Vangelo di Matteo cap20

                                        Matteo 20

Simile est regnum caelorum homini patrifamilias

Simile è il regno dei cieli ad un uomo padre di famiglia

Qui exiit primo mane conducere operaios in vineam suam

che uscì di primo mattino per condurre operai nella sua vigna.

Conventione autem facta cum operariis ex denario diurno

2 E fatto un  accordo con gli operai per un denaro al giorno,

misit eos in vineam suam. Et egressus circa horam tertiam

li mandò nella sua vigna. 3 E uscito  verso l’ora terza

vidit alios stantes in foro otiosos et dixit illis:

vide degli altri che stavano in piazza senza far nulla 4 e disse loro:

Ite et vos in vineam meam et quod iustum fuerit

Andate anche voi nella mia vigna e ciò che sarà stato giusto

Dabo vobis. Illi autem abierunt. Iterum autem exiit circa

darò a voi. 5 E quelli andarono. E di nuovo uscì verso l’ora

sextam et nonam horam et fecit similiter. Circa undecimam vero exiit

sesta e nona e fece lo stesso. 6 Ma uscì verso l’ora undicesima

et invenit alios stante set dicit illis: Quid hic statis

e trovò altri che stavano fermi e dice loro: Perché state qui

tota die otiosi? Dicunt ei: Quia nemo

per tutto il giorno senza lavorare?7 Gli dicono:Perché nessuno

nos conduxit. Dicit illis: Ite et vos in vineam meam.

ci ha guidato. Dice loro: Andate anche voi nella mia vigna.

Cum sero autem factum esset, dicit dominus vineae

8 Ed essendosi fatta sera, dice il padrone della vigna

Procuratori suo: Voca operario set redde illis mercedem

al suo fattore: Chiama i lavoratori e rendi loro la ricompensa,

incipiens a novissimis usque ad primos. Cum venissent

cominciando dagli ultimi fino ai primi.9 Essendo dunque giunti

ergo qui circa undecimam horam venerant, acceperunt

coloro che erano venuti verso l’undicesima ora, ricevettero un

singulos denarios. Venientes autem et primi arbitrati sunt

denaro per uno: 10 E venendo anche i primi pensavano

quod plus essent accepturi; acceperunt autem et ipsi

che avrebbero ricevuto di più, ma ricevettero anch’essi

singulos denarios. Et accipientes murmurabant

un denaro ciascuno. 11 E ricevendo mormoravano

ad versus patremfamilias dicentes: Hi novissimi una ora

contro il padre di famiglia 12 dicendo: Questi ultimi

fecerunt, et pares illos nobis fecisti,

fecero per un’ora soltanto, e li hai fatti pari a noi

qui portavimus pondus diei et aestus.

che abbiamo portato il peso della giornata e il caldo.

At ille respondens uni eorum dixit:

13 Ma egli rispondendo ad uno solo di quelli disse:

Amice, non facio tibi iniuriam; nonne ex denario convenisti?

Amico non faccio ingiuria a te, non hai convenuto

mecum? Tolle quod tuum est et vade;

con me per un denaro? 14 Prendi ciò che è tuo e vattene,

volo autem et huic novissimo dare sicut et tibi.

ma voglio anche a quest’ultimo dare come anche a te.

Aut non licet mihi quod volo facere

15 O non è lecito a me fare ciò che voglio?

An oculus tuus nequam est quia ego bonus sum?

O il tuo occhio è perverso, poiché io sono buono?

Sic erunt novissimi primi, et primi novissimi; multi enim

16 Così saranno gli ultimi primi e primi gli ultimi; infatti molti

Sunt vocati, pauci vero electi.

sono i chiamati, ma pochi gli eletti.

Et ascendens Iesus Ierosolymam adsumpsit duodecim

17 E salendo Gesù a Gerusalemme prese i dodici

Discipulos secreto et ait illis: Ecce ascendimus Ierosolymam

discepoli in disparte e disse loro: 18 Ecco saliamo a Gerusalemme

et Filius hominis tradetur principibus sacerdotum

e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti

et scribis, et condemnabunt eum morte  et tradent eum

e agli scribi e lo condanneranno a morte 19 e lo consegneranno

genti bus ad illudendum et flagellandum et crucifigendum,

ai gentili perché deve essere schernito e flagellato e crocifisso

et tertia die resurget. Tunc accessit ad eum mater

e il terzo giorno risorgerà. 20 Allora si avvicinò a lui la madre

filiorum Zebedaei cum filiis suis adorans et petens

dei figli di Zebedeo con i suoi figli adorando e chiedendo

aliquid a beo. Qui dixit ei: Quid vis? Ait illi:

qualcosa a lui. 21 Questi le disse: cosa vuoi? Disse a lui:

di cut sedeant hi duo filii mei unus

Di’ una parola  affinché siedano questi due figli miei uno

Ad dexteram tuam et unus ad sinistram in regno tuo

alla tua destra e uno alla sinistra nel tuo regno.

Respondens autem Iesus dixit: Nescitis quod petatis

22 Ma rispondendo Gesù disse: Non sapete che cosa chiedete.

Potestis bibere calicem, quem ego bibiturus sum? Dicunt ei:

Potete bere il calice che io sto per bere? Gli dicono:

Possumus. Ait illis: Calicem quidem meum bibetis;

possiamo. 23 Dice loro: Certamente berrete il mio calice,

sedere autem ad dexteram meam vel sinistram non est meum

ma sedere alla mia destra o sinistra non sta a me

dare vobis, sed quibus paratum est a Patre

dare a voi, ma a coloro per cui è stato preparato dal Padre

meo. Et audience decem indignati sunt de duobus fratribus

mio. 24 E sentendo i dieci si indignarono contro i due fratelli.

