quelli che erano giunti all'età virile, il sostenere tribolazione sopra tribolazioni per meritare di ottenere speranza sopra speranza, sapendo che la tribolazione opera la pazienza, la pazienza la prova, la prova la speranza, la quale non confonde. Diceva ancora: “Se l'uomo esteriore si corrompe, si rinnova l'uomo interiore”, soggiungendo che “nel secolo presente la tribolazione leggera e momentanea opera in noi un gloria che sarà eterna, non considerando noi le cose che si vedono ma quelle che non si vedono, poiché quelle che si vedono sono temporali e quelle che non si vedono eterne”. Si udiva anche dire che non doveva passare molto tempo, sebbene alla umana impazienza sembra che tardi a venire, in cui prontamente non si dovesse vedere il divino aiuto, perché dice  Dio: “Io ti ho esaudito nel tempo opportuno e nel giorno della salvezza ti ho aiutato”. E replicava che non si devono temere le labbra ingannatrici e le lingue dei malvagi, godendo noi di avere in aiuto il Signore, il quale dobbiamo ascoltare quando per bocca del profeta ci ammonisce in tal modo. “Non vogliate temere gli obbrobri degli uomini né abbiate paura delle loro bestemmie, perché come il verme rode la veste così essi  sono mangiati e come la tignola distrugge la lana, così essa li divora. E si udiva dire: “Con la vostra pazienza possederete le vostre anime e ancora: “Non sono degne le sofferenze del tempo presente di essere paragonate alla gloria futura che in noi si rivelerà. E altrove: “Conviene sostenere tribolazione sopra tribolazione e comportarci con pazienza in ogni cosa che ci accade. Poiché l'uomo paziente è molto prudente, ma chi è pusillanime è molto sciocco”. Negli suoi languori e nelle sue frequenti malattie diceva: “Quando mi trovo inferma allora io sono più forte, aggiungendo: “Noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra, fino a tanto che questo corpo mortale si vesta di immortalità e la nostra corruttibile materia divenga  incorruttibile”. E di nuovo ripeteva: “Come in noi abbondano le sofferenze di Cristo, così anche per mezzo di Cristo abbonda la nostra consolazione. Poi aggiungeva: “Come siete compagni delle sofferenze così sarete anche delle consolazione”. Nelle sue afflizioni di spirito così cantava: “Per qual ragione sei tu triste o anima mia, e perché mi turbi? Spera in Dio, perché  a lui renderò grazie, essendo egli salvezza del mio volto e Dio mio”. Nei pericoli così diceva: “Chi vuole venire dietro di me rinneghi  la propria volontà e prenda la sua croce e mi segua”. Aggiungeva ancora: “Chi vuol salvare l'anima sua la perderà”. Ed anche: “Chi a causa di me perderà l'anima sua la salverà”. Quando le veniva portata notizia dei danni alle sue sostanze e intendeva la rovina di tutto il suo patrimonio, così parlava: “Che giova all'uomo guadagnare tutto il mondo se porta danno all'anima sua? O quale cambio darà l'uomo per l'anima sua?”. Diceva ancora: “Nuda sono uscita dal ventre di mia madre e nuda ritornerò”. Come è piaciuto al Signore così è accaduto. Sia benedetto il nome del Signore”. Aveva parimenti in bocca quel detto: “Non amate il mondo né le cose che sono nel mondo, poiché tutto ciò che è nel mondo è desiderio della carne e concupiscenza degli occhi e superbia di questa vita che non proviene dal Padre ma dal mondo”. Più ancora diceva: “Passa il mondo e il suo desiderio”. Io so che per lettera le fu recata notizia di gravissime infermità sostenute dai suoi figli e specialmente dal suo Tossozio, da lei grandemente amato. E avendo essa con la propria virtù adempiuto quel detto: “Io mi sono turbata e non ho parlato”, proruppe in queste parole: “Chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me”. E pregando il Signore diceva: “Possedete o Signore i figli dei mortificati, i quali per voi ogni giorno mortificano i loro corpi”. Io conosco un certo mormoratore, la quale sorta di uomini è dannosissima, che, mosso da affettata carità, le fece intendere che essa, per l'eccessivo ardore delle virtù, ad alcuni sembrava pazza e che era necessario farle qualche cura al cervello. Al quale essa rispose: “Noi siamo diventati spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini aggiungendo: “Noi siamo pazzi per Cristo ma il pazzo di Dio è il più saggio degli uomini”. Per questo anche il Salvatore così parla all'eterno suo Padre: “Tu conosci la mia stoltezza. E parimenti: “Io sono diventato come prodigio a molti e tu sei quel forte che mi porge aiuto. Presso di te io sono come un giumento e sempre sono con te”. Portava pure l'esempio di quello che gli stessi congiunti desideravano legare come mentecatto e gli avversari infamavano dicendo: “Ha il demonio ed è samaritano”. E  ancora: “Egli scaccia i demoni con l'autorità di Beelzebub principe dei demoni”. Ma noi ascoltiamo un po' l'Apostolo che in tal modo ci conforta: “Questa è la nostra gloria, la testimonianza della nostra coscienza, perché ci siamo comportati nel mondo in santità, in sincerità e in grazia di Dio”. Porgiamo anche le orecchie al Signore il quale così parla agli apostoli: “La ragione per cui il mondo vi odia è perché voi non siete del mondo, poiché se foste del mondo certamente il mondo amerebbe ciò che è suo”. Rivolgeva poi la devota matrona il discorso al Signore così dicendo: “Tu conosci o Signore i segreti del cuore e vedi  queste cose che sono venute sopra di noi. Non  ci siamo dimenticati di te, non abbiamo operato ingiustamente contro la tua Legge né il nostro cuore si è attaccato al male. Diceva parimenti: “Per amore tuo tutto il giorno siamo messi a morte e siamo stimati come pecore da macello”. Ma… “Il Signore è quello che mi aiuta. Non temerò qualunque cosa mi faccia l'uomo”. Mentre ho letto: “Figlio onora il Signore e riceverai conforto e all'infuori del Signore non temere alcuna persona”. Con questo e simili testimonianze della Scrittura come con armatura divina essa si muniva contro tutti i vizi, ma specialmente contro l'odio che infieriva contro lei e, tollerando gli affronti, mitigava il furore di chi contro lei era follemente arrabbiato. Infine, sino al giorno della sua morte si fece conoscere a tutti sia la pazienza della donna sia l'altrui sciocca invidia: vizio che consuma lo stesso invidioso, poiché, mentre s'adopera di offendere il suo emulo, col proprio furore infuria contro se medesimo. Parlerò ancora dell'ordine del suo monastero e come volse in proprio vantaggio la continenza dei santi. Seminava cose carnali per cogliere le spirituali, dava le terrene per ottenere le celesti, concedeva agli altri quelle che presto passano per far cambio con le eterne. Dopo aver costruito un monastero per gli uomini, da lei pure posto sotto il governo degli uomini, divise in tre schiere e in tre monasteri un grande numero di vergini, che essa da diverse province aveva qui radunate, parte delle quali erano di nobile famiglia, altre di modesta condizione, altre di basso rango sociale. Così però che solamente nell'operare e nel cibarsi stessero separate, ma nel salmeggiare e nel pregare dovessero stare unite.
Terminato il canto dell’ alleluia, col quale segno erano quelle chiamate perché venissero alla così detta colletta, a nessuna era permesso di rimanere da sola. Ma venendo essa la prima o tra le prime, stava ad aspettare che giungessero le altre, provocandole alla fatica con la vergogna e con l'esempio, non già col terrore. La mattina a terza, a sesta, a nona, a vespro e a mezzanotte, seguendo l’ ordine  dei salmi, cantavano il salterio. Voleva che ciascuna delle sorelle imparasse i salmi e diceva che conveniva imparare ogni giorno qualche cosa della divina Scrittura.
Solamente nei giorni di domenica andavano alla chiesa a fianco della quale avevano la loro abitazione. E ogni schiera di quelle seguiva la propria madre e di là insieme ritornando  attendevano a fare ciò che era loro assegnato. E  facevano abiti o per se stesse o per le altre. Se tra esse ve ne era alcuna  nobile, non le era concesso di avere  una compagna della propria casa, affinché, ricordandosi le antiche consuetudini, non riandasse agli errori della sua passata molle fanciullezza e col discorrer insieme a lei non li facesse tornare nella mente. Andavano tutte vestite nella stessa maniera: usavano panno di lino solamente per asciugarsi le mani. Le teneva così strettamente separate dagli uomini che ne escludeva anche gli eunuchi, per non dare occasione alcuna alle lingue dei maldicenti di parlarne male, giacché essi sono soliti parlare male dei santi anche per rallegrarsi del proprio peccato. Se alcuna tra quelle veniva un po' tardi a salmeggiare o  era alquanto pigra nell'operare, in vario modo trattava con lei. Se essa era iraconda, adoperava le lusinghe; se paziente, la correzione, imitando quel sentimento dell'Apostolo: “Che cosa volete che io faccia? Devo io venire a voi con la verga in mano oppure con lo spirito di dolcezza e di mansuetudine?” All'infuori del cibo e del vestito non permetteva che alcuna avesse  altra cosa, dicendo San Paolo: “Quando abbiamo noi il  vitto e il vestito di questi accontentiamoci”. E ciò  essa faceva affinché  la consuetudine di aver qualcosa di più, non desse luogo all'avarizia, la quale per qualunque abbondanza di ricchezze mai si sazia e, quanto più ha, più desidera e non diminuisce né per l’indigenza né per l'abbondanza. Quelle che tra loro avevano qualche discordia, le riconciliava con il suo piacevolissimo parlare. Con frequenti e replicati digiuni abbatteva gli assalti del senso nelle giovinette, volendo che facesse loro male lo stomaco piuttosto che la mente. Se ne vedeva alcuna più ornata del solito, con fronte sdegnosa e con volto severo, riprendeva in quella un tale errore dicendo che la mondezza del corpo e degli abiti è immondezza dell'anima e che mai dalla bocca di una vergine deve uscire alcuna parola oscena e lasciva, poiché con questi segni si manifesta l'animo libidinoso e per mezzo dell'uomo esteriore si scoprono i vizi dell'uomo interiore. Quando ne trovava alcuna linguacciuta, ciarliera, sfacciata e amante delle contese, se più volte da lei ammonita non voleva cambiare costume, la faceva stare in preghiera tra le ultime, e fuori dell'adunanza delle sorelle, presso la porta del refettorio, e la faceva mangiare da sola, affinché la vergogna correggesse quella che per i richiami non si era corretta. Detestava la pia donna il furto come sacrilegio e ciò che fra le persone del secolo si stima o cosa leggera o da niente diceva che nei monasteri  era peccato gravissimo. Che bisogno c'è che io menzioni la pietà e l'attenzione che essa nutriva per le inferme, da lei con meravigliose opere e servizi assistite? E acconsentendo che alle altre ammalate con abbondanza  fosse somministrata ogni cosa e anche il cibarsi delle carni, se talvolta era essa presa da infermità non voleva ciò permettere a se medesima, e in questo sembrava in se stessa disuguale, poiché con le altre usava la clemenza e con se stessa il rigore. Nessuna di quelle fanciulle, nella loro età giovanile di corpo sano e robusto, si diede a osservare continenza così grande quanto essa, di corpo estenuato dalle fatiche, vecchio e debole. Io devo qui confessare la verità in questo: essa fu troppo pertinace in modo che non ebbe affatto riguardo a se stessa e non volle cedere ai richiami di alcuno. Intanto racconterò quello che di lei ho conosciuto di persona.
Nel mese di luglio, per gli ardenti caldi della stagione, fu presa dalla febbre al punto che già si disperava per la sua salvezza: ma per la misericordia di Dio, essendosi liberata dal male, i medici vollero convincerla che era necessario che prendesse un poco di vino leggero per ristorare il corpo, perché bevendo essa acqua non divenisse idropica. Io, senza che quella ne sapesse cosa alcuna, pregai il santo vescovo Epifanio che volesse riprenderla, anzi le imponesse di bere vino. Quella però, essendo di pronto e accorto ingegno, subito si avvide dell'inganno e sorridendo disse che era per mia invenzione quanto egli diceva. Cosa di più? Finalmente dopo varie esortazioni, essendo uscito fuori il santo vescovo, richiedendogli io che cosa avesse fatto, mi rispose: “Io ho fatto un profitto così grande che essa ha quasi persuaso me, benché vecchio, a non bere vino”. Io riferisco queste cose, non perché approvi che si debbano prendere senza la dovuta considerazione pesi che superano le proprie forze, ammonendoci la Scrittura: “Non levare peso che superi le tue forze” ; ma perché desidero far conoscere da questa perseveranza anche l'ardore della sua mente e il desiderio dell'anima sua fedele, così cantando quella: “L’anima mia o Signore e la mia carne in quanti modi ha avuto sete di te!”. È difficile cosa osservare in ogni occasione la retta regola e con ragione, secondo la sentenza dei filosofi: “Nella giusta misura consiste la virtù e ogni eccesso è giudicato vizio”. Questo sentimento noi possiamo esprimerlo con una sola e breve sentenza, cioè:  “Nessuna cosa sia in eccesso”. Essa però che nel disprezzo dei cibi era così pertinace si lasciava vincere dal dolore e nella morte dei suoi restava abbattuta e soprattutto in quella dei figli. Poiché nella morte del marito e delle figlie sempre andò a pericolo della salute. Anzi facendosi il segno della croce sopra la bocca e sopra lo stomaco e sforzandosi di mitigare il dolore di madre con questo sacro segno, restava vinta dall'affetto e le viscere di madre abbattevano la sua  mente di credente e vincendo con lo spirito era vinta dalla debolezza del proprio  corpo. Se essa talvolta restava presa da infermità, per lungo tempo faceva forza a se medesima e con coraggio più che virile la teneva sottomessa, al punto che a me recava inquietudine e a se stessa era di pericolo. Nel quale stato godeva e continuamente ripeteva: “O donna infelice che io sono, chi mi libererà dal corpo di questa morte?”. Dirà il prudente lettore che io invece di scrivere le lodi di questa matrona scrivo ciò che può recarle biasimo. Chiamo perciò come testimone il mio Gesù, a cui essa ha servito e io desidero servire, che non fingo ad arbitrio cosa alcuna né per l'una né per l'altra parte. Ma come cristiano espongo le cose che sono vere di una donna cristiana, scrivo cioè la storia, non compongo il panegirico di quella e ardisco dire che i vizi suoi negli altri sono virtù. Li chiamo vizi secondo il mio pensiero e il desiderio di tutte le sorelle e i fratelli, perché l'amiamo e, assente, con grande ansietà la cerchiamo. Del resto essa ha compiuto la sua corsa e ha mantenuto la fede e ora gode la corona della giustizia e segue l'agnello in qualunque luogo egli si porta. È saziata perché è stata famelica e piena di giubilo canta: “Come udimmo così dunque abbiamo visto nella città del Signore delle virtù, nella città del nostro Dio”. O felice cambiamento di cose! Essa pianse per ridere sempre. Non curò i laghi rovinati per trovare la vera fonte che è il Signore. Vestì di cilicio per usare ora candide vesti e per dire: “Hai stracciato il mio sacco e mi hai vestita di allegrezza”. Mangiava anche la cenere come  pane e mescolava con le lacrime la sua bevanda, dicendo: “Le mie lacrime mi hanno servito di pane giorno e notte”; per cibarsi in eterno del pane degli angeli e per cantare: “Gustate e vedete come il Signore è soave” e: “Il mio cuore mi ha dettato un buon sentimento, e io consacro le mie opere al Re” : per vedere adempiersi in esso le parole di Isaia, anzi del Signore che così parlò per bocca di Isaia: “Ecco, coloro che mi servono si ciberanno, ma voi avrete fame. Ecco  quelli che mi servono berranno, ma voi avrete sete. Ecco  quelli che mi servono saranno lieti, ma voi sarete confusi. Ecco  quelli che mi servono godranno, ma voi griderete per il dolore del cuore e urlerete per lo strazio dello spirito. Io, di sopra, ho detto che quella aborrì sempre di accostarsi ai laghi rovinati, per trovare la vera fonte, cioè il Signore e per potere lieta cantar: “Come brama il cervo di giungere alla fonte di acque, così brama l'anima mia di giungere a te, mio Dio. L'anima mia ha provato una sete ben grande di Dio, viva fonte. Quando mai andrò e comparirò davanti alla faccia di Dio?”.
Racconterò dunque con brevità come essa si tenne lontana dai fangosi laghi degli eretici e li giudicò quali pagani. Un certo, furbo e esperto nell'ingannare gli altri, dotto e saputello come esso si stimava non sapendone cosa alcuna, cominciò a proporre a lei alcune questioni e a dirle: “In che cosa ha peccato un bambino per cui debba essere preso dal demonio? In quale età dobbiamo noi risorgere? Se in quella in cui moriamo, dunque dopo la risurrezione vi sarà bisogno di balie. Se in età diversa questa sarà non risurrezione dei morti ma cambiamento in altre persone”. Poi aggiungeva: “Vi sarà diversità di sesso cioè di maschio e di femmina o no? Se ciò avverrà ne seguiranno anche le nozze, la copula coniugale e la generazione. Se non vi sarà tale diversità, toltane via questa, non risorgeranno i medesimi corpi, perché il nostro abitare qui in terra ne aggrava il senso applicato al pensiero di molte cose. Ma i corpi risorti saranno sottili e spiritualizzati, come dice l’Apostolo: ”Si semina il corpo animale, risusciterà il corpo spirituale”.
Con tutti questi discorsi cercava di provare che le creature razionali venivano ad unirsi ai corpi per certi vizi e antichi peccati e , secondo la diversità dei meriti e dei peccati, erano generate con questa o quella condizione ,in modo che o godevano esse la sanità dei corpi e le ricchezze e la nobiltà dei genitori, ovvero unendosi a carni infette e collocate in casa di poveri, pagavano le pene degli antichi delitti ed erano rinchiuse in questo mondo e nei corpi come in una prigione.
