Vangelo di Matteo cap17

                                           Matteo 17

et post dies sex assumit Iesus Petrum et Iacobum et Iohannem fratrem eius et

E dopo sei giorni Gesù prende con sé Pietro e Giacomo e Giovanni suo fratello e li

ducit illos in montem excelsum seorsum et transfiguratus est ante eos et

conduce su di un monte eccelso in disparte 2 e fu trasfigurato davanti a loro e 

resplenduit facies eius sicut sol vestimenta autem eius facta sunt alba sicut

risplendette la sua faccia come il sole e le sue vesti furono fatte bianche come la

nix et ecce apparuerunt illis Moyses et Helias cum eo loquentes respondens autem

neve. 3 Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia che parlavano con lui. 4 E rispondendo

Petrus dixit ad Iesum Domine bonum est nos hic esse si vis faciamus hic

Pietro disse rivolto a Gesù: Signore, è bene che noi siamo qui, se vuoi facciamo qui

tria tabernacula tibi unum Moysi unum et Heliae unum adhuc eo loquente ecce

tre tende, una per te, una per Mosè, una per Elia. 5 Mentre ancora diceva queste, ecco

nubes lucida obumbravit eos et ecce vox de nube dicens hic est

una nube trasparente li nascose, ed ecco una voce dalla nube che diceva: Questi è il

Filius meus dilectus in quo mihi bene complacui ipsum audite et audientes           Figlio mio diletto in cui ho posto il mio beneplacito, lui ascoltate. 6 Ed ascoltando i

discipuli ceciderunt in faciem suam et timuerunt valde et accessit Iesus et 

discepoli caddero davanti al suo volto e temettero grandemente. 7 E si avvicinò Gesù e

tetigit eos dixitque eis surgite et nolite timere levantes autem oculos suos neminem

li toccò e disse loro: 8 Alzatevi e non temete. Ed alzando i loro occhi non videro

nisi solum Iesum et descendentibus illis de monte praecepit eis Iesus 

nessuno, se non Gesù da solo. 9 E discendendo quelli dal monte comandò loro Gesù

dicens nemini dixeritis visionem donec Filius hominis

dicendo: Non dite a nessuno quello che avete visto, finché il Figlio dell’uomo non

a mortuis resurgat et interrogaverunt eum discipuli dicentes quid ergo scribae

risorga dai morti. 10 E lo interrogarono i discepoli dicendo: Perché dunque gli scribi

dicunt quod Heliam oporteat primum venire at ille respondens ait eis

dicono il fatto che sia necessario che prima venga Elia? 11 Ma egli rispondendo disse

Helias quidem venturus est et restituet omnia dico autem vobis quia

loro: Elia, certamente, sta per venire e ristabilirà tutte le cose, 12 ma io dico a voi che

Helias iam venit et non cognoverunt eum sed fecerunt in eo quaecumque

Elia già è venuto e non lo conobbero, ma hanno fatto in lui tutte quelle cose che

voluerunt sic et Filius hominis passurus est ab eis tunc intellexerunt

vollero. Così anche il Figlio dell’uomo sta per patire da parte loro. 13 Allora compresero i 

discipuli quia de Iohanne Baptista dixisset eis et cum venisset

discepoli perché aveva loro parlato riguardo a Giovanni Battista. 14 Ed essendo venuto

ad turbam accessit ad eum homo genibus provolutus ante eum dicens

presso la folla, si avvicinò a lui un uomo, gettato in ginocchio davanti a lui, dicendo:

Domine miserere filio meo quia lunaticus est et male patitur nam saepe cadit

Signore, abbi pietà di mio figlio, perché è lunatico e patisce male; infatti spesso cade

in ignem et crebro in aquam et obtuli eum discipulis tuis et non 

nel fuoco e frequentemente nell’acqua. 15 E l’ho portato davanti ai tuoi discepoli e non

potuerunt curare eum respondens autem Iesus ait o generatio incredula et perversa

hanno potuto curarlo. 16 E rispondendo Gesù disse: O generazione incredula e perversa

quousque ero vobiscum usquequo patiar vos afferte huc illum ad me 

fino a quando sarò con voi? Fino a quando sopporterò voi? Portate qui quello da me. 

et increpavit illum Iesus et exiit ab eo daemonium et curatus est puer ex illa 

17 E Gesù lo rimproverò e uscì da lui il demonio e fu curato il fanciullo a partire da quella

hora tunc accesserunt discipuli ad Iesum secreto et dixerunt quare nos non 

ora. 18 Allora si avvicinarono i discepoli a Gesù di nascosto e dissero: Perché noi non

potuimus eicere illum dixit illis Iesus propter incredulitatem vestram amen quippe dico

abbiamo potuto scacciarlo? 19 Disse loro Gesù: Per la vostra incredulità. In verità dico a

vobis si habueritis fidem sicut granum sinapis dicetis monti huic transi hinc

voi, se avrete fede quanto un granello di senape, direte a questo monte: Passa da qui

illuc et transibit et nihil impossibile erit vobis hoc autem genus non eicitur

a là e passerà e niente di impossibile vi sarà per voi. 20 Ma questo genere non si scaccia

nisi per orationem et ieiunium conversantibus autem eis in Galilaea dixit

se non con la preghiera e il digiuno. 21 E mentre percorrevano insieme la Galilea disse

illis Iesus Filius hominis tradendus est in manus hominum et 

loro Gesù: Il Figlio dell’uomo deve essere consegnato nelle mani degli uomini 22 e lo

occident eum et tertia die resurget et contristati sunt vehementer et cum

uccideranno e il terzo giorno risusciterà. E furono grandemente rattristati. 23 Ed essendo

venissent Capharnaum accesserunt qui didrachma accipiebant ad Petrum et 

venuti a Cafarnao, si avvicinarono a Pietro quelli che riscuotevano le due dramme e

dixerunt ei magister vester non solvit didrachma ait etiam 

gli dissero: Il vostro maestro non versa le due dramme? 24 Disse: Certamente.

et cum intrasset in domum praevenit eum Iesus dicens quid tibi videtur Simon

Ed essendo entrato nella casa, lo prevenne Gesù dicendo: Che cosa ti sembra Simone,

reges terrae a quibus accipiunt tributum vel censum a filiis suis an ab alienis et ille

i re della terra da chi ricevono tributo o tassa? Dai loro figli o dagli estranei? 25 E quello

dixit ab alienis dixit illi Iesus ergo liberi sunt filii ut autem non 

disse: Dagli estranei. Gli disse Gesù: Dunque liberi sono i figli. 26 Ma per non

scandalizemus eos vade ad mare et mitte hamum et eum piscem qui primus

scandalizzarli, va’ presso il mare e getta l’amo e prendi quel pesce che verrà su

ascenderit tolle et aperto ore eius invenies staterem illum sumens da eis pro me et te

per primo e aperta la sua bocca, troverai uno statere; prendendolo dà loro per me e per te.

 

 

 

 

 

E dopo sei giorni Gesù prende con sé Pietro, Giacomo, e Giovanni suo fratello e li conduce su di un monte eccelso in disparte 2 e fu trasfigurato davanti a loro e risplendette la sua faccia come il sole e le sue vesti furono fatte  bianche come la neve.

Ancora una volta è Gesù che prende l’iniziativa per rendere i suoi discepoli partecipi dei misteri celesti. E ancora una volta vi è negli apostoli una sorta d’inerzia, di fatica a seguire il maestro. Il Signore li trascina con sé quasi di forza, mano nella mano, come si fa con i bambini, per sollevarli dalle cose della terra ed innalzarli alle cose del cielo. E neppure tutti vanno con Gesù, ma soltanto i più “grandi” e i più cresciuti nella fede: Pietro, innanzitutto, a conferma della sua investitura di capo, Giacomo e Giovanni, gli altri due prediletti da Gesù. Vi è un unico amore che viene dall’unico Signore, ma in modo diverso per ognuno dei suoi figli. Né dobbiamo pensare che si voglia sottolineare in Gesù un amore selettivo secondo lo spirito e la logica dell’uomo, ma un amore che è innanzitutto dato a coloro che si aprono al dono della salvezza. E chi era più vicino a Gesù di coloro che lui stesso chiama “i figli del tuono”, per l’entusiasmo e la prontezza con cui lo seguono e per lo zelo che li accompagna anche nei momenti più difficili?

“Prescindendo dalla spiegazione che ci pare giusto darne, questo fatto deve aver avuto luogo un tempo, anche secondo il suo senso letterale. Ora, a me sembra che quelli che Gesù conduce sull’alto monte e li ritiene degni di contemplare in disparte la sua trasfigurazione, non senza motivo siano condotti lassù sei giorni dopo i discorsi precedenti. In realtà, poiché in sei giorni, cifra perfetta, fu creato il mondo intero - questa creazione perfetta - per questo motivo penso che le parole: sei giorni dopo, Gesù prende con sé alcuni di questi, si riferiscano a colui che oltrepassa tutte le realtà perché ha fissato lo sguardo non più sulle cose visibili (queste infatti sono d’un momento), ma soltanto su quelle invisibili (perché queste sono eterne). Se dunque uno di voi vuole che Gesù lo prenda con sé, lo porti su un alto monte e lo renda degno di contemplare in disparte la sua trasfigurazione, che oltrepassi i sei giorni, non fissi più lo sguardo sulle realtà visibili; che non ami più il mondo e ciò che è in esso, non concepisca più alcuna brama mondana, che è brama dei corpi, della ricchezza e della gloria della carne, e abbandoni tutto quello che per natura circuisce e attira l’anima lontano dalle realtà più nobili e divine, la fa cadere e aderire all’inganno di questo mondo, alla ricchezza, alla gloria e a tutte le altre cose ostili alla verità. Quando uno avrà oltrepassato i sei giorni ( nel senso che abbiamo detto), celebrerà il nuovo Sabato, esultando di poter contemplare Gesù trasfigurato davanti a sé sull’alto monte. Il Logos ha in realtà diverse forme, e a ciascuno si manifesta in modo proporzionato a chi vede, a nessuno appare al di là delle sue capacità.” (Origene)

“Considerate qui con quanta sapienza l’evangelista Matteo non trascura di citare apertamente i nomi degli apostoli che furono a lui preferiti in questa circostanza. Si comporta così, in molte occasioni, anche l’evangelista Giovanni, quando ad esempio riferisce con tutta verità le lodi che Gesù rivolge a Pietro. Sta di fatto che in quel coro di giusti erano del tutto sconosciute l’invidia e la vanagloria. ( Crisostomo )

“Cerchiamo di capire perché dopo sei giorni li prende con sé e li conduce in disparte sulla vetta del monte, mentre l’evangelista Luca afferma che li prese con sé nell’ottavo giorno. Facile è la risposta: Matteo si riferisce ai giorni che intercorrono tra il rimprovero di Pietro e la trasfigurazione, mentre Luca aggiunge ai sei anche questi due giorni. Luca non dice  infatti che questo avvenne dopo otto giorni, ma “nell’ottavo giorno”. Condurre i discepoli sulla vetta significa metterli a parte del regno. Sono condotti in disparte, perché “molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti”. ( Gerolamo )

e fu trasfigurato davanti a loro.

