Vangelo di Matteo cap18

                                      Matteo 18

in illa hora accesserunt discipuli ad Iesum dicentes quis putas maior est

In quell’ora si avvicinarono i discepoli a Gesù dicendo: Chi pensi che sia più grande

in regno caelorum et advocans Iesus parvulum statuit eum in medio

nel regno dei cieli? 2 E chiamando a sé Gesù un fanciullo lo mise in piedi nel mezzo di

eorum et dixit amen dico vobis nisi conversi fueritis et efficiamini sicut parvuli non

loro 3 e disse: In verità dico a voi, se non vi convertite e non diventate come i fanciulli

intrabitis in regnum caelorum quicumque ergo humiliaverit se sicut parvulus iste

non entrerete nel regno dei cieli. 4 Pertanto chiunque si sarà umiliato come questo

hic est maior in regno caelorum et qui susceperit unum parvulum talem 

fanciullo, questi è più grande nel regno dei cieli 5 e chi avrà accolto un solo siffatto

in nomine meo, me suscipit qui autem scandalizaverit unum de pusillis istis

fanciullo in nome mio, accoglie me. 6 Ma chi avrà scandalizzato uno solo di questi

qui in me credunt expedit ei ut suspendatur mola asinaria

piccolini che credono in me, conviene a lui che venga appesa una macina da asino al

in collo eius et demergatur in profundum maris vae mundo a scandalis

suo collo e venga sommerso nel profondo del mare. 7 Guai al mondo, a partire dagli

necesse est enim ut veniant scandala verumtamen vae homini illi per quem

scandali; infatti è necessario che vengano scandali; tuttavia guai a quell’uomo per il

scandalum venit si autem manus tua vel pes tuus scandalizat te abscide eum et

quale viene lo scandalo! 8 Ma se la tua mano o il tuo piede ti scandalizza, taglialo e

proice abs te bonum tibi est ad vitam ingredi debilem vel claudum quam

gettalo via da te; è bene per te entrare nella vita storpio o zoppicante, piuttosto che

duas manus vel duos pedes habentem mitti in ignem aeternum et si oculus tuus

avendo due mani e due piedi essere gettato nel fuoco eterno. 9 E se il tuo occhio

scandalizat te erue eum et proice abs te bonum tibi est cum uno oculo in vitam

ti scandalizza, strappalo e gettalo via da te; è bene per te con un solo occhio entrare

intrare quam duos oculos habentem mitti in gehennam ignis videte ne

nella vita, che avendo due occhi essere gettato nella Geenna del fuoco. 10 Guardate di

contemnatis unum ex his pusillis dico enim vobis quia angeli eorum in caelis

non disprezzare uno solo di questi piccoli, infatti dico a voi che i loro angeli nei cieli

semper vident faciem Patris mei qui in caelis est venit enim Filius

sempre vedono il volto del Padre mio che è nei cieli. 11 E’ venuto infatti il Figlio

hominis salvare quod perierat quid vobis videtur si fuerint alicui centum

dell’uomo a salvare ciò che era perduto. 12 Che cosa vi pare? Se qualcuno ha cento

oves et erraverit una ex eis nonne relinquit nonagintanovem in montibus

pecore e si è perduta una sola di esse forse che non lascia le novantanove sui monti

et vadit quaerere eam quae erravit et si contigerit ut inveniat eam amen dico vobis

e va a cercare quella che si è smarrita? 13 E se accadrà che la trovi, in verità dico a voi

quia gaudet super eam magis quam super nonagintanovem quae non erraverunt sic

che gioisce su di essa più che sulle novantanove che non si sono smarrite. 14 Così non

non est voluntas ante Patrem vestrum qui in caelis est ut pereat unus de pusillis istis

vi è volontà davanti al Padre vostro che è nei cieli che perisca uno solo di questi piccolini.

si autem peccaverit in te frater tuus vade et corripe eum inter te et ipsum solum

15 E se il tuo fratello ha peccato verso di te, va e riprendilo tra te e lui solo.

si te audierit lucratus eris fratrem tuum si autem te non audierit adhibe

Se ti avrà ascoltato avrai guadagnato il tuo fratello; 16 ma se non ti avrà ascoltato, porta

tecum adhuc unum vel duos, ut in ore duorum vel trium testium stet omne

con te ancora uno o due, perché sulla bocca di due o tre testimoni stia salda ogni

verbum quod si non audierit eos dic ecclesiae si autem ecclesiam non audierit

parola. 17 Se poi non avrà ascoltato quelli, dillo alla chiesa. E se non avrà ascoltato la

sit tibi sicut ethnicus et publicanus amen dico vobis quecumque

chiesa, sia per te come il gentile ed il pubblicano. 18 In verità dico a voi tutte quelle cose

alligaveritis super terram erunt ligata et in caelo et quaecumque

che avrete legato sopra la terra, saranno legate anche in cielo e tutte quelle cose che

solveritis super terram erunt soluta et in caelo iterum dico vobis quia

avrete sciolto sopra la terra, saranno sciolte anche in cielo. 19 Di nuovo dico a voi che

si duo ex vobis consenserint super terram de omni re

se due fra di voi avranno avuto lo stesso sentire sulla terra riguardo a ogni cosa,

quamcumque petierint fiet illis a Patre meo qui in caelis est ubi enim

qulunque cosa avranno chiesto, sarà fatto a loro dal Padre mio che è nei cieli. 20 Infatti

sunt duo vel tres congregati in nomine meo ibi sum in medio eorum tunc accedens

dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì io sono in mezzo a loro. 21 Allora

Petrus ad eum dixit Domine quoties peccabit in me frater meus

avvicinandosi Pietro a lui disse: Signore, quante volte peccherà verso di me mio

et dimittam ei usque septies dicit illi Iesus non dico tibi usque

fratello e io gli perdonerò? Fino a sette volte? 22 Dice Gesù a lui: Non dico a te fino a

septies sed usque septuagies ideo assimilatum est regnum caelorum

sette, ma fino a settanta volte sette. 23 Pertanto è stato fatto simile il regno dei cieli ad

homini regi qui voluit rationem ponere cum servis suis et cum coepisset rationem

un uomo che sia re, che volle fare i conti con i suoi servi. 24 E avendo cominciato a fare

ponere oblatus est ei unus qui debebat ei

i conti ( porre in alto insieme la parola ), gli fu portato davanti uno solo che gli doveva

decem milia talenta cum autem non haberet unde redderet iussit eum dominus eius

diecimila talenti. 25 Ma non avendo donde restituire comandò il suo padrone che fosse

venundari et uxorem eius et filios et omina quae habebat et reddi

venduto lui, sua moglie, e i figli e tutto ciò che aveva e che fosse reso il contraccambio.