Ciò avendo inteso la pia donna e avendolo a me raccontato mi disse anche chi era colui che così parlava.  Perciò mi presi il necessario impegno di oppormi a codesta perfida vipera, ad una tale mortifera bestia,  di cui fa menzione il salmista quando dice: “Non dare, o Signore, alle bestie l’anima che confessa il tuo nome e altrove: “Sgrida, o Signore, le bestie che adoperano penna, le quali scrivendo iniquamente, parlano il falso contro il Signore e pongono la loro bocca contro il cielo”. Me ne andai pertanto a ritrovare quest'uomo e per le preghiere di quella che lui cercava di ingannare lo convinsi con questa breve domanda, chiedendogli se credeva o no che dovesse esserci la risurrezione dei morti. Mi rispose di crederlo. Soggiunsi: “Risorgeranno i corpi medesimi oppure  altri?”. Avendomi esso risposto, i medesimi, gli domandai: “Avverrà ciò nel medesimo sesso o nell'altro? Tacendo quello a questa mia domanda, girando qua  e là il capo a guisa di serpente, per non essere ferito gli dissi: “Giacché voi tacete io stesso risponderò a me per voi e ne dedurrò la conseguenza. Se la femmina non risorgerà come femmina né il maschio come maschio non ci sarà la risurrezione dei morti: perché il sesso ha le sue membra e le membra costituiscono il corpo. Se poi non vi saranno sesso e membra dove sarà la risurrezione dei corpi, i quali non possono realmente darsi senza sesso e membra? Che se non succederà la risurrezione dei corpi, nemmeno vi sarà la risurrezione dei morti. L'altra difficoltà poi che voi  proponente sopra le nozze, cioè se le membra saranno le medesime da ciò si deduce che ci saranno le nozze, l'altra difficoltà dissi è sciolta dal Salvatore allorché dice:” Voi errate non conoscendo le Scritture né la potenza di Dio, poiché nella risurrezione dei morti non si mariteranno né saranno maritate, ma saranno simili agli angeli. Da queste parole - non si mariteranno né saranno maritate - si dimostra la diversità dei sessi, cosa che nessuno dice della pietra e del legno (non si mariteranno né saranno maritate), perché  questi esseri non hanno la natura onde maritarsi. Si può dire di quelli  che possono maritarsi e per grazia e virtù di Cristo non si maritano.
Che se voi mi farete questa obiezione: come dunque saremo simili agli angeli, non essendovi tra gli angeli maschio e femmina? Attendete e brevemente rispondo. il Signore ci promette non la sostanza, ma la conversazione e la beatitudine degli angeli, in quel modo appunto che Giovanni Battista prima che fosse decapitato fu chiamato angelo e tutti i santi e le vergini di Dio, anche nel secolo presente, in se stesse rappresentano la vita degli angeli. Allorché si dice: “Voi sarete simili agli angeli”, si promette la somiglianza, non si cambia la natura. Ma rispondetemi un poco come intendete voi il toccare che fece Tommaso le mani del risorto Signore e vide il costato di quello dalla lancia trafitto. E Pietro vide il Signore che se ne stava sul lido e si cibava di una porzione di pesce arrostito e di un favo di miele. Colui che stava ritto certamente aveva piedi. Se Gesù scoprì il costato ferito, aveva senza dubbio il ventre e il petto, senza dei quali i fianchi non si uniscono al ventre e al petto. Se egli parlò, usò la lingua, il palato e i denti. Poiché come il plettro ferisce le corde, così la lingua batte nei denti e ne manda fuori il suono della voce.
Quello di cui furono toccate le mani ebbe per conseguenza anche le braccia. Dicendosi dunque che egli ebbe tutte le membra, è necessario che avesse tutto il corpo, che è composto di membra e certamente non di femmina ma di maschio, cioè del sesso medesimo nel quale morì. Che se pure facendo opposizione si dicesse: dunque noi anche dopo la risurrezione mangeremo? E come a porte chiuse entrò il Signor contro la natura dei corpi pingui e sodi? Ascoltate quello che sto per dirvi: non vogliate di grazia a cagione del cibo porre in controversia e in dubbio la fede nella risurrezione. Pensa anche che il Signore comandò che si porgesse cibo alla figlia del capo della sinagoga e si legge nella divina Scrittura che Lazzaro, il quale era morto quattro giorni prima, si sedette al convito con lui affinché la risurrezione di quello non fosse giudicata come un fantasma.
E se lo stesso Signore entrò a porte chiuse, e per questo vi adoperate di provare che egli fosse un corpo spirituale e aereo, dunque tale era ancora prima di patire, perché contro la natura dei corpi pesanti camminò sul mare. E l'apostolo San Pietro, il quale camminò con un piede sospeso sopra le acque, si deve credere che avesse il corpo suo spirituale. Quando peraltro sappiamo che allora appunto sempre più si mostra la potenza e virtù di Dio, quando egli fa qualche cosa contro la natura. Affinché però sappiate che nella grandezza dei miracoli si fa conoscere non la mutazione della natura ma l'onnipotenza di Dio, quello che camminava sulle acque per virtù della fede cominciava per la sua infedeltà ad essere sommerso, se dalla mano del Signore non fosse stato sostenuto allorché gli disse: “O uomo di poca fede, perché hai dubitato?” Io resto ben meravigliato che non vi vergognate nell'udire il Signore che dice all'incredulo Tommaso: “Poni qua dentro il tuo dito e tocca le mie mani e i miei piedi che sono io”. “Palpate un poco e comprendete che lo spirito non ha carne né ossa come vedete che io ho. E avendo detto ciò, mostrò loro le mani e i piedi. Voi che sentite nominare qui ossa, carni, piedi e mani stimate secondo il vostro capriccio che queste siano vane invenzioni e vaneggiamenti degli stoici, fondati sull'aria. Se poi mi chiedete per qual ragione il bambino incapace di peccare sia oppresso dal diavolo, ovvero in quale età dobbiamo noi risuscitare morendo in età diversa uno dall'altro, la risposta  riuscirà poco gradita ed è questa: “I giudizi di Dio sono un grande abisso e ancora: o profondità delle ricchezze della sapienza e della scienza di Dio, quanto sono imperscrutabili i giudizi di quello e incomprensibili le sue vie! Poiché chi mai ha compreso la mente del Signore ovvero chi è stato suo consigliere? Circa poi la diversità delle età dico che questa non cambia la verità dei corpi, poiché essendo di continuo i nostri corpi in moto o per crescere o per diminuire ne verrebbe per conseguenza che dovremmo essere tanti uomini in quanti ogni giorno ci mutiamo.
Ovvero fui io forse una persona all’età di dieci anni e un’ altra quando ne avevo trenta, un’ altra quando ne avevo cinquanta, un’ altra ora che sono tutto canuto? Si deve dunque rispondere, come è tradizione delle chiese e come insegna l'apostolo Paolo che noi dobbiamo risuscitare come uomini perfetti e nella misura della pienezza dell'età di Cristo, nella quale i Giudei pretendono che fosse creato Adamo e noi leggiamo che risorse il Signore. Queste e molte altre cose io dissi prese dall'uno e dall'altro Testamento per confondere quell'eretico. Da quel giorno in poi cominciò Paola a biasimare quell'uomo e tutti gli altri che  seguivano la medesima dottrina, in modo che pubblicamente li chiamava nemici del Signore. Io ho detto queste cose non per confutare brevemente l'eresia a cui si deve rispondere con molti volumi, ma per far conoscere la fede di così grande donna, la quale volle essere piuttosto perpetuamente nemica di questi uomini piuttosto che con cattive amicizie provocare offesa a Dio.
Dirò dunque come io avevo cominciato.
Non vi fu mai niente più docile del suo ingegno. A parlare era tarda, veloce ad udire, memore di quel precetto della Scrittura: “Ascolta Israele e taci”.
Conoscendo essa a memoria le divine Scritture, sebbene amasse la storia, che da lei era chiamata fondamento della verità, pure assai più seguiva il senso spirituale e con questo tetto copriva l'edificio dell'anima.
Finalmente, attendendo essa insieme con la figlia alla lettura dell’Antico e del Nuovo Testamento mi costrinse a farne loro esposizione. Il che io per modestia ricusando di fare, nondimeno  per le sue continue richieste, presi ad insegnare loro ciò che io avevo imparato, non da me stesso , cioè dalla presunzione, pessimo maestro, ma dagli uomini  illustri della Chiesa. Se in qualche passo io restavo sospeso e sinceramente confessavo di non comprenderlo, non voleva a nessun costo concedermi tale affermazione, ma con le continue domande mi sforzava a dire quale tra i molti e vari sensi mi sembrasse il più probabile. Racconterò ancora un'altra cosa che forse agli emuli miei sembrerà incredibile. Essa volle imparare la lingua ebraica, la quale io da giovinetto in parte appresi con molta fatica e con gran sudore, e con  infaticabile esercizio non l'abbandono per non essere da lei abbandonato. E in tal modo la imparò che cantava salmi in ebraico e parlava in questa lingua con tanta proprietà di pronuncia senza la minima inflessione  latina. La qual cosa sino al giorno d'oggi si vede nella santa sua figlia Eustochia, la quale sempre visse accanto alla madre e fu così obbediente ai comandi di quella che senza lei non prese mai riposo, non uscì mai in pubblico, non prese mai cibo e non ebbe mai un solo spicciolo in suo potere. Ma godeva che le poche sostanze che vi erano dei suoi genitori fossero distribuite dalla madre ai poveri, saggiamente credendo che fosse per lei una ben grande eredità e una non ordinaria ricchezza il filiale rispetto verso la madre. Non devo passare sotto silenzio con quanto piacere  essa intese che Paola, sua nipote, figlia di Leta e di Tossozio concepita col voto e con la promessa della futura verginità, ancora nella culla e tra giochi puerili con lingua balbettante cantava: alleluia. E con parole dimezzate esprimeva i nomi della nonna e della zia. In questa unica cosa si  scoprì in lei il desiderio della patria, quando desiderò accertarsi che il figlio, la nuora, la nipote rinunciassero al secolo e servissero a Cristo. La qual cosa in parte ottenne, poiché la nipote  è già destinata a vestire il sacro velo di Cristo; la nuora, datasi a castità perpetua, con le opere, con la fede e con le elemosine segue i degni esempi della suocera e si adopera di fare in Roma ciò che quella ha già fatto in Gerusalemme. Che cosa intanto facciamo o anima mia? Perché temi tu di giungere alla morte della pia donna? È ormai gran tempo che il presente libro va troppo per le lunghe, mentre io temo il dover descrivere la sua fine, quasi che col mio tacere e col darmi a lodarla possa differirne la morte. Se in acqua con venti favorevoli si è navigato e con felice corso la mia debole nave ha solcato il mare tranquillo, ora il discorso va a  sbattere negli scogli e, gonfiandosi onde agitate, imminente viene minacciato il naufragio, a tal punto che sono costretto a dire: “Maestro salvaci, perché periamo”, aggiungendo anche l'altro testo: “Sorgi o Signore e perché dormi?”. Poiché chi potrebbe ad occhi asciutti riferire la morte di Paola? Essa dunque cadde in una gravissima malattia, anzi trovò ciò che desiderava, cioè il modo per abbandonare noi e unirsi più perfettamente al Signore. In questo malore l'affetto filiale, sempre lodevole di Eustochia verso l'amata madre, sempre più fu da tutti lodato. Mentre essa a lato del letto le sedeva, teneva il ventaglio, le sosteneva il capo, le poneva sotto il guanciale, le stropicciava i piedi, le riscaldava con la mano lo stomaco, le rifaceva il letto, le preparava acqua calda, le poneva davanti il tovagliolo, faceva i servizi di tutte le ministre prima di loro e se per sorte alcuna di esse faceva qualche cosa, pensava che a lei fosse tolto l'eseguire ciò che per obbligo le si doveva. Con quali preghiere, con  quali lamenti e gemiti andava avanti e indietro dal letto della madre alla grotta del Signore, per non essere privata di così cara compagnia, per non restare in vita senza di lei, per esserne portata nel medesimo feretro. E se la fede di Cristo non ci sollevasse al cielo e ne venisse promessa la immortalità dell'anima, che sarebbe di noi? La nostra condizione, per ciò che riguarda il corpo, non è affatto diversa da quella delle bestie e dei giumenti. Muore il giusto non meno che lo scellerato. Muore il buono e il cattivo, il mondo e l’immondo, chi offre a Dio sacrifici e chi rifiuta di riconoscerlo con quelli universale padrone e signore, muore l'uomo dabbene e il peccatore, chi giura e chi teme di giurare. Allo stesso modo gli uomini e i giumenti si riducono in cenere e in polvere. A che fine però io mi trattengo in queste riflessioni e col dilungare il discorso rendo più lungo il mio dolore? Si accorgeva molto bene la buona donna, la più saggia di tutte le altre, che per lei la morte era vicina, e diventata ormai fredda ogni altra parte del corpo e delle sue membra sentiva che nel sacro suo petto soltanto palpitava un  po' di calore dell'anima. Nondimeno come se dovesse recarsi a ritrovare i suoi congiunti e abbandonasse gli stranieri a bassa voce ripeteva quei versetti, cioè: “Io ho amato o Signore la bellezza della tua casa e il luogo dell'abitazione della tua gloria”. Aggiungeva: “Quanto sono amabili le tue tende o Signore delle virtù! L'anima mia si consuma per l’accesa brama della corte sovrana del Signore. Parimenti essa diceva: “Ho scelto di essere abbietta nella casa del mio Dio piuttosto che abitare nelle tende dei peccatori”. Essendo poi da me interrogata riguardo al motivo del suo silenzio, perché non voleva dire se provava dolore in qualche parte del corpo, in lingua greca mi rispose che essa non provava alcun affanno, ma che vedeva ogni cosa quieta e tranquilla. Dopo aver detto ciò tacque e con occhi chiusi, come se già con disprezzo guardasse le cose mortali, fino a quando spirò l'anima ripeteva i medesimi versetti, con voce così bassa che anche con le orecchie ben attente appena potevamo udire ciò che essa diceva. E tenendosi il dito alla bocca si faceva sulle labbra il segno della croce. Ormai le mancava lo spirito, ed essendo vicina alla morte ansimava e l'anima sua, desiderando ardentemente di uscire dal corpo, convertiva in lode del Signore il rantolo con il quale suole terminare la vita umana. Assistevano alla felice morte della pia matrona i vescovi di Gerusalemme e delle vicine città, ed era pure qui presente una moltitudine innumerevole di sacerdoti di minor grado e di diaconi. Tutto il monastero era pieno di un gran numero di vergini e di monaci. Paola, intanto, appena intese la voce del divino suo sposo che la invitava a se con queste parole: “Sorgi, viene mia cara, mia bella, mia colomba, poiché  ecco già è passato l'inverno ed è partito, si è dileguata la pioggia”, lieta a se medesima rispose: “Si sono veduti sulla terra i fiori è giunto il tempo del potare”. Disse anche: “Credo che vedrò i beni del Signore nella terra dei viventi”. Allora non si intesero in quel luogo urla, non pianti, come suole avvenire tra le persone del secolo, ma in diverse lingue si cantavano innumerevoli salmi. Essendo poi di là trasportata dalle mani stesse di alcuni vescovi che non ricusarono di sottoporre le spalle al feretro, mentre altri tenevano nelle mani lumi e ceri, altri regolavano i cori dei cantori, fu collocata in mezzo alla chiesa della grotta del Salvatore. Concorse al funerale della santa donna tutta la gente della città della Palestina. Quale fu dei monaci, sebbene ritirato nell'eremo, che uscito dalla sua cella qua non venisse? Quale tra le vergini non lasciò il suo solitario soggiorno? Era giudicato da tutti sacrilego chi a una così grande donna non avesse reso l’ultimo omaggio. Le vedove, i poveri, ad esempio di Dorcade mostravano agli altri le vesti da quella ricevute. Tutti insieme i poveri gridavano ad alta voce di aver perso la loro madre e benefattrice. Quello poi che a ognuno fece meraviglia fu che la faccia non era affatto cambiata per il pallore, ma spirava dal suo volto una certa maestà e gravità che sembrava che essa dormisse, non che fosse morta. Si cantarono per ordine i salmi nelle lingue ebraica, greca, latina e siriaca, non solamente lo spazio di tre giorni fino a che fu sepolta sotto la chiesa, vicino alla grotta del Salvatore, ma per tutta la settimana, facendolo d’istinto quanti ne venivano al funerale, e  sopra lei spargendo le proprie lacrime.
La venerabile vergine Eustochia sua figlia, come una  bambina divezzata sopra la madre, non poteva da lei levarsi. Le baciava gli occhi, si accostava alle sue guance, abbracciava tutto il corpo e diceva di voler essere sepolta con la madre. Gesù è testimone che essa non lasciò neppure un soldo alla figlia, ma come già ho accennato la lasciò gravata da molti debiti e ciò che a questa è riuscito più gravoso è l'aver affidato alla sua cura una innumerevole moltitudine di fratelli e sorelle in Cristo, nutrire i quali è cosa molto difficile e  abbandonarli è una empietà. Quale virtù pertanto più ammirabile in lei di questa? Una donna di nobilissima famiglia, una volta ricchissima, aveva con fede così grande donato ad altri tutto il suo che quasi agli estremi della necessità si ridusse. Vantino pure gli altri di aver dispensato le loro ricchezze ai poveri, di aver offerto alla Chiesa, ad onore di Dio, i propri denari e di averle portato insieme coi candelabri d'oro preziosi doni da quelli pendenti. Nessuno mai ha dato di più ai poveri di colei che nulla ha riservato per sé. E essa perciò ora gode quelle ricchezze e quei beni che mai  occhio ha veduto né orecchio udito né in umano pensiero sono mai venuti. Noi al contrario ci dogliamo della nostra sorte e se per più lungo tempo vorremo versar lacrime per lei che in cielo regna, sembrerà che le invidiamo il possesso della sua gloria.
Tu intanto o Eustochia vivi con certezza, poiché ti sei arricchita di una grande eredità. La parte che ti è toccata è il Signore e affinché tu sempre più sia nella gioia ti dico che tua madre ha ricevuto la corona di un lungo martirio. Poiché non solamente è giudicato martirio nella confessione della fede lo spargimento del sangue, ma è un martirio continuo anche la immacolata servitù di una mente devota. Quella corona si compone di rose e viole, questa di gigli. Per la qual cosa nel cantico dei cantici sta scritto: “ Colui che amo è candido e rubicondo e in pace e in guerra dispensa gli stessi premi ai vincitori.” E io ti dico che tua madre sentì dirsi come Abramo: “Esci dalla tua terra, dal tuo parentado e va nella terra che io ti mostrerò”. Udì altresì il Signore che per bocca di Geremia così comandava: “Fuggite di mezzo a Babilonia e salvate le vostre anime. Questa dunque uscì dalla sua terra e fino al giorno della sua morte non tornò in Caldea né desiderò mai le carni Egitto, ma accompagnata dai cori delle vergini divenne cittadina del Salvatore e dalla piccola Betlemme salendo al regno dei cieli dice alla vera Noemi: “Il tuo popolo è il mio popolo e il tuo Dio è il mio Dio”.
Questo piccolo libro, o Eustochia, da me per te è stato dettato in due brevi veglie, essendo io ancora preso da quel medesimo dolore che tu sostieni. Poiché tutte le volte che ho voluto prendere la penna per scrivere e fare ciò che ti avevo promesso, altrettante volte ho trovato le dita paralizzate, la mano caduta e i sensi illanguiditi.
Della verità di ciò che dico fanno aperta fede lo stile incolto, senza alcun ornamento e leggiadria di parole.
Addio, Paola! Con efficaci preghiere porta aiuto a me, giunto agli ultimi anni della mia vita, che sempre ho venerato e venero le tue virtù. La tua fede e le tue opere  ti uniscono a Cristo. A lui presente, più facilmente otterrai quanto  chiedi. Io intanto ho compiuto un'opera in tua memoria  assai più durevole del bronzo, la quale per qualunque scorrere di secoli non sarà mai distrutta.
Sul tuo sepolcro ho anche fatto incidere l'epitaffio, affinché dovunque sarà inteso il mio parlare, sappia il lettore che da me sei stata celebrata e che in Betlemme sei stata sepolta.