Allorché l’evangelista dice che “fu trasfigurato davanti a loro”, nessuno pensi che abbia perduto il primitivo aspetto o che la realtà del suo corpo carnale abbia ceduto il posto a un corpo spirituale o aereo...” ( Gerolamo )

“Ti chiederai se egli, allorché fu trasfigurato davanti a coloro che aveva condotti su un alto monte, si fece vedere da loro nella condizione di Dio, in cui era prima, avendo assunto per quelli di quaggiù la condizione di servo, e per quelli invece che lo avevano seguito sei giorni dopo, non più in questa condizione, bensì in quella divina. Intendi però (se ne sei capace) queste parole in senso spirituale: nello stesso tempo fa’ bene attenzione: non è detto semplicemente fu trasfigurato, ma c’è un’aggiunta essenziale, riferita da Matteo e Marco: per entrambi fu trasfigurato davanti a loro. Ne concluderai, appunto, essere possibile che Gesù nello stesso momento davanti ad alcuni realizzasse questa trasfigurazione, davanti ad altri no. Ma se vuoi vedere la trasfigurazione avvenuta davanti a coloro che erano saliti sull’alto monte, in disparte e in sua compagnia, mi devi guardare quel Gesù che dai Vangeli è compreso in maniera certo più semplice e, per così dire, conosciuto secondo la carne da parte di coloro che non si elevano, con opere e parole superiori, sull’alto monte della sapienza, ma conosciuto non più secondo la carne, bensì proclamato Dio in tutti i Vangeli e contemplato nella condizione divina secondo la loro conoscenza. E’ davanti a costoro che Gesù è trasfigurato, davanti a nessun altro di quaggiù. E quando sarà trasfigurato anche il suo volto brillerà come il sole, perché si manifesti ai figli della luce, che hanno deposto le opere delle tenebre, si sono rivestiti delle armi della luce, non più figli delle tenebre e della notte, ma divenuti figli del giorno, camminando onestamente come di giorno. Una volta manifestato, Gesù non brillerà semplicemente come sole, m

E risplendette la sua faccia come il sole, e le sue vesti furono fatte bianche come la neve.

“Non solo è trasfigurato davanti a tali discepoli, non solo aggiunge a questa trasfigurazione lo splendore del suo volto come sole; ma le sue vesti appaiono candide come la luce a quelli che Gesù ha portati su un alto monte in disparte. Vesti di Gesù sono le parole e le lettere dei Vangeli, di cui si è rivestito. Ma penso che vesti di Gesù siano anche le rivelazioni su di lui che troviamo presso gli apostoli, vesti che diventano candide per quelli che ascendono sull’alto monte in compagnia di Gesù. Ma siccome ci sono diverse gradazioni di bianco, le vesti di Gesù diventano candide come il bianco più splendido e più puro di tutto: quello della luce. Quando dunque vedrai che uno non soltanto conosce esattamente la divinità di Gesù, ma spiega anche ogni testo di Vangeli, non esitare ad asserire: per tale uomo, le vesti di Gesù sono diventate candide come la luce. Ma se il Figlio trasfigurato sarà compreso e contemplato in modo che il suo volto brilli come sole e le sue vesti diventino candide come luce, allora dovrebbero subito apparire a chi ha visto Gesù in tale condizione, Mosè, cioè la Legge, ed Elia, che per sineddoche non è uno solo, ma tutti i Profeti, che tutti insieme conversano con Gesù”. ( Origene )

“Il Signore brilla di una luce celeste al di là di ciò che possiamo immaginare”. ( Ilario )

“Mostrando lo splendore del suo viso e descrivendo il candore delle sue vesti, l’evangelista fa intendere che non è venuta meno la sua natura umana, ma si è gloriosamente trasformata. “E il suo volto risplendette come il sole”, dice. Chiaramente dimostra che il Signore si è trasfigurato in quella gloria nella quale verrà in futuro nel suo regno. La trasfigurazione non fa sparire il suo viso, ma ad esso aggiunge lo splendore. Ammettiamo per ipotesi che si sia trattato di un corpo spirituale; anche le sue vesti allora si sarebbero mutate, le quali erano così candide, che un altro evangelista precisa: quali “non riuscirebbe a farle un lavandaio sulla terra”? Ma ciò che un lavandaio sulla terra può fare è corporeo e può essere toccato, non è spirituale e immateriale, come è ciò che sfugge agli occhi e si può vedere solo in un fantasma. ( Gerolamo )

“Volendo il Signore rivelare a questi tre discepoli la gloria della sua maestà nella quale sarebbe venuto al suo regno, li condusse in disparte su un monte elevato e si trasfigurò davanti a loro... Ma il Signore fece questo secondo un’antica consuetudine di vecchia data. Infatti, come, un tempo, il medesimo Signore aveva rivelato sul monte la sua gloria a Mosè, così anche ora rivelò ai discepoli la gloria della sua maestà su un monte, dimostrando che egli era l’autore di entrambi i Testamenti: Ma osserviamo quanto sia grande l’abbondanza della grazia del Signore. Un tempo, Mosè aveva a lungo pregato per vedere la gloria del Signore. Ora, invece, gli apostoli vengono scelti di sua iniziativa per contemplare la gloria del Signore. E a Mosè, che insisteva a lungo nella preghiera, questa visione fu concessa come un fatto straordinario; agli apostoli, invece, senza che lo avessero richiesto, fu concesso spontaneamente dal Signore, in modo tale da contemplare, prima del giorno della gloria, la gloria del Signore. E certamente era conveniente che il Signore rivelasse ai suoi discepoli la venuta della sua gloria anche nell’aspetto, perché, un tempo, al santo Abramo, che desiderava vedere il suo giorno, lo manifestò, come dice egli stesso nel Vangelo: Abramo, vostro padre, desiderò vedere il mio giorno. Lo vide e se ne rallegrò. Si trasfigurò, dunque, il Signore davanti a loro e il suo volto divenne splendente come il sole e le sue vesti divennero bianche come la neve. Dopo molti segni del suo divino potere, ai discepoli, che ormai credevano con una fede perfetta, mostrò sul monte la gloria del suo splendore. Era opportuno, infatti, mostrare ai discepoli qualcosa di più che al popolo. Al popolo egli si dimostrava Dio mediante le sue opere, ai discepoli invece anche con la visione della sua divina maestà. Gli occhi ancora deboli e carnali dei popoli non avrebbero potuto sopportare la vista del suo divino splendore, dal momento che gli stessi discepoli, già sperimentati mediante la fede, non erano riusciti a sopportarla. Così, appunto, anche in passato, quando Mosè saliva sul monte, mentre il popolo non poteva nemmeno ascoltare la voce del Signore e diceva a Mosè: Il Signore non parli a noi, perché non moriamo, a Mosè tuttavia viene rivelata anche la gloria della maestà divina. E appunto la gloria del Signore fu mostrata e un tempo a Mosè sul monte ed ora agli apostoli, ma non così grande quant’è in quella divina e invisibile natura, ma quanta ne possono finora sostenere occhi mortali. Perciò, poiché un tempo chiedeva che il Signore gli mostrasse la sua gloria, gli rispose: Vedrai il mio dorso, ma non apparirà il mio volto; infatti un uomo non vedrà il mio volto e riuscirà a sopravvivere. A Mosè, dunque, fu mostrato non Dio nella sua grandezza, ma quanto di Dio Mosè poteva percepire. E in realtà, se rivolgendo i nostri occhi per vedere questo nostro sole, non possiamo sopportarne la luce accecante ed i raggi splendenti, quanto più gli occhi mortali non possono sopportare la vista di quella divina maestà! E vediamo bensì la luce del sole, ma non possiamo sopportare nemmeno il fulgore dei suoi raggi. Così, anche il Figlio di Dio, che è il Sole di giustizia, mostrò bensì agli apostoli lo splendore della sua maestà, ma non la sua stessa natura, che non può essere vista interamente da occhi mortali. Perciò, così è descritto:” Risplendette il suo volto come sole”: Infatti sebbene la luminosità del sole non possa assolutamente essere paragonata al Creatore, è chiaro che il Signore mostrò agli apostoli quel tanto che, come abbiamo detto, gli occhi mortali degli apostoli potevano sostenere. Quindi, il Figlio di Dio, discendendo dal cielo, assunse un corpo di umana carne, anche perché non avrebbero potuto sopportarlo nello splendore della sua divinità. E’, infatti il Sole di giustizia, come sta scritto di lui: “Per voi, poi, che temete il suo nome, sorgerà il sole di giustizia, e la guarigione sarà nelle sue ali”. Questo Sole di giustizia, per poter essere visto, assunse un corpo umano come una nube, conforme a ciò che è stato detto:” Ecco il Signore verrà su una nube leggera”. In quale nube, appunto, si annunziava che sarebbe venuto questo Sole di Giustizia, se non nella nube del corpo umano, mediante la quale nascose la vista del suo divino splendore? Ma come il sole, quando è coperto da una nube, per quanto non sia visto da noi in tutta la sua luminosità, tuttavia, rimane immutabile nella sua natura, così anche il Figlio di Dio, pur avendo nascosto la sua luminosità con la nube del corpo umano, tuttavia, non cessò di rimanere nella gloria della sua divinità”: ( Cromazio )

Abbiamo già sottolineato come i padri della chiesa vedano nella trasfigurazione l’adempimento di quanto detto da Gesù: “In verità vi sono alcuni di quelli che stanno qui fermi che non gusteranno morte, finché vedranno il Figlio dell’uomo che viene, essendo nel suo regno”. Abbiamo pure riportato una nostra interpretazione che non concorda con quanto comunemente accettato. Ci sembra in definitiva che i chiarimenti e le aggiunte fatte dai padri della chiesa, lungi dal chiarire la loro tesi, ne evidenzino i limiti e le contraddizioni. Così Gerolamo e Cromazio, come abbiamo riportato, sono costretti ad ammettere che il corpo di Gesù non è un corpo puramente spirituale, ma materiale, seppure trasfigurato. E come potrebbe essere diversamente, dal momento che gli apostoli ancora non possiedono gli occhi dello Spirito? Cromazio approfondisce il senso e la natura di questa visione, ricollegandola alle apparizioni dell’Antico Testamento, che non poterono accadere senza una qualche mediazione dei sensi materiali, seppure quest’ultima fu la più gloriosa, perché data ad uomini più maturi nella fede, in quanto fatti oggetto di una grazia più grande. Ci sembra che il senso proprio di questa visione si debba innanzitutto cercare e comprendere nell’attualità del suo accadere, che non esclude il passato, ma lo presuppone, che non è ancora il futuro, ma lo anticipa. E l’attualità della trasfigurazione fa tutt’uno con l’attualità dell’annuncio della morte e risurrezione del Figlio. Non anticipazione della gloria finale del Figlio, ma anticipazione di quella grazia che ci è donata perché possiamo vedere in modo nuovo e diverso il discorso della croce. Non c’è croce senza resurrezione, ma l’uomo non gusta in anticipa la gloria della resurrezione, semmai assapora in anticipo la tristezza della morte, fino all’angoscia e allo sgomento. Così gli apostoli, che furono molto rattristati dalle parole di Gesù. E allora Gesù per sollevarli dallo scoraggiamento e dall’afflizione dà loro in anticipo un primo assaggio di quella grazia che sarà piena e totale con la discesa dello Spirito Santo, la quale ci consente di vedere la croce di Gesù in una luce e in una veste nuova, con occhi diversi, seppure ancora di carne.  Cristo crocifisso è pur sempre nell’eterna gloria del Padre e il vedere questa gloria è già un dato ed un fatto, anche se non è ancora il possesso pieno della gloria futura, quando Dio creerà cieli nuovi e terra nuova. La gloria dell’ultimo giorno è data a chi è stato fedele, questa è data agli apostoli perché siano fedeli e sostengano i loro fratelli, in vista della croce e nell’imminenza della croce. L’una è conclusiva della storia, questa introduce e prepara all’evento centrale della storia. La prima cade nell’eternità, questa aiuta ad entrare nell’eternità.

3 Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia che parlavano con lui.

Luca aggiunge che parlavano della sua dipartita che doveva compiersi in Gerusalemme. E questo ci aiuta a capire. L’interesse è tutto in quella morte annunciata come imminente e assolutamente necessaria per entrare nella vita nuova.