Procidens autem servus ille orabat eum dicens patientiam habe in me et omnia

26 Ma cadendogli davanti quel servo lo pregava dicendo: Abbi pazienza verso di me e ti

reddam tibi misertus autem dominus servi illius dimisit eum et debitum dimisit ei

renderò ogni cosa. 27 E il padrone ebbe misericordia di quel servo e lo lasciò e gli condonò

egressus autem servus ille invenit unum de conservis suis qui

il debito. 28 Ma uscito quel servo trovò uno solo di quelli che erano schiavi come lui che

debebat ei centum denarios et tenens soffocabat eum dicens redde quod debes

gli doveva cento denari, e tenendolo lo soffocava dicendo: Rendi quel che devi.

Et procidens conservus eius rogabat eum dicens patientiam habe

29 E cadendogli davanti quello che era schiavo come lui lo supplicava dicendo: Abbi

in me et omnia reddam tibi ille autem noluit sed abiit et misit eum

pazienza verso di me e ti renderò tutte le cose. 30 E quello non volle, ma si allontanò e lo

in carcerem donec redderet debitum videntes autem conservi eius

mise in prigione, finché avesse restituito il dovuto. 31 E vedendo quelli che erano nella

quae fiebant contristati sunt valde et venerunt et

stessa schiavitù le cose che accadevano furono rattristati grandemente e vennero e

narraverunt domino suo omnia quae facta fuerant tunc vocavit illum dominus suus

raccontarono al loro padrone tutte quelle cose che erano state fatte. 32 Allora il suo

et ait illi serve nequam omne debitum dimisi tibi quoniam rogasti me

padrone lo chiamò e gli disse: Servo perverso, io ti ho perdonato ogni debito, poiché mi

nonne ergo oportuit et te misereri

hai supplicato. 33 Pertanto non sarebbe stato necessario che anche tu avessi misericordia

conservi tui sicut et ego tui misertus sum et iratus

del tuo fratello di schiavitù, così come anch’io ho avuto misericordia di te? 34 E adirato

dominus eius tradidit eum tortoribus quoadusque redderet universum debitum sic

il suo padrone lo consegnò ai carnefici, finché avesse restituito tutto il debito. 35 Così

et Pater meus caelestis faciet vobis si non remiseritis unusquisque

anche il Padre mio celeste farà a voi, se non perdonerete ognuno

fratri suo de cordibus vestris

al proprio fratello dal profondo dei vostri cuori.

 

 

                                         Matteo 18

In quell’ora si avvicinarono i discepoli a Gesù, dicendo: Chi pensi sia più grande nel regno dei cieli?

In quell’ora, nel momento in cui il la storia sta volgendo al suo epilogo centrale, i discepoli si avvicinano a Cristo, ma non per comprendere e per entrare nel mistero della sua morte e resurrezione, ma per prenderne le distanze, divagando altrove col loro pensiero e col loro cuore. Persistono nel rifiuto della croce in modo aperto, rincorrendo il desiderio della gloria eterna. Vogliono innalzare se stessi fino al cielo. E come possono comprendere Colui che dal cielo si è abbassato sulla terra fino a diventare l’ultimo degli uomini? “Gli apostoli poiché hanno visto che per Pietro e per il Signore è stato pagato lo stesso tributo, dall’uguaglianza del prezzo credono che Pietro sia anteposto a tutti gli altri, in quanto nel versamento del tributo è stato appaiato al Signore: per questo gli chiedono chi sia maggiore nel regno dei cieli”. L’affermazione conclamata del primato di Pietro ha suscitato invidia nei loro cuori. Interrogano Gesù per sapere se la grandezza in terra è confermata anche in cielo.

2 E chiamando a sé Gesù un fanciullo lo mise in piedi in mezzo a loro 3 e disse:..

La risposta di Gesù è in un’ottica  diversa e vuol ribaltare completamente il modo di pensare dei discepoli. Per capire chi è più grande nel regno dei cieli, non dovete far riferimento a chi è dichiarato grande su questa terra, al contrario dovete guardare a chi è considerato il più piccolo. Il segreto per diventare grandi è di farsi piccoli e di guardare a coloro che sono piccoli.

“Chiama un fanciullo qualsiasi, perché gl’interessa soltanto la sua tenera età e vuol dimostrare come tale età sia simile all’innocenza; oppure, servendosi del fanciullo, mette in mezzo a loro se stesso, che non è venuto per farsi servire, ma per servire, onde fornire loro un esempio di umiltà. ( Gerolamo )

In verità dico a voi, se non vi convertite e non diventate come i fanciulli non entrerete nel regno dei cieli.

Qualsiasi desiderio di grandezza celeste è del tutto inopportuno e assolutamente non prioritario. Perché pensate al posto che vi spetta in cielo? Preoccupatevi prima di entrare nel regno dei cieli. Convertitevi alle mie parole e seguite la via che vi indica il Figlio dell’uomo. Non capite il discorso della croce? E’ troppo difficile per voi?  Vi parlerò come a bambini, prendendo come modello un bambino.  Ma dovete farvi piccoli ed entrare nel mistero di colui che si è fatto piccolo.

“Non prescrive agli apostoli di avere l’età dei fanciulli, ma la loro purezza; e quelle virtù che i fanciulli possiedono per la loro tenera età gli apostoli devono possederle con l’impegno della loro volontà: che siano cioè fanciulli, pur mantenendo l’intelligenza e la maturità di uomini, non che abbiano lo stesso corto intelletto dei fanciulli”. ( Gerolamo )

“Il fanciullo non conosce la malvagità del mondo, non è capace di commettere peccato, non fa del male al prossimo, non conserva rancore, non odia nessuno, non cerca ricchezze, non ammira la gloria di questo mondo, segue sempre il padre, non si allontana dalla madre. Per questo motivo il Signore vuole che noi diventiamo come bambini, perché su questo modello viviamo in questo mondo senza malizia e senza inganno. Fuggiamo il peccato, non facciamo del male al prossimo; non conserviamo rancore; non cerchiamo ricchezze né la gloria del mondo; seguiamo sempre il Padre, cioè Dio, di cui abbiamo già cominciato ad essere figli per adozione; non allontaniamoci dalla madre, cioè dalla Chiesa, per mezzo della quale siamo nati spiritualmente a Dio. Nel grembo di questa madre riposiamo come bambinelli posti in braccio alla propria madre. ( Cromazio )

Chi è piccolo pone ogni fiducia, ogni stima, ogni amore in chi gli è padre. Non conosce autonomia nel proprio spirito e non può vivere per se stesso. Si identifica in chi gli ha dato la vita e lo mantiene nella vita. Non presume della propria parola, ma si lascia guidare umilmente da chi è più grande e gli vuole bene. Non cerca la propria grandezza, ma è felice e gode della grandezza altrui. 

4 Pertanto chiunque si sarà umiliato come questo fanciullo, questi è più grande nel regno dei cieli.

Ma come si è umiliato questo fanciullo? Innanzitutto lasciandosi mettere nel mezzo da Gesù e per Gesù e non come chi è considerato grande, ma piccolo.