Iesus autem vocavit eos ad se et ait: Scitis quia principes

25 E Gesù li chiamò a sé e disse: Voi sapete che i capi

Gentium dominantur eorum, et qui maiores sunt

delle genti dominano su di esse e quelli che sono più grandi

potestatem exercent in eos. Non ita erit inter vos

esercitano autorità su di loro. 26 Non così sarà tra di voi,

sed quicumque voluerit inter vos maior fieri

ma chiunque vorrà tra di voi diventare grande,

sit vester minister; et qui voluerit inter vos primus esse

sia vostro servitore ; 27 e chi vorrà tra di voi essere primo,

erit vester servus. Sicut Filius hominis non venit

sarà vostro servo, 28 così come il Figlio dell’uomo non è venuto

ministrari, sed ministrare et dare animam suam

per essere servito, ma per servire e per dare l’anima sua

redemptionem pro multis.

in redenzione per molti.

Et egredientibus illis ab Iericho, secuta est eum turba multa

29 E uscendo quelli da Gerico lo seguì una grande folla,

Et ecce duo caeci sedentes secus viam audierunt

30 Ed ecco due ciechi che sedevano lungo la via sentirono

quia Iesus transiret et clamaverunt dicentes: Domine,

dire che Gesù passava e gridarono dicendo: Signore,

miserere nostri, fili David. Turba autem increpabat eos

abbi pietà di noi, figlio di Davide. 31 Ma la folla li minacciava

ut tacerent; at illi magis clamabant dicentes: Domine,

perché tacessero. E quelli di più gridavano dicendo: Signore,

miserere nostri, fili David. Et stetit Iesus et vocavit eos

abbi pietà di noi, figlio di Davide. 32 E si fermò Gesù e li chiamò

et ait: Quid vultis ut faciam vobis? Dicunt illi: Domine,

e disse: Che cosa volete che faccia a voi? 33 Gli dicono: Signore,

ut aperiantur oculi nostri. Misertus autem eorum

fa che siano aperti i nostri occhi. Avuta compassione di loro

Iesus tetigit oculos eorum, et confestim viderunt

Gesù toccò i loro occhi. E subito videro

et secuti sunt eum.

e lo seguirono.

 

 

 

 

Simile è il regno dei cieli ad un uomo padre di famiglia che uscì di primo mattino per condurre operai nella sua vigna. 2 E fatto un accordo con i lavoratori per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. 3 E uscito verso l’ora terza vide degli altri che stavano in piazza senza far nulla 4 e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna e ciò che sarà stato giusto darò a voi. E  quelli andarono. E di nuovo uscì verso l’ora sesta e nona e fece lo stesso. 6 Ma uscì verso l’ora undicesima e trovò altri che stavano fermi e dice loro: Perché state fermi qui per tutto il giorno senza lavorare? 7 Gli dicono: Perché nessuno ci ha guidato. Dice loro: Andate anche voi nella vigna.

Chi è mai quest’uomo padrone di casa che esce di buon mattino per condurre operai nella sua vigna?Non semplicemente il Padre, ma colui che è stato mandato dal Padre.

Non vi sarebbe speranza per il regno dei cieli, senza la sollecitudine amorosa del Figlio, che fa sua la volontà del Padre e, prima ancora che spunti il nuovo giorno di un’ umanità ormai nemica di Dio, abbandona la casa  celeste per ricercare coloro che si sono smarriti. E li trova tutti, in tempi e modi diversi, ugualmente poveri e diseredati, ma diversamente disposti ad accogliere il suo perdono e la sua offerta d’amore. C’è chi è andato meno lontano degli altri e incontra per primo il Signore e può  dire di aver ben operato fin dalla fanciullezza. Che vi sia un primato è indubbio, ma dobbiamo chiederci se è frutto dello zelo dell’uomo, o più semplicemente, dell’elezione divina, che, allorché si cala nello spazio e nel tempo,  sceglie il dove e il quando, manifestandosi dapprima in uno spazio limitato e solo ad alcuni. Ma il momento iniziale della salvezza non coincide con il suo momento finale: l’opera di Dio si viene allargando sempre di più da Israele a tutte le genti, si arricchisce di significati e di valenze nuove  che vanificano un attaccamento non illuminato all’antico. Quando l’umanità  vive nelle tenebre del peccato, Israele già lavora nella vigna del Signore e non semplicemente come schiavo a cui nulla è dovuto, ma come uomo libero a cui è riconosciuto il diritto di contrattare il prezzo  per il proprio lavoro. Nessun patto fra l’uomo e Dio, se non quello che ha legato Israele al Signore. Le radici di questo patto sono antiche, dai tempi di Adamo e dei patriarchi fino a Mosè e alle tavole della Legge. Suggestiva l’interpretazione riportata da Gerolamo,  comunemente diffusa nella chiesa del suo tempo.

“Nella prima ora furono mandati alla vigna Adamo e gli altri patriarchi fino a Noè; nella terza, da Noè fino ad Abramo, quando fu data loro la circoncisione; nella sesta da Abramo fino a Mosè, cioè fino a quando fu data la Legge; nella nona Mosè stesso e tutti i profeti; nell’undicesima, infine, gli apostoli e il popolo delle genti, che sono invidiati da tutti gli altri. E’ comprendendo questo che, dopo l’undicesima ora, quando il sole era prossimo al tramonto e la sera vicina, Giovanni diceva: ”Figlioli miei, questa è l’ultima ora”. ( Gerolamo ) 