Non al Figlio, che da sempre è presso il Padre, ma a noi, che viviamo nell’ombra della morte. Perché mai proprio Mosè ed Elia? Mosè è figura della Legge, Elia dei profeti. Ora la Legge e i profeti concludono nella necessità che il Figlio di Dio muoia per mano dell’uomo, per donare la vita a tutti gli uomini. La Legge sancisce il nostro peccato e la nostra incapacità a volere e ad operare ciò che vuole Dio e, proprio per questo, giustifica e prepara la venuta del Salvatore, che ci darà un cuore nuovo e uno spirito nuovo. I profeti tengono vivo nell’uomo il ricordo dell’antica promessa, che è data ancor prima della Legge e il cui adempimento è stata confortato e confermato dalla Legge come assolutamente necessario per la salvezza dell’uomo. La legge e i profeti portano al Cristo e concludono col Cristo. La storia della salvezza è al suo epilogo finale e ci conforta non solo la parola di Gesù, ma anche quella di Mosè e dei profeti. L’Antico Testamento e il Nuovo Testamento sono diventati un’unica parola, proprio a partire dal loro discorrere della  morte e resurrezione di Gesù.

“Se il Figlio trasfigurato sarà compreso e contemplato in modo che il suo volto brilli come sole e le sue vesti diventino candide come luce, allora dovrebbero subito apparire a chi ha visto Gesù in tale condizione, Mosè, cioè la Legge, ed Elia, che per sineddoche non è uno solo, ma tutti i Profeti, che tutti insieme conversano con Gesù. Tale il significato delle parole: conversando con lui, e di quelle di Luca: Mosè ed Elia parlavano del suo esodo che avrebbe portato a termine a Gerusalemme. Ora, se uno ha visto la gloria di Mosè, e ha compreso che la Legge spirituale altro non è che la parola di Gesù, e la sapienza che è nei Profeti è nascosta nel mistero, costui ha visto Mosè ed Elia nella gloria, avendoli visti insieme a Gesù”.  (Origene)

In seguito dovendo spiegare anche le parole del Vangelo di Marco: Mentre pregava, fu trasfigurato davanti a loro, è da dire che forse possiamo vedere il Logos trasfigurato davanti a noi, se facciamo quanto detto prima: se saliamo sul monte, vediamo il Logos-in-sé conversare col Padre e pregarlo per quelle cose che come sommo sacerdote può chiedere al solo vero Dio. Per conversare così con Dio e pregare il Padre, sale sulla montagna. E allora, secondo Marco, le sue vesti divennero bianche, splendenti come la luce, quali nessun lavandaio sulla terra potrebbe farle diventare così bianche. I lavandai della terra sono probabilmente i sapienti di questo secolo, quelli che si prendono cura di un’espressione letterale e la ritengono così brillante e pura, da credere che la loro arte di lavandai, per così dire, possa rendere belli anche i pensieri indecenti e le dottrine false. Chi invece mostra a quelli ascesi in alto le sue vesti splendenti e più luminose di quanto potrebbe fare la loro arte di lavandai, è il Logos: è lui che nelle espressioni delle Scritture, che molti disprezzano, mostra lo splendore dei pensieri, giacché è la veste di Gesù che, stando a Luca, diventa bianca e sfolgorante”. (Origene)

“Mosè ed Elia, poi, che conversavano con il Signore, attestando la sua dipartita che avrebbe attuato in Gerusalemme, sono figura della Legge e dei Profeti, che annunciarono la futura passione del Signore e saranno gli accusatori di quel popolo  incredulo d’Israele, che non volle credere a proposito del Figlio di Dio né a Mosè né ai profeti”. ( Cromazio )          

4 E rispondendo Pietro disse rivolto a Gesù: Signore, è bene che noi siamo qui: se vuoi facciamo qui tre tende: una per te, una per Mosè, una per Elia.

Matteo non ci dice nulla della celeste conversazione, ma mette in evidenza come Pietro  dia una risposta, rivolto al solo Gesù, ben comprendendo che tutto quanto sta accadendo è per Gesù e in vista di Gesù. E’ bello Signore che noi tutti ci troviamo qui insieme. Finalmente la comunità degli eletti e dei santi è riunita intorno al suo Signore, nonostante il tempo e al di sopra del tempo. Pietro si rende conto che tutto questo non può durare, perché la storia non è ancora al suo epilogo finale, per quanto ad esso vicina. Ha ascoltato quanto detto dai tre, ma non vuol comprendere e pensa di poter anticipare il tempo della gloria finale, scavalcando la morte di Gesù e la sua resurrezione. Se è difficile accettare la morte, per quanto inevitabile per tutti gli uomini, è altrettanto difficile credere e sperare nella resurrezione che viene dalla morte. Meglio cogliere la vita eterna che è offerta hic et nunc, anche se in forma ed in misura minore. Meglio un assaggio gratuito delle sue briciole che una pienezza che passa attraverso la morte e la resurrezione. La proposta di Dio è per la pienezza, la proposta di Pietro è per la non pienezza. Grande è il desiderio della vita eterna, ma più grande il timore della croce..., anche in coloro che trovano bello stare con Gesù e bevono alle fonti della sua parola e godono dei suoi doni e della sua presenza divina.

Non sempre la preghiera di chi ama Gesù è illuminata, né si chiede ciò che è giusto. Meglio la preghiera che è silenzio e ascolto della sua volontà di quella entusiasta, che si lascia prendere dall’estasi del possesso divino.  Vuol approfittare di Dio ed è pronta a chiedere, anche per gli altri, ma non conosce rinnegamento di ciò che è dato come bello, in modo facile ed immediato. Finge di non scavalcare la volontà di Dio, in realtà vuol piegare Dio alla propria volontà.

“Vediamo dunque che cosa intendeva Pietro quando rispose a Gesù: Signore è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, ecc. . C’è da indagare su queste parole, tanto più che Marco vi ha apportato di suo l’aggiunta: Non sapeva infatti che cosa aveva risposto, mentre Luca dice: Non sapendo cosa diceva. Cercherai dunque di capire, se questo lo dicesse in stato di “estasi”, ripieno di uno spirito che lo muoveva a parlare così. Questo non può essere lo Spirito Santo: Giovanni nel suo Vangelo ha fatto capire che nessuno, prima della risurrezione del Salvatore aveva ricevuto lo Spirito Santo: Non c’era infatti ancora lo Spirito, poiché Gesù non era stato ancora glorificato. Ma se è vero che non c’era ancora lo Spirito e che Pietro parlava senza sapere ciò che diceva, perché mosso da un certo Spirito, a far sì che parlasse così deve essere stato uno degli spiriti su cui Gesù non aveva ancora riportato trionfo nel legno e non l’aveva ancora reso pubblico spettacolo insieme a quelli di cui è scritto: Avendo il Cristo privato della loro forza i Principati e le Potestà ne ha fatto pubblico spettacolo dietro al corteo trionfale del legno (della croce). Era forse questo lo spirito che Gesù chiamò “scandalo” quando disse: Vai dietro a me, Satana, tu mi sei di scandalo. So bene che idee del genere urteranno parecchi lettori: essi ritengono che non sia ragionevole discreditare colui che poc’anzi Gesù ha dichiarato beato, avendo ricevuto dal Padre che è nei cieli la rivelazione del Salvatore: Gesù è il Cristo e il Figlio del Dio vivente. Ma chi la pensa così, cerchi pure di capire l’esatta situazione di Pietro e degli altri apostoli: essi avevano bisogno (essendo ancora proprietà di altri) di Colui che doveva riscattarli dal nemico e comprarli col suo sangue prezioso. Oppure ci dicano, quelli che vogliono affermare che gli apostoli fossero perfetti anche prima della passione di Gesù, come mai Pietro e i suoi compagni fossero oppressi dal sonno al momento della trasfigurazione di Gesù. E, per anticipare alcuni fatti avvenuti in seguito e metterli a confronto con il passo che abbiamo davanti, porrei le seguenti domande: è mai possibile scandalizzarsi riguardo a Gesù senza l’influsso del diavolo, autore dello scandalo? E’ mai possibile rinnegare Gesù, e ciò a causa di una servetta, una portinaia e gente di umile rango, senza che nel rinnegante sia presente lo spirito del nemico dello Spirito e della sapienza, che Dio dona a coloro che col suo aiuto lo confesseranno in base a un loro merito? Orbene, chiunque ha imparato a far risalire le radici dei peccati al diavolo, padre del peccato, non negherà certo che costui ha la sua parte sia nello scandalo degli apostoli sia nel triplice rinnegamento prima di quel famoso canto del gallo. Ma se le cose stanno così, può darsi che colui che vuole scandalizzare Gesù ( per quanto sta in lui) e distoglierlo dal realizzare, nella sua Passione, l’economia salvifica voluta con tanto desiderio a favore degli uomini, metta in atto tutti i mezzi che gli sembrano convergere a questo fine, e ora voglia con inganno, quasi a fin di bene, convincere Gesù a non abbassarsi più fino agli uomini, non andare più da loro, non accettare la morte per loro, ma restarsene sull’alto monte insieme a Mosè ed Elia. E propone anche di fare tre tende: una riservata a Gesù, un’altra a Mosè e un’altra ad Elia, quasi che, dovendo stare in tende e su di un’alta montagna, una sola non bastasse per tutti e tre. Forse anche in questo caso lo spirito che muoveva Pietro a parlare, senza sapere quel che diceva, agiva con inganno, volendo che Gesù, Mosè ed Elia si trovassero non insieme, ma separati gli uni dagli altri, col pretesto delle tre tende. Era poi una menzogna dire: E’ bello per noi essere qui. Se infatti fosse stato bello, vi sarebbero rimasti. Ma se è vero che si tratta di menzogna, ti chiederai chi lo abbia indotto a dire tale falsità, tanto più che secondo Giovanni, quando dice il falso parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna, e come non c’è verità senza impulso di Colui che dice: Io sono la verità, così non c’è menzogna senza influsso del nemico della verità. Dentro Pietro perciò c’erano ancora due realtà opposte: verità e menzogna. Ispirato dalla verità, diceva: Tu sei il Cristo, Figlio di Dio; indotto dalla menzogna, diceva: Pietà di te, Signore, ciò non ti accadrà, e anche: E’ bello per noi essere qui. Quanto poi a colui che si rifiuta di ammettere che Pietro abbia parlato così per influsso di spirito malefico, ma ritiene che le sue parole siano semplicemente frutto di libera scelta, se gli si chiede come spiega le espressioni: non sapendo che cosa diceva e non sapeva che cosa rispondere, dirà: in quel caso Pietro avrà ritenuto cosa biasimevole e indegna di Gesù l’ammettere che il Figlio di Dio vivente, quel Cristo che il Padre gli aveva già rivelato, fosse messo a morte. E così in questo caso: avrà contemplato le due condizioni di Gesù, e siccome la condizione della trasfigurazione era di gran lunga la più bella, quella che lo attirava di più, avrà esclamato: è bello costruire dimore su questo alto monte, per poter godere, lui e i suoi compagni, della contemplazione di Gesù trasfigurato, del suo volto splendente come sole, delle sue vesti bianche come la luce e, oltre questo, contemplare ininterrottamente nella gloria Mosè ed Elia che una volta sola avevano visto così, e godere di ciò che avrebbero inteso in quel reciproco dialogare e parlare insieme, di Mosè ed Elia con Gesù, e di Gesù con loro!

Se vuoi: Certo, perché non si può volere nulla contro la volontà di Dio, però tutto si può chiedere... nella speranza che anche Dio lo voglia. Meglio ascoltare con più attenzione la sua parola, e dare gloria al suo nome, senza rincorrere le nostre aspettative, anche se belle e sante, perché noi non sappiamo ciò che  ci conviene.

facciamo qui tre tende: una per te, una per Mosè, una per Elia.

Pietro vuol coinvolgere anche Gesù nei suoi sogni e nelle sue facili aspettative. Da solo e senza il consenso di Gesù non oserebbe mai... Ma se Gesù volesse, come sarebbe bello! Rendiamo grazie al Signore che non lascia spazio all’inganno e all’equivoco.