“Chi mi avrà imitato e sul mio esempio, si sarà umiliato, abbassandosi tanto quanto io mi sono abbassato, assumendo la natura dello schiavo, costui entrerà nel regno dei cieli”. ( Gerolamo )  Non esiste vera umiltà se non in colui che si fa piccolo per amore di Cristo e per compiacere a Cristo. Nessuna umiltà  sarà esaltata se non quella che è obbediente alla parola del Figlio e si pone alla sequela del Figlio.

5 E chi avrà accolto un solo siffatto fanciullo in nome mio, accoglie me.

Non basta essere fanciulli: bisogna essere fanciulli obbedienti. Non basta accogliere chi è piccolo, bisogna accogliere chi si è fatto piccolo per Gesù, nel nome di Gesù.

L’amore a Dio si manifesta nell’amore al prossimo, ma non in modo indifferenziato: innanzitutto ama e accoglie coloro che si fanno simili a Gesù. Chi accoglie un discepolo di Cristo accoglie il Cristo e chi accoglie il Cristo sarà accolto dal Padre che è nei cieli.

6 Ma chi avrà scandalizzato uno solo di questi piccoli che credono in me, conviene a lui che venga appesa una macina da asino al suo collo e venga sommerso nel profondo del mare.

Non c’è scandalo se non per la fede e per coloro che hanno abbracciato la fede.  Dove troverà la salvezza colui che si scandalizza di Gesù e cerca di scoraggiare chi si è fatto suo discepolo? Sarebbe meglio per un tale uomo patire in anticipo le pena della morte corporale, se ciò bastasse per liberarlo dalla morte eterna!

“Sebbene questa condanna possa essere genericamente rivolta a tutti coloro che danno scandalo, tuttavia, stando al contesto del discorso, essa può apparire detta anche contro gli apostoli, i quali, chiedendo chi sarà il maggiore nel regno dei cieli, sembrano litigare tra loro per tale suprema dignità; e se insisteranno in tale errore, non è escluso che finiranno col portare alla perdizione, a causa dello scandalo che danno in quanto mostrano di contendere tra loro, quelli che hanno chiamato alla salvezza. Dicendo:” Sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina da asino”, Gesù si richiama ai costumi di quella provincia. Presso gli antichi giudei, infatti, chi era reo di gravi delitti veniva gettato in mare con una pietra legata al collo. Meglio è, dunque, per lui subire tale condanna, cioè sopportare un breve supplizio per la colpa commessa, che essere condannato al tormento eterno. Non pretenderà il Signore due pene per la medesima colpa”. ( Gerolamo )

7 Guai al mondo a partire dagli scandali; infatti è necessario che vengano scandali; tuttavia guai a quell’uomo per il quale viene lo scandalo.

Il mondo avrà la giusta punizione per i suoi peccati, a cominciare dagli scandali, vale a dire da ciò che anche gli uomini vedono come male. Ma è necessario che vengano scandali: sono l’inevitabile conseguenza del peccato d’origine e l’unica circostanza in cui si fa confessione di peccato. Guai a chi pecca, a meno che provveda in tempo per la propria salvezza! Non scandalizzare i discepoli di Cristo, ma scandalizza te stesso per le tue iniquità. Non cercare di distogliere dalla sequela chi si è fatto discepolo di Gesù, ma distogli il tuo cuore dal male e abbandona la strada che viene dal Maligno e porta alla dannazione eterna.

8 Ma se la tua mano o il tuo piede ti scandalizza, taglialo e gettalo via da te; è bene per te entrare nella vita storpio o zoppicante, piuttosto che, avendo due mani e due piedi essere gettato nel fuoco eterno. 9 E se il tuo occhio ti scandalizza, strappalo e gettalo via da te; è bene per te con un solo occhio entrare nella vita, che avendo due occhi essere gettato nella geenna del fuoco.

Ogni caduta fa risaltare ed evidenzia ciò che ha provocato il peccato. Non tutti i mali vengono per nuocere, se non l’unico vero male. Lo scandalo porta con sé la possibilità di una vita nuova e diversa, ma bisogna essere disposti ad amputazioni e tagli profondi e radicali.

“E’ inevitabile dunque che avvengano gli scandali; ma guai a quell’uomo il quale, per sua colpa e per sua volontà, fa sì che accada ciò che pure è inevitabile. Si spezzi dunque ogni affetto, si amputi qualsiasi parentela ed amicizia per evitare che il credente sia esposto allo scandalo a causa di qualcuno di questi nostri sentimenti. Gesù dice in altre parole: ”Se qualcuno è con te  tanto unito come la mano, il piede o l’occhio, e ti è utile, servizievole, pronto nel capirti, ma tuttavia ti è causa di scandalo e col suo opposto modo di vivere trascina anche te nella geenna, meglio è per te che tu rinunzi alla sua amicizia, ai vantaggi terreni che essa ti procura, se non vuoi che, mentre cerchi di trarre vantaggio da congiunti e amici, tu non abbia a trovare in essi la causa della tua rovina. Ne consegue che né il fratello, né la moglie, né i figli, né gli amici, né qualsiasi altro affetto capace di escluderci dal regno dei cieli possono essere anteposti all’amore per il Signore. E ogni cristiano sa che cos’è che gli nuoce o da che cosa il suo animo è sedotto e spesso tentato. Meglio è dunque condurre una vita solitaria, piuttosto che perdere la vita eterna per colpa di ciò che ci sembra necessario a questa nostra vita terrena. ( Gerolamo )

10 Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, infatti dico a voi, che i loro angeli nei cieli sempre vedono il volto del Padre mio che è nei cieli. 11 E’ venuto infatti il Figlio dell’uomo a salvare ciò che era perduto.