Coloro che sono chiamati prima dell’undicesima ora rappresentano nel loro insieme il popolo eletto che è chiamato al servizio di Dio in tempi e modi diversi, ma in un’ottica di continuità omogenea col passato, dove la novità è semplicemente annunciata e prefigurata, ma non è ancora un dato e un fatto. Vero è che il significato e il valore della Legge, che è a fondamento del rapporto tra Dio ed Israele, col tempo ha trovato una sua chiarificazione ed affermazione diversa.  Più propriamente dovremmo dire che all’origine del rapporto tra  il Signore ed il suo popolo vi è la promessa di una discendenza che è in eterno. E tutto ciò ha le sue radici nella vocazione di Abramo. “Io farò di te un popolo grande..., in te saranno benedette tutte le famiglie della terra”. ( Gen. 12,2-3 ). L’elezione divina da subito si dichiara finalmente inclusiva seppur all’origine esclusiva. Non ci può essere novità che non porti alla diversità: una diversità donata che  è posta a luce di tutte le genti. Israele è un popolo diverso perché diversamente arricchito dei doni di Dio. E non innanzitutto dei beni spirituali. Dopo la caduta di Adamo l’uomo ha scarsa intelligenza della propria realtà spirituale e ha bisogno di essere istruito e rieducato dal Padre. Il dono della Legge non si può comprendere se non in questa prospettiva pedagogica, così come chiaramente illustrato dall’Apostolo Paolo. Non dobbiamo meravigliarci se il patto antico, non ha un significato esclusivamente spirituale ed unicamente proiettato verso la vita eterna. Israele non è ancora in grado di comprendere, ha bisogno di essere appagato nei suoi desideri e bisogni terreni. La promessa di una discendenza senza fine  è accompagnata dalla promessa di una terra dove scorre latte e miele, in cui Israele potrà generare e far crescere i propri figli. “Ecco io mando un angelo davanti a te, perché ti guidi durante il cammino e ti conduca nel luogo da me preparato... Servite il Signore, Iddio vostro ed Egli benedirà il tuo pane e la tua acqua ed io toglierò le malattie di mezzo a te. E nella tua terra non ci sarà donna che abortisca, né donna sterile. Io renderò pieno il numero dei tuoi giorni. Io manderò innanzi a te il mio terrore; metterò in rotta ogni popolo, in mezzo al quale tu entrerai e farò sì che tutti i tuoi nemici voltino le spalle davanti a te”. ( Esodo 23,20 seg. ) Così sembra garantita la felicità di Israele su questa terra, purché sia fedele al patto. Ma il succedersi delle vicende storiche  ha gettato una luce nuova, nel rapporto tra il Signore ed Israele. Da un lato si è venuto ad affermare  con segni di potenza l’amore assoluto ed esclusivo di Dio per il suo popolo e il suo perdurare nel tempo, ed oltre il tempo. Dall’altro lato si è evidenziata sempre di più l’infedeltà di Israele e la sua incapacità ad osservare la Legge. I benefici di Dio manifestano la gratuità dell’amore divino che  tutto dona senza nulla ricevere in contraccambio, se non il peccato e l’infedeltà. Viene meno la fiducia dell’uomo nella propria giustizia e nella possibilità di porsi sullo stesso piano di Dio. Nulla si può pretendere da Dio, perché nulla ci è dovuto. Non per questo  il Signore ci abbandona, ma bisogna porsi davanti a lui in modo diverso, col cuore umile e contrito, fiduciosi nel suo amore e non nei meriti delle nostre opere. Si accresce la consapevolezza di peccato e nello stesso tempo si spegne sempre più l’illusione di una felicità terrena chiusa all’eternità. I beni di questo mondo non saziano il nostro cuore, e portano con sé la guerra e l’esclusione di chi è povero. Nessuna certezza per il futuro, se non quella di una morte che ci accomuna in un unico destino. Cresce il  bisogno di Dio e il desiderio di un amore che ci accompagni nell’eternità. Il cuore dell’uomo si rende più disponibile a considerare e a comprendere la promessa di Dio in senso spirituale e proiettata oltre l’esistenza terrena. C’è l’uomo che si lascia illuminare dalla storia e c’è l’uomo che non vuol vedere né comprendere. In definitiva soltanto i primi, i più zelanti nel loro servizio a Dio sembra non abbiano tratto alcun beneficio dalla priorità della loro chiamata. Sono rimasti allo spirito della Legge, intesa semplicemente come patto tra Dio e l’uomo: un patto che da un lato obbliga Dio a dare la ricompensa concordata, dall’altro riconosce l’uomo capace di adempiere pienamente la legge con le proprie forze. E non si può dire che il patto antico non conosca promessa, ma la promessa altro non è che l’adempimento di ciò che è stato pattuito, nulla di più. Non avvicina l’uomo a Dio, né gli fa conoscere la sua misericordia, ma rafforza la convinzione che ciò che viene dato all’uomo non è semplicemente donato, ma dovuto. Questo è lo spirito degli scribi e dei farisei che persistono nella loro presunzione di giustizia e nel loro attaccamento alla Legge, ma non vedono e non si lasciano illuminare. Dall’altra parte dei primi si collocano tutti coloro che sono andati oltre lo spirito della Legge, fino ad accogliere nel Figlio l’unica speranza di salvezza. Così gli operai chiamati all’ora terza, sesta, nona neppur si sognano di contrattare in qualche modo il prezzo della sequela. Non hanno più nulla da perdere, se non la propria disperazione e il proprio peccato. Obbediscono alla chiamata, paghi di una promessa di cui non conoscono il valore e l’entità, ma rafforzati e rasserenati dalla conoscenza della fedeltà e dell’amore di Dio, così come si è venuto manifestando nella storia d’Israele. La fede in Dio non è una scelta temeraria, ma oculata, perché vede e riconosce l’amore che si rende manifesto. Importa innanzitutto conoscere chi fa una promessa, e non semplicemente ciò che è promesso. Gli operai dell’ultima ora sono posti su una piano diverso: non solo non c’è contrattazione, neppure c’è promessa. E che bisogno c’è di una promessa ora che, con la venuta del Cristo, si è adempiuta ogni promessa? L’amore di Dio non è più semplicemente un’ipotesi o una esperienza codificata nella memoria d’Israele, così come possiamo conoscere attraverso le Scritture, ma è realtà visibile nel Figlio, non ignora il passato ma lo scavalca. Così la nuova chiesa non ha più bisogno della Legge, né di una promessa perché vive alla presenza del Salvatore, si alimenta ogni giorno del suo cibo e della sua grazia. Ma c’è chi non comprende e rimane attaccato all’antico, perché non vuole convertire il proprio cuore all’amore di Dio così come si manifesta con la venuta del Figlio.