“Giacché abbiamo fatto queste considerazioni, senza tentare ancora una interpretazione in senso tropologico di questo passo, spingiamo più a fondo l’esame del testo e vediamo se, una volta elevati all’altezza delle dottrine di verità e contemplata la trasfigurazione non solo di Gesù, ma anche di Mosé ed Elia apparsi con lui nella gloria, Pietro - di cui si è parlato - e i due figli del tuono non intendessero erigere delle tende dentro di sé, per farvi abitare il Verbo di Dio, la sua Legge contemplata nella gloria, e la Profezia che parlava dell’esodo che Gesù stava per compiere e (vediamo) se, per aver amato davvero la vita contemplativa, preferendone la delizia al vivere agitato in mezzo a tanta gente, Pietro aveva detto: E’ bello per noi stare qui! Con l’intento di offrirne il vantaggio a quelli che lo desiderassero. Ma poiché l’amore non cerca il suo tornaconto, Gesù non ha fatto quello che Pietro riteneva bello: perciò discese dal monte verso coloro che erano incapaci di salirvi e contemplarne la trasfigurazione, perché anche loro contemplassero ciò che erano capaci di vedere di lui. Orbene è proprio del giusto e di chi ha un amore che non cerca il suo tornaconto l’essere libero da tutti gli uomini e farsi schiavo degli uomini di quaggiù per guadagnare la maggior parte di essi. Obiettando a quanto abbiamo detto circa lo stato di “estasi” di Pietro e l’influsso di uno spirito malefico su di lui trattando delle parole: non sapeva che cosa diceva, uno potrebbe non essere d’accordo con la nostra spiegazione e dire: in Paolo alcuni che pretendono essere maestri della Legge non sanno ciò di cui parlano, e senza mettere in chiaro la natura dei discorsi che vanno facendo né capirne il senso, danno per sicure cose che non capiscono. Qualcosa del genere dev’essere capitato a Pietro. Non si rende conto infatti qual è il bene dell’economia secondo Gesù, e della contemplazione di Mosè e di Elia sul monte, e dice: E’ bello per noi rimanere qui, ecc., senza sapere quello che dice: non sapeva infatti che cosa dire. Perché se il saggio comprende quello che esce dalla sua bocca e alle sue labbra porta consapevolezza, colui che saggio non è, non capisce quello che esce dalla sua bocca né il senso di quello che sta dicendo”. ( Origene )

“Sbagli Pietro, come attesta anche un altro evangelista. Non sai quello che dici. Non cercare tre tende, quando una sola è la tenda del Vangelo, nella quale dovranno essere ricapitolati la Legge e i Profeti. Se pensi a tre tende, in nessun modo riunifichi i servi attorno al Signore. Fa’ pure tre tende; anzi, fanne una sola per il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, affinché, come una è la loro divinità, una sola sia la tenda nel tuo cuore. ( Gerolamo )

“Nelle tre tende di cui Pietro dice al Signore: Se vuoi, farò tre tende, i nostri maggiori intesero essere raffigurate le tre dimore, cioè quella del cielo, quella del paradiso e quella della terra, che furono promesse dal Signore a tutti i credenti in rapporto ai loro meriti, sia per bocca di Mosè, cioè per mezzo della Legge, sia per bocca di Elia, cioè per mezzo dei profeti, sia anche dallo stesso Signore, cioè mediante la predicazione del Vangelo”. ( Cromazio )

5 Mentre ancora diceva queste cose, cioè prima ancora che finisse di parlare, per rompere il gioco, prima che si arrivasse all’equivoco, ecco una nube trasparente li nascose. Il cielo si nasconde agli occhi della terra, quando la terra si nasconde agli occhi del cielo, ma non dietro una cappa impenetrabile, bensì dietro una nube trasparente che ancora ci consente di ascoltare la parola di Dio, dopo aver dissipato ogni falsa illusione ed ogni inganno.

“Io penso che Dio distolga Pietro dal fare tre tende sotto le quali, secondo la sua intenzione, avrebbero dovuto trovare dimora, e gli indichi una tenda migliore, diciamo così, e di gran lunga superiore: la nube. Se, infatti, funzione della tenda è quella di fare ombra e coprire colui che vi abita, la nube luminosa li coprì con la sua ombra: come dire che Dio aveva costruito per loro una tenda più divina e insieme più luminosa, come figura del riposo futuro. Una nube luminosa, infatti, avvolge con la sua ombra i giusti che vi trovano riparo e, nel contempo, li illumina e li fa risplendere. E quale potrebbe essere quella nube luminosa che con la sua ombra avvolge i giusti, se non la potenza paterna? Di lì proviene la voce del Padre, che dà testimonianza al Figlio, dichiarandolo diletto e oggetto del suo compiacimento, ed esorta coloro che sono sotto la sua ombra ad ascoltare lui, e nessun altro. E lui, come ha fatto altre volte e come fa sempre, parla per mezzo di coloro che vuole. Questa nube luminosa può darsi che sia anche lo Spirito Santo: i giusti li copre della sua ombra e parla in profezie, perché è Dio che agisce in questa nube e dice: Questo è il mio Figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto. Oserei dire che tale nube luminosa è anche il nostro Salvatore. Per cui Pietro, quando dice: Facciamo qui tre tende, intende dire che una tenda viene dal Padre, una dal Figlio, e una dallo Spirito Santo. La nube luminosa del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, infatti, avvolge continuamente con la sua ombra i veri discepoli di Gesù. Oppure, questa nube ricopre con la sua ombra il Vangelo, la Legge e i Profeti, per colui che ha la capacità di contemplarne la luce sia nel Vangelo che nella Legge e nei Profeti. E la voce proveniente dalla nube dice forse a Mosè ed Elia: Questi è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto, perché bramavano appunto vedere il Figlio di Dio, ascoltarlo e contemplarlo così come era nella gloria. Ma forse vuole anche far sapere ai discepoli che Colui che a pieno diritto è Figlio di Dio, suo diletto nel quale si è compiaciuto e a cui si deve assoluto ascolto, è proprio quello contemplato, trasfigurato, splendente nel volto come il sole e rivestito di vesti candide come la luce”. ( Origene )

Ed ecco una voce dalla nube che diceva: Questi è il Figlio mio prediletto, in cui ho posto il mio beneplacito, lui ascoltate.

I discepoli non vedono più il Figlio che parla nella sua gloria, ma sentono semplicemente la voce del Padre, non come la voce di un Altro, ma come la voce dell’unico Dio, che è sempre presente a noi con la sua Parola. Ed è questo innanzitutto quel che ci giova e quel che importa per la nostra salvezza. ”Ascoltate lui” e basta. Non correte dietro ad altro o ad altra parola, perché il Padre si compiace solo del Figlio e di tutti coloro che ascoltano la parola del Figlio.

“Appare una nube luminosa e li avvolge; perciò coloro che cercavano una tenda fatta di terrene fronde o di tela, vengono coperti dall’ombra di una nube splendente. E si sente anche la voce del Padre che parla dal cielo, voce che rende testimonianza al Figlio. Pietro, vinto l’errore, apprende la verità; anzi, per mezzo di Pietro l’apprendono anche tutti gli altri apostoli. “Questo, dice, è il mio Figlio diletto”: a questo Figlio si deve edificare una tenda, a lui si deve obbedire. Questi è il Figlio; gli altri sono servi: Mosè ed Elia debbono preparare, insieme con voi, un ricettacolo al loro Signore nel segreto dei loro cuori”. ( Gerolamo )

“Ma poiché allora, il Signore non diede a Pietro una risposta, si comprende che non è ancora giunto il tempo del regno. Era precipitoso, infatti, e non sapeva che cosa dicesse, perché voleva regnare prima della passione del Signore, prima del tempo del regno. Nella nube che avvolse gli apostoli, riconosciamo indicata la predicazione evangelica e la grazia spirituale. A sua somiglianza leggiamo che un tempo il popolo fu liberato dall’Egitto mediante una colonna di nube. Voleva indicare, appunto, che tutti i credenti in Cristo dovevano essere avvolti da questa nube celeste e dalla grazia spirituale. Nel fatto poi, che si udì attraverso la nube una voce dal cielo, che diceva: “Questo è il mio Figlio”, riconosciamo confermato il nuovo patto, mediante il quale il Padre rivela suo Figlio al genere umano e afferma che deve essere ascoltato, perché ormai venivano meno la Legge e i Profeti. Egli è, infatti, Colui che la Legge e i profeti annunziavano che sarebbe venuto per la salvezza del genere umano, che è il Signore della Legge e dei Profeti, che il Padre volle rivelare al genere umano, poiché anche il Figlio rivelò il Padre a tutti gli uomini, conforme a quanto lo stesso Signore dice nel Vangelo: Padre, ho manifestato il tuo nome agli uomini”. Anche il Padre ha rivelato il Figlio nell’atto in cui attestò che egli era propriamente suo Figlio. ( Cromazio )

6 Ed ascoltando i discepoli caddero davanti al suo volto e temettero grandemente.

I discepoli obbediscono prontamente all’ascolto e si gettano in adorazione davanti al volto di Dio. Ma a quale volto se non vedono più Gesù? Davanti al volto di Dio che ci parla attraverso la divina Scrittura. Seppur non abbiamo ancora occhi per vederlo abbiamo orecchi per ascoltarlo e per avere il suo santo timore.

7 E si avvicinò Gesù e li toccò e disse loro: Alzatevi e non temete.

L’ascolto della Parola di Dio, in un primo momento, può gettare nel timore. Tanto è diversa da quella dell’uomo! Ma è Gesù stesso, che si avvicina a noi e tocca i nostri cuori, e ci rialza da ogni prostrazione e ci dona la sua pace. Il vero amore scaccia ogni timore e non c’è amore vero se non quello del Figlio. “Li toccò e disse” : non c’è grazia che viene dal cielo che non passi attraverso un gesto e una parola del Figlio.

“Considera se puoi dire, in merito, che i discepoli compresero che il Figlio di Dio, trattenutosi con Mosè, era lo stesso che aveva detto: Nessuno vedrà il mio volto e vivrà, e accolsero la testimonianza di Dio sul suo conto, ma siccome non solo portavano i raggi del Verbo, furono umiliati sotto la potente mano di Dio. E dopo che il Verbo li ebbe toccati, levati i loro occhi, videro solo Gesù e nessun altro: Mosè, la Legge, ed Elia, il Profeta, sono infatti diventati una cosa sola con Gesù, con il Vangelo! Non sono più nella condizione di prima, quando erano tre, ma i tre sono diventati una sola cosa. Queste cose me le devi intendere a livello di realtà mistiche: perché, stando a un’interpretazione puramente letterale, Mosè ed Elia, una volta apparsi nella gloria in conversazione con Gesù, avranno fatto ritorno nel luogo da cui erano venuti, per trasmettere forse le parole dette da Gesù parlando con loro, e comunicarle a coloro che per poco ancora non avrebbero avuto tale beneficio da Gesù: lo avrebbero ricevuto al momento della Passione, quando aperti i sepolcri, molti corpi di morti sarebbero entrati nella città santa - non la Gerusalemme su cui aveva pianto Gesù - e lì sarebbero apparsi a molti”. ( Origene )

8 Ed alzando i loro occhi non videro nessuno, se non Gesù da solo.

L’obbedienza alla parola del Signore ci riporta alla realtà in atto e alla vera fede che  vede e conosce solo Gesù. La fede è semplice soltanto in rapporto al suo oggetto, quando cerca e vuole solo Cristo, e non rincorre visioni o stati estatici, se pur donati.

“Dopo essersi rialzati, vinta la paura, vedono solo Gesù. Se avessero ancora continuato a vedere Mosè ed Elia, non avrebbero forse avuto la certezza assoluta di stabilire a chi la voce del Padre aveva reso testimonianza. Essi vedono, invece Gesù in piedi, mentre la nube si è dissolta e Mosè ed Elia sono scomparsi. Quando è svanita l’ombra della Legge e dei Profeti, che col suo velo aveva protetto gli apostoli, questa doppia luce si ritrova nel Vangelo”: ( Gerolamo )

9 E discendendo quelli dal monte comandò loro Gesù dicendo: Non dite a nessuno quello che avete visto, finché il Figlio dell’uomo non risorga dai morti.