Dopo aver condannato coloro che scandalizzano i suoi discepoli, Gesù si rivolge in modo esplicito agli apostoli. Lo spirito del mondo può entrare nella chiesa stessa di Dio e contagiare gli eletti, se non nella forma dello scandalo, nella forma del disprezzo e della non considerazione per coloro che sono destinati su questa terra all’ultimo posto. Non c’è dono di intelligenza che non venga dall’alto, e che non sia dato per tutti, ma non bisogna farne oggetto di idolatria, al punto da mettere da parte e da ignorare chi non possiede molte doti o è gravemente minorato fin dalla nascita. Ogni vita è preziosa agli occhi del Padre e non per i beni che porta con sé, ma perché destinata al possesso dell’unico eterno bene. Non solo non dobbiamo disprezzare chi è debole nella fede e cade nel peccato, ma neppure coloro che sono corti d’intelletto e non hanno il dono della parola, e occupano sempre l’ultimo posto. A volte la stessa loro compagnia può risultare un peso insopportabile e viene spontaneo metterli da parte e rincorrere coloro che hanno un modo di esprimersi più consolante ed edificante. E tutto ciò viene considerato come normale e siamo pronti a trovare mille scuse e mille giustificazioni. Non così Gesù il cui monito è forte e perentorio: “ Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli.” Il problema può essere di uno solo: quasi sempre vi è per noi quell’uno che ci costringe al ravvedimento, quella persona che proprio non riusciamo a sopportare e ad affrontare e che preferiamo ignorare, rincorrendo tanti altri che sono magari più simpatici e più aperti al discorso della fede. Eppure è proprio quell’uno che svela la malvagità del nostro cuore e la nostra incapacità ad amare come ama Gesù. Riflettano coloro che frequentano la chiesa e che non vogliono amicizia o servizio nei confronti degli emarginati e dei subnormali. Provano ripulsa anche per il loro stesso aspetto fisico e cercano in qualsiasi modo di giustificarsi affermando che non se la sentono, quasi fossero portatori di una diversa umanità, troppo nobile e sensibile per poter vivere accanto a certe miserie. “I loro angeli vedono continuamente il volto del Padre” Al di là e al di sopra della carne e del sangue vi è il dono celeste che ci fa figli di Dio, già fin d’ora. Ciò che essi non vedono e non comprendono ben vedono e comprendono i loro angeli e senza possibilità di inganno né in forma minore. Non puoi comunicare con loro perché non hanno il dono della parola? Parla coi loro angeli e le tue parole arriveranno subito al cielo al cospetto di Dio. Stolto quell’uomo che crede di essere sminuito e di perdere qualcosa allorché trascorre il suo tempo con i fratelli più poveri! Felice colui che vede e cerca innanzitutto l’amicizia degli ultimi. Gli angeli colmeranno il suo cuore di ogni gioia e di ogni consolazione che viene dall’alto, dal volto dell’Altissimo.

“Grande è la dignità delle anime, grazie alla quale ciascuna ha, sin dalla nascita, un angelo delegato a custodirla. Per questo leggiamo nell’Apocalisse di Giovanni: “All’angelo di Efeso, di Tiatira, e all’angelo di Filadelfia e agli angeli delle altro quattro chiese scrivi queste cose”. E’ per riguardo agli angeli che l’Apostolo ordina alle donne di tenere velato il capo in chiesa”. ( Gerolamo )

11 E’ venuto infatti il Figlio dell’uomo a salvare ciò che era perduto. E che cosa avevamo perduto se non la vita eterna? Non questo o quel bene, ma l’unico eterno bene. Sia il nostro andare al fratello come quello di Gesù, che è venuto solo per salvare ciò che era perduto, e proprio per questo deve “perdere” coloro che sono già salvati. E’ bella l’intimità e la convivenza con chi ha lo stesso sentire, ma viene il momento in cui ci è chiesto di lasciare e di andare altrove.

12 Che cosa vi pare? Se qualcuno ha cento pecore e una sola di esse si è perduta, forse che non lascia le novantanove sui monti e va a cercare quella che si è smarrita?

Per comprendere questa parabola è necessario fare un confronto in parallelo con Luca. In entrambi i vangeli si sottolinea la volontà di Gesù di esaltare l’amore del Padre per i più piccoli,  ma il contesto storico è completamente diverso. Mentre in Matteo il discorso è rivolto ai discepoli ed è solo per i discepoli, in Luca è rivolto ai farisei ed agli scribi ed è solo per i farisei e per gli scribi. Nel primo caso Gesù parla per illuminare e correggere, nel secondo per confondere e condannare. In Luca vi è un atteggiamento polemico da parte degli interlocutori e una doppiezza di cuore, che giustifica una risposta altrettanto polemica e doppia, suscettibile di diversa interpretazione; ambigua non nel sottolineare l’amore di Dio per gli ultimi, ma nel modo in cui tale amore è contrapposto a quello degli scribi e dei farisei... nel suo essere esclusivo e non inclusivo. Certamente anche a loro è detto di non disprezzare l’ultimo dei fratelli , ma prima ancora devono comprendere colui che si è fatto l’ultimo degli uomini, il più stolto e il meno accorto: colui che abbandona in modo temerario le novantanove pecore che vivono sicure nel deserto della loro vita, che è morte e che conduce alla morte, per ricercare quella che  nel medesimo deserto, ha trovato la propria perdizione e  vaga smarrita invocando l’aiuto che viene solo dal cielo. E dopo averla trovata  la prende su di sé e la riporta nella casa del Padre... E le altre novantanove? A loro è negato ogni cibo che viene dal cielo, e continueranno a brucare l’erba riarsa del deserto, sempre affamate e assetate , dimentiche del Signore e proprio per questo da Lui dimenticate  e abbandonate alla morte eterna.

In Matteo troviamo: “Che cosa vi pare”? E’ indubbio che Gesù parla ai dodici apostoli. Rivolgendosi ai  discepoli il Signore dà per scontato il discorso della salvezza. Le novantanove pecore vivono ormai sicure nella chiesa del Signore, che è come monte verdeggiante, ricco dell’acqua che ci dà la vita e del cibo che alimenta la vita. Il deserto è ormai soltanto un ricordo lontano, ma non per tutti: vi è anche chi ha lasciato la chiesa per ritornare ai pascoli senza vita del tempo passato. Ed allora Gesù abbandona le pecore che sono in salvo e va a cercare quella che si è persa, a costo della propria vita. E allorché l’ha ritrovata la riporta nella sua chiesa, e insieme con essa riporta e rinsalda la gioia sempre nuova e sempre viva della salvezza che viene solo dal cielo.

13 E se accadrà che la trovi, in verità dico a voi che gioisce su di essa più che sulle novantanove che non si sono smarrite. E’ così esaltata la gioia del Signore per la pecora ritrovata, quasi fosse dimentico delle altre novantanove che non si sono smarrite. In realtà la gioia di Gesù è anche la gioia della sua chiesa che gode dei prodigi del suo amore,  che cerca, vuole ed ama solo ciò che cerca, vuole ed ama il suo Signore. E che cosa vuole il Signore, se non la salvezza di tutti i suoi figli?

14 Così non vi è volontà davanti al Padre vostro che è nei cieli che perisca uno solo si questi piccolini.

Non solo Gesù non vuole che alcuno perisca, neppure tollera volontà diversa dalla Sua. E chi non ha il suo medesimo sentire non può stare davanti al Padre suo. Così gli scribi e i farisei che non sanno comprendere l’amore del Padre né gioire per la salvezza che viene dal Figlio. In Matteo gli apostoli tacciono, perché acconsentono, in Luca gli scribi e i farisei ribadiscono col silenzio il loro dissenso e il loro disappunto. E la conclusione di Gesù ha il sapore dell’amaro e della condanna. “In verità dico a voi ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione.” E chi sono mai questi novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione e che non portano gioia in cielo se non coloro che si credono giusti... come gli scribi e i farisei? Non ci sembra opportuno vedere in questi giusti gli angeli del cielo, come se Gesù volesse far un qualche confronto fra la gioia che gli viene dalle creature celesti e quelle della terra. Il confronto è un altro: fra l’amore vero che vuole ed accoglie la giustizia che viene dal cielo, e l’amore falso che vuole e cerca la propria giustizia e proprio per questo non sa gioire per ciò che è semplicemente donato ...e non per i meriti dell’uomo!