8 Ed essendosi fatta sera, dice il padrone della vigna al suo fattore: Chiama i lavoratori e rendi loro  la ricompensa, cominciando dagli ultimi fino ai primi. 9 Essendo dunque giunti coloro che erano venuti verso l’undicesima ora, ricevettero un denaro per uno: 10 E venendo anche i primi pensavano che avrebbero ricevuto di più, ma ricevettero anch’essi un denaro ciascuno.

La sera rappresenta la fine del patto antico, e preannuncia l’inizio della Nuova Alleanza. Non c’è passaggio dal vecchio al nuovo che non comporti un cambiamento e una novità e nello stesso tempo un confronto fra il prima e il dopo. Il nuovo non scavalca l’antico, ma lo presuppone. Non c’è novità che non sia preannunciata e prefigurata dal passato, dapprima in forma oscura e velata, infine in modo chiaro ed aperto. L’antico ha esaurito il suo compito e adempiuto alla sua funzione soltanto quando il nuovo è un dato ed un fatto. Ma il nuovo non diviene tale per l’uomo senza  un confronto ed un giudizio: giudizio dell’uomo su Dio, giudizio di Dio sull’uomo. Il salto non è solo quantitativo, ma prima ancora qualitativo e bisogna prima chiudere i conti col passato. Soltanto in quest’ottica si può comprendere il confronto fra Dio e i suoi servi che non vanifica il giudizio finale, ma in qualche modo lo anticipa, e lo prefigura nella sua assoluta necessità.

Qualsiasi ricompensa è giusta soltanto se conforme ai meriti, e al lavoro svolto. Un lavoro materiale si rende ben visibile e in quanto tale si può misurare e quantificare, ma allorché il discorso si sposta in una dimensione spirituale tutto è meno chiaro e più difficile da esprimere. Se il denaro dato ai servi fosse semplicemente ciò che è dovuto per ciò che facciamo di buono in questa vita, allora dovremmo anche noi concludere che Dio si comporta in modo ingiusto: c’è distinzione tra uomo e uomo. Il patto antico tra Dio ed Israele non significa affatto che il Signore riconosca qualcosa come  meritato e dovuto a coloro che sono stati chiamati per primi, ma sottolinea la volontà del Padre di ricolmare di beni i suoi figli, se tali vogliono essere, nell’obbedienza alla sua Legge. L’antica alleanza va compresa innanzitutto come dono gratuito di Dio che vuol rinsaldare la sua amicizia con l’uomo. Di per sé non riconosce all’uomo alcun merito, né giustizia. Dio non è debitore di nulla, se non di ciò di cui ha voluto farsi debitore. San Paolo si esprime molto chiaramente al proposito: “Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio”. Lo zelo per la Legge ed una dedizione assoluta alla sua osservanza fin dalla giovinezza non giustificano affatto una non intelligenza dell’amore di Dio e la presunzione che qualcosa ci sia dovuto per i nostri meriti. La consuetudine con la casa del Signore non necessariamente significa una crescita in senso spirituale: a volte allontana da Dio e ci rende suoi nemici. Ma viene il tempo in cui i cuori sono posti al vaglio, allorché l’amore del Signore si manifesta in tutta la sua pienezza con la venuta del Figlio e non  è più tollerato né l’inganno né la falsità. Ed è innanzitutto la nostra parola che svela il nostro essere o non essere nella verità, e alla fine dalle nostre parole saremo giustificati e dalle nostre parole saremo condannati. “E venendo anche i primi pensavano che avrebbero ricevuto di più.” Perché fiduciosi nelle proprie opere e bramosi dei beni terreni, che unici saziano il loro cuore. C’è chi si appropria in modo indebito delle cose di questo mondo ignorando il loro Creatore e c’è chi aspira ad un lecito possesso, con il Suo consenso e la Sua approvazione. In entrambi i casi non si ama Dio, ma il mondo creato da Dio, non si cercano i beni celesti, ma soltanto quelli terreni. Che giova l’osservanza della Legge, se questa ci rende ancor più bramosi dei beni di questo mondo e non fa crescere nel nostro cuore il desiderio dei beni spirituali? E’ giusto e santo sperare di avere di più da Dio, ma il pensiero deve andare alla vita eterna. C’è chi spera in Dio e confida nella Sua giustizia, ma in modo sbagliato e non conforme alla Sua volontà. Misero quell’uomo che dopo aver osservato  la Legge del Signore, non  arriva ad una speranza diversa. Rimarrà deluso da Dio, non sazio dei suoi doni né desideroso della vita eterna. Invece di aprirsi all’inno di lode e di ringraziamento, si chiuderà nella propria miseria e nella propria disperazione.

11 E ricevendo mormoravano contro il padre di famiglia 12 dicendo:

Mormorano proprio nel momento in cui Dio sta per donare la vita eterna e l’umanità tutta è chiamata a far festa perché il Figlio ha spezzato  le catene della morte. Hanno occhi per i beni di questo mondo,  sono indifferenti verso l’unico vero bene. Non comprendono che la generosità di Dio verso gli ultimi  prefigura ed annuncia l’adempimento di quella promessa che è già racchiusa nella Legge, seppur in forma velata. Il velo sta per cadere e la salvezza è alle porte, e tu ti rattristi proprio nel momento in cui sei spettatore ed oggetto nello stesso tempo della misericordia divina? Per anni hai lavorato nella vigna del tuo Signore e non hai compreso il suo amore? Non sei stato ricolmato di ogni grazia e di ogni benedizione? E non ti sei accorto che il Signore stava preparando per te ben altro dono? Ma il tuo cuore era altrove, ed avevi occhi solo per le cose di questo mondo. Così non sai gioire per la generosità di Dio e per un amore gratuito, ma pensi alle tue fatiche per osservare la Legge. Sei pieno di rancore verso il tuo Signore perché dona senza misura e senza criterio. E perché non approfitti della sua generosità per chiedere perdono dei tuoi peccati? Ma tu non hai coscienza di peccato e desideri soltanto l’affermazione e la consacrazione della tua giustizia. Da un cuore falso non possono uscire se non parole false.

Questi ultimi fecero per un’ora soltanto e li hai fatti pari a noi che abbiamo portato il peso della giornata e il caldo.