E’ giunto il momento di camminare coi piedi per terra e di abbandonare i sogni celesti per affrontare la realtà e l’attualità della croce. Non c’è resurrezione senza morte e non ci può essere annuncio della vita eterna senza il sacrificio del Figlio. Gesù comanda ai suoi discepoli di non parlare a nessuno della visione, perché i tempi non sono ancora maturi e a nulla gioverebbe la parola dell’uomo, senza la grazia che Gesù solo ci ha meritato con la sua morte e resurrezione. C’è anche chi attira a Dio, vantando una conoscenza ed un’esperienza straordinaria del divino, ma non vuol saperne della croce, né di adorare Gesù e solo Gesù.

“Queste parole: Non parlate a nessuno di questa visione sono analoghe a quelle esaminate in precedenza, allorché Gesù diede ordine ai suoi discepoli di non dire a nessuno che egli era il Cristo. Per cui, ciò che abbiamo detto riguardo a quel passo, può essere altresì utile a chiarire questo: anche in questo caso Gesù vuole che non si parli della sua gloria, prima che essa si manifesti dopo la sua Passione. In realtà quelli - specialmente le folle - se avessero sentito dire che era stato così glorificato, sarebbero stati scossi nel vederlo poi crocifisso. Proprio per questo, data l’affinità tra la trasfigurazione, la visione del suo volto splendente come sole da una parte, e la sua glorificazione nella risurrezione dall’altra, Gesù vuole che ne parlino solo nel momento in cui sarà risorto dai morti”. ( Origene )

10 E lo interrogarono i discepoli dicendo: Perché dunque gli scribi dicono il fatto che sia necessario che prima venga Elia?

Obbediscono i discepoli, ma con fatica. E non vogliono entrare subito nel mistero della sua morte e risurrezione, ma la tirano per le lunghe e cercano di spostare il discorso altrove, dando priorità ad altro e tirando in ballo ciò che pensano gli uomini. Tutto può tornare utile ed opportuno, pur di scansare la croce, anche la convinzione di coloro che non sono considerati da Dio. Perché voler insistere col discorso della morte e resurrezione, quando non è ancora sicuro che sia venuto il tempo? Non deve necessariamente accadere prima qualcos’altro? Così è il cuore dell’uomo: non accetta come volontà di Dio la croce che cade hic e nunc, ma soltanto quella che accadrà in un lontano futuro. Prima devono accadere altre cose e dobbiamo pensare ad altro!

11 Ma egli, rispondendo, disse loro: Elia, certamente sta per venire e ristabilirà tutte le cose. 12 Ma io dico a voi che Elia già è venuto, e non lo conobbero, ma hanno fatto in lui tutte quelle cose che vollero. 

L’interpretazione di questi versetti nei Padri della chiesa è alquanto controversa: più chiara delle altre ci sembra la lettura di Origene.

“I discepoli saliti con Gesù ricordavano ciò che gli scribi tramandavano: Elia doveva venire prima dell’avvento del Cristo. Ma la visione sul monte, durante la quale era apparso Elia, sembrava non concordare con quanto detto, giacchè a loro era sembrato essere venuto Elia non prima di Gesù, ma insieme a lui. Pertanto dicono questo, pensando che gli scribi affermino il falso. Al che il Salvatore risponde, non negando quello che viene tramandato su Elia, ma affermando che c’è un’altra venuta di Elia prima dell’avvento del Cristo, ignorata dagli scribi, nella quale essi non lo avevano riconosciuto e, divenuti quasi complici del fatto che Erode l’aveva fatto gettare in prigione ed eliminare, lo avevano trattato come avevano voluto. Poi afferma che faranno soffrire a lui la stessa cosa che hanno fatto ad Elia. Questo il quesito dei discepoli riguardo ad Elia, e questa la risposta del Salvatore. Ma quelli, ascoltatolo, compresero che la frase Elia è già venuto, e quello che disse in seguito il Salvatore, avessero riferimento a Giovanni il Battista. Ma ora secondo la nostra capacità, indaghiamo anche sul suo senso nascosto. In questo, a mio vedere non c’è alcun riferimento all’anima di Elia, perché non si abbia a cadere nella credenza circa la metensomatosi, estranea alla chiesa di Dio, non trasmessa dagli apostoli né apparsa in alcun punto delle Scritture… Ma qualcuno chiederà: posto che non ci fu la stessa anima prima nel Tesbita e poi in Giovanni, come mai il Salvatore li chiama in entrambi i casi, Elia? Rispondo che Gabriele nelle parole rivolte a Zaccaria aveva già suggerito che uno stesso essere era in Elia e Giovanni. Dice infatti: “ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio. Gli camminerà davanti con lo spirito e la potenza di Elia. Bada bene: non disse “nell’anima di Elia”, come se avesse avuto luogo la trasmigrazione, ma nello spirito e nella potenza di Elia. La Scrittura sa chiaramente qual è la differenza tra “spirito” e “anima”, poiché il testo: “Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo e l’altro: Benedite, spiriti ed anime dei giusti, riportato nel libro di Daniele ( secondo la versione dei Settanta ), stanno ad indicare la differenza tra spirito ed anima. Giovanni quindi è chiamato Elia a causa non dell’anima ma dello spirito e della potenza , e se queste cose furono prima in Elia e poi in Giovanni, ciò non è affatto in contrasto con l’insegnamento della chiesa. Ma sono gli spiriti dei profeti che devono essere sottomessi ai profeti, non le anime dei profeti che devono essere sottomesse ai profeti. E ” lo Spirito di Elia si è posato su Eliseo”. Ma bisogna indagare se lo spirito di Elia si identifichi con lo spirito di Dio che è in Elia, o se queste due realtà si distinguano, e se lo spirito di Elia che era in lui fosse ancora qualcosa di distinto rispetto allo spirito che ogni uomo ha in sé. In effetti l’Apostolo ha mostrato chiaramente che lo Spirito di Dio, anche quando è dentro di noi, è diverso dallo spirito di ogni uomo affermando in un passo: Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio, e in un altro passo: Nessuno degli uomini conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui. Così anche le cose di Dio nessuno le ha mai potute conoscere se non lo Spirito di Dio. Ma non ti meravigliare di quello che si dice di Elia: come gli accadde qualcosa di estraneo rispetto a tutti gli altri santi di cui parla la Scrittura, quando fu assunto nel turbine verso il cielo, allo stesso modo il suo spirito aveva qualcosa di particolare, per cui non solo si posò su Eliseo, ma discese anche su Giovanni alla sua nascita, e Giovanni in modo singolare pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre ed in maniera singolare camminò davanti al Cristo con lo Spirito e la forza di Elia. Infatti è possibile che in lui ci siano più spiriti, non solo cattivi, ma anche buoni. Davide certo prega di essere sostenuto da uno spirito di comando e chiede che nel suo intimo si rinnovi uno spirito retto. Se però il Salvatore, per farci partecipare al suo spirito di sapienza e intelletto, allo spirito di consiglio e fortezza, allo spirito di conoscenza e pietà, fu anche riempito dello spirito di timore di Dio, è possibile che ci fossero in lui più spiriti buoni. Questa spiegazione l’abbiamo data, perché è detto che Giovanni camminò davanti al Cristo con lo spirito e la potenza di Elia, sì che le parole Elia è già venuto si riferiscono allo spirito di Elia attivo in Giovanni, come avevano compreso anche i tre discepoli saliti con lui, che egli parlava loro di Giovanni Battista. Su Eliseo dunque si era solo posato lo spirito di Elia; mentre Giovanni camminava innanzi al Cristo non soltanto nello spirito, ma anche con la forza di Elia. Per questo Eliseo non si sarebbe chiamato Elia, mentre Giovanni era lo stesso Elia. Ma se bisogna citare la Scrittura, a partire dalla quale  gli scribi dicevano che deve venire prima Elia, ascolta che cosa dice Malachia:”Ecco, io vi invierò il profeta Elia il Tesbita, eccetera, fino a: così che io venga e colpisca il paese completamente. Sono queste parole a indicare probabilmente che Elia prepara alla venuta gloriosa di Cristo, per mezzo di alcuni discorsi sacri e di disposizioni nelle loro anime, coloro che erano stati resi adatti allo scopo. Questa venuta gli uomini della terra non l’avrebbero sostenuta, a motivo dell’eccesso di gloria, se non fossero stati prima preparati da Elia. Per Elia intendo non l’anima di quel profeta, ma il suo spirito e la sua potenza. Queste le realtà, per mezzo delle quali si ristabilirà ogni cosa, perché per coloro che dalla restaurazione saranno ristabiliti e diventati capaci della gloria di Cristo, venga il Figlio di Dio che apparirà nella gloria. Se Elia fosse come una parola, inferiore alla Parola che è il Logos Dio, il quale in principio era presso Dio, anche questa “parola” potrebbe venire, quasi un esercizio previo, al popolo che essa prepara perché sia ben disposto all’accoglienza del Logos perfetto. A questo punto qualcuno potrebbe esprimere un’aporia: lo spirito e la potenza di Elia vennero a soffrire nella persona di Giovanni ciò a cui si riferisce la frase: “gli hanno fatto tutto ciò che hanno voluto”? Al che sai risponderà: a livello di spiegazione più semplice, niente di assurdo se per amore gli esseri che aiutano gli altri soffrano ciò che giova a coloro che ne sono aiutati ( anche Gesù, perciò, dice per amore degli infermi: ero infermo, e degli affamati: avevo fame, e degli assetati: avevo sete ); a livello di spiegazione più profonda invece si risponderà: non si dice “gli”, bensì “in lui hanno fatto tutto ciò che hanno voluto; le realtà che hanno sofferto, cioè l’anima di Giovanni ( che non si identifica assolutamente con quella di Elia ) e forse anche il corpo, erano sorrette dallo spirito e dalla potenza di Elia. Altro il modo con cui anima, spirito e potenza sono nel corpo, altro quello in cui il corpo di un giusto è in realtà migliore, sorretto e dipendente com’è da esse. Ma quelli che vivono nella carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. L’anima del peccatore infatti è sotto il dominio della carne, e quella del giusto è sotto il dominio dello spirito”. ( Origene)

 “Se non sapessimo la causa per cui i discepoli lo interrogano sul nome di Elia, la loro domanda ci apparirebbe stolta e stravagante. Che rapporto c’è infatti, tra le cose di cui prima ha parlato l’evangelista e la domanda sull’avvento di Elia? Era nella tradizione dei farisei- i quali si fondavano sulle profezie di Malachia, l’ultimo dei dodici- che Elia sarebbe venuto prima dell’avvento del Salvatore e avrebbe ricondotto il cuore dei padri ai figli e quello dei figli ai padri, restituendo ogni cosa al suo primitivo stato. I discepoli credono che la finale trasfigurazione della gloria sia quella che hanno visto sul monte, e di conseguenza obiettano: Se sei già venuto nella gloria, come mai non si vede più il tuo precursore? E gli fanno questa domanda soprattutto perché hanno visto che Elia è scomparso. Quando poi obiettano: Gli scribi dicono che deve prima venire Elia”, mostrano di essere convinti, dicendo prima”, che, se Elia non verrà, non vi sarà il secondo avvento del Salvatore, in base a ciò che dicono le Scritture... Elia, che verrà nel secondo avvento del Salvatore nella realtà del suo corpo, ora è già venuto, nello spirito e nella virtù di Giovanni”: ( Gerolamo )        

Secondo Gerolamo gli apostoli hanno interpretato la visione come un’anticipazione della gloria finale del Figlio e per questo pensano che il giorno  ultimo sia vicino e il loro pensiero corre alla venuta di Elia. Ma la trasfigurazione nulla ha a che vedere con la gloria degli ultimi tempi, quando ci sarà la restaurazione di tutte le cose. La gloria della trasfigurazione è la gloria di Cristo morto e risorto. In quanto alla venuta di Elia, anche gli altri padri della chiesa la danno per certa, senza tuttavia portare chiarificazioni.