“Il Signore ci spinge alla clemenza. Dopo aver premesso: ”Badate di non disprezzare nessuno di questi piccoli”, aggiunge la parabola delle novantanove pecore lasciate sui monti e di quella smarrita che il buon pastore sulle sue spalle riporta nel gregge, dato che la pecorella, per la sua debolezza, non riesce a camminare. Alcuni credono che questo pastore sia colui che, pur possedendo la natura di Dio, non pensò di valersi della sua eguaglianza con Dio come di un diritto riservato solo a sé, ma annientò se stesso, assumendo la natura dello schiavo, facendosi obbediente al Padre sino alla morte, e alla morte di croce, e di conseguenza discese sulla terra per salvare l’unica pecora che si era smarrita, cioè il genere umano. Altri ritengono che si debba vedere in queste novantanove pecore la folla dei giusti, e nella pecora smarrita il peccatore, dato che in un altro passo il Signore dice: “Non sono venuto a chiamare a penitenza i giusti, ma i peccatori; non han bisogno del medico i sani, ma gli ammalati”.( Gerolamo ) E per mostrare che nei cieli c’è una grande gioia per il ritorno dell’umanità salvata, egli ha portato l’esempio della parabola dell’uomo che aveva lasciato le novantanove pecore sui monti per andare in cerca di quella perduta; e trovatala si era rallegrato più che per le novantanove che non si erano smarrite. Con l’unico pecora si deve intendere l’uomo e nell’unico uomo si deve vedere l’insieme degli uomini. Ma nel peccato del solo Adamo tutta l’umanità ha peccato. Le novantanove che non si sono smarrite quindi devono essere considerate come la moltitudine degli angeli celesti, i quali provano gioia e premura in cielo per la salvezza dell’uomo. Colui che va in cerca dell’uomo è Cristo, le novantanove che non si sono smarrite sono la moltitudine della gloria celeste, alla quale, tra la gioia più grande, è stato riportato nel corpo del Signore, l’uomo che si era perduto”. ( Ilario )

15 E se il tuo fratello ha peccato verso di te, va e riprendilo tra te e lui solo.

L’amore che viene da Dio cerca e vuole innanzitutto chi si è fatto piccolo per Cristo. Non dispera per il peccato dell’uomo, ma confida nella misericordia divina e come il Figlio di Dio cerca colui che si è perduto per riportarlo nella Sua casa. Non ci può essere disprezzo, né indifferenza per chi è piccolo davanti a Dio. E’ condannato il mondo per il disprezzo che porta a coloro che credono in Gesù, ma è condannata anche la chiesa quando non cerca e non vuole la salvezza per tutti i suoi figli, e non sa più gioire per il ritorno del fratello più povero. Se è necessario che avvengano gli scandali ciò comporta la necessità di operare tagli profondi, ma sul peccato e soprattutto a partire dal nostro peccato. Non ci accada mai di tagliare fuori dalla salvezza anche un solo uomo, fosse pure il più piccolo e insignificante ai nostri occhi.

Ma l’amore vero va oltre: non solo non conosce disprezzo e indifferenza: neppure tollera divisione all’interno della chiesa. Bisogna estirpare ogni rancore e radice di amarezza per essere un cuore solo ed un’anima sola, nella consapevolezza dell’unica giustizia e dell’unico amore. C’è il peccato che è innanzitutto contro Dio, che tutti ci accomuna nell’unico giudizio e nell’unica salvezza che viene dal cielo e c’è il peccato dell’uomo contro l’uomo, che si insinua anche nella comunità degli eletti e dei santi. Ebbene, se il tuo fratello ha peccato contro di te, segui l’esempio di Cristo, aiutalo a ritrovare la via della giustizia e della salvezza, vagli incontro, abbassati ed umiliati fino a farti peccatore come lui, perché si ravveda e torni nella casa del Padre con la gioia di chi si sente riconciliato. Se poi il fratello non ti avrà ascoltato, non desistere, ritorna con maggior forza ed insistenza.

Se ti avrà ascoltato avrai guadagnato il tuo fratello; 16 ma se non ti avrà ascoltato, porta con te ancora uno o due, perché sulla bocca di due o tre testimoni stia salda ogni parola.                                                                                                     

Il Signore che ci ha salvato dal peccato ci dona la grazia di salvare dal peccato, purché nella chiesa, con il suo aiuto e la sua testimonianza ... e senza nulla nascondere.

17 Se poi non avrà ascoltato quelli, dillo alla chiesa. E se non avrà ascoltato la chiesa, sia per te come il gentile ed il pubblicano.

Non c’è salvezza se non nella chiesa e per coloro che ascoltano la chiesa e si lasciano da lei guidare ed illuminare. Fuori dalla comunità degli eletti siamo come il gentile ed il pubblicano: estranei all’amore di Dio, avidi e bramosi dei beni di questo mondo fino ad ogni sorta di rapina e di ingiustizia.

“Se un nostro fratello avrà peccato contro di noi e per qualche motivo ci avrà offeso, abbiamo potere di perdonarlo, anzi siamo obbligati a farlo, poiché ci è stato ordinato di rimettere i debiti ai nostri debitori. Ma se qualcuno ha peccato contro Dio, non è in nostro potere perdonarlo. Dice infatti la divina Scrittura: Se l’uomo avrà peccato contro l’uomo pregherà per lui il sacerdote; ma se avrà peccato contro Dio, chi pregherà per lui?”. ( Sam. 2,25 ) Noi cristiani invece ci mostriamo benevoli riguardo alle ingiurie fatte a Dio, mentre coviamo l’odio per le offese arrecate a noi: Dobbiamo poi rimproverare in disparte il fratello, per evitare che per la vergogna o il pudore del rimprovero pubblico non resti nel peccato. E se egli ci ascolterà, avremo guadagnato la sua anima, e per mezzo della sua salvezza, acquisteremo anche noi la salvezza. Se invece non ci vorrà ascoltare, ritorniamo da lui in compagnia di un fratello. E se non ascolterà neppure lui, ritorniamoci con un terzo, sia per tentare con più forza di convincerlo sia per avere dei testimoni. Se non vorrà stare a sentire neppure loro, allora dovremo senz’altro render nota a molti la sua colpa, affinché venga giustamente detestato, nella speranza che, se non è stato capace di salvarsi con la correzione benevola e riguardosa, si salvi almeno col disprezzo”. ( Gerolamo )

18 In verità dico a voi tutte quelle cose che avrete legato sopra la terra, saranno legate anche in cielo e tutte quelle cose che avrete sciolto sopra la terra, saranno sciolte anche in cielo.