Sei stato per tanto tempo nella casa del Signore, pensando che gli altri avessero vita più facile? Non vedi e non comprendi quanto è triste ed infelice l’esistenza di chi è lontano da Dio? Quale popolo è mai stato colmato di ogni grazia e di ogni benedizione come Israele? Accanto al Signore non hai conosciuto soltanto la fatica, ma ancor più e ancor prima il refrigerio del suo amore. Uomo malvagio e perverso come potrà Iddio svelare il dono che da tempo tiene in serbo per i suoi figli a te che figlio non sei?

13 Ma egli rispondendo ad uno solo di quelli disse: Amico non faccio ingiuria a te, non hai convenuto con me per un denaro 14 Prendi ciò che è tuo e vattene;

Ciò che è detto ad uno solo è detto per tutti coloro che ascoltano la parola di Dio, perché non cadano nello stesso inganno. Per coloro che non ascoltano è ormai inutile la Parola e la  luce che da essa promana. Prima ancora di essere esclusi da Dio si escludono da se stessi, e se ne vanno mormorando fra sé, e non vogliono sentir ragioni. E’ infranto il rapporto antico e vanificata la promessa della vita eterna. Dio può soltanto ribadire la propria giustizia, ma non può più farci oggetto del suo dono. Chi mai oserebbe donare ciò che non è desiderato, anzi detestato come male ed ingiustizia? Chi vuole un Dio giusto avrà un Dio giusto e nulla più. Vuoi da Dio solo quello che ti aspetta di diritto? Ebbene prendilo e vattene, non avrai la Sua grazia e la  Sua amicizia in eterno né conoscerai ciò che ha preparato innanzitutto per te... prima ancora che arrivassero gli ultimi.

Ma voglio anche a quest’ultimo dare come anche a te. 15 O non è lecito a me fare ciò che voglio?

Ci porterebbe fuori strada tradurre “voglio dare a quest’ultimo come a te”. Ciò significherebbe ribadire l’arbitrarietà dell’operare divino, come se Dio non amasse secondo giustizia. Dio non rinnega né sminuisce il suo amore per i primi, anzi lo ribadisce e lo riafferma come ciò che non può neppure essere messo in discussione.

La novità non è  data dalla gratuità dell’amore così come si manifesta verso  gli ultimi, ma dalla  volontà divina di portare l’amore alle sue estreme conseguenze, fino al dono della vita eterna. Dio vuole dare, perché non pago di ciò che ha già dato, e nessuno è escluso, neppure chi protesta e non vuol comprendere. Ed è proprio  nel confronto con la pienezza del dono che si manifesta la malvagità dell’uomo. L’osservanza della Legge, può in qualche modo nascondere il nostro peccato davanti a Dio, ma ora il cuore  è costretto a manifestarsi e a dichiararsi per quello che è, nel suo volere o non volere ciò che vuole il Signore.

O il tuo occhio è perverso, poiché io sono buono?

L’occhio è perverso quando non vede le cose come stanno realmente ma con malizia.

Ora tale perversità non è in alcun modo causata dalla bontà di Dio, semmai da essa è manifestata. Non siamo perversi perché Dio è buono,  al contrario Dio è buono perché noi siamo perversi, e abbiamo bisogno del suo perdono... ma bisogna riconoscere il proprio peccato e invocare la salvezza che viene dal cielo. Non c’è nulla di nascosto che non sia rivelato dal Figlio e con la venuta del Figlio.

16 Così saranno gli ultimi primi e primi gli ultimi.

E’ in questo modo e per queste ragioni che gli ultimi si ritroveranno tra i primi e i primi tra gli ultimi. Non necessariamente ciò è detto di tutti i primi chiamati e di tutti gli ultimi. Vi sono dei primi che tali resteranno, così pure degli ultimi che non si ritroveranno tra i primi. L’elezione divina non si può identificare con la chiamata, né la chiamata con l’elezione. Nessun chiamato è già con ciò un eletto, né si è eletti solo perché chiamati.

Infatti molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti.

Impossibile quantificare il numero dei chiamati, poco importa se primi o ultimi, ma ci è dato per sicuro che gli eletti sono pochi. Cerca di comprendere chi è la via sicura  per l’elezione, non disquisire sui tempi e sui modi della chiamata: non ne avresti alcun giovamento.

“L’intera parabola è di per sé chiara, ma bisogna sottolineare la differenza delle persone e distinguere le circostanze. Questo padrone di casa deve essere considerato come nostro Signore Gesù Cristo, il quale, avendo cura di tutto il genere umano, ha invitato in ogni epoca tutti gli uomini al culto della Legge. Con la vigna intendiamo l’opera della stessa Legge, come obbedienza, e con il denaro la ricompensa dell’obbedienza stessa. Del denaro abbiamo trattato prima. Riguardo alla vigna, invece, daremo in seguito una spiegazione più adeguata. La piazza indica il mondo, come la cosa stessa suggerisce, sempre agitata confusamente dal tumulto degli uomini, dalle contrarietà delle calunnie e delle ingiustizie e dal conflitto di opposti interessi. Nella prima ora, indicata dall’alba, si deve riconoscere l’epoca dell’alleanza stabilita al tempo di Noè, nella terza ora quella del tempo di Abramo, nella sesta quella del tempo di Mosè, nella nona quella del tempo di Davide e dei profeti. Si ritrovano infatti tante alleanze stabilite da ognuno di essi per il genere umano, quante sono le uscite contate sulla piazza. Con l’undicesima ora invece il Signore indica il tempo della sua venuta nella carne. Infatti il calcolo della data di nascita da Maria, a partire dal numero globale fissato per la durata del mondo presente, concorda con quello dell’undicesima ora del giorno. Facendo infatti la divisione per cinquecento, in un totale di seimila anni, il tempo della sua nascita corporale è dato dall’undicesimo multiplo di tutta la divisione. Le parole indirizzate agli operai dell’undicesima ora hanno certamente qualcosa di particolare. Ai primi e anche agli altri è detto: “Andate alla vigna” ( con il primo tuttavia è stato convenuto il salario di un denaro, mentre agli altri è stata promessa la speranza di una giusta remunerazione ). Agli ultimi invece è detto :”Perché ve ne state qui?”, poiché, anche se la Legge era stata data a Israele, l’attenzione per i pagani tuttavia non era esclusa dalla Legge. Essi risposero: “Nessuno ci ha preso a giornata”: Era predestinato infatti che il Vangelo fosse predicato per tutta la terra e che i pagani fossero salvati mediante la giustificazione della fede. Essi dunque sono inviati alla vigna. E siccome cominciava a farsi tardi, gli operai dell’ora della sera ricevono per primi in dono il salario fissato per il lavoro di un giorno intero. Un salario certo non viene dato in dono, poiché è dovuto per un lavoro. Ma Dio ha fatto dono gratuitamente a ognuno della sua grazia mediante la giustificazione della fede. Tuttavia come il popolo ribelle già era stato arrogante con Mosè, così qui gli operai mormorano. Essi sono invidiosi per un salario gratuito, dal momento che per gli operai la remunerazione era la stessa, anche senza la fatica di un lungo lavoro e anche se il caldo cocente dovuto allo spirare del diavolo, designato col termine estate, è stato breve. Ma poiché ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio, il salario di un’osservanza eccellente e irreprensibile della Legge viene elargito come dono di grazia, per la fede, a coloro che credono, siano essi i primi o gli ultimi. ( Ilario )