Iscrizione sul sepolcro
Discendente da Scipione e  nello stesso tempo dai Paoli e dai Gracchi, famosa eccelsa progenie di Agamennone, Paola qui giace.
Madre di  Eustochia,  prima fra il  senato romano, seguì la povertà del Redentore e si rifugiò nella grotta di Betlemme.

Davanti alla grotta
Vedi tu, lettore, l’umile sepolcro scavato in questa grotta? E’ la dimora di Paola che ora vive nel cielo e regna.
Lasciò il fratello,  i congiunti, Roma, la patria, le ricchezze e i figli per vivere nella grotta di Betlemme.
Qui sta la tua mangiatoia o Cristo, e i magi devoti, qui, mistici doni offrirono a te, che sei insieme uomo e Dio.
Riposò nel Signore la santa beata Paola il giorno ventiseiesimo di gennaio, cioè il martedì, dopo il tramonto del sole.
Fu sepolta nel giorno ventinovesimo dello stesso mese, essendo consoli in Roma Onorio Augusto - per la sesta volta - e Aristenato. Visse nel suo santo proposito, nella predetta città, cinque anni, e in Betlemme venti. Il corso intero della sua vita fu di cinquantasei anni, otto mesi e ventun giorni.

Alcune nostre brevi considerazioni.
Abbiamo visto nella prima parte della lettera che Gerolamo delinea in maniera chiara e precisa quali sono le condizioni sine qua non per un’autentica sequela di Cristo. Allorchè ci siamo spogliati della vita vecchia, in virtù della fede,  comincia per ogni redento un cammino di santificazione guidato ed alimentato dalla grazia di Dio. Se non c’è sequela senza fede, non c’è fede senza opere di virtù.
Non virtù qualsiasi che possono interessare anche l’uomo che non crede, ma in special modo tutte quelle virtù che ci fanno simili a Cristo e che il mondo non tiene in alcuna considerazione. Al primo posto sta l’umiltà nel senso più lato e più pieno: non solo l’interiore consapevolezza della propria nullità, ma anche il farsi piccoli agli occhi del mondo in tutti i comportamenti,  le consuetudini, in uno stile di vita che ci fa apparire alla stregua degli ultimi, quando non ancora più ultimi degli ultimi.
“Essa dunque abbassò se stessa con umiltà così profonda, virtù che è la prima dei cristiani, che chi non l'avesse veduta e per la fama del suo nome avesse desiderato di vederla, non avrebbe stimato che fosse essa ma piuttosto l'ultima delle sue ancelle. Ed essendo circondata da numerosi cori di vergini, per la maniera di vestire, alla voce, all'abito, e al portamento era la minima di tutte.” 
Dopo l’umiltà va sottolineata la fedeltà al proprio stato di persona consacrata. È riprovevole  una eccessiva libertà nei rapporti con l’altro sesso, se pur si tratta di santi. Né si deve giustificare una assidua frequenza. Meglio rimanere con i fratelli e le sorelle dello stesso sesso; eccezione fatta per la santa messa e la liturgia comunitaria.
“Dopo la  morte del marito, fino al giorno della sua morte non mangiò mai con alcuno uomo, sebbene sapesse che quello era santo e costituito nell'alto grado di vescovo. “
Non si deve cercare una cura smodata del corpo, allo scopo di apparire e di attirare l’attenzione. Non c’è persona al mondo per quanto brutta che non cerchi in qualche modo di farsi gradevole e piacevole alla vista altrui. È il modo migliore per introdurre distrazione, tentazione, confronto non voluto dal Signore nel seno della stessa comunità di fede.
“Non usò i bagni se non costretta da qualche infermità. Quantunque gravemente oppressa da febbre, non si coricò su molli materassi, ma distesi sul suolo alcuni suoi piccoli cilici qui prendeva riposo, se pure  può chiamarsi riposo quello in cui la pia donna, quasi in continue preghiere, passava i giorni e le notti, adempiendo ciò che si legge nel salterio, cioè: “Io lavavo ogni notte il mio letto, con le mie lacrime bagnerò il mio giaciglio”.
Un aspetto dimesso e trascurato deve fare tutt’uno con una vita di penitenza, di sobrietà , di preghiera incessante e continua, che sgorga da un cuore contrito per le proprie colpe, lontano dagli occhi delle creature, in una solitudine che  vuole stare soltanto con il Signore e cerca unicamente ciò che è a Lui gradito.
“Avresti pensato che in lei  fosse la fonte delle lacrime. Con pianto così copioso  ella lavava le colpe leggere che l'avresti giudicata rea di grandissimi misfatti. Ed essendo da me spesse volte ammonita che avesse riguardo ai propri occhi e li conservasse per leggere il Vangelo, mi diceva: “Deve sporcarsi questa mia faccia, perché spesso da me contro il divino precetto è stata dipinta con rossetto, biacca e antimonio. Voglio affliggere questo corpo che si è dato a tanti piaceri. Conviene che un lungo riso da perpetuo pianto venga compensato. I molli lini e i drappi preziosissimi devono cambiarsi in aspri cilici. Io che piacqui qui già al marito e al mondo ora desidero di piacere a Cristo.”
Dopo la umiltà va elogiata la castità
“Se fra tali e così grandi virtù vorrò celebrare la sua castità, sembrerà cosa superflua. Perché anche a Roma, essendo una secolare, fu essa esempio a tutte le matrone. Si comportò in tal modo che le stesse lingue dei maledici neppure osarono fingere cosa alcuna di pregiudizio al suo decoro.”
Supremo coronamento di tutto, manifestazione visibile di un amore di per sé invisibile, è la carità: non l’amore indifferenziato, eccentrico, moto inconsapevole del cuore, ma l’amore donato e fondato in noi da Dio, che innanzitutto cerca e vuole i fratelli di fede più vicini e da questi allarga il proprio cerchio fino ad abbracciare tutti gli uomini: con particolare predilezione per gli ultimi, ma senza disprezzo e senza ignorare quelli che sono ricchi agli occhi del mondo.
“Non si vide mai animo più clemente del suo, nessuno più cortese verso gli inferiori. Non desiderava la conversazione dei potenti. Eppure, nonostante ciò, non disprezzava con fastidio i superbi e quelli che aspiravano a un po' di gloria. Se ai suoi sguardi si presentava un povero lo sostentava, se un ricco lo esortava alle buone opere. La  virtù della liberalità era in lei senza limiti, al punto che non lasciava di soccorrere chi ne aveva bisogno e a lei chiedeva denaro. Non di rado prendeva denari in prestito per restituire gli altri pur presi in prestito.”
L’amore che viene da Dio non semplicemente viene in soccorso al povero con i propri beni, ma ancor prima ed ancora più  vuol condividere ogni povertà a imitazione del Cristo. Non giova aiutare i poveri se questo non fa noi stessi poveri. Siamo ben al di là della semplice elemosina: un simile amore non si può associare a quello dei vari filantropi che lottano per una più equa distribuzione delle ricchezze. Vogliono il riscatto dei poveri: in quanto a loro ben si guardano dal condividerne la miseria: è questa un male a cui bisogna ribellarsi. Nessuna benedizione divina vedono nel misero e nell’afflitto.
“… chiamava Dio a testimone che tutto faceva per il suo nome e che ardentemente desiderava di morire mendicando, di non lasciar un solo spicciolo alla figlia e di essere avvolta nel suo funerale in qualche lino dato da altri per carità.”
L’amore a Dio e al prossimo fu in Paola senza misura. Come non risparmiò i propri beni materiali così diede fondo ad ogni sua energia fisica e spirituale, con digiuni, astinenze, veglie continue.
“Noi sappiamo che molti hanno fatto elemosine, ma non hanno dato cosa alcuna del proprio corpo: che hanno steso la mano in soccorso dei bisognosi, ma sono stati vinti dai piaceri del senso: che hanno imbiancato ciò che si vedeva fuori, ma dentro erano pieni di ossa di morti. Tale non fu Paola, essendo essa stata di così grande continenza che quasi passava il giusto e diventava debole di corpo per i digiuni eccessivi e per la fatica. Essa non prendeva olio, tranne i giorni di festa e soltanto nei cibi, per cui da questo si può comprendere quale stima facesse del vino, dei liquori, dei pesci, del latte, del miele, delle uova e delle altre cose che sono soavi al gusto.”
L’esaltazione della santità di Paola è fatta da Gerolamo nei termini e nei modi della Sacra Scrittura. E questo per farci comprendere quale importanza si deve dare alla Parola di Dio, che non solo è guida e luce in un cammino, ma ne è anche verifica e conferma.
Altro non diremo delle virtù di Paola: il testo di Gerolamo è di per sé fin troppo chiaro e bello: ogni aggiunta e spiegazione può sminuirne l’importanza ed il valore.
Essendo noi debitori di molto a san Gerolamo per quel che riguarda l’intelligenza delle Sacre Scritture, una sola conclusione è per noi d’obbligo. Se Gerolamo vive nel nostro cuore come  un padre, un posto particolare è riservato anche a Paola, sorella maggiore. Maestro l’uno, discepola eletta l’altra, non di una sapienza falsa e vuota ma di quella che innanzitutto si alimenta della Parola di Dio, in una continua ed incessante ruminatio, che vuol portare alla luce i tesori nascosti che il Signore ha riservato per il popolo suo.