E’ ribadito il potere della chiesa di riconciliare l’uomo con Dio e il fratello con il fratello. Sono inevitabili contrasti e dissapori tra i discepoli: ogni discordia sia rimessa nelle mani della chiesa e si cerchi e si accetti la sua opera di conciliazione, senza voler prevaricare su coloro che sono a capo di essa. Non può esistere fede del singolo senza un confronto con la comunità, che vaglia il nostro essere nella verità o fuori della verità. In quanto alla chiesa non può giudicare in modo arbitrario, ma soltanto nella consapevolezza di operare per Dio e in nome di Dio. Il Signore giudicherà coloro che sbagliano, siano essi imputati o giudici su questa terra. Ci sembra che queste parole di Gesù lungi dall’affermare l’infallibilità della chiesa nell’operare dei singoli, vogliano semplicemente evidenziare il carattere necessario della sua mediazione, in quanto opera e dice in nome di Dio. Può legare e sciogliere in modo sbagliato, ma l’errore non ci dispensa dall’obbedienza e non giustifica la separazione e la divisione. Il cielo non ha nessun obbligo di approvare e convalidare tutto ciò che fanno e dicono gli uomini di chiesa, ma noi dobbiamo operare come se il cielo approvasse e non disprezzare o ignorare ciò che è tenuto in considerazione dagli stessi angeli. Iddio non vuole giudizi temerari e scelte intempestive di rottura e di affermazione della nostra volontà, seppur camuffata sotto le vesti della verità. Di fronte all’errore a volte vale più il silenzio della parola. Meglio rimettere ogni cosa nelle mani del Padre, invocando la correzione e la luce che vengono dall’alto. La disobbedienza aperta e conclamata allontana da Dio , non costruisce l’unità ma la distrugge. Non vi è perfezione e santità se non nell’obbedienza, nella rinuncia ad affermare se stessi per sottometterci a colei che, seppur indegna, è strumento celeste per la nostra salvezza. Coloro che legano e sciolgono non lo facciano con presunzione di verità, ma nello Spirito di Dio, che è di amore e di servizio. Ognuno renderà conto del suo rapporto con il corpo che è la chiesa. Che tu sia il giudice o colui che è giudicato, poco importa: tutti saremo giudicati dall’unico Dio. Ogni fedele sia sottomesso ai presbiteri e ai vescovi come al Signore; in quanto al clero sia sottomesso a tutto e a tutti per amore dell’unico Dio, sull’esempio di Cristo. E’ soltanto questo spirito di sottomissione l’uno all’altro e il rifiuto di qualsiasi divisione che arricchisce la chiesa di ogni dono di grazia.

“Considera quanto grande potere di grazia celeste il Signore ha dato ai suoi discepoli, facendo alla chiesa una concessione così grande, che tutto ciò che dagli apostoli o dalla chiesa fosse legato in terra, fosse legato anche nei cieli, e tutto ciò che fosse sciolto in terra, fosse sciolto anche nei cieli. Questa stessa verità ricorda lo Spirito Santo, anche per bocca di Davide, quando dice: Per me davvero sono stati onorati i tuoi amici, davvero è stato rafforzato il loro dominio ( Salmo 138,17 ) Davvero sono stati onorati questi amici figli di Dio, cioè gli apostoli, ai quali è stato concesso un tale potere, che i loro giudizi pronunciati in terra valgano anche in cielo, si attesta cioè che si ritiene ratificato da Dio e a lui gradito anche in cielo ciò che la sua chiesa abbia legato o sciolto a ciascuno sopra la terra. Il Signore ha accordato tutto questo perché sapessimo quale grave peccato sia non ascoltare la chiesa, cui vediamo che il Signore ha concesso un così grande potere. Dobbiamo, dunque, da buoni figli ascoltarne in tutto gli ammonimenti come quelli di una vera e propria madre, affinché, liberati da ogni peccato per merito della nostra obbedienza e della nostra fede, con la medesima chiesa meritiamo di essere accolti nel regno dei cieli. Ma se uno penserà che la chiesa sia da disprezzare o da non ascoltarsi, un tale individuo, incatenato dai peccati della sua disobbedienza e della sua arroganza, non avrà parte in cielo... Ma se uno, vincolato da qualche grave peccato, senza aver fatto penitenza, non ha meritato in questa vita di essere sciolto a giudizio della chiesa, un tale individuo non potrà nutrire speranza nel giorno del giudizio, perché il Signore non perdona ciò che non perdona la chiesa, lui che ha dato alla sua chiesa una tale grazia ed è benedetto nei secoli dei secoli”. ( Cromazio ) La conclusione di Cromazio ci sembra eccessiva e non pienamente accettabile. Dio non ha dato alla chiesa il potere del giudizio eterno che è ben saldo nelle sue mani. Poveri noi se fosse altrimenti! Alla chiesa sono dati gli strumenti della salvezza eterna. Non possiamo andare a Dio, se non con la chiesa e attraverso la chiesa. Ciò che è riconosciuto e sancito in cielo è la sua opera di mediazione, assolutamente necessaria. Obbedisci alla chiesa come ad una madre, anche se non sempre è illuminata. Di fronte all’errore dei suoi ministri, parla solo se ti è concesso di parlare e nella misura in cui conviene parlare. Attento al disprezzo e alla non considerazione! E’ lo spirito di disobbedienza che ci rende meritevoli della condanna eterna, non il giudizio dei chierici. Può darsi che essi non siano sufficientemente illuminati nel condannare, ma bisogna essere sufficientemente illuminati nell’obbedire. Invero il pensiero di Cromazio al riguardo è prevalente nella chiesa, soprattutto in quella cattolica. Così lo stesso Ilario:

“Per ispirare poi il terrore di una grande paura, che ponesse nel presente un freno a tutti, egli ha predisposto che il giudizio severo degli apostoli fosse inamovibile. Coloro che essi avranno legato sulla terra, che avranno cioè avvinghiati dai lacci dei peccati, e coloro che avranno sciolto, che avranno riportato cioè alla salvezza mediante la confessione che perdona, siano sciolti o legati anche in cielo a seconda del giudizio degli apostoli”.  ( Ilario )

19 Di nuovo dico a voi che se due fra di voi avranno lo stesso sentire sulla terra riguardo a ogni cosa, qualunque cosa avranno chiesto, sarà fatto a loro dal Padre mio che è nei cieli. 20 Infatti dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì io sono in mezzo a loro.