“Dove deve andare colui al quale è comandato: “Prendi il tuo e vattene?” Forse nello stesso luogo in cui ricevono l’ordine di andare quelli che stanno alla sinistra, perché accusati di mancanza di buone opere. Però chi invidia il fratello è peggiore di chi non fa nulla: infatti, la Scrittura è solita accostare in molti luoghi l’invidia all’omicidio.

Qual è quella mercede che costoro ricevono allo stesso modo degli ultimi? Questi tali all’inizio avevano ubbidito; e forse nessuno di quelli che obbediscono viene poi accusato per ciò che, in un modo o nell’altro, ha fatto di bene. Il ricevere la corona, invece, è proprio di chi ha combattuto la buona battaglia secondo le regole, ha compiuto la corsa e ha conservato la fede, nell’amore del Cristo Gesù Signore nostro. La mercede pattuita può però essere anche quel centuplo che il Signore ha promesso per questo tempo a coloro che, per il suo comandamento, avrebbero lasciato tutte le cose presenti; per cui quel: “Prendi il tuo”, potrebbe essere detto di questo. Cioè, quelli che pensavano di essersi affaticati anzi tempo, per la loro invidia nei confronti di coloro che avevano ricevuto la stessa mercede, non potrebbero più ereditare anche la vita eterna, ma, dopo aver ricevuto soltanto il centuplo, sarebbero condannati per la loro invidia nel secolo futuro e udrebbero la parola: “Vattene”. ( Basilio - Regole brevi, domande 255 e 256 )

17 E salendo Gesù a Gerusalemme prese i dodici discepoli in disparte e disse loro: 18 Ecco saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi e lo condanneranno a morte 19 e lo consegneranno ai Gentili perché deve essere schernito e flagellato e crocifisso e il terzo giorno risorgerà. 20 Allora si avvicinò a lui la madre dei figli di Zebedeo con i suoi figli adorando e chiedendo qualcosa a lui. 21 Questi le disse: Cosa vuoi? Disse a lui: Dì una parola affinché siedano questi due figli miei, uno alla tua destra e uno alla sinistra nel tuo regno.

Ritorna Gesù a parlare della sua morte e resurrezione, ma non sembra che il cuore dei dodici sia cambiato. Con il  silenzio ribadiscono il loro dissenso e il loro disappunto. C’è anche chi tenta una via diversa per arrivare ad una gloria senza croce e tira in ballo la stessa madre. Così i figli di Zebedeo, che non osano mettersi in prima linea, ma mandano avanti qualcun altro. Quale parola più sincera e più convincente di quella che è affidata alle labbra di una madre, quando non chiede per sé, ma per i propri figli, ponendosi in atto d’adorazione? Gesù la lascia parlare e ascolta la sua richiesta, anche se smentisce la volontà di adorazione che non accoglie la parola del Signore.

“Dì’ una parola affinché siedano questi due figli miei, uno alla tua destra e uno alla sinistra nel tuo regno”. Invece di fare un discorso di morte, parla in modo diverso e usa la potenza della tua parola perché i miei figli siedano vicino a te nella tua gloria. Non amareggiare il cuore di una madre e non allargare il cerchio della sofferenza. Così parla l'uomo quando non vuol comprendere la gloria della resurrezione, ma soppesa la morte e le sofferenze per Cristo e non vuol accettare la volontà di Dio. Non c’è sequela che non coinvolga anche gli altri, a partire dai propri genitori, ma non bisogna avere il cuore troppo tenero né si deve dar corda alle lamentele e alle aspettative diverse, anche se possono sembrare così giuste e ragionevoli.

22 Ma rispondendo Gesù disse: non sapete che cosa chiedete.

Il Signore non può esaudire una qualsiasi preghiera, ma soltanto quella che è frutto dello Spirito Santo, conforme alla volontà del Padre, nell’accettazione della Sua volontà. Non aveva promesso Gesù ai discepoli che avrebbero seduto su dodici troni per giudicare le dodici tribù d’Israele? Perché mai allora un atteggiamento così radicale di condanna e di rifiuto per quello che è stato chiesto? In che cosa consiste la colpa? Non nel desiderio della gloria futura, ma nella volontà di scavalcare il discorso della croce, come non assolutamente necessario e del tutto inopportuno. Così scrive Gerolamo:

“Donde ha tratto l’idea del regno la madre dei figli di Zebedeo, cosicché, mentre il Signore ha detto che il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai grandi sacerdoti e agli scribi, che lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai Gentili per farlo schernire, flagellare e crocifiggere, mentre cioè egli annunzia ai discepoli spaventati l’ignominia della passione, ella invece pretenda la gloria del trionfatore? Penso che abbia tratto la sua idea dal fatto che, alla fine del suo dire, il Signore ha annunziato che” nel terzo giorno risorgerà”. La donna ha creduto cioè che Cristo regnerà subito dopo la risurrezione, che cioè quanto viene promesso per il secondo avvento debba invece compiersi nel primo, e pertanto ella, con femminile desiderio, sogna le cose presenti, dimentica delle future”. (Gerolamo )

Ci sembra invero che un tale fraintendimento, ammesso vi sia stato, sia del tutto irrilevante e non giustifichi minimamente una richiesta così inopportuna e fuori luogo. Ciò che appare chiaramente è il rifiuto del discorso della croce e il tentativo di dissuadere Gesù da simili parole. “Dì’... affinché...”. La tua croce non ci interessa affatto, vogliamo subito la tua gloria. Ora tutto ciò sarebbe pienamente plausibile se la croce non ci riguardasse affatto, essendo una questione del solo Gesù, e soltanto la gloria rendesse meritevole e desiderabile la comunione col Figlio. Ma nessuno potrà condividere la gloria di Gesù, se prima non avrà condiviso la sua umiliazione e la sua sofferenza. E’ un passaggio obbligato e necessario che nessun sacrificio dell’uomo può in alcun modo supplire. Per questo dice Gesù:

Potete bere il calice che io sto per bere? Cioè morire alla vita vecchia e rinascere a vita nuova, senza passare per la mia morte e resurrezione?                                 

“Di colpo li allontana dalla loro vana pretesa, parlando loro di cose contrarie a quelle che essi esigono. Voi - sembra dir loro - mi parlate di onori e di dignità; io vi parlo, invece, di battaglia e di sudori. Non è questo il momento dei premi e delle ricompense, né la mia gloria si manifesta ora. Il presente è tempo di morte violenta, di guerre e di pericoli”. ( Crisostomo )

Gli dicono: Possiamo.

Risposta affrettata e superficiale che  denota una presunzione ingiustificata nella proprie forze, seppure alla fine risponda a verità. Ma per la grazia di Dio che sarà riversata su coloro che credono, a cominciare dagli apostoli, e non certo per il loro zelo e il loro coraggio. E’ buona cosa questa disponibilità ad affrontare il sacrificio e certamente Dio non la rifiuta, per questo continua Gesù:

23 Dice loro: Certamente voi berrete il mio calice. 

Ma dovete capire che tutto è legato e vincolato al dono di Dio, non solo la grazia del sacrificio ma anche il possesso della vita eterna.

Ma sedere alla mia destra o sinistra non sta a me dare a voi, ma a coloro per cui è stato preparato dal Padre mio.  

Il Figlio, avendo avuto tutto dal Padre, tutto ha rimesso nelle Sue mani,  per riaverlo da Lui conforme alla Sua volontà, nell’obbedienza alla Sua volontà. Perché volete avere subito ciò che è già sicuro? Il regno dei cieli non è in discussione: è in discussione piuttosto chi vi entrerà. E il Figlio vi sta indicando la via, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. La storia sta volgendo al suo culmine e al suo epilogo centrale e vi è chiesto di entrare nel mistero della  morte di Gesù, per essere poi compartecipi della sua resurrezione e della gloria futura. Non prevaricate e non allungate le mani anzitempo: il dono di Dio non è soggetto a pentimento ed è già dato. Rimettete la vostra vita nelle mani del Figlio, come anche il Figlio tutto ha rimesso nelle mani del Padre, facendosi obbediente a tutto e a tutti. Nessuno sarà fatto grande se prima non si sarà fatto piccolo.

24 E sentendo i dieci si indignarono contro i due fratelli.

Non perché i loro sentimenti fossero diversi, ma perché si erano visti esclusi e scavalcati dalla richiesta della donna, e  messi sotto dai figli di Zebedeo.

25 E Gesù li chiamò a sé e disse:

Li riporta al Suo cuore e li attira al Suo  amore, che è il dono più grande, e senza il quale tutto il resto è nulla.

Voi sapete che i capi delle genti dominano su di esse e quelli che sono i più grandi esercitano autorità su di loro. 26 Non così sarà tra di voi; ma chiunque vorrà tra di voi diventare grande, sia vostro servitore; 27 e chi vorrà tra di voi essere primo sarà  vostro servo, 28 così come il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare l’anima sua in redenzione per molti.

La via che porta al cielo va in senso contrario a quella del mondo. Nessuno vuol impedirvi di aspirare alla grandezza, ma non dovete  guardare all’uomo e ai capi della terra. Guardate piuttosto a Colui che è grande nel regno dei cieli e che il Padre ha mandato tra di voi. Imparate da Lui che è mite ed umile di cuore e non è venuto per essere servito, ma per servire. Gesù non solo è obbediente al Padre, ma sì è fatto obbediente anche a noi tutti: Figlio di Dio è anche Figlio dell’uomo, non per accrescere la propria gloria, ma per donarla a coloro che lo cercano. L’amore è grande nella misura in cui si sacrifica per la persona amata, e non c’è amore più grande di colui che dona la vita per il proprio fratello.

“Il maestro è umile e mite: non rimprovera per la loro smodata ambizione i due che hanno fatto quella richiesta, né condanna l’indignazione e la gelosia degli altri dieci. Al contrario, suggerisce un esempio tale che insegna loro che sarà più grande colui che sarà stato più piccolo, e che diverrà signore colui che è servo di tutti. Invano quelli hanno domandato una cosa troppo grande e ambiziosa, e invano questi altri si dolgono per il loro desiderio di essere più grandi: alla vetta della virtù non si arriva con la grandezza, ma con l’umiltà. Gesù infine propone il proprio esempio, affinché, se non hanno dato peso alle sue parole, arrossiscano di fronte alle sue opere. Dice: “ Appunto come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire...”. Osserva che, come spesso abbiamo rilevato, Gesù definisce il Figlio dell’uomo come colui che serve”.  ( Gerolamo )

29 E uscendo quelli da Gerico lo seguì una grande folla, 30 ed ecco due ciechi che sedevano lungo la via sentirono dire che Gesù passava e gridarono dicendo:

C’è la sequela facile e superficiale delle masse che vedono e sono attirate dai prodigi di Gesù e c’è la sequela più difficile dei pochi che non vedono, ma ascoltano e stanno attenti al Signore che passa.