“ Essi ( gli apostoli ) sono ancora preoccupati circa il tempo di Elia, e gli pongono la domanda. Ed egli risponde loro che Elia verrà e ristabilirà ogni cosa, cioè raccoglierà e riporterà alla conoscenza di Dio il resto di Israele. Ma fa capire che Giovanni è venuto nella potenza e nello spirito di Elia, e lo hanno trattato in modo penoso e duro, perché, annunciando la venuta del Signore, anticipasse anche la sua passione mediante l’esempio di una sofferenza ingiusta”. ( Ilario )

Dalle parole di Ilario e Gerolamo sembra che Gesù dia per vera una convinzione molto diffusa tra i Giudei, secondo la quale prima del secondo avvento del Salvatore verrà Elia nella realtà del suo corpo per ristabilire ogni cosa, così come è scritto in Malachia: ”Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore, affinché converta il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i loro padri; di modo che venendo io non abbia a colpire la terra con l’interdetto”. ( Malachia 3,23-24 ) Ci sembra che in realtà Gesù invece di confermare smentisca l’interpretazione che gli scribi davano a questi passi del profeta. Elia non verrà  prima della seconda venuta del Signore, allorché ci sarà il giudizio di tutte le genti, ma la sua venuta è in relazione alla salvezza che è stata portata dal Figlio. Inoltre Elia è semplicemente figura di Giovanni Battista e non ha nulla a che vedere con l’Elia dell’Antico Testamento. Da ultimo la portata e il valore  della venuta di Elia sono del tutto travisati dagli scribi, in quanto attribuiscono ad Elia attributi che sono propri del Salvatore. ”Elia certamente sta per venire e ristabilirà ogni cosa”. E’ come se Gesù dicesse: Se volete vedere in Elia colui che riporterà ogni cosa alla sua dimensione essenziale, allora sappiate che questo Elia, sta per venire. Ma se volete capire chi è quell’Elia di cui parla il profeta, allora sappiate che è già venuto. Difatti è scritto di Elia che convertirà il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri, cioè farà gli uomini migliori e più degni di accogliere il Salvatore: in nessun caso Elia potrà convertire il cuore dei padri verso l’unico Figlio e dei figli verso l’unico Padre, perché questa è l’opera del Cristo. Ma che giovano ormai queste disquisizioni? Che senso ha fare distinzioni fra Elia e Giovanni il Battista, fra la venuta del giorno del giudizio e la venuta del Salvatore? Quand’anche fossero fondate le convinzioni degli scribi, cambierebbero con ciò i loro cuori? La storia conosce ora ben altra necessità: la morte e resurrezione del Figlio, senza la quale non ci sarà salvezza.

12 Ma io dico a voi che Elia è già venuto, e non lo conobbero, ma hanno fatto in lui tutte le cose che vollero. Così anche il Figlio dell’uomo sta per patire da parte loro. 13 Allora compresero i discepoli perché aveva loro parlato riguardo a Giovanni Battista.

Come hanno fatto tutto quello che hanno voluto verso Giovanni il Battista e non hanno riconosciuto in lui l’opera di Elia, allo stesso modo faranno tutto quello che vorranno verso il Figlio dell’uomo, e non riconosceranno in Cristo colui che ristabilisce ogni cosa, con il dono della salvezza innanzitutto, ma anche col giudizio finale di condanna eterna per coloro che non l’hanno accolto. E’ inutile che i discepoli continuino a menare il can per l’aia, e non vogliano comprendere l’imminente necessità della morte in croce del Figlio. ”Allora compresero i discepoli perché aveva loro parlato riguardo a Giovanni Battista”.  La storia è giunta al suo momento centrale e al suo culmine, non al suo momento finale. Non si può gustare la promessa della gloria eterna, senza prima entrare nel mistero della morte e resurrezione di Gesù, né si può comprendere chi è Elia, se prima non si accoglie il battesimo di penitenza di Giovanni Battista.

“Si potrebbe indagare inoltre su questo punto: a chi si attribuisce “in lui hanno fatto tutto quello che hanno voluto”? Forse si riferisce agli scribi, sul cui conto i discepoli rivolgono la domanda: Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia? Ma non sembra proprio che Giovanni abbia subito un torto dagli scribi, se non quello di non credergli o ( come abbiamo già detto ) di essere diventati complici dei misfatti che Erode osò perpetrare contro di lui. Un altro poi riterrà che le parole: in lui hanno fatto quel che hanno voluto si riferiscano non agli scribi, bensì ad Erodiade, a sua figlia, e ad Erode: furono loro a fare in lui tutto ciò che hanno voluto; anche ciò che è detto in seguito, mediante la parole: Così il Figlio dell’uomo dovrà soffrire molto da parte loro, si potrebbe riferire a loro; se il testo di prima si riferisce agli scribi, < anche questo riguarda gli scribi>; se invece la prima frase riguarda Erode, Erodiade e sua figlia, anche la seconda si deve riferire a loro. E’ infatti probabile che Erode abbia acconsentito alla morte di Gesù, forse perché anche la donna condivideva con lui questo disegno contro di lui”. ( Origene )

14 Ed essendo venuto presso la folla si avvicinò a lui un uomo, gettato in ginocchio davanti a lui, dicendo: Signore, abbi pietà di mio figlio, perché è lunatico e patisce male; infatti spesso cade nel fuoco e frequentemente nell’acqua.

La necessità della salvezza trova conferma nell’attualità del momento storico. La chiesa è ancora malata e attende di essere salvata dal potere del Maligno. Siamo ancora nel tempo dell’attesa del Salvatore e della supplica, perché venga al più presto a liberarci dai tormenti del Satana. Questa è la vera chiesa, quella che guarda a Cristo e si getta ai suoi piedi e invoca il suo aiuto e la sua salvezza, non quella che sogna la gloria eterna, scavalcando e ignorando il discorso della croce. Cosa possono fare gli apostoli di fronte alla preghiera di chi chiede la liberazione del Maligno? Nulla, assolutamente nulla, se non rincorrere sogni di gloria futura.

Il figlio lunatico è figura dell’uomo schiavo delle passioni, che non ha in sé regola di vita, ma viene sbattuto e trasportato da tutti i venti fino alle estreme conseguenze del peccato: da ciò che colma di ebbrezza fino alla consumazione finale ( il fuoco ), a ciò che riempie e gonfia di insipida sazietà fino a togliere ogni respiro e possibilità di vita  ( l’acqua ). “Mi sembra che secondo il parlare figurato, sia lunatico colui il quale, saltuariamente, per la durata di alcune ore, si scatena in modo stranamente vizioso, senza mantenere un comportamento costante, ma, esaltandosi a volte e a volte riducendo la misura del vizio, ora si getta nel fuoco, dal quale sono incendiati i cuori degli adulteri, e ora nell’acqua, che non è però sufficiente a estinguere il fuoco della carità”. ( Gerolamo )

“I sofferenti, o i familiari dei sofferenti, stanno insieme alle folle. Perciò Gesù, dopo che avrà dispensato ciò che trascende le moltitudini, discende verso di loro, perché coloro che non possono ascendere a motivo delle malattie che li opprimono ricevano giovamento dalla discesa del Logos dall’alto verso di loro…

Vediamo secondo un’interpretazione tropologica- chi possiamo individuare nell’epilettico e nel padre che prega per lui, che cosa rappresenta il cadere dell’infermo non sempre, ma spesse volte nell’acqua, e cosa significhi il fatto che l’abbia potuto guarire Gesù, e non i discepoli. Ciò ha infatti una sua buona ragione. Ciascuna delle malattie e ognuna delle infermità “allora” sanate dal nostro Salvatore nel popolo si riferiscono alle varie infermità spirituali: come i paralitici che indicano persone prive di vigore spirituale, il cui animo giace nel corpo, come paralizzato; i ciechi che, essendo tali, rappresentano quelle persone prive di vista per realtà percepibili solo dall’anima, ed i sordi, che sono segno di quelle persone prive di udito nell’accogliere la Parola di salvezza: in maniera analoga a quei casi ci sarà da indagare anche su ciò che riguarda l’epilettico. E’ una malattia, questa, che per considerevoli tratti non attacca i soggetti che ne soffrono, e durante questi periodi, finchè non ci sono attacchi di epilessia, chi ne è affetto dà l’impressione di non differire in niente da chi sta bene. Una simile patologia si potrà riscontrare in alcune anime: molte volte si presume che godano di buona salute nel campo della castità o di altre virtù, ma poi arrivano momenti in cui sono attaccate da una passione come da epilessia, per cui da uno stato di apparente solidità ecco che crollano, dilaniate dall’illusione di questo secolo e da altre bramosie. Forse non ti sbaglieresti nel dire che costoro sono ( per così dire ) epilettici a livello spirituale: attaccati dagli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti, molte volte stanno male per il tempo in cui subiscono l’epilessia delle passioni della loro anima e a volte cadono nel fuoco degli incendi allorché, stando a ciò che è detto nel profeta Osea, “gli adulteri diventano come forno per consumare con la fiamma; altre volte invece cadono nell’acqua, quando il re di tutto ciò che è in acqua, il drago, li fa precipitare dalla condizione in cui credevano poter respirare in libertà, nelle profondità dei flutti del mare che è la vita umana. Nella spiegazione che stiamo dando circa l’epilettico, siamo in accordo con l’autore del libro della Sapienza che parla da un lato della regolarità del giusto ( il discorso del giusto è saggezza per sempre ) e, dall’altro, di coloro che si lasciano andare: lo stolto invece muta come la luna. E in gente del genere è possibile assistere a slanci, che possono rapire sino alla lode quelli che non tengono conto della loro incostanza, tanto che si potrà dire che o sono già al plenilunio, o che poco ci manca. Potrai considerare ancora che quella luce apparente che è in loro va scemando, non essendo più luce diurna ma notturna (lunare), e la luce apparente non arriva più ad essere visibile in essi. Se però coloro che per primi hanno dato un nome alle realtà, l’epilessia l’abbiano chiamata “mal di luna” per tale motivo oppure no, ricercalo da te stesso… In primo luogo chiediamoci in che senso si dica epilettico chi è vessato da uno spirito sordo e muto, e a qual titolo si chiami mal di luna dal grande luminare celeste, secondo dopo il sole, stabilito da Dio per dominare la notte. I medici si attengano pure alla fisiologia, dal momento che non ritengono che in questo passo si tratti di spirito impuro, bensì di sintomo fisico e, stando alla fisiologia, spieghino pure che gli umori liquidi della testa fluiscono in base ad una certa “simpatia” con la luce della luna, di natura liquida. Noi che da un lato crediamo al Vangelo, che questa malattia la considera prodotta nei soggetti ammalati da uno spirito impuro, muto e sordo, e dall’altra parte constatiamo che coloro che sono soliti promettere guarigioni a tali persone, a somiglianza dei maghi egiziani, sembrano a volte riuscirci, diremo che forse per stravolgere le creature di Dio “perché proclamino iniquità contro l’alto e levino la loro bocca contro il cielo”, questo spirito impuro segue alcune fasi della luna; così fa in modo, a partire dalla osservazione che gli esseri umani soffrono a seconda delle fasi lunari, da far credere che un così grave morbo avvenga per colpa non del demonio muto e sordo, bensì del grande luminare che è nei cieli, stabilito per regolare la notte, che non ha alcun potere nel determinare tra gli uomini un male del genere. Ma tutti quelli che individuano nella posizione degli astri il motivo di tutti i disordini che si verificano sulla terra ( sia nel loro insieme sia nei singoli casi) proclamano iniquità contro l’alto. Questi tali veramente hanno levato contro il cielo la loro bocca, asserendo che tra gli astri alcuni hanno influssi malefici, altri benefici; mentre il Dio dell’universo non ha creato nessun astro per produrre del male, secondo Geremia, com’è scritto nelle Lamentazioni: Dalla bocca del Signore <non> procedono bene e male. Ma può anche darsi che, come questo spirito impuro, che causa il cosiddetto mal di luna, osserva le fasi lunari per agire su colui che per alcuni motivi gli è affidato e non ha meritato di avere una protezione angelica, allo stesso modo alcuni spiriti e demoni si adeguano alle configurazione di altri astri, perché non solo la luna, ma anche gli altri astri vengano vituperati da coloro che proclamano iniquità contro l’alto. Si può certo dare ascolto agli esperti di oroscopi, i quali fanno risalire il motivo di ogni mania e possessione diabolica alle fasi lunari. Ora che i soggetti che soffrono il cosiddetto mal di luna cadano a volte nell’acqua, è un fatto evidente; ma che cadano nel fuoco, è fenomeno che avviene, anche se più di rado. Ed è questo un morbo così difficile da guarire, che coloro che hanno il dono di guarire indemoniati a volte ci rinunciano, a volte invece non ci riescono se non con digiuni e preghiere e parecchi sforzi. Ti chiederai se tale patologia, come esiste tra esseri umani, così sia pure tra gli spiriti, per cui alcuni di essi parlano, altri no; alcuni hanno l’udito, altri l’ hanno perduto. Ma si troverà che , come è in loro stessi il motivo del loro essere impuri, così è per il loro libero arbitrio che sono condannati ad essere privi di parola e di udito. Infatti anche  alcuni esseri umani avranno a subire una condanna simile, se sarà esaudita la preghiera del profeta, espressa nello Spirito Santo, preghiera che, a proposito di alcuni peccatori, dice: rimangano senza parola le labbra di menzogna. Ed è forse in questo senso che coloro che hanno usato male del loro udito ed hanno ascoltato vanità, saranno privati dell’udito da colui che dice: Chi ha fatto colui che ci sente male ed il sordo, perché non abbiano più ad ascoltare cose vane”. ( Origene )