“Tutte le parole dette sinora ci spingono alla concordia. Anche il premio ci viene promesso, affinché con maggior sollecitudine ci affrettiamo a far pace con gli altri, allorché ci viene detto che Gesù sarà in mezzo a noi se in due o tre saremo uniti nel suo nome”: ( Gerolamo )

Non che si debba creare l’unità ad ogni costo, ma dobbiamo amarla e desiderarla come un bene prezioso, di fronte al quale siamo disposti a perdere le nostre ragioni, per ricercare ed accogliere coloro che hanno lo stesso sentire: non semplicemente le stesse idee, ma lo stesso desiderio di essere in tutto un cuor solo e un’anima sola, in Cristo e per opera di Cristo, per elevare insieme la nostra preghiera al Padre che è nei cieli. E’ il Signore che ci dona la grazia di avere un solo sentimento, ma noi dobbiamo desiderarlo e ricercarlo. E non possiamo farlo da soli, ma soltanto nella comunità dei santi che si riuniscono in nome di Dio, per chiamarlo in mezzo a loro e tutto rimettere nelle sue mani.  Non può esserci amore alla verità, senza amore per coloro che sono stati fatti per la verità. Non a caso è proprio Pietro che replica prontamente alle parole di Gesù. Colui che è stato messo a capo della chiesa terrena ben ha compreso che gli è richiesta  una volontà di perdono, di comprensione, di accettazione, molto grande nei confronti dei fratelli che gli sono stati affidati.

21 Allora avvicinandosi Pietro a lui disse: Signore, quante volte peccherà verso di me mio fratello e io gli perdonerò? Fino a sette volte? 22 Dice Gesù a lui: Non dico a te fino a sette, ma fino a settanta volte sette.

Quello che è detto per tutti è detto innanzitutto a colui che è a capo della chiesa, perché sia sempre animato da viscere di misericordia e di perdono verso coloro che gli fanno del male, sull’esempio di colui che si umiliò fino alla morte di croce.

“Questa costanza nel perdonare ci insegna che non ci deve essere in noi nessuna occasione di risentimento, poiché Dio ci accorda, per dono suo più che per merito nostro, il perdono completo di tutti i nostri peccati. Non è conveniente infatti limitare con un numero, come prescrive la Legge, il perdono da concedere, quando Dio, mediante la grazia del Vangelo, ci ha accordato un perdono senza misura”. (Ilario )

“Pietro, ricordandosi della legge divina, secondo la quale, un tempo, sette volte si era fatta vendetta su Caino, che aveva ucciso il fratello, poiché Lamec, che era il settimo discendente di Caino, dice nel libro della Genesi: “Poiché di Caino si è fatta vendetta sette volte, di Lamec invece si farà vendetta settanta volte sette”. Pietro, dunque, ritenne sufficiente perdonare il fratello che l’avesse offeso, tante volte quante si era fatta vendetta di Caino. Ma il Signore, nella sua larga misericordia, volendo che tra fratelli si conservasse del tutto la pace e la concordia, con la sua risposta insegnò che non era sufficiente perdonare sette volte, ma che si doveva perdonare settanta volte sette. Con questi insegnamenti e abolì la severità della vendetta di un tempo e mostrò quanto valore si dovesse attribuire alla carità fraterna. E per questo insegnò che, quanto era stata grande la vendetta compiuta per Lamec, altrettanto grande ora doveva essere il perdono per un fratello che pecca. Se, infatti, il Figlio di Dio nella sua divina pietà ci perdonò tutti i nostri peccati, ci rimise per bontà sua tutte le colpe che avevamo commesso, quanto più noi dobbiamo perdonare tutto ai fratelli che ci hanno offeso, per poter imitare l’esempio del Signore! Perciò non a torto il Signore fece ricorso ad una similitudine del regno celeste dicendo:”. ( Cromazio )

23 Pertanto è stato fatto simile il regno dei cieli ad un uomo che sia re, che volle fare i conti con i suoi servi. 24 E avendo cominciato a fare i conti ( porre in alto la parola ), gli fu portato davanti uno solo che gli doveva diecimila talenti. 25 Ma non avendo donde restituire comandò il suo padrone che fosse venduto lui, sua moglie, e i figli e tutto ciò che aveva e che fosse reso il contraccambio. 26 Ma cadendogli davanti quel servo lo pregava dicendo: Abbi pazienza verso di me e ti renderò ogni cosa. 27 E il padrone ebbe misericordia di quel servo e lo lasciò e gli condonò il debito. 28 Ma uscito quel servo trovò uno solo di quelli che erano schiavi come lui che gli doveva cento denari, e tenendolo lo soffocava dicendo: Rendi quel che devi. 29 E cadendogli davanti quello che era schiavo come lui lo supplicava dicendo: Abbi pazienza verso di me e ti renderò tutte le cose. 30 E quello non volle, ma si allontanò e lo mise in prigione, finché avesse restituito il dovuto.

“Gli abitanti della Siria, e soprattutto quelli della Palestina, avevano l’abitudine di arricchire il loro parlare con parabole, in modo che i concetti che non potevano essere tenuti a mente dagli ascoltatori attraverso puri e semplici precetti, fossero meglio ricordati grazie alla similitudine e agli esempi”. ( Gerolamo )

“Nella persona di questo re riconosciamo rappresentato il Figlio di Dio, presso il quale ogni stirpe d’uomini era vincolata da uno sconfinato debito di peccato, poiché tutti per la prevaricazione eravamo debitori del peccato e della morte. Nei diecimila talenti sono raffigurati i gravi peccati del genere umano. E quantunque secondo la legge naturale tutti gli uomini fossero debitori e soggetti a questo re celeste..., in modo particolare, tuttavia, era vincolato a questo debito di peccato il popolo dei Giudei, che dopo tanti e tali benefici non riuscì ad osservare la legge ricevuta mediante Mosè. Non avendo esso di che restituire un così enorme debito, cioè come soddisfarlo, il Signore aveva ordinato che fosse venduto lui, sua moglie e i suoi figli, cioè con la sinagoga e tutta la sua progenie lo stesso popolo doveva essere venduto e perire. Ma poiché in nessun modo né il popolo dei Giudei, che aveva ricevuto la Legge, né i pagani, cioè noi stessi, potevamo pagare un così enorme debito di peccato, mosso a compassione e a pietà, quel re celeste ci rimise tutti i nostri peccati...”. ( Cromazio )