“Dirò dunque come io avevo cominciato.
Non vi fu mai niente più docile del suo ingegno. A parlare era tarda, veloce ad udire, memore di quel precetto della Scrittura: “Ascolta Israele e taci”.
Conoscendo essa a memoria le divine Scritture, sebbene amasse la storia, che da lei era chiamata fondamento della verità, pure assai più seguiva il senso spirituale e con questo tetto copriva l'edificio dell'anima.
Finalmente, attendendo essa insieme con la figlia alla lettura dell’Antico e del Nuovo Testamento mi costrinse a farne loro esposizione. Il che io per modestia ricusando di fare, nondimeno  per le sue continue richieste, presi ad insegnare loro ciò che io avevo imparato, non da me stesso , cioè dalla presunzione, pessimo maestro, ma dagli uomini  illustri della Chiesa. Se in qualche passo io restavo sospeso e sinceramente confessavo di non comprenderlo, non voleva a nessun costo concedermi tale affermazione, ma con le continue domande mi sforzava a dire quale tra i molti e vari sensi mi sembrasse il più probabile. Racconterò ancora un'altra cosa che forse agli emuli miei sembrerà incredibile. Essa volle imparare la lingua ebraica, la quale io da giovinetto in parte appresi con molta fatica e con gran sudore, e con  infaticabile esercizio non l'abbandono per non essere da lei abbandonato. E in tal modo la imparò che cantava salmi in ebraico e parlava in questa lingua con tanta proprietà di pronuncia senza la minima inflessione  latina.”

 

Lettera a Eustochio prima parte

Introduzione alle Lettere di san Gerolamo
Di Gerolamo, traduttore della Vulgata, tutti sanno. Basterebbe questa sola opera per giustificare la fama che lo accompagna da secoli nella chiesa cattolica. Ne abbiamo parlato per inciso più volte. Il testo latino di Gerolamo non è considerato ispirato alla stregua di quello ebraico e della versione dei Settanta. Di fatto, la Chiesa per quindici secoli ha fatto propria la Vulgata, in modo del tutto particolare, come sicuro riferimento per ogni controversia dottrinale,  come testo unico di lettura in tutte le comunità cattoliche,  segno di indiscussa unità per secoli intorno a Roma.  Gerolamo ha fatto ben più di una semplice traduzione. La Vulgata è il risultato di un lungo ed accurato lavoro di confronto critico fra le versioni disponibili a quei tempi. Profondo conoscitore delle lingue latina, greca, ebraica, Gerolamo si è largamente servito delle Esapla di Origene, nel tentativo di ricostruire il testo originale. Benchè  sia stato paladino  di una traduzione letterale, che nulla aggiunge e nulla toglie, gli studiosi rilevano che non sempre di fatto nella sua opera segue questo criterio. Difficile dire cosa ci abbia messo del suo. Chi ha la fortuna di masticare un po’ di latino non può non ammirare l’incredibile bellezza e ricchezza di significati che la Vulgata racchiude in sé.
Opera di un santo, certamente, e non di un semplice erudito. Un ritratto molto bello di Gerolamo è stato fatto da Benedetto XVI nel suo breve, ma significativo, profilo dei Padri della Chiesa. Si può trovare facilmente il tutto su internet in:   www. Annusfidei.va
Per quel che riguarda più propriamente il nostro lavoro abbiamo fatto una ricerca riguardo all’Epistolario, per trovare una traduzione antica non coperta da diritti d’autore. Per nostra fortuna e per grazia di Dio siamo venuti in possesso di una edizione del 1740, che porta il seguente titolo:

L’Epistole di Girolamo Sdrignese , scelte e divise in tre libri
per opera di Pietro Canisio teologo.
Tradotte dalla latina nella toscana favella da un sacerdote professore di teologia, e parroco nella diocesi di Nonantola.
In Venezia MDCCXL  presso Francesco Pitteri

La versione  trascritta di alcune lettere è stata  adattata alla lingua corrente dallo stesso Cristoforo. Abbiamo cercato di intervenire il meno possibile sulla  traduzione, che mantiene intatta la forma della lingua latina.
È con grande gioia e con non celato entusiasmo che vi offriamo un piccolo assaggio dell’Epistolario di questo grande padre della Chiesa, da noi amato e considerato come il più fedele difensore dell’ortodossia cattolica.
Alcune lettere saranno accompagnate da brevi e semplici annotazioni critiche di interesse spirituale, per meglio far comprendere lo spessore di una fede, che non vuole essere unica ed esclusiva, ma modello di ogni autentica sequela di Cristo.

Iniziamo la nostra pubblicazione con quella che è forse la lettera più bella di Gerolamo, da noi divisa in due parti, per ragioni di comodo, recante il titolo:

Alla Vergine Eustochia, epitaffio di Paola, sua madre
Parte prima

Se tutte le membra del mio corpo si cangiassero in lingue, e i nodi tutti delle ossa con umana voce parlassero, con tutto ciò non direi cosa alcuna degna delle virtù della santa e venerabile Paola. Ella nobile per discendenza, ma più nobile per santità; già potente  per le sue ricchezze, ma ora più  insigne per la povertà di Cristo; sangue dei Gracchi, discendente degli Scipioni, erede di Paolo, donde trae il nome, vero e legittimo sangue di Marzia Papiria, madre di Scipione l’Africano, preferì a Roma Betlemme, e cambiò i palazzi coperti d’oro in vile, malformato tugurio. Noi non proviamo dispiacere d’aver perduta una tal donna, ma ringraziamo Dio di averla avuta, anzi di averla. Perché ogni cosa vive per Dio, e qualunque cosa ritorna al Signore è annoverata nella famiglia. Sebbene, se noi rettamente vogliamo intendere , la perdita di quella è un abitare ch’ella fa nella casa del Cielo. Tutto quel tempo ch’è stata nel corpo sempre è andata come in esilio lontano dal Signore, e con voce lamentevole continuamente si doleva, dicendo: Ahimè, la mia peregrinazione si è prolungata. Io mi sono trattenuta con gli abitanti di Kedar, e l’anima mia è stata lungo tempo pellegrina. Né deve rendere meraviglia se si doleva di abitare fra le tenebre ( poiché così Kedar viene interpretato) essendo il mondo pieno di malizia. E quali sono le tenebre di quello , tale è il suo lume, risplendendo nelle tenebre la luce, non avendola le tenebre avvinta. Per la qual cosa spesse volte ripeteva quel detto: io sono forestiera e pellegrina , come tutti i miei antenati. Diceva altresì: desidero sciogliermi  da questo corpo, ed essere con Cristo. Ogni volta poi che ella era tormentata da qualche infermità del suo corpo ( in lei prodotta dalla sua incredibile astinenza e dai suoi continui digiuni ) aveva questo sentimento sulle labbra: Io sottometto il mio corpo e lo riduco in servitù, per timore che  predicando io agli altri , non sia ritrovata reproba. Parimenti diceva: è bene non bere vino, né mangiar carne. Soggiungeva ancora : Ho umiliato l’anima mia col digiuno, e nella mia infermità per tutto il mio letto mi sono rigirata, dicendo anche: Mi sono ritrovata in mezzo alle miserie , essendo da spine trafitta. E fra le punture dei suoi dolori , da lei con ammirevole  pazienza tollerati, come se appunto per sé vedesse aperti i cieli, così diceva: Chi mi darà ali a guisa di colomba, e volerò e riposerò? Io chiamo come testimone il buon Gesù, e i suoi santi, e l’angelo stesso assegnato per custode e compagno di tale ammirabile donna, che io non dico cosa alcuna per incontrare l’altrui favore, come usano gli adulatori. Ma tutto ciò che sto per dire lo dirò per rendere testimonianza al vero, essendo però assai meno dei meriti di quella, della quale parla tutto il mondo, che ammirano i sacerdoti, desiderano i cuori delle Vergini; la morte della quale piangono le folle dei monaci, e dei poveri. Vuoi tu o mio lettore, sapere le sue virtù? Ella lasciò tutti i suoi  poveri, di loro divenuta più povera. E non deve alcuno stupirsi che ella ciò praticasse coi prossimi, e colla famigliola nella quale quelli che erano ammessi dell’uno e dell’altro sesso, da schiavi e schiave,  aveva cambiati in fratelli e sorelle; avendo quella, dopo aver abbandonato la sua nobile stirpe, lasciata ricca di sola fede e grazia sua figlia Eustochia, vergine a Cristo consacrata, per consolazione della quale io scrivo questo libricino.  Cominciamo dunque il racconto in ordine. Altri scrittori si mettano pure a discorrere, da lontano, di questo argomento, e dalla tenera età di quella, e dagli stessi, per così dire fanciulleschi trastulli; mettano in campo sua madre Blesilla, e il padre Rogato, dei quali due, l’una è discesa dagli Scipioni, e dai Gracchi; l’altro, celebre quasi in tutte le parti della Grecia fino al dì presente, per ricchezze, e per nobiltà, si dice che trasse l’origine da quel famoso Agamennone, il quale con l’assedio di dieci anni distrusse Troia.
Io non loderò in lei cosa alcuna, se non quel ch’ è suo proprio, e deriva dal purissimo fonte della sua santa mente. Sebbene il nostro Signore e Salvatore, interrogato nel vangelo dagli apostoli che cosa darebbe egli loro per avere essi lasciato per il suo nome i propri beni, abbia risposto che nel secolo presente avrebbero ricevuto il cento per uno, e nell’altro la vita eterna - dal che si intende che non merita lode il possedere le ricchezze, ma lo sprezzarle per Cristo: non insuperbire negli onori ma, per la fede di Dio averli in poca stima - ciononostante il Signore concede al presente ciò ch’Egli ha promesso ai suoi servi e alle sue ancelle.  Quella che disprezzò la gloria di una sola città, è celebrata dall’universale sentimento di tutto il  mondo. Quella che abitando in Roma non era da nessuno conosciuta fuori di Roma, nascosta in Betlemme si rende ammirabile ai barbari paesi e a Roma stessa. Poiché qual è quella gente della quale non vengano persone ai luoghi santi? E chi nei luoghi santi ritrova cosa più degna di ammirazione tra gli uomini che Paola? Ella come gemma preziosissima tra molte gemme risplende. E in quel modo che lo splendore del sole copre e oscura le piccole fiammelle delle altre stelle, così quella gran donna con la sua umiltà ha superate le virtù e le potenze di tutti, ed è stata la minima fra tutte per divenire di tutte la più grande;  quanto più ella si abbassava, tanto più dal Cristo era innalzata. Cercava  di nascondersi, ma non le riusciva l’intento. Fuggendo la gloria meritava la gloria, la quale segue la virtù come l’ombra il corpo, e abbandonando coloro che la desiderano, va dietro a quei che la disprezzano. Ma che faccio io allontanandomi dall’ordine del mio racconto? Mentre sono occupato a riferire ciascuna cosa, non osservo i precetti del dire.
Quella dunque generata da un tal casato, fu congiunta in matrimonio con Tossozio, disceso dall’antichissimo sangue di Enea, e di Julo: ragion per cui anche  sua figlia, vergine di Cristo, Eustochia, si chiama Giulia; e lo stesso nome Giulio dal gran Julo proviene.

Io vado dicendo queste cose, non perché siano grandi per chi le possiede, ma perché riescono ammirabili in coloro che le disprezzano. Gli uomini del mondo guardano con stupore quelli che così ampiamente sono privilegiati. Io al  contrario lodo coloro che tali cose non curarono ; e tenendo poco conto di quelli che le hanno, se con disprezzo le posseggono, in maniera singolare da me sono celebrati. Essendo dunque nata la nostra Paola da tali antenati, è lodata per la fecondità e pudicizia, prima dal marito, poi dai famigliari, e dalla testimonianza di tutta la Città, avendo partoriti cinque figli:  Blesilla, per la morte della quale in Roma la consolai, Paolina che lasciò erede delle sue fondazioni e delle sue sostanze Pammacchio, uomo ammirevole, a cui per la morte di quella mandai un mio libricino, Eustochia, la quale ora nei luoghi santi è preziosa collana della verginità e della Chiesa, Rufina, la cui prematura morte  abbatté l’animo pietoso della madre: e infine Tossozio, dopo il quale cessò di partorire; affinché si intendesse che quella per lungo tempo  volle non dar opera all’uso del matrimonio, ma per soddisfare il desiderio del marito, che desiderava un figlio maschio, partorì figliuoli. Dopo la morte del marito, in tal modo lo pianse, ch’ella fu per morirne.  In tal modo si diede al servizio del Signore, che parve che ella avesse desiderato la sua morte. Perché dunque racconterò io che quasi tutte le ricchezze della sua illustre e nobile casa, una volta ricchissima, furono dispensate ai poveri? A che fine starò a parlare dell’animo suo, clementissimo verso tutti, e della bontà sua che raggiungeva le persone stesse da lei non mai vedute? Quale dei poveri, morendo, non fu avvolto negli abiti suoi? Quale di quelli che giacevano infermi, non fu sostentato dalle sue ricchezze?  Questa, con  somma attenzione in tutta la Città ricercandoli, stimava sentirne danno, se alcun debole, e affamato, era nutrito dal cibo di un altro.  Spogliava i figli, e sgridandola per questo i parenti, diceva che lasciava loro maggior eredità, cioè la misericordia di Cristo. Non potè però per lungo tempo sopportare le visite, e i ricevimenti in massa della sua stirpe nel mondo gloriosa, e della sua nobilissima famiglia. Si doleva dell’onore a lei fatto, e procurava di schivare e fuggire il sentirsi da altri lodare. Essendo poi andati a Roma, in esecuzione dei comandi dell’imperatore, i vescovi dell’Oriente e dell’Occidente, per certi dissensi delle loro chiese, ella qui vide gli ammirabili uomini e vescovi di Cristo, Paolino vescovo della città di Antiochia ed Epifanio di Salamina e di Cipro, ora chiamata Costanza. Di questi ebbe Epifanio ospite in casa sua, e Paolino, che in altra casa alloggiava, per la sua umanità lo tenne come uno della propria famiglia. Accesa dalle virtù di questi, andava sempre pensando di abbandonare la patria, nulla ricordandosi della casa, dei figliuoli, della famiglia, dei poderi, né tantomeno di alcuna altra cosa al mondo. Anzi, se dire si può, sola e senza compagnia ardentemente bramava di andare nell’eremo degli Antonio e dei Paolo.
Passato finalmente l’inverno e fattosi navigabile il mare, ritornando i vescovi alle loro chiese, essa pure con quelli navigò almeno coi voti e colle brame. Ma a che sto io dilungandomi col discorso? Ella s’incammina al porto, accompagnata dal fratello e dai parenti, dai congiunti e, quel ch’è più di questi, dai propri figlioli, desiderosi di vincere la clementissima loro madre con affetto di pietà. Intanto già si stendevano le vele, e a forza di remi si avanzava la nave in alto mare. Il piccolo Tossozio dal Lido alzava in atto supplichevole le mani: Rufina già da marito, benché tacendo, con le lacrime la scongiurava che volesse attendere le sue nozze. Ma quella alzava gli occhi asciutti al cielo, superando con l’amore di Dio l’amore che aveva per i suoi figlioli. Non conosceva di essere madre, per dimostrare che  era ancella di Cristo. Internamente si sentiva però tormentata, e come se le interiora le fossero strappate, combatteva contro il proprio dolore, resa in questo più ammirabile, perché vinceva un grande amore. Tra le mani dei nemici e la dura necessità della prigionia, nessuna cosa riesce più crudele  che il dividere i genitori dai figli. La sua grande fede sopportava una pena così grande contro le leggi della natura, anzi il suo giulivo spirito la desiderava. E disprezzando l’amore verso i figli , con l’amore maggiore verso Dio, nella sola Eustochia, compagna della sua liberazione e del suo viaggio, si riposava. La nave intanto solcava il mare e, volgendo lo sguardo al lido, tutti quanti  navigavano con lei; ella altrove teneva rivolti gli occhi, per non vedere quelli che senza tormento non poteva vedere. Confesso che nessuna donna ha giammai amato in tal modo i propri figli, ai quali ella prima di partire donò tutti i suoi beni, diseredandosi in terra , per ritrovare l’eredità in cielo.