Quanto scritto da Origene riguardo agli epilettici ci costringe ad affrontare una problematica molto complessa e delicata che chiama direttamente in causa la malattia mentale, nelle sue diverse manifestazioni. Da un lato abbiamo l’autorità della Scrittura e una tradizione saldamente ancorata nel popolo di Israele che vede nei malati mentali delle persone “possedute dal demonio”, dall’altra vi è una assurda non scientificità di tale convinzione.  Gli studi moderni ci danno sufficienti dimostrazione che siamo di fronte a vere e proprie patologie, che nulla hanno di diverso rispetto alle altre, se non per la loro complessità e una conseguente difficoltà di intervento in senso terapeutico. Dal punto di vista della fede sarebbe inutile una qualsiasi indagine ed esame in senso critico di tal problema se esso non coinvolgesse direttamente molti fratelli, con conseguenze molto gravi e negative sia per quel che riguarda il loro benessere spirituale sia per quel che riguarda la possibilità di un parziale recupero dell’equilibrio psichico. Perché ancor oggi, nonostante tutto, il malato mentale, e non solo l’epilettico, sono guardati con una sorta di diffidenza, come persone diverse, che portano le conseguenze di un rapporto diverso con Dio ed il Satana. Allo stato di malattia è associato uno stato di particolare possessione diabolica, dovuto a colpe non ben definite, che tuttavia ricadono giustamente sul singolo, conforme allo spirito della giustizia divina, per cui ognuno paga per il proprio peccato. Difficile dissociare la malattia mentale  da un senso di colpa, che già è presente in chi si trova in tale stato e non sa trovare ragione, ma che ancor di più è acuito da una mentalità comune che chiama direttamente in causa le potenze demoniache. E’ questo un atteggiamento tipico di ogni cultura e mentalità: cambia la forma del pregiudizio, non la sua sostanza. Abbiamo letto in Origene che i pagani dei suoi tempi vedevano in ciò un influsso maligno della luna e degli astri. I cristiani , come pure gli ebrei vedevano e vedono tuttora l’influsso di uno o più demoni: ciò che viene chiamato più semplicemente possessione diabolica. Il Vangelo rende tale realtà con il verbo daimonizo, cioè compio gesti, dico parole, faccio azioni che vengono dal diavolo.

Per non sembrare di far torto al vangelo possiamo continuare a moltiplicare gli esorcismi e a mortificare sempre più la coscienza dei malati mentali, forti dell’autorità della Parola di Dio e della tradizione della chiesa. Ma è venuto il tempo per una lettura più illuminata ed intelligente della Parola. E questo non per una presunta superiorità del cristiano di oggi rispetto a quello di ieri, ma semplicemente perché il Signore ci dà oggi strumenti di lettura e di interpretazione diversi, rispetto a quelli che possedevano gli antichi. Ogni volta che si va contro la tradizione si fa un vero e proprio tradimento della Parola, perché nella Parola c’è già tutto e nulla si deve aggiungere e nulla si deve togliere. Vero è che nella tradizione non sempre troviamo la Verità nella sua pienezza, ma il germe di ogni verità. Così tutto quel che riguarda Cristo è già nel Vecchio Testamento, ma bisognerà aspettare i tempi del Nuovo Testamento perché appaia più chiaro e splendente agli occhi dell’uomo. Non è detto che tutto si debba capire hic et nunc; come non è detto che Dio tutto debba dire in ogni tempo e ad ogni uomo. La verità si è manifestata in tempi diversi e ad uomini diversi, non per smentire quanto detto nel passato, ma per portare più luce nel presente. La tradizione porta in sé una sorta di continuità omogenea, del passato nel presente, ma ciò non esclude la necessità di tagli bruschi e di nette inversioni di marcia. E questo non perché la Verità sia in sé contradditoria, ma semplicemente per la durezza del cuore umano, che costringe Dio ad agire secondo una logica di paziente tolleranza e di incomprensibile silenzio. Nessuna meraviglia che il Signore a volte taccia di fronte ai pregiudizi dell’uomo. Li fa suoi semplicemente perché attende tempi migliori, perché l’uomo non sempre e non tutto è in grado di intendere. Il fatto che Gesù accetti la mentalità comune riguardo ai malati mentali, non può essere necessariamente interpretata come una conferma di verità, ma come un silenzio riguardo a tale realtà. E quali strumenti potevano avere gli uomini di un tempo per una lettura ed una analisi diversa?  Gesù certamente ha rotto con certi pregiudizi di coloro che hanno conosciuto la sua venuta, ma soltanto nella misura in cui potevano intendere. E non una volta per tutte, perché Il Signore continua ad illuminare i cuori e le menti degli uomini, con una luce sempre viva che attinge all’unica Parola, per trarre fuori cose vecchie e cose nuove. Ci sembra che i tempi siano maturi per un rapporto cristianamente diverso nei confronti di coloro che sono considerati diversi. E tutto questo non contro il Vangelo, ma alla luce dello stesso Vangelo.

Ma è tempo di dare delle risposte chiare ponendoci delle domande altrettanto chiare.

“Tutti i malati mentali erano considerati nell’antichità giudaica, persone indemoniate”?

Impossibile una risposta sicura, certo è che si trattava di un’opinione molto radicata e diffusa. Dalla lettura del vangelo sembra che ci fosse un’ attenzione particolare per le malattie, tipo l’epilessia, che non hanno un andamento costante, ma che presentano un’alternarsi di momenti di apparente normalità con altri in cui l’individuo si manifesta diverso dal solito, come fuori di sé e non padrone delle proprie facoltà. Altre volte si parla di individui oltremodo violenti, di una violenza insolita del tutto imprevedibile ed ingiustificata; come accade in certe patologie definite con il termine generico di schizofrenia.

“Gesù considerava i malati mentali come indemoniati?”

Non esistono al riguardo affermazioni esplicite del Signore. Gesù semplicemente tace e con ciò sembra far sua tale convinzione. Ma non sempre chi tace acconsente.

“Il possesso diabolico è prerogativa dei malati mentali, oppure è proprio di altre persone”?

Il demonio che possiede l’uomo non è detto solo lunatico, ma anche  sordo,  muto e cieco, a volte è uno spirito immondo; altre volte è tutto questo insieme. Non ci è dato di capire perché nel vangelo  alcune persone affette da patologie di tal genere fossero considerate indemoniate ed altre no. In Matteo 12,22 leggiamo: “In quel tempo gli fu portato un indemoniato cieco e muto, ed egli lo guarì, sicché il muto parlava e vedeva”. Non è detto perché questo individuo fosse considerato indemoniato, se per la cecità ed il mutismo o per altro ancora.  Potrebbe essere in relazione a pregiudizi dei singoli che colpivano alcuni e risparmiavano altri, oppure si può pensare ad una rilevata diversità. Vero è che patologie di tal genere molto spesso sono di natura psichica, oppure si accompagnano a menomazioni di tal genere, con conseguenti atteggiamenti strani ed incomprensibili. L’impressione netta che si ricava dalla lettura del vangelo è che riguardo alla possessione diabolica non ci fossero le idee molto chiare. Gesù non si preoccupa di dare spiegazione alcuna: semplicemente libera ogni uomo dalla potenza del maligno, in qualsiasi forma essa si manifesti.

Perché nel vangelo troviamo indemoniati che sembrano coscienti del proprio stato e viene evidenziato come uno sdoppiamento della persona, per cui si dice che è il demonio stesso che parla in loro, presentandosi palesemente come tale?

“E i demoni presero a scongiurarlo dicendo: “Se ci scacci, mandaci in quella mandria”. Ed egli disse loro: “Andate!”. Ed essi, usciti dai corpi degli uomini, entrarono in quelli dei porci”… Passi di tal genere sembrano mettere fuori discussione la realtà della possessione diabolica così come comunemente intesa.

In realtà questo sdoppiamento della persona rientra proprio nella tipologia di certe malattie mentali. L’individuo, bombardato ed ossessionato da quanto sente dire dagli altri riguardo a se stesso, parla ed agisce nella convinzione di essere realmente posseduto dal diavolo, fino ad identificarsi con esso. E non c’è verso di farlo ragionare e di farlo star meglio, se non attraverso un esorcismo, entrando nella sua stessa mentalità e facendo proprio il desiderio di liberazione. Questa liberazione a volte sembra avvenire a volte no; tutto questo è soltanto in relazione alla suggestionabilità dell’individuo. Tanto è vero che gli esorcismi sulla stessa persona vengono ripetuti più volte, perché il diavolo va e viene. Non in relazione a presunti carismi dell’esorcista, ma per ragioni semplicemente di tipo psicologico o psichico come si voglia dire. E’ curioso notare come questo ritorno del demonio largamente attestato per quel che riguarda l’operato degli esorcisti, non trova un suo parallelo nell’operare di Gesù. Non è detto nel Vangelo che un demonio cacciato da Gesù sia ritornato un’altra volta. E questo fa pensare che il potere di Gesù sul diavolo sia ben altro: non quello di un’apparente liberazione, come nel caso degli indemoniati, ma dell’unica vera liberazione, che tutti interessa e nessuno esclude. Si ingannano color che vedono la “possessione “ diabolica come l’eccezione: non c’è vera liberazione al proposito, se non nella forma dell’immagine. La liberazione dal maligno parte dai casi più comunemente intesi e riconosciuti, ma a poco a poco si allarga all’umanità intera, finchè l’eccezione diventa la norma. E a questo punto possiamo ben rendere giustizia ai malati psicofisici. Nulla hanno di diverso dagli altri uomini, se non il peso di una maggiore povertà ed una voce di implorazione della grazia divina più forte ed insistente… perché la preghiera del povero sale fino al cielo. Non a caso i primi ad essere dichiaratamente liberati dal diavolo, sono i primi che dichiaratamente sono considerati come posseduti dal maligno. Ma Gesù vuol arrivare a tutti, anche ai cuori più duri ed ostinati, che si nascondono sotto le parvenze di una falsa sapienza e di un’illusoria giustizia. Gesù non solo caccia i demoni, ma ha dato tale potere anche a tutti i suoi discepoli, cioè alla sua chiesa. E tu pensi forse che questo potere di liberare dai demoni sia solo quello degli esorcisti? Non è piuttosto quello che passa per le vie dei sacramenti e soprattutto del sacramento? Il demonio è cacciato da noi tutti allorchè veniamo immersi nell’acqua battesimale. Gli esorcismi non hanno senso se non nella misura in cui possono aiutare persone psichicamente fragili e suggestionabili, ma di per sé non rappresentano nulla di spiritualmente significativo.