Signore, abbi pietà di noi, figlio di Davide.

Non si può seguire Gesù, se prima non siamo stati da lui guariti dal nostro peccato, nell’invocazione umile ed insistente della sua misericordia, perché si prenda cura di noi. Invocando Gesù Signore riconoscono colui che è Dio, chiamandolo figlio di Davide accolgono il Dio fattosi uomo. Abbi pietà di noi o Signore re del cielo, tu che non hai disdegnato di assumere la nostra natura: umile e disprezzato dagli uomini tu sei degno di raccogliere l’eredità di Davide, perché sei re di diritto e non per nostra elezione. Così la fede di chi è attento alla parola di Dio, anche se non è in sintonia con la parola delle masse che girano curiose attorno a Gesù, ma non sanno dargli gloria, né permettono che altri lo facciano.

31 Ma la folla li minacciava perché tacessero.

Anche la folla alza la voce, ma non per lodare il Signore ed esortare i deboli e i pusillanimi alla fede, ma per scoraggiare chiunque invochi la misericordia del Cristo. Perché mai le folle inseguono Gesù, senza desiderare la conversione del cuore? Vi è un’ostilità aperta e palese come negli scribi e nei farisei e vi è la fede che nutre aspettative vane e fallaci, avente le parvenze della pietà, ma priva di ciò che è il suo fondamento. Essa si scaglia contro Gesù con tutta la sua violenza soltanto alla fine, quando è tolta ogni possibilità di inganno ed illusione, ma già prima è molto attiva ed operosa nell’ostilità che riversa su coloro che si avvicinano al Signore con rettitudine di cuore. Importa non ascoltare la voce delle masse che cercano altro seppure sono vicine a Gesù, ma soffocare la voce della loro incredulità con la voce più grande e potente della nostra fede.

E quelli di più gridavano dicendo: Signore, abbi pietà di noi, figlio di Davide.

Chi ha coscienza del proprio stato e desidera il perdono dei peccati non si lascia certo intimorire dalle minacce vane ed impotenti degli uomini di questo mondo. E la preghiera che sfida e contrasta il mondo è  gradita al Signore ed è subito accolta.

32 E si fermò Gesù e li chiamò e disse:

La salvezza che viene dal cielo passa tra il vociare ed il tumultuare delle genti e va oltre, ma si ferma di fronte al cuore umile, consapevole di peccato e desideroso di luce e lo chiama a sé per ascoltare la sua supplica. Che cosa volete che faccia a voi?

33 Gli dicono: Che siano aperti i nostri occhi.

Non c’è miracolo né cambiamento alcuno se non quando la nostra volontà si incontra con quella del Signore e non c’è dono della luce se non per coloro che invocano la luce.

E subito videro

Dio non tarda ad adempiere le sue promesse perché camminiamo in novità di vita, con lui, dietro a lui.

e seguirono lui,

confusi e mescolati tra la folla, ma accompagnati nella loro sequela dallo sguardo amoroso del Signore e dalla dolcezza della Sua parola.

“Ciechi sono coloro che non possono dire: “Nella tua luce vedremo la luce”. Erano lungo la via perché sembravano avere qualche notizia della Legge, ma non conoscevano quale fosse la via di Cristo: in essi molti scorgono i farisei e i sadducei; altri i due popoli, quello dell’Antico e del Nuovo Testamento, in quanto il primo, seguendo la legge scritta, e il secondo, seguendo la legge naturale, erano, senza Cristo, ciechi. Costoro, dato che coi loro mezzi non potevano vedere, hanno ascoltato l’annunzio del Salvatore e hanno riconosciuto in lui il Figlio di David. Se l’uno e l’altro cieco raffigurano il popolo giudeo, le parole che seguono, e cioè “ la folla li sgridava”, sembra si riferiscano ai gentili,  che l’Apostolo invita a non gloriarsi né inorgoglirsi di fronte alla loro radice, in quanto, anche se, per colpa degli antichi, essi sono stati innestati dall’olivo selvatico sull’olivo domestico, non debbono tuttavia essere gelosi della salvezza di coloro che li hanno preceduti. “Signore, figlio di David, abbi pietà di noi!”, dicono. La folla li rimprovera, e tuttavia non tacciono, ma più fortemente gemono, manifestando grande desiderio di vedere la luce”. ( Gerolamo )

“In precedenza, mediante l’immagine dei due figli di Zebedeo si è parlato del popolo di Israele, che era disceso dalla stirpe di Sem. Opportunamente quindi lungo la strada sono seduti due ciechi, cioè i due popoli di pagani, discesi da Cam e da Jafet, che osservano l’uscita e il passaggio del Signore e lo supplicano di rendere la vista ad essi che sono ciechi. La folla li rimprovera per le loro grida e comanda loro di tacere. Non perché esigesse il silenzio come segno di onore, ma perché ascolta con asprezza che i ciechi affermano ciò che essa negava, che il Signore è figlio di Davide. Dio fatto uomo veniva annunciato infatti agli spiriti illuminati dei ciechi, affinché si compisse questa parola del Signore: ”Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che vedono non vedano e coloro che sono ciechi vedano”. “Ma essi gridavano ancora più forte”, e mentre il popolo della Legge li trattiene, essi testimoniano con più forza il fervore della propria fede. Il Signore ha pietà e chiede loro cosa vogliono, ed essi lo supplicano che i loro occhi si aprano. Avendo pietà di loro, egli toccò gli occhi e rese la vista per conoscere Dio. E affinché si adempisse la prefigurazione dei pagani che avrebbero creduto, ricevuta la conoscenza della grazia celeste, coloro che erano stati ciechi, vedendo il Signore, lo seguirono”.  ( Ilario )

 

 

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