Condotta all’isola di Ponza, già nobilitata dall’esilio di Flavia Domitilla, illustrissima donna, sotto l’impero di Domiziano, per la confessione della fede di Cristo, e qui scorgendo le cellette dove essa aveva tollerato il suo lungo martirio, avendo prese le ali della fede, desiderava vedere Gerusalemme e gli altri luoghi santi. Lenti le parevano i venti e pigra ogni velocità. Tra Scilla e Cariddi esponendosi al mare Adriatico, come attraverso uno stagno giunse a Metone. Qui ristorato il suo debole corpo con pane e sale, e adagiando le stanche membra sul lido, prese un breve riposo. Di qui passando per  Capo Maleo di sant’Angelo, e per Citera, e poi per le Cicladi, qua e là sparse in quel mare sempre agitato nei suoi flutti, a cagione delle isolette che in seno accoglie, dopo aver toccato Rodi e Licia giunse finalmente a Cipro. Ivi gettatasi ai piedi del santo e venerabile vescovo Epifanio, fu da lui per dieci giorni con sè ritenuta, non perché ella si ristorasse, com’egli credeva, ma per faticare in nome di Dio, come infatti avvenne. Perché visitando tutti i monasteri di quel paese lasciò per quanto poteva mezzi di sostentamento  ai religiosi, i quali per amore di quel santo uomo da tutte le parti del mondo colà si erano portati. Dopo, con breve navigazione, passò a Seleucia, e salì poi ad Antiochia , e qui, trattenuta per poco tempo dalla carità del santo confessore Paolino, sebbene donna così nobile, partì nel mezzo dell’inverno, riscaldata dall’ardore della fede, seduta sopra un asinello, essa che prima era portata a forza di braccia dagli eunuchi. Tralascio il racconto del suo viaggio per le zone della Siria e della Fenicia ( io non ho preso a descriverne l’itinerario ), nominerò solamente quei luoghi che sono nominati  nella Sacra Scrittura. Lasciatasi dunque la pia donna alle spalle Berito, colonia romana, e Sidone città antica nel lido di Sarepta, entrò nella piccola torre di Elia, in cui dopo aver adorato il Signore Salvatore, attraverso le sabbie di Tiro, dove Paolo si inginocchiò, arrivò alla città di Acco, oggi detta Tolemaide, e per la piana di Maghiddo, nella quale fu ucciso Giosia, entrò nella terra dei Filistei. Guardò con meraviglia le rovine di Dor, una volta città potentissima, e di ritorno vide la Torre di Stratone, chiamata Cesarea da  Erode re della Giudea, in onore di Cesare Augusto, nella quale ritrovò la casa del centurione Cornelio, diventata una chiesa di Cristo. Vide ancora la casa di Filippo, e le celle delle quattro vergini profetesse. Poi passò a vedere Antipatride, piccolo borgo semidistrutto, che Erode aveva così chiamato dal nome del padre. Ritrovò l’antica Lidda, ora chiamata Diospoli, famosa perché in essa risorse Dorcade, e fu risanato Enea. Non molto lontano da quella scoprì Arimatea piccolo borgo, patria di Giuseppe che seppellì il Signore, e ancora Nob, già città dei sacerdoti, ora sepolcro degli uccisi. Andò a Giaffa porto del fuggitivo Giona, donde ( per dire qualcosa delle favole dei poeti ) già si vide Andromeda legata alla rupe. Di là rimessasi in cammino toccò Nicopoli, che prima si chiamava Emmaus, in cui nello spezzare il pane il Signore fu conosciuto dai due discepoli. Fece della casa di Cleofe  una chiesa, a Dio consacrandola.
Partita di lì, andò all’una e all’altra Betoro, cioè all’inferiore e alla superiore, città costruite da Salomone, ma poi distrutte per varie vicende di guerra. Alla sua destra potè vedere Ajalon, e Gabaon, dove Giosuè figlio di Nun, combattendo contro cinque re, comandò al sole e alla luna, che arrestassero il loro corso, e condannò i Gabaoniti a portare acqua e legname per le frodi e le insidie dell’alleanza da loro stipulata. Si fermò essa per poco in Gabaon, fino dai fondamenti rovinata, rammentandosi il peccato della medesima, e della concubina tagliata a pezzi, e dei seicento uomini della tribù di Beniamino, salvati dalla morte a motivo dell’apostolo Paolo che da quella doveva nascere. A che fine però sto io qui trattenendomi? Avendo essa lasciato alla sua sinistra l’insigne sepolcro di Elena, la quale essendo regina degli Adiabetani, in occasione di grave carestia, aveva con grano soccorso quel popolo, entrò in Gerusalemme, città di tre nomi, cioè Jebus, Salem e Jerusalem. Questa poi fatta rinascere da Elio Adriano dalle sue ceneri e rovine, fu denominata Elia.  Il proconsole di Palestina spedì innanzi i suoi servitori a preparare il palazzo per una tal donna, la nobiltà della cui famiglia gli era molto ben nota: ma essa preferì un’umile cella, e con ardore ed affetto così grande andò alla visita di tutti quei luoghi, che se non avesse dovuto velocemente portarsi a vedere gli altri, non si sarebbe potuta rimuovere dai primi. Prostratasi poi davanti alla croce del Signore, come se pendente da quella lo rimirasse, lo adorava. Entrata nel santo sepolcro, affettuosamente baciava la pietra della risurrezione, che l’angelo rimosse dall’apertura della tomba e toccava con le labbra con viva fede il luogo stesso dov’era giaciuto il corpo del Signore, come un sitibondo gusta le acque desiderate. Quali lacrime poi, quali gemiti, quali segni di dolore quivi ella desse, ne è testimone tutta Gerusalemme, e lo stesso Signore da lei pregato. Quindi uscita salì sul monte Sion, che s’interpreta Rocca o Specula, cioè posto di osservazione. Questa città fu vinta già in battaglia da Davide, il quale la riedificò. A proposito della sua conquista così sta scritto: Guai a te o città di Ariel, cioè leone di Dio, a quei tempi fortissima, da Davide espugnata.
Della medesima, riedificata, così si legge:  i fondamenti di quella sono nei monti santi: ama il Signore le porte di Sion più di tutti le tende di Giacobbe. Non  quelle porte che ai tempi nostri vediamo ridotte in polvere e cenere, ma quelle contro le quali l'Inferno non ha alcuna forza, e per cui entra la moltitudine di coloro che credono in Cristo. Le fu  ancora fatta vedere la colonna, sostegno del portico della Chiesa, tinta del sangue del Signore, alla quale si dice  che egli fu legato e flagellato. Vide il luogo, dove lo Spirito Santo scese sopra le anime di centoventi fedeli, onde si adempisse la profezia di Gioele. Avendo poi distribuito ai poveri e ai suoi domestici quel poco di denaro che aveva, secondo la sua disponibilità, se ne andò a Betlemme. Alla destra  lungo la strada si fermò presso il sepolcro di Rachele,  dove la donna partorì Beniamino, non Benonì,  come  morendo lo chiamò la madre, cioè figlio del mio dolore, ma come il padre profetò in spirito, figlio della destra. Di là entrando in Betlemme, e giunta alla grotta dove nacque il Salvatore, dopo che vide il sacro rifugio della vergine, e la stalla, in cui il bue conobbe il suo possessore, e l'asino  la greppia del suo Signore; affinché si adempisse quel detto che nel medesimo profeta è scritto: beato è quello che semina sopra le acque, dove il bue e l'asino calpestano; udendola io, giurava che con gli occhi della fede vedeva il bambino avvolto nelle fasce,  il Signore piangente nella greppia, i magi suoi adoratori, la stella sopra risplendente, la vergine madre, l’ attento custode, i pastori venire nella notte per vedere il verbo che era stato fatto, e per scoprire fino da allora il principio del Vangelo di San Giovanni, cioè: in principio era il Verbo, e il Verbo è divenuto carne: vedeva pure i bambini uccisi, e per la ferocia di Erode, Giuseppe e Maria fuggire in Egitto, e mischiando con gioia le lacrime così diceva: Amen (Dio ti salvi )  Betlemme casa di pane, dove è nato quel pane che discese dal cielo: Amen (Dio ti salvi) Efrata paese felicissimo e fruttifero, la cui fertilità è Dio. Già Michea profetò di te: E tu Betlemme casa di Efrata non sei la minima fra le migliaia di Giuda? Da te uscirà quello che sarà principe in Israele; la sua origine  è dal principio, dai giorni dell'eternità, perciò li lascerai abbandonati fino al tempo della donna partoriente. Ed essa partorirà, e quelli dei tuoi fratelli che resteranno, torneranno ai figli di Israele”. Poichè in te è nato il principe, che prima di Lucifero fu generato, la cui nascita dal Padre eccede ogni età. E tanto tempo in te si mantenne la progenie di Davide, fino a che partorisse la vergine, e i resti del popolo che crede in Cristo si volgessero ai figli di Israele, e liberamente dicessero: bisognava che prima degli altri a voi si predicasse la parola di Dio; ma poiché l’ avete rifiutata, e avete giudicato di non esser degni della vita eterna, ecco che noi ce  ne andiamo a predicare ai Gentili.   Aveva detto Dio: “Non sono io venuto se non alle pecore perdute della casa di Israele”. In quel tempo si adempì quanto  di lui predisse Giacobbe, dicendo: “Non mancherà mai un principe della casa di Giuda, nè un  condottiero da lui uscito, fintanto che venga colui per il quale ciò  è stato riservato, ed egli stesso sarà l'attesa delle genti”. Ben a ragione giurava Davide, ben a ragione così faceva i suoi voti: “ Non entrerò più nell’interno della mia casa, non salirò più sul mio letto per riposare: non concederò più sonno ai miei occhi, e non concederò quiete alle mie palpebre, e riposo alle mie tempie fintanto che non avrò trovato un luogo per il Signore e una tenda per il  Dio di Giacobbe. E subito dichiarò cosa  egli desiderava, e con i suoi occhi di profeta vedeva che doveva venire quello che noi crediamo esser già venuto. Ecco abbiamo inteso che egli è in Efrata, lo abbiamo ritrovato nei campi boscosi. Certamente l’ espressione ebraica zoth, come sotto la vostra disciplina imparai, non significa Maria, madre stessa del Signore,  ma dello stesso ( Signore ). Onde con tutta confidenza così dice: noi entreremo nel suo tabernacolo, lo adoreremo nel luogo, in cui stettero i suoi piedi”. E io misera e peccatrice sono stimata degna di baciare la greppia, dove bambino vagì il Signore: di pregare in quella grotta, dove la Vergine partorì il Signore bambino. Questa sarà il mio riposo, perché essa è patria del Signore: qui abiterò, perché il Salvatore per sé l’ha eletta. Io ho preparato la lucerna al mio Cristo, per lui vivrà l'anima mia, e il mio seme a lui servirà”. Non molto lontano da quel luogo scese a vedere la torre di Ader, cioè del gregge, presso la quale Giacobbe pascolò i suoi greggi, e i pastori vegliando la notte, meritarono di udire: Gloria nei luoghi eccelsi a Dio e in terra pace agli uomini di buona volontà. E guardando quelli le pecore, ritrovarono l'agnello di Dio, con puro e immacolato vello, che nella aridità di tutta la terra fu riempito della rugiada celeste; il sangue del quale toglie i peccati del mondo, e  asperso sulle porte, ne cacciò lo sterminatore dell'Egitto. Di là subito con passo veloce cominciò a incamminarsi per quella strada che conduce a Gaza, cioè alla potenza e alle ricchezze di Dio, e tacendo con se stessa riandava a pensare come l'eunuco etiope, figura dei popoli pagani, cambiò la sua pelle, e insistentemente leggendo l'Antico Testamento, trovò la fonte del Vangelo. Quindi piegando a destra, avendo passato Betsur, giunse ad Escol, che vuol dire grappolo. Da questa località,  per fare sicura fede che quella terra era fertile e per prefigurare colui che dice: “Io solo ho calcato il torchio, e delle genti non è con me neanche un solo uomo”, gli esploratori  portarono il grappolo di meravigliosa grandezza. Dopo poco  spazio di tempo entrò nelle cellette di Sara, vi osservò la culla dove fu allevato Isacco, e i resti della quercia di Abramo ( sotto la quale vide il giorno in cui doveva venire Cristo, e ne gioì. Da qui poi movendosi, salì ad Ebron, che è Cariath-Arbe , cioè la città dei quattro uomini:  Abramo, Isacco,  Giacobbe, e il grande Adamo, il quale affermano gli Ebrei che qui sia stato sepolto, secondo quanto si riferisce nel libro di Giosuè figlio di Nave; sebbene molti pretendono che Caleb sia stato il quarto di cui, da un parte si vede la memoria. Dopo aver veduto queste cose, non volle andare a Cariath-Sepher, cioè borgo delle lettere, perché non curando essa la lettera che uccide, aveva ritrovato lo spirito vivificante. Anzi piuttosto restava ammirata nel vedere le acque superiori e inferiori che Gotoniel aveva formato, figlio di Jefone, per irrigare le regioni del sud, terra desertica di sua proprietà; convogliando quelle acque, irrigava gli aridi campi dell'Antico Testamento, per ritrovarne gli uomini nelle acque del battesimo la redenzione degli antichi peccati. Il giorno seguente, levatosi il sole, si fermò sulla cima di Cafar-Baruca, cioè del villaggio della benedizione, nel qual luogo Abramo aveva accompagnato il Signore. Di là senza curarsi del vasto deserto e della terra dove già furono Sodoma e Gomorra, Adama e Seboim , considerò le vigne del balsamo in Engaddi e in Segor, la vitella di tre anni, che prima si chiamava Bala , e in lingua sira fu chiamata Zoara, cioè piccola. Ella si ricordava della spelonca di Lot, e tutta piangente ammoniva le sue vergini compagne che era necessario guardarsi dal vino, in cui si trovano incentivi alla lussuria, opera del quale sono i Moabiti, e gli Ammoniti.
Lungo tempo io mi fermo sul meriggio , dove la sposa ritrovò giacente lo  sposo e Giuseppe si ubriacò con i suoi fratelli. Di là tornerò a Gerusalemme per Tecoa, patria di Amos e scorgerò i  luminosi splendori del monte Oliveto, donde salì al Padre il Salvatore, nel quale ogni anno si bruciava in olocausto al Signore una vacca di color rosso, la cui cenere purificava il popolo di Israele; nel quale luogo, secondo Ezechiele , i cherubini partendo dal tempio, fondarono la Chiesa del Signore.  Paola entrò nel sepolcro di Lazzaro, vide la casa di Maria e di Marta, e Betfage, il villaggio delle mascelle dei sacerdoti, e il luogo in cui lo sfrenato puledro del popolo Gentile, ricevette il morso del Signore, e bardato con le vesti degli apostoli, accomodò la schiena perché quello vi sedesse. Quindi  viaggiando  dritto si portò a Gerico, pensando a quel ferito, di cui si parla nel Vangelo e ai sacerdoti e ai leviti, i quali con cuore duro passarono , senza porgere al sofferente alcun ristoro. Rifletté poi alla misericordia del buon samaritano,  (cioè custode ), che, posto il povero ferito mezzo morto sul suo giumento, lo portò alla stalla della Chiesa. Considerò   pure il luogo detto Adomim, che vuol dire luogo di sangue; perché in quello per le frequenti scorrerie dei ladroni si spargeva molto sangue. Pensò anche all'albero di sicomoro di Zaccheo, cioè alle buone opere della penitenza, con le quali calpestava i misfatti commessi nello spargimento di sangue umano altrui, di gran danno per le rapine e dal sommo delle virtù rimirava l’eccelso Signore. Da qui lungo il ciglio della strada  considerò i luoghi dei ciechi, i quali ricuperata la vista prefiguravano i misteri dell'uno e dell'altro popolo che crede nel Signore. Essendo entrata in Gerico, vide la città fondata da Ahiel con l'assistenza del suo primogenito Abiram, le porte della quale furono collocate da Segub, l’ultimo dei suoi figli. Guardò l’accampamento di Galgala e il mucchio dei prepuzi e il mistero della seconda circoncisione, e le dodici pietre, che, là trasportate dal fondo del Giordano, avevano figurato le fondamenta dei dodici apostoli. Agli occhi suoi si offrì pure la fontana della Legge già amarissima e sterile, condita dalla sapienza del vero Eliseo e da lui cambiata in dolce e copiosa sorgente di acque.
Passata appena la notte andò al Giordano, accesa di grande fervore. Si arrestò in riva al fiume e levatosi il sole si ricordò del sole di giustizia. . Si ricordò come in mezzo al letto del fiume stettero i sacerdoti a piedi asciutti e ai cenni di Elia e Eliseo, rese immobili dall'una e dall'altra parte le acque, si poté passare sopra le onde. Pensò anche che il Signore, quivi facendosi battezzare purificò le acque diventate immonde per il diluvio universale e infettate dai cadaveri di tutto il genere umano. Troppo mi dilungherei se qui volessi parlare della valle di Achor, cioè del tumulto delle turbe di Israele, in cui fu condannato il furto e l'avarizia e se volessi dire qualcosa di Betel, casa di Dio, dove, sopra la nuda terra, nudo e povero dormì Giacobbe e postasi sotto il capo la pietra che in Zaccaria è descritta con sette occhi e in Isaia è chiamata pietra angolare, vide la scala che giungeva fino al cielo, sulla cui cima si appoggiava il Signore, porgendo la mano a quelli che salivano e dalla sommità precipitando al basso i negligenti.  La devota donna venerò sul monte Efraim  il sepolcro di Giosuè figlio di Nun, e in faccia a quello l'altro di Eleazaro, figlio del sacerdote Aronne, l'uno dei quali fu sepolto in Tamnatsare dalla parte settentrionale del monte Gaas, l'altro in Gabaat,  posseduta da suo figlio Finees, e restò meravigliata come colui che fu il distributore dei possessi avesse preso per sé i luoghi montuosi ed aspri. Che dirò io di Silo, dove anche ai tempi nostri si mostra l'altare in rovina e dove la tribù di Beniamino prevenne il ratto delle sabine fatto da Romolo? Passò a Sichem, non Sicar come molti leggono sbagliando, la quale oggi si chiama  Neapolis ed entrò nella Chiesa qui costruita da una parte del monte Garizim presso il pozzo di Giacobbe. Sopra il quale seduto, il Signore, assetato ed affamato, fu saziato dalla fede della samaritana. Questa,  abbandonati i cinque uomini dei libri mosaici ed  il sesto, cioè l'errore di Dositeo che ella si vantava di avere, trovò il vero Messia e il vero Salvatore. Quindi partendo vide i sepolcri dei dodici patriarchi e Sebaste, cioè Samaria, la quale in onore di Augusto, da Erode in lingua greca fu chiamata Augusta. In quel luogo sono sepolti i profeti Eliseo e Abdia e San Giovanni Battista, di cui tra figli di donne non vi fu il maggior; dove restò sorpresa dallo spavento nel vedere molti miracoli; poiché ella vide ruggire i demoni in vari modi tormentati, e davanti ai sepolcri di quei santi udì ululare gli uomini come lupi, latrare al modo dei cani, ruggire come leoni, sibilare quali serpenti, muggire a modo di tori. Altri ne vide girato il capo e con esso, piegate le spalle, toccavano la terra e delle donne appese per i piedi, cadevano loro le vesti sul volto. Provò ella compassione per tutti e per tutti  con abbondanti lacrime supplicava la pietà di Cristo. Così debole poi come si trovava, salì a piedi sul monte, in cui vi sono le due spelonche, dentro le quali nel tempo della persecuzione e della fame il profeta Abdia con pane e acqua nutrì cento profeti.
Quindi sollecitamente camminando, giunse a Nazaret dove fu allevato il Signore, poi si portò a Canaan e a Cafarnao dove quello fece molti miracoli: passò al lago di Tiberiade, santificato dalla navigazione del Signore e si portò nella solitudine, dove molte migliaia di persone furono saziate con pochi pani, e con gli avanzi di quelli che mangiarono se ne riempirono i dodici confini delle tribù di Israele. Salì anche sul monte Tabor in cui si trasfigurò il Signore. Mirò da lontano i monti Hermon e Hermoniim, e le vastissime campagne della Galilea, nelle quali Sisara, superato da Barach, fu vinto con tutto il suo esercito. Le fu mostrato ancora il torrente Cison, che divide a metà quella pianura vasta e il castello presso Naim, in cui fu risuscitato il figlio della vedova. Se io volessi ad uno ad uno riferire quei luoghi che dalla venerabile Paola furono visitati con incredibile fede, prima mi mancherebbe la luce del giorno che le parole. Passerò all'Egitto e mi fermerò alquanto fra Soccot e quella fonte che Sansone fece scaturire dal dente della mascella della fiera da lui uccisa e mi bagnerò la bocca asciutta, affinché ristorato io veda Morafthim, già sepolcro del profeta Michea, ora chiesa. Da una parte lascerò gli Orrei, e i Getei, Maresa, l’ Idumea e Lachis e, per le instabili sabbie, nelle quali non si vedono impresse orme di viandanti, e per la vasta pianura del deserto andrò al fiume Sior che vuol dire torbido, e passerò le cinque città dello stesso Egitto che parlano in lingua cananea e la terra di Gesse e i campi di Tanis, dove Dio operò prodigi. Passerò ancora la città detta No, la quale poi è stata cambiata in Alessandria, e Nitria, cittadella del Signore, in cui col nitro purissimo delle virtù si lavano anche oggi le sordidezze di molti. Dopo aver veduto questa, facendosi a lei incontro il santo e venerabile vescovo Isidoro, confessore di Cristo, e  innumerevoli turbe di monaci, tra i quali vi erano molti sollevati al grado di sacerdote e di levita, godeva bensì della gloria del Signore ma si confessava indegna di un onore così grande. A che parlerò io dei vari Macario, Arsete e Serapione e delle altre colonne del fede cristiana? Quale fu la cella di quegli anacoreti in cui ella non entrò? Quale fu di essi ai cui piedi ella non si buttasse? In ciascuno di quei santi le sembrava di vedere Cristo e tutto il bene che essa faceva loro lo stimava, giubilandone, da sé fatto al Signore. Ardore di fede veramente ammirabile e fortezza d'animo appena credibile in una donna! Dimenticatasi del sesso e della debolezza del proprio corpo, desiderava abitare insieme con le sue donzelle fra tante migliaia di monaci e forse avrebbe conseguito quanto bramava essendo tutti pronti a riceverla, se accesa  da maggior brama di vedere gli altri santi luoghi non ne fosse stata rimossa. Passando poi per nave da Pelusio a Maiuma , a causa degli intensissimi caldi, tornò con velocità così grande che avresti pensato che essa fosse un uccello. Poco dopo, volendo la pia donna fermarsi per sempre in Betlemme, là arrivata, per il tempo di tre anni, dimorò in un povero e piccolo albergo, fintanto che da lei fossero fatte fabbricare cellette e monasteri e stanze per diversi pellegrini lungo la strada, dove già Maria e Giuseppe non trovarono albergo. Basti fin qui la descrizione del suo viaggio da lei terminato in compagnia di molte vergini e della figlia.
Breve commento di Cristoforo
L’intento di Gerolamo non è semplicemente quello di lasciarci un ritratto veritiero di Paola, quanto di delineare attraverso di lei il modello di ogni autentica santità. Non l’eccezione dunque, ma la norma della fede, quale deve essere vissuta da chiunque vuol dirsi cristiano. L’intento apologetico è trasceso da un altro ancora più grande . Qual è il senso vero della nostra vita, quale lo scopo ultimo cui dobbiamo tendere, quale la grandezza e la nobiltà che noi tutto dobbiamo desiderare e cercare? Possiamo cominciare con il rispondere ad una domanda molto semplice che è d’obbligo in una realtà di Chiesa che vuol trovare una propria definizione in rapporto al Signore. Chi è il cristiano? È cristiano colui che non vive più per se stesso, ma per Cristo Salvatore. E non c’è iniziale distinzione che tenga: la vocazione è unica per tutti. Poveri o ricchi, giovani o vecchi, sani o malati, intelligenti o dementi, nobili o plebei: tutti dobbiamo mettere tutto nelle mani di Cristo e considerare ciò che abbiamo e siamo una spazzatura in confronto alla sublime grandezza del dono che ci viene dalla fede in Gesù, Salvatore nostro.
Paola, fu nobile, ricca e potente per famiglia, ma ogni bene terreno considerò una perdita in confronto alla conoscenza del Cristo. Non c’è legame al Satana dato dalla ricchezza di questo mondo che non possa essere spezzato da una sincera e decisa volontà di andare incontro all’eterno sposo dell’anima nostra. Ma bisogna entrare in un cammino di conversione, non semplicemente a parole, ma a fatti, spogliandosi di tutto ciò che impedisce un abbraccio pieno e indissolubile con il nostro Signore.
“Ella nobile per discendenza, ma più nobile per santità; già potente  per le sue ricchezze, ma ora più  insigne per la povertà di Cristo; sangue dei Gracchi, discendente degli Scipioni, erede di Paolo, donde trae il nome, vero e legittimo sangue di Marzia Papiria, madre di Scipione l’Africano, preferì a Roma Betlemme, e cambiò i palazzi coperti d’oro in vile, malformato tugurio.”
In poche parole Gerolamo definisce i tratti di una santità che capovolge l’ordine dei valori umani, per mettere al primo posto le beatitudini di Cristo.
Non si è santi per eredità umana, ma per libera elezione del nostro cuore, non di questa o quella cosa, ma dell’amore di Gesù. Non si è potenti per le ricchezze terrene, ma per una povertà affidata al Cristo che cerca unicamente la protezione della sua destra contro gli attacchi del Maligno. Non i palazzi grandi e dorati costruiti da mani d’uomo ci salvano dall’opera devastatrice del Maligno, ma la Chiesa di Cristo, unica abitazione bella e gradita ai suoi occhi anche se a noi può sembrare vile e malformato tugurio.
Vivere per Cristo significa innanzitutto vivere per le cose del cielo, in uno spirito di continua preghiera e di perseverante attesa del nostro incontro con lo sposo celeste. Una fede che non sia attesa della morte, anticipazione col desiderio del passaggio ad un’altra vita in cui Cristo è tutto in tutti, è falsa ed ingannevole. Chi è in cammino verso la vita eterna non può non sentirsi come pellegrino e viandante su questa terra. Il suo pensiero è altrove, perché “là dov’è il tuo tesoro ci sarà pure il tuo cuore”.