Un’attenta lettura del testo non può che confermare l’interpretazione di Cromazio. Dopo aver donato la sua parola perché l’uomo fosse da essa guidato ed illuminato, Dio, per la prevaricazione di Adamo, volle un primo confronto con le sue creature.  Tale confronto non poté avvenire se non sulla parola e attraverso la parola che era stata data in tempi e modi diversi, a partire da Eden. Non vi è giudizio se non per il singolo e sul singolo, ma allorché si venne al rendiconto, non si trovarono situazioni e responsabilità diverse: un unico, solo peccato ha percorso tutto il genere umano e di una tale gravità che nessuno  può pagare il prezzo del riscatto. E a questo punto il destino del genere umano poteva già essere segnato per sempre: Dio aveva tutte le ragioni per condannare l’umanità intera alla dannazione eterna. Ma preso a compassione per il nostro stato deplorevole, sollecitato dalle preghiere e dalle invocazioni di grazia, volle tentare l’ultimo rimedio donandoci, in Cristo Gesù, il suo perdono e la sua misericordia. L’amore di Dio ci spinge al ravvedimento e alla conversione, ad un modo diverso di considerare il nostro rapporto con Dio e con i fratelli, che hanno goduto dello stesso perdono. Ma non tutti vogliono comprendere la salvezza che viene dal cielo, molti vanno in una direzione completamente opposta. Introdotti  nella casa del Padre per essere giudicati dalla sua parola, non accettano la correzione divina, né comprendono la necessità di rimanere per sempre col loro Signore. Allorché perdonati e lasciati liberi ritornano alla vita e allo spirito di un tempo. Non vogliono comunione con Dio e non sanno chiamarlo Padre. Benché costretti ad ammettere il peccato, credono ancora di poter pagare il prezzo del proprio riscatto, dimentichi che tutto è stato condonato dal Figlio e in virtù del Figlio. Non diventano discepoli di Gesù, ma rincorrono la loro giustizia, ignorando l’unica vera giustizia. Se la vita è un dono di Dio e il frutto della nostra malvagità, vale la pena di rimanere attaccati alla parola di Dio per comprendere ed essere illuminati. Allorché “usciti” dall’ascolto si ricade nelle tenebre dell’errore e si rende vano il sacrificio del Figlio. Se è difficile convincere  l’uomo di peccato davanti a Dio è più facile farglielo vedere nel suo rapporto con il fratello. Ogni peccato contro l’uomo è prima ancora un peccato contro Dio. E quale peccato così grande quale il rifiuto della riconciliazione che ci viene dal cielo... per ritornare alla vita di un tempo, non con la stessa malvagità, ma accresciuta dal rifiuto dell’amore divino? E così il servo malvagio ben presto rende manifesta a tutta la chiesa la propria durezza di cuore. Trovato uno solo di quelli che erano schiavi come lui che gli doveva una miserevole somma di denaro, lo prende per il collo e lo stringe fino a soffocarlo, perché vuole essere pagato al momento, senza dilazione di tempo né condono alcuno. Non si lascia piegare dalle suppliche del fratello, molto più grandi della sua preghiera davanti al re ( di lui è detto “orabat”, dell’altro “rogabat” ).  Il Signore gli ha risparmiato la supplica, ha avuto compassione molto prima e per molto meno. Accecato dal Satana vuole la condanna del fratello, appellandosi alla giustizia dell’uomo, nell’illusione di sfuggire agli occhi del re. Ma prima ancora di confrontarsi con gli occhi del Padre, deve confrontarsi con gli occhi della sua chiesa, con tutti coloro che sono entrati col Figlio nella vita nuova.

31 E vedendo quelli che erano nella stessa schiavitù le cose che accadevano furono rattristati grandemente e vennero e raccontarono al loro padrone tutte quelle cose che erano state fatte.

L’amore che è attento all’opera di Dio è anche attento all’opera dell’uomo e sa discernere, ma non gode del sopruso né lo tiene nascosto. Lo porta davanti al suo Signore, senza nulla suggerire, non crede nel proprio intervento, ma rimette ogni cosa nelle mani del Padre. Comprendano coloro che si gettano nella lotta contro le ingiustizie umane, per difendere i più deboli. Non si rimedia al male aggiungendo altro male. Meglio mettersi davanti al Signore e invocare la sua giustizia. Non si farà attendere ma arriverà presto e ovunque. Il giudizio eterno è sempre alle porte... per coloro che credono e vivono nell’attesa della sua venuta.

32 Allora il suo padrone lo chiamò e gli disse: Servo perverso, io ti ho perdonato ogni debito, poiché mi hai supplicato. 33 Pertanto non sarebbe stato necessario che anche tu avessi misericordia del tuo fratello di schiavitù, così come anch’io ho avuto misericordia di te? 34 E adirato il suo padrone lo consegnò ai carnefici, finché avesse restituito tutto il debito.

“So che alcuni scorgono il diavolo in questo servo che doveva diecimila talenti, e nella sua moglie e nei suoi figli, che vengono venduti perché egli persevera nella malvagità, vedono la stoltezza e i malvagi pensieri. Come infatti sposa del giusto è detta la sapienza, così la sposa dell’ingiusto e del peccatore è la stoltezza. Ma intendere come il Signore rimetta al diavolo il debito di diecimila talenti e questi non rimetta a noi, suoi compagni di servitù, il debito di cento denari, non rientra nell’interpretazione ecclesiastica, né può pertanto questa spiegazione essere accolta dagli uomini prudenti”. ( Gerolamo )

“Perciò, oggi, ciascuno di noi, quando giunge alla grazia del battesimo, è convenuto in qualità di debitore, perché, confessando i propri peccati, per mezzo di questi stessi sacramenti ottenga la remissione dell’intero debito, cioè di tutti i suoi peccati. Ma, dopo una così ampia indulgenza del suo Signore e re, ciascuno, se sarà immemore del beneficio divino e, sull’esempio di quel servo malvagio, uscendo, come se si allontanasse dalla fede, non vorrà rimettere il debito al collega di servitù che pecca contro di lui, cioè perdonare il peccato commesso ai suoi danni, dopo aver ottenuto dal suo padrone la remissione del suo enorme debito, cioè dei suoi peccati così gravi, senza dubbio, quel re celeste, sdegnato, consegnerà un simile individuo ai carnefici, cioè agli angeli incaricati delle pene, perché sia gettato in carcere, cioè nell’inferno, affinché colà, tormentato da supplizi eterni, paghi ogni debito di peccato fino all’ultimo spicciolo. ( Cromazio )

35 Così anche il Padre mio celeste farà a voi, se non perdonerete ognuno al proprio fratello dal profondo dei vostri cuori.

“Preoccupante sentenza, se in dipendenza della nostra volontà, la condanna di Dio si modifica e cambia. Se non perdoniamo ai nostri fratelli i loro piccoli peccati, le nostre grandi colpe non ci saranno perdonate da Dio. E poiché qualcuno potrebbe dire: Non muovo nessuna accusa al fratello, ed egli lo sa; ha Dio per giudice, non spetta a me interessarmi di ciò che vorrà fargli, io gli perdono e basta. Ebbene, Gesù conferma la sua condanna e toglie ogni possibilità di simulare una falsa pace, dichiarando: Se ognuno di voi non avrà perdonato con tutto il cuore al proprio fratello”. ( Gerolamo )

“Non merita infatti da Dio perdono ed indulgenza per i propri peccati chi, immemore di una così generosa misericordia e pietà divina, non vuole perdonare al fratello che pecca contro di lui. Perciò, non a torto, nell’orazione del Signore tutti siamo vincolati dalle stesse parole con cui preghiamo, quando diciamo: Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori. Quindi se non perdoniamo a quelli che peccano nei nostri riguardi, secondo la nostra promessa, con quale fronte e con quale fiducia osiamo chiedere al Signore la remissione dei peccati?”. ( Cromazio )

 

 

 

 

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