“Tutto quel tempo ch’è stata nel corpo sempre è andata come in esilio lontano dal Signore, e con voce lamentevole continuamente si doleva, dicendo: Ahimè, la mia peregrinazione si è prolungata. Io mi sono trattenuta con gli abitanti di Kedar, e l’anima mia è stata lungo tempo pellegrina… Per la qual cosa spesse volte ripeteva quel detto: io sono forestiera e pellegrina , come tutti i miei antenati. Diceva altresì: desidero sciogliermi  da questo corpo, ed essere con Cristo. Ogni volta poi che ella era tormentata da qualche infermità del suo corpo ( in lei prodotta dalla sua incredibile astinenza e dai suoi continui digiuni ) aveva questo sentimento sulle labbra: Io sottometto il mio corpo e lo riduco in servitù, per timore che  predicando io agli altri , non sia ritrovata reproba. Parimenti diceva: è bene non bere vino, né mangiar carne. Soggiungeva ancora : Ho umiliato l’anima mia col digiuno, e nella mia infermità per tutto il mio letto mi sono rigirata, dicendo anche: Mi sono ritrovata in mezzo alle miserie , essendo da spine trafitta. E fra le punture dei suoi dolori , da lei con ammirevole  pazienza tollerati, come se appunto per sé vedesse aperti i cieli, così diceva: Chi mi darà ali a guisa di colomba, e volerò e riposerò?”
Una vita da pellegrini su questa terra, accettazione della  croce come  strumento di purificazione del cuore ed assimilazione alla vita del Cristo, sono le prerogative della vera fede. A queste un’altra si deve aggiungere: un cuore umile e contrito che non cerca il primo posto fra gli uomini, ma l’ultimo, per essere unicamente gradito al Signore.
“Ella come gemma preziosissima tra molte gemme risplende. E in quel modo che lo splendore del sole copre e oscura le piccole fiammelle delle altre stelle, così quella gran donna con la sua umiltà ha superate le virtù e le potenze di tutti, ed è stata la minima fra tutte per divenire di tutte la più grande;  quanto più ella si abbassava, tanto più dal Cristo era innalzata”.
In Paola l’amore per il Signore fa tutt’uno con l’amore per il prossimo conforme alla risposta di Gesù: Amerai il Signore Dio tuo… ed amerai il prossimo…
Gerolamo ne fa un ritratto molto forte e ben delineato.
“Dopo la morte del marito, in tal modo lo pianse, ch’ella fu per morirne.  In tal modo si diede al servizio del Signore, che parve che ella avesse desiderato la sua morte. Perché dunque racconterò io che quasi tutte le ricchezze della sua illustre e nobile casa, una volta ricchissima, furono dispensate ai poveri? A che fine starò a parlare dell’animo suo, clementissimo verso tutti, e della bontà sua che raggiungeva le persone stesse da lei non mai vedute? Quale dei poveri, morendo, non fu avvolto negli abiti suoi? Quale di quelli che giacevano infermi, non fu sostentato dalle sue ricchezze?  Questa, con  somma attenzione in tutta la Città ricercandoli, stimava sentirne danno, se alcun debole, e affamato, era nutrito dal cibo di un altro.  Spogliava i figli, e sgridandola per questo i parenti, diceva che lasciava loro maggior eredità, cioè la misericordia di Cristo… “
Quale poteva essere il coronamento di una simile esistenza se non la ricerca di una vita dedita completamente alla preghiera e alla meditazione della Parola di Dio?
Già si erano diffuse nella Chiesa le comunità monastiche: Paola ne comprese l’importanza e il valore. Rimasta vedova il desiderio di siffatta vita si insinuò nel suo cuore come un fuoco divorante ogni altro pensiero.
“Non potè però per lungo tempo sopportare le visite, e i ricevimenti in massa della sua stirpe nel mondo gloriosa, e della sua nobilissima famiglia. Si doleva dell’onore a lei fatto, e procurava di schivare e fuggire il sentirsi da altri lodare. Essendo poi andati a Roma, in esecuzione dei comandi dell’imperatore, i vescovi dell’Oriente e dell’Occidente, per certi dissensi delle loro chiese, ella qui vide gli ammirabili uomini e vescovi di Cristo, Paolino vescovo della città di Antiochia ed Epifanio di Salamina e di Cipro, ora chiamata Costanza. Di questi ebbe Epifanio ospite in casa sua, e Paolino, che in altra casa alloggiava, per la sua umanità lo tenne come uno della propria famiglia. Accesa dalle virtù di questi, andava sempre pensando di abbandonare la patria, nulla ricordandosi della casa, dei figliuoli, della famiglia, dei poderi, né tantomeno di alcuna altra cosa al mondo. Anzi, se dire si può, sola e senza compagnia ardentemente bramava di andare nell’eremo degli Antonio e dei Paolo.”
Ed eccola già pronta per il lungo viaggio che la porterà in Palestina, nella terra che vide il Salvatore. Qui la presenza del Cristo era avvertita in modo del tutto particolare: come vicinanza non solo spirituale, ma anche fisica. Già a quei tempi la Palestina era visitata da numerosi cristiani e ivi si insediavano comunità monastiche in prevalenza maschili.
Importante fu il contributo dato da Paola per il rafforzamento ed il consolidamento di tali comunità, lontane dal mondo, ma note a tutto il mondo .
“Passato finalmente l’inverno e fattosi navigabile il mare, ritornando i vescovi alle loro chiese, essa pure con quelli navigò almeno coi voti e colle brame. Ma a che sto io dilungandomi col discorso? Ella s’incammina al porto, accompagnata dal fratello e dai parenti, dai congiunti e, quel ch’è più di questi, dai propri figlioli, desiderosi di vincere la clementissima loro madre con affetto di pietà. Intanto già si stendevano le vele, e a forza di remi si avanzava la nave in alto mare. Il piccolo Tossozio dal Lido alzava in atto supplichevole le mani: Rufina già da marito, benché tacendo, con le lacrime la scongiurava che volesse attendere le sue nozze. Ma quella alzava gli occhi asciutti al cielo, superando con l’amore di Dio l’amore che aveva per i suoi figlioli. Non conosceva di essere madre, per dimostrare che  era ancella di Cristo. Internamente si sentiva però tormentata, e come se le interiora le fossero strappate, combatteva contro il proprio dolore, resa in questo più ammirabile, perché vinceva un grande amore. Tra le mani dei nemici e la dura necessità della prigionia, nessuna cosa riesce più crudele  che il dividere i genitori dai figli. La sua grande fede sopportava una pena così grande contro le leggi della natura, anzi il suo giulivo spirito la desiderava. E disprezzando l’amore verso i figli , con l’amore maggiore verso Dio, nella sola Eustochia, compagna della sua liberazione e del suo viaggio, si riposava. La nave intanto solcava il mare e, volgendo lo sguardo al lido, tutti quanti  navigavano con lei; ella altrove teneva rivolti gli occhi, per non vedere quelli che senza tormento non poteva vedere. Confesso che nessuna donna ha giammai amato in tal modo i propri figli, ai quali ella prima di partire donò tutti i suoi beni, diseredandosi in terra , per ritrovare l’eredità in cielo.”
Inizia a questo punto la descrizione del viaggio che terminerà con l’arrivo a Betlemme, dove Paola porrà la sua dimore vicino alla grotta dove nacque il Salvatore.
Il viaggio di Paola offre a Girolamo il pretesto per un breve excursus nelle Sacre Scritture. In Palestina ogni luogo riporta alla mente la Parola di Dio. Potremmo definire la Terra santa La Bibbia illustrata. Ha inizio una delle parti più lunghe della lettera. Un cuore ed una mente lontani dalla Parola di Dio possono trovare il discorso alquanto pesante e noioso. Nomi e citazioni della Scrittura si susseguono in un flusso serrato e continuo che sembra non aver mai fine. E non si può dire che tutto questo non sia avvertito dallo stesso Gerolamo; ma lo scopo è ben preciso ed un insegnamento ci è dato. Nessun approdo felice ci può essere ad uno spirito di preghiera perenne se non si percorre prima, con la lettura, la meditazione, il richiamo alla mente, tutto il percorso tracciato dalla Parola di Dio. La fede viene dall’ascolto e l’ascolto dalla Parola di Dio. Gerolamo non vuole semplicemente darci un assaggio delle sua conoscenza delle Sacre Scritture, per fare sfoggio di sovrabbondante e sfacciata cultura biblica. Vuole innanzitutto premettere ad un discorso l’importanza di un approccio serio e profondo con la Parola Rivelata, come condizione sine qua non per una fede  fondata  ed approvata da Dio.
Ognuno può ben misurare in queste pagine di Gerolamo la propria ignoranza delle Sacre Scritture, non per approdare ad uno scoraggiamento che è abbandono della sequela, ma per trovare lo stimolo per una maggiore e migliore conoscenza. La lettura della Bibbia non si riduce mai ad un puro interesse letterario. Per qualsivoglia ragione ci si accosti alla Parola di Dio, una lettura costante ed approfondita attua uno scavo nel  cuore in cui a poco a poco si insinua in maniera crescente la presenza viva del Cristo. Lo spessore della nostra fede trova un primo indicatore di misura proprio nell’amore che noi portiamo alla Parola rivelata, al tempo che dedichiamo alla sua lettura, alla fatica con cui cerchiamo di comprendere, all’intensità della preghiera con cui chiediamo luce dal Signore.
Non poteva esserci  esaltazione della vita di Paola, se non preceduta dall’esaltazione di quella Parola per la quale ed in virtù della quale ci è donata la fede in Cristo Salvatore.
Riflettano coloro che non amano spendere il loro tempo per una lettura più vera e più profonda della parola.
La nostra fede si accresce con la  conoscenza della Parola. Vi è nella parola di Dio una potenza di resurrezione a vita nuova che ci induce a considerare la Sacra scrittura, come un sacramento, il primo, grande sacramento donato al popolo di Dio. E come possiamo pensare di giungere all’ultimo dei sacramenti, alla Sacra Eucarestia, che tutti gli altri porta con sé, escludendo e saltando quella Parola  che è all’origine di ogni autentica conversione? Dopo aver misurato la nostra ignoranza riguardo la Scrittura, dopo la promessa di un maggiore impegno per il futuro in una continua ed incessante ruminatio della Parola, l’ultima parte della Lettera ci sembrerà ancora più bella e luminosa.
Vedi seconda parte della Lettera

 

Alla vergine Principia ( epitaffio di Marcella )

Alla vergine Principia
Epitaffio di Marcella
Spesse volte e con molta insistenza mi chiedi, o vergine di Cristo, Principia, che io nei miei scritti rinnovi la memoria della santa donna Marcella e descriva quel bene di cui per lungo tempo abbiamo goduto, perché anche dagli altri sia conosciuto e imitato. Con ragione mi dolgo che tu inciti alla corsa me, che spontaneamente corro e che tu creda che abbia bisogno di esserne pregato io, che nell’amarla nulla vi cedo, e ricevo assai più beneficio con il ricordare così grandi virtù che col distribuire equamente ad altri . Poiché l’ avere io fin qua taciuto e l’aver passato due anni in silenzio non fu effetto di negligenza come tu a torto pensi, ma di incredibile tristezza, che in modo tale mi oppresse l’animo che mi sembrerebbe ora assai meglio tacere che dire cosa che delle sue lodi non sia del tutto degna. Io perciò, , non starò qui a celebrare secondo i precetti della retorica la tua, anzi mia, Marcella, e a dire il vero, nostra e di tutti i santi, e nobile ornamento della città di Roma, col cominciare a parlare della sua illustre famiglia, del decoro dell’antico suo sangue, e delle memorie dei consoli e dei prefetti del pretorio, testimoniate dalle insegne gloriose della sua famosa stirpe. Non voglio in lei lodare se non ciò che è suo proprio, e tanto più ragguardevole in quanto avendo quella disprezzato con la ricchezza anche la nobiltà, divenne più nobile per la sua povertà e umiltà. Rimasta ella dunque orfana del padre , vide esserle tolto anche il marito, sette mesi dopo le nozze. Cereale, il cui nome è celebre fra i consoli, con vari mezzi la chiese in sposa, guardando esso in modo particolare l’età della donna, l’antichità della famiglia e la sua meravigliosa bellezza (da cui gli uomini sogliono grandemente essere presi ) unita ad una singolare modestia. Essendo vecchio le promise per ottenerla le proprie ricchezze e disse che non come a moglie, ma come a figlia voleva farne dono a lei.
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Albina sua madre più che volentieri desiderava un appoggio così eccellente alla vedova sua casa, ma così le disse Marcella: “Se io volessi maritarmi e non desiderassi di mantenermi per sempre casta, certamente cercherei un marito non una eredità. Allora Cereale le disse che anche i vecchi potevano vivere a lungo e i giovani morire presto. A tale proposta, piacevolmente scherzando, così ella rispose: “E’ vero che un giovane può morire presto, ma un vecchio non può vivere a lungo”. Con quella sentenza, essendo egli stato rifiutato, fu di esempio agli altri perché non sperassero le nozze di una tale donna. Noi leggiamo nel Vangelo di san Luca così: “Vi era anche Anna una profetessa figlia di Fanuel della tribù di Aser: e questa era di età molto avanzata. Ed era vissuta con il suo marito sette anni dalla  giovinezza, ed era vedova di ottantaquattro anni e non si allontanava mai dal tempio, servendo giorno e notte al Signore con digiuni e preghiere. E non fa meraviglia se meritò di vedere il Salvatore da lei cercato con una fatica così grande. Facciamo ora il confronto fra sette anni con sette mesi, paragoniamo lo sperare la venuta di Cristo col fatto che egli sia già venuto, il confessarlo già nato col credere in lui crocifisso, il non negarlo fanciullo col godere che questo uomo sia re. Non faccio differenza alcuna tra le sante donne, il che alcuni scioccamente sono soliti  fare  tra gli uomini santi e i primi delle chiese. Intendo dimostrare che quelle che sostengono uguale fatica ottengono uguale  premio. È cosa difficile in una città piena di maldicenza che ebbe già per popolo il mondo, in cui trionfano i vizi nel biasimare le cose oneste e nel macchiare quelle pure e monde. È, dissi, difficile cosa non essere soggetto a qualche calunniosa, infame diceria. Perciò il profeta, come cosa difficilissima e quasi impossibile, esprime piuttosto un desiderio che una speranza quando dice: “Beati coloro che sono senza macchia nel loro viaggio e che camminano nella legge del Signore”. Egli chiama immacolati nella via di questo mondo quelli che neppure da un vento leggero di infame nome sono stati macchiati, che dai loro prossimi non hanno ricevuto obbrobrio. Di questi così parla nel Vangelo il Salvatore: Sii tu benevolo ovvero abbi  buona opinione del tuo avversario quando sei con lui per strada”. Chi mai sentì dire riguardo a questa donna cosa alcuna che dispiacesse e vi ha dato credito? Chi la credette e non condannò piuttosto se stesso di malignità e di infamia? Questa fu la prima che confuse i Gentili, mentre fu palese a tutti quale fosse la vedovanza cristiana di cui dava saggio e con la coscienza e con l’abito. Poiché le vedove dei Gentili sogliono dipingersi la faccia con rossetto e biacca, andare pompose in vesti di seta, risplendere per le gemme, portare l’oro al collo e tenere pendenti dalle orecchie le perle le preziosissime dell’Eritreo, spargere da sè in ogni parte odori, piangere in tal modo i mariti che godono di essere finalmente state liberate dal loro dominio e vanno cercandone altri, ai quali non già servano secondo il precetto divino, ma comandino. Onde ne scelgono di poveri, i quali sembra che nulla abbiano di marito se non il nome, che di buon grado sopportino gli adulteri e se per caso apriranno la bocca subito possano essere licenziati. La nostra buona vedova  ha usato vesti tali che potevano difenderla dal freddo, non scoprirle le membra, ricusando di portare l’oro a tal segno che neppuree portava lo stesso anello, nascondendolo piuttosto nel ventre dei poveri che nei propri scrigni. Non fu mai veduta senza la madre, non trattò mai con alcun monaco o chierico (il che talvolta richiedeva la necessità della ragguardevole sua casa) senza che altri vi fosse presente. La sua compagnia fu sempre di vergini e di vedove e di donne serie e  prudenti, sapendo essa molto bene che dalla lusso delle ancelle spesso si fa a giudizio dei costumi delle padrone e che ciascuna si diletta della compagnia di donne simili a sè nei portamenti. Nutriva poi un attaccamento incredibile per le divine scritture e sempre cantava con Davide: “Io ho nascosto o Signore nel mio cuore i tuoi precetti per non offenderti. Cantava parimenti quello che sta scritto riguardo all’ uomo perfetto: “La sua volontà è nella legge del Signore, giorno e notte la medita, conoscendo che il meditare la legge consiste non nel ripetere ciò che sta scritto, come fra i Giudei pensano i farisei, ma nel mettere in pratica quanto essa comanda secondo il detto apostolico. Sia che  mangiate sia che beviate o facciate qualunque altra cosa, tutto fate a gloria del Signore. Diceva ancora le parole del Profeta: “Io ho imparato dai tuoi comandamenti o Signore”, di modo che dopo aver obbedito ai divini comandamenti allora conosceva di meritare la intelligenza delle scritture, il che leggiamo anche altrove: “Perché cominciò Gesù a fare e a insegnare”. Con ragione arrossisce chi è ornato di dottrina sebbene eccellente, se la propria coscienza lo riprende. E invano predica agli altri la povertà e insegna di fare elemosina chi va  superbo di ricchezze al pari di Creso e coperto di vile mantello combatte contro le tignole delle vesti di seta. La nostra buona vedova faceva moderati digiuni, si asteneva dal mangiare carni, del vino conosceva più l’odore che il gusto e lo prendeva solo per corroborare lo stomaco e  a motivo delle sue frequenti malattie. Raramente usciva in pubblico e evitava soprattutto di recarsi in casa delle nobili matrone per non essere costretta a vedere ciò che  già aveva disprezzato. Visitava le basiliche degli apostoli e dei martiri pregando qui in segreto perchè desiderava  stare lontana dalla moltitudine. Era così obbediente alla madre che talvolta faceva ciò che al proprio genio ripugnava: poiché amando quella i suoi congiunti e trovandosi senza figli e nipoti voleva lasciare in eredità tutta i suoi beni ai figli del fratello. Questa per suoi eredi sceglieva i poveri, ma non poteva opporsi alla madre, per cui fu costretta a concedere ai ricchi parenti le collane e ogni altra suppellettile, cose destinate a consumarsi, volendo piuttosto perdere in tal modo i suoi denari che contristare l’animo della madre. Non si trovava in quei tempi in Roma nessuna nobile donna che avesse notizia della professione dei monaci né osava ,per la novità di tale istituzione, prendere un nome che fra la gente era stimato ignominioso e vile. Questa però, ammaestrata prima dai sacerdoti di Alessandria e dal vescovo Atanasio e poi dal vescovo Pietro i quali per sfuggire la persecuzione dell’ eresia ariana si erano rifugiati in Roma come in porto sicurissimo della loro santa unione, imparò la maniera di vivere usata dal beato Antonio che a quel tempo era ancora in vita e apprese la regola  dei monasteri della Tebaide, di Pacomio, delle vergini e delle vedove colà ritirate.
E non si vergognò affatto di  professare quella istituzione che aveva conosciuto essere gradita a Cristo. Molti anni dopo imitarono il suo esempio Sofronia e alcune altre, alle quali può molto bene adattarsi quel detto di Ennio: “Volesse Dio che  mai  nel bosco Pelio... Godé dell’amicizia di questa donna la venerabile Paola. Nella sua stanza fu nutrita Eustochia, ornamento della verginità onde da tali discepole si può facilmente comprendere quale fosse la loro maestra.
Qualche lettore senza fede forse mi schernirà poiché io mi trattengo a lodare delle donnicciole. Se egli però si ricordasse delle sante donne compagne del Salvatore che a lui provvedevano di vitto con le proprie sostanze e delle tre Marie che stavano sotto la croce e di Maria propriamente detta Maddalena, la quale per lo zelo e per l’ardore della fede prese il nome di “Turrita” e prima degli apostoli meritò di vedere il Signore risorto. Se di ciò dissi egli si ricordasse condannerebbe piuttosto se stesso come superbo che me come sciocco, poiché io giudico le virtù non dal sesso ma dall’animo e stimo gloria maggiore di ogni altra il disprezzo della nobiltà e delle ricchezze. È per questo che  Gesù amava moltissimo Giovanni noto al pontefice per la nobiltà della sua casa, in modo che introdusse Pietro nell’atrio ed egli solo fra gli apostoli stette ai piedi della croce e ricevette per propria madre la madre del Salvatore, affinché egli come figlio vergine prendesse per eredità la madre vergine del Signore pur vergine.
In tal modo dunque Marcella passò molti anni di vita di modo che  si vide giunta alla vecchiaia prima che si rammentasse d’essere stata giovinetta, lodando quel detto di Platone il quale affermò che la filosofia è una “meditazione della morte”. Anche il nostro Apostolo dice: “Io muoio ogni giorno per la vostra salvezza”. E il Signore secondo testi antichi così parla: “Chi non prenderà ogni giorno la sua croce e non mi seguirà, non potrà essere mio discepolo. E molto tempo prima lo spirito Santo per bocca del Profeta aveva detto: “Per te, o Signore, di continuo siamo messi a morte e siamo giudicati quali pecore da macello e dopo molte età si intese quella massima che dice: “Ricòrdati sempre il giorno della morte e non peccherai ”. Come anche il precetto dell’ eloquentissimo satirico,: “Vivi, o uomo ricordando la morte poiché il tempo passa e ciò pure avviene mentre io parlo”. Così dunque, come io avevo cominciato a dire, trascorse Marcella la sua esistenza e visse in modo come se sempre credesse di dover morire. Quando si poneva intorno le vesti lo faceva col rammentarsi della tomba, offrendo se medesima a Dio come vittima spirituale, viva e a lui gradita. Finalmente essendo io stato costretto dalla necessità della Chiesa a portarmi a Roma insieme con i santi vescovi Paolino e Epifanio, il primo dei quali resse la Chiesa di Antiochia in Siria, il secondo quella di Salamina di Cipro, e mosso da rispettoso rossore procurando di non lasciarmi vedere da alcuna nobile donna, essa tanto fece, come dice l’apostolo, tanto si adoperò in modo opportuno e inopportuno che con la sua industria vinse il mio riserbo.
E poiché allora io godevo qualche reputazione come esegeta delle Scritture, non venne mai a trovarmi che non mi interrogasse di qualche passo di quelle. E non si accontentava subito della mia risposta ma mi proponeva di contro qualche difficoltà, non già per contrastare ma per imparare, domandando la soluzione delle obiezioni fatte e di quelle che essa sapeva che si potevano fare. Quali virtù, quale finezza d’ingegno, quale santità, quale purezza in lei io ritrovassi non ardisco esprimerlo, temendo che ciò non mi sia creduto e di accrescere il tuo dolore, o Principia, ricordandoti di quanto bene tu sia rimasta priva. Dirò questo solo:  tutto quello che da me con lungo studio fu acquisito e con esercizio di lungo tempo, come se in lei fosse convertito in natura, essa lo considerò ben bene, lo apprese, lo possedette di modo che,  se dopo la mia partenza nasceva questione sopra qualche passo delle scritture, si ricorreva al suo giudizio. E poiché era dotata di grande prudenza e conosceva cosa vuol dire ciò che i filosofi chiamano “la correttezza”, rispondeva alle interrogazioni in modo che le stesse sue interpretazioni non le chiamava sue, ma mie o di alcun altro. Così che si professava discepola in ciò che essa insegnava. Poiché sapeva bene che l’apostolo aveva detto: “Io non permetto alla donna di insegnare”, affinché non sembrasse che facesse ingiuria al sesso virile e  ai sacerdoti che le domandavano alcune cose oscure e incerte.

Io saputo che tu sei diventata subito di lei compagna invece della mia persona e che da lei non ti sei mai staccata, come suole dirsi, nemmeno di una unghia e abitavi nella medesima casa, nella medesima stanza, onde in questa famosissima città conobbero tutti che tu hai trovato una madre e lei una figlia. Il podere vicino alla città vi serviva da monastero, avete scelto la campagna per amore della solitudine e lungo tempo menaste una tale vita; onde io godevo che Roma fosse divenuta Gerusalemme per l’imitazione delle vostre virtù e per la conversione di molte.
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I moltiplicati monasteri di vergini, una moltitudine innumerevole di monaci hanno fatto sì che ciò che prima recava disonore, per la frequentazione delle persone consacrate al divino servizio, sia poi stato di gloria. Noi intanto ci consolavamo della nostra lontananza con scambievoli pensieri e si faceva da noi con lo spirito quel che non potevamo con la presenza corporale. Essa sempre mi si faceva incontro con le sue lettere, mi vinceva con gli atti di cortesia, con i saluti mi preveniva. Poco pregiudizio ne recava l’assenza perché con continue lettere si rimaneva uniti. In tale tranquillità di cose e in mezzo al più fervido servizio del Signore, essendo nata in queste province, la tempesta eretica mise il tutto sottosopra e passò a furore così grande che non ebbe rispetto né a sè né ad alcuno uomo dabbene. E come fosse stato poco  l’ avere qui perturbata ogni cosa condusse nel porto di Roma una nave piena di bestemmie. Qui subito trovò il suo coperchio tale padella e i piedi lordati di fango intorbidarono il purissimo fonte della fede romana. Non è dunque da stupirsi se nelle piazze e nei mercati un accorto ciarlatano dia nel naso agli sciocchi e con la ritorta sua fune scuota i denti di quelli che la mordono, mentre una dottrina avvelenata e sozza trovò in Roma chi corrompere. Uscì allora alla luce l’ esposizione infame dei libri “Dei principii”. Comparve allora il felice discepolo ( Macario ) che sarebbe stato secondo il suo nome se non avesse incontrato un tale maestro. Si destò allora la polemica dei nostri capaci di insegnare agli altri e si vide turbata la scuola dei farisei. Allora Santa Marcella la quale lungo tempo aveva fatto forza a se stessa perché non sembrasse che essa facesse qualcosa mossa da invidia, dopo che si avvide che la fede lodata dall’apostolo, nella maggior parte si corrompeva a tal segno che si vedevano presi da errore anche i sacerdoti e alcuni monaci e in modo speciale i secolari, anzi che ne restava ingannata la semplicità del pontefice, il quale stimava che gli altri fossero qual era esso, pubblicamente si oppose, volendo piuttosto piacere a Dio che agli uomini. Loda il Salvatore nel Vangelo il fattore di campagna della sua iniquità; perché sebbene avesse contro il padrone usato frode, per se stesso però aveva saggiamente operato. Scorgendo gli eretici che da una piccola scintilla si provocavano grandissimi incendi e che la fiamma, appena  appiccata , dal basso della casa era ormai giunta al tetto né si poteva nascondere un errore per cui molti erano stati ingannati, chiedono e ottengono lettere  di autorità ecclesiastiche per dare ad intendere che se ne erano andati uniti e riconciliati con la Chiesa. Non passò molto tempo che fu assunto al pontificato Anastasio, uomo eccellente che Roma non meritò di avere lungo tempo, perché sotto una tale pontefice non si vedesse mozzato il capo del mondo. Anzi per questo di qui fu tolto e trasportato in cielo, affinché non si adoperasse con le sue orazioni a far cambiare la già data sentenza, dicendo il Signore a Geremia: “Non pregare per questo popolo, non volere essere intercessore per il suo bene, perché se digiuneranno non esaudirò le loro preghiere e se mi offriranno olocausti e vittime non le riceverò, perché voglio consumarli con la spada, con la fame e con la pestilenza. Voi direte: “Queste cose come si appartengono alle lodi di Marcella?  Fu lei principio della dannazione degli eretici, perchè addusse per testimoni coloro che prima da quelli erano stati istruiti e poi si erano corretti della eresia e fece vedere la moltitudine degli ingannati, presentando gli empi volumi de “I principi” che a tutti si mostravano corretti per mano dello Scorpione  ( Rufino ). Così che gli eretici, essendo stati da ripetute lettere chiamati a difendersi, non ebbero l’ardire di presentarsi. E fu così grande il rimorso della loro coscienza che vollero piuttosto essere condannati stando lontani che convinti di falso in faccia. Di questa vittoria così gloriosa  fu origine Marcella e tu, capo e motivo di tali beni, sai che io dico il vero e che di molte sue sante operazioni  poche ne riferisco, perchè il molesto replicarle non sia di noia a chi legge e non  sembri ai maligni che io, sotto le belle sembianze di lodare altri, dia sfogo al mio sdegno. Passerò dunque ad altre cose. La tempesta dell’eresia, essendo passata dalle parti dell’Oriente all’Occidente, a molti minacciava grandi naufragi. Allora si adempì quel detto del Vangelo: “Pensi tu che venendo il figlio dell’uomo troverà la fede sopra la terra?”. Raffreddatasi la carità di molti, pochi amanti della verità della fede si schieravano al mio fianco. La testa di questi  pubblicamente si chiedeva. Contro di loro si faceva ogni possibile tentativo, a tal punto che Barnaba stesso si vide tirato in quell’ inganno, o piuttosto manifesto parricidio, da lui non con le forze ma con la volontà commesso. Quand’ecco ad un soffio del Signore tutta quella tempesta si disciolse, restando adempiuto il vaticinio del profeta: “Toglierai loro lo spirito e verranno meno e torneranno nella loro polvere. In quel giorno periranno tutti loro pensieri. E l’altro detto del Vangelo: “Stolto, questa notte l’anima tua da te si separerà. Le cose che hai messo da parte di chi saranno?
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Mentre succedono queste cose in Gerusalemme giunge dall’Occidente la spaventosa notizia che Roma è assediata e si ricompra a forza d’oro la vita dei cittadini e che dopo essere stati spogliati sono di nuovo violentemente presi per far perdere loro dopo le sostanze anche la vita. Ecco mi manca la voce e nel dettare queste parole presto sono interrotto dai singhiozzi. È presa la città da cui tutto il mondo fu preso; anzi è rovinata dalla fame prima che dalle spade nemiche e pochi appena si trovarono da far prigionieri. La ingorda fame dei cittadini si abbandonò a cibi nefandi e vicendevolmente si straziavano l’un l’altro le membra a tal punto che non perdonarono le madri ai bambini che poppavano e rimisero nel loro ventre, cibandosene, quei parti che pure poco prima di là erano usciti. Di notte fu presa Moab, in tempo di notte cadde il suo muro. O Signore le genti sono venute a metter piede nella tua eredità: hanno profanato il tuo santo Tempio, hanno ridotto Gerusalemme come vile capanna in cui si sta a far la guardia ai frutti dei campi. Hanno posto i cadaveri dei tuoi servi come esca ai volatili dell’aria e hanno dato le carni dei tuoi santi alle bestie della terra. Hanno sparso il loro sangue come acqua intorno a Gerusalemme e non si è trovato chi li seppellisse. Chi sarà mai colui che con bastanti espressioni potrà spiegare la strage e la rovina di quella notte? Quale pianto può colmare un dolore così grande? Va tutta in rovina una Città  così antica che per tanti anni ha dominato sul mondo. Si vedono qua e là sparsi per le strade innumerevoli cadaveri e dentro le case stesse null’ altro si scorge che orrida sembianza di morte. Intanto in una confusione così grande di cose i vincitori, di sangue asperse le spade, entrano furiosi nella casa di Marcella. Mi sia qui concesso raccontare ciò che mi è stato riferito, o meglio esporre le cose viste da santi uomini che vi si trovarono presenti, i quali dicono che anche tu eri associata a lei nel pericolo. Si racconta che essa con volto intrepido accolse i soldati entrati in casa sua, ed essendole richiesto l’oro e mostrando con la povertà dell’abito che non aveva sotterrato le sue ricchezze, non riuscì però a convincerli di essere volontariamente povera. Dicono che percossa dai bastoni e dai flagelli non sentì i tormenti ma con le lacrime e con il buttarsi ai piedi dei soldati ottenne che non ti separassero dalla sua compagnia, perché la tua giovinezza non fosse costretta a tollerare ciò che la sua vecchiaia non poteva temere. Cristo intenerì quei duri cuori e tra le spade  di sangue asperse ebbe luogo la pietà. Essendo poi quella stata condotta con te dai barbari alla basilica di San Paolo perché qui  otteneste la salvezza o incontraste la morte, si racconta che essa provò gioia così grande che rese grazie a Dio, perché per lei ti aveva serbata intatta, perché la prigionia non l’aveva fatta povera ma trovata già tale, perché non aveva bisogno di cibo quotidiano, perché sazia di Cristo non provava la fame, perché con le parole e con le opere poteva dire: “Nuda uscii dal ventre di mia madre, nuda ancora vi ritornerò. Come è piaciuto al Signore così  è accaduto. Sia benedetto il nome del Signore”. Dopo alcuni giorni,  di corpo sano, perfetto e vegeto, riposò nel Signore e lasciò te, anzi per mezzo tuo, i poveri eredi della sua povertà, chiudendo gli occhi nelle tue mani, esalando lo spirito tra i tuoi baci, mentre  fra le tue lacrime sorrideva per il ricordo della sua vita buona passata e per i premi della futura. Io ho dettato queste cose per te, venerabile Marcella, e per te, figlia Principia, in una sola e breve veglia, non con leggiadria di stile, ma con la volontà di esprimere i sentimenti dell’animo a voi gratissimo, desiderando di piacere a Dio e ai lettori.

 

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