Ma allora vale la pena ricorrere agli esorcismi? Il discorso è delicato e merita alcune considerazioni. Quando ci si rapporta a persone psichicamente malate e alle loro famiglie, bisogna avere una certa sensibilità e delicatezza e non assumere atteggiamenti stroncanti, ma “venire incontro” al loro stato e non pretendere che capiscano ciò che non sono in grado di comprendere. L’esorcismo può essere fatto in uno spirito evangelico, ma non si può ignorare che a volte assume forme e significati che nulla hanno di cristiano. Ed è Gesù e solo Gesù che ci insegna come si caccia il demonio. “Questo genere di demoni non si caccia se non con la preghiera ed il digiuno” L’esorcismo non è affatto una pratica, quasi una sorta di rito magico la cui efficacia è legata a chissà quale carisma del singolo. Tutti noi possiamo cacciare i demoni in virtù della potenza della parola quale si manifesta nella preghiera che è conforme all’unica Parola, e in virtù di quella grazia  comunicata e comunicante che si manifesta allorché l’uomo si fa obbediente alla parola di Dio. E’ questo l’unico e vero digiuno, quello che nasce dall’obbedienza al Vangelo e che va ben oltre la semplice astensione dal cibo. Il ricorso frequente ed insistente all’esorcismo non significa affatto, come vorrebbero taluni, la riscoperta di una fede più autentica, ma il ritorno ad una fede immatura, giustificabile per il passato, molto meno per il presente. Il numero degli indemoniati è direttamente proporzionale al peso e alla propaganda che si fa di tale fenomeno. Più se ne parla e più si opera in tal senso e più ne saltano fuori. Il ricorso alle medicine e il silenzio riguardo a tali problematiche diminuisce di molto i casi. E non si dica che questo è il gioco del demonio: nascondere ed ignorare la sua presenza perché meglio possa operare: E’ ben altra l’opera del Maligno che va smascherata e combattuta! La pratica dell’esorcismo se in taluni casi sembra rasserenare gli animi, in altri ha conseguenze devastanti. Ci sono persone psichicamente malate ossessionate dall’idea di essere possedute dal demonio, che rifiutano qualsiasi cura e medicina. Pregano ore ed ore e rifiutano il cibo, convinti di adempiere il comandamento divino, e arrivano fino alla totale autodistruzione. E tutto questo purtroppo per una mentalità indotta da altri, da coscienze a loro volte malate, oppure semplicemente perverse che lucrano sulla povertà altrui. Qual è l’atteggiamento più corretto nei confronti di tali persone? Innanzitutto non bisogna colpevolizzare e dare troppo peso. Il Signore è Padre di tutti, anche e soprattutto dei malati mentali e può dare loro pace e serenità. Non c’è peso così grande che il Signore non possa rendere leggero. Ed è in questa consapevolezza e con questa fede che noi  portiamo tali persone a Gesù, nella chiesa e con la chiesa.  Sono le membra più deboli ed indifese del nostro corpo ed hanno bisogno di essere aiutate e sostenute. Ma senza inutili e deleteri riti teatrali con urla ed estasi di massa. Meglio il silenzio e la discrezione ed un rapporto di fraterna amicizia. Non sempre si può dire una parola di conforto, perché non sempre è intesa: dove non arriva l’uomo arriva la grazia di Dio. E non si deve  escludere il ricorso alle comuni medicine: anche quelle vengono dal Signore e possono dare un sollievo. E neppure si può pretendere la liberazione dalla malattia, sia fisica sia psichica. Lo Spirito di Dio guarisce innanzitutto il nostro spirito, e non disdegna di abitare in un corpo e in una mente malati. I miracoli di Gesù e qualsiasi prodigio di cui parla la Scrittura vanno interpretati in immagine, in un senso spirituale. Certo Dio può tutto, ma perché dovrebbe mai liberarci dalle malattie del corpo e della psiche, quando non sono un impedimento per la fede ma una semplicemente una via per cui passa la fede? Quand’anche Dio ti guarisse oggi dalle tue infermità, saresti forse liberato per sempre dalla vecchiaia e da tutto ciò che questa porta con sé, fino alla morte corporale? Viene per ogni uomo il momento in cui deve affrontare la propria realtà. E allora è costretto a rivolgersi all’unico medico, per chiedere l’unica vera guarigione. Qualcuno si crede sano?  Non c’è malattia più incurabile; anche Gesù in questi casi è impotente ad operare.

Ma allora non esistono gli indemoniati nel senso tradizionale che si dà a questa parola?

La possessione diabolica è realtà attestata dalla Scrittura, ma non bisogna vedere indemoniati dappertutto anche là dove non ci sono. Bisogna comportarsi con discrezione e dare l’incarico dell’esorcismo a santi ministri, che abbiano capacità di discernimento e non si comportino come semplici stregoni, operando senza mandato della Chiesa e accettando denaro come compenso.

È comprensibile una certa riluttanza della Chiesa nell’affidare simili incarichi: troppi abusi, troppe falsificazioni, troppi esorcisti che hanno presunzione di un carisma in proprio.

15 E l’ho portato davanti ai tuoi discepoli e non hanno potuto curarlo.

16 E rispondendo Gesù disse: O generazione incredula e perversa, fino a quando sarò con voi? Fino a quando sopporterò voi? Portate qui quello da me.

Il rimprovero è esplicitamente rivolto ai discepoli, che tutti presi dal desiderio della gloria futura, non vedono più il loro peccato, né la loro impotenza di fronte al peccato.

Meglio invocare la salvezza e portare a Gesù tutti coloro che invocano la salvezza.

“Gli apostoli, pur avendo creduto, non avevano ancora tuttavia una fede perfetta. Infatti, mentre il Signore stava sul monte, essi erano rimasti con la folla, e una specie di torpore aveva rilassato la loro fede. E se dice loro: ”O generazione incredula e perversa! Fino a quando starò con voi”?, è perché, in sua assenza, era subentrata l’inclinazione all’antica incredulità. Egli insegna loro così che non possono offrire la salvezza se, nel tempo tra i Vangeli e la sua seconda venuta, si allontanano dalla fede, come se il Signore fosse assente”: ( Ilario )

17 E Gesù lo rimproverò e uscì da lui il demonio, e fu curato il fanciullo a partire da quell’ora.

“Non chi soffriva, ma il demonio avrebbe dovuto essere rimproverato. Invece egli rimprovera il fanciullo, e il demonio esce da lui: perché a causa dei suoi peccati era oppresso dal demonio”. ( Gerolamo )

Gesù rimprovera chi è posseduto dal Maligno, ma è un rimprovero salutare che porta alla liberazione, purché accolto con umiltà nel proprio cuore, con la confessione del  peccato. Guai a coloro che non accolgono la correzione del Figlio e portati davanti a Lui non confessano e non ammettono le proprie colpe! Rimarranno schiavi in eterno, e non gusteranno le cure amorose e premurose di Gesù.

18 Allora si avvicinarono i discepoli a Gesù di nascosto e dissero:

Dopo la pessima figura i discepoli si avvicinano a Gesù per avere lume dalla sua parola, ma non osano farlo apertamente, si vergognano del rimprovero, né accettano di essere sminuiti agli occhi della gente. Così spesso gli uomini di chiesa: seppur impotenti di fronte al peccato altrui, ascoltano volentieri e con presunzione la confessione degli altri, non sempre consapevoli di essere semplici strumenti dell’amore divino. In quanto alle loro colpe: meglio vedersela col solo Gesù, in gran silenzio e in segreto. Ma con ciò non edificano la chiesa che si alimenta e si accresce nell’umiliazione spontanea e nella confessione vicendevole dei propri peccati.

Perché noi non abbiamo potuto scacciarlo? 19 Disse loro Gesù: Per la vostra incredulità:

“Si tratta di quanto egli dice anche in un’altra circostanza, e cioè: Qualunque cosa chiederete con fede, per mezzo della preghiera, l’otterrete”. Perciò, ogniqualvolta non otteniamo, la colpa è nostra, che non sappiamo chiedere, non di Dio, che può sempre esaudirci. ( Gerolamo )

Non si può pretendere i doni del Padre senza avere fede nella Sua potenza, così come si esprime nel Cristo. Gli apostoli hanno confidato in se stessi, quasi fossero loro gli artefici della liberazione dal Maligno. Coloro che confidano nelle proprie forze e capacità non vedranno le meraviglie del Signore.

In verità vi dico, se avrete fede quanto un granello di senape, direte a questo monte: Passa da qui a là, e passerà, e niente di impossibile vi sarà per voi. 20 Ma questo genere non si scaccia, se non con la preghiera e il digiuno. 

“Alcuni pensano che la fede paragonata a un granello di senape sia una fede piccola, mentre al granello di senape è paragonato invece lo stesso regno dei cieli, e l’Apostolo dal canto suo dice: ”E se avessi una fede tale da spostare le montagne...”. Se ne conclude che grande è la misura della fede quando è paragonata al granello di senape. Lo spostamento di quel monte non è qualcosa che si vede con gli occhi della carne, ma è l’allontanamento di quel demonio che il Signore ha scacciato dal lunatico. Quando dice: ”Direte a questo monte: “Spostati di qua a là”, ed esso si sposterà”, si deve intendere che egli parla del demonio. Sono perciò stolti alcuni che muovono accuse agli apostoli e a tutti i credenti di non aver mai avuto un po’ di fede, in quanto nessuno di essi ha mai spostato montagne. Non arreca infatti vantaggio a nessuno spostare un monte da un luogo all’altro e sarebbe una vana ostentazione, mentre è per l’utilità di tutti che questo monte si sposti, dato che esso, come dice il profeta, corrompe tutta la terra. ( Gerolamo )

“Quindi, siccome essi gli chiesero perché non avevano potuto scacciare il demonio, egli rispose che non avevano potuto farlo per la loro poca fede. Se infatti avessero fede pari a un granellino di senape, potrebbero comandare a questo monte, con il potere di farlo, di spostarsi da un posto a un altro. Ma già era sceso dal monte e teneva questi discorsi tra la folla. Con il granellino di senape, il più piccolo di tutti i semi, egli designò se stesso, e con il monte indicò il diavolo. Esso rappresenta infatti gli spiriti cattivi e le potenze del cielo, destinato a essere gettato e precipitato nelle profondità del mare, come in fondo all’inferno, da coloro, che il digiuno e la preghiera assisteranno per poter ottenere questo effetto. ( Ilario )

Nel presente contesto ritengo siano dette montagne quelle potenze diventate ostili con enorme effusione di male, potenze che sono, in certo senso, piantate negli animi umani. Perciò, se uno ha tutta la fede, in modo da non essere più incredulo ad un testo solo delle Sacre Scritture, ed ha una fede come quella di Abramo, che credeva a Dio al punto tale che la sua fede gli venne computata a giustizia, una tale persona dirà a questa  montagna (voglio dire: allo spirito muto e sordo presente in colui che è chiamato epilettico): Spostati da qui (ovviamente dal malato vessato da esso) a lì (magari nell’abisso) ed essa si sposterà. E l’Apostolo partendo (credo) da tale punto, affermò con autorità apostolica: Anche se avessi la fede da spostare le montagne: Non una, ma molte montagne simili ad essa è in grado di spostare colui che ha fede quanto un chicco di senapa. Certo, niente sarà impossibile per chi ha fede a tale punto. Ma facciamo ancora attenzione alle parole: questa razza di demoni non si scaccia se non con preghiera e digiuno: se mai dovessimo occuparci della guarigione di un soggetto, affetto da un male simile, non mettiamoci a far giuramenti, domande e discorsi allo spirito impuro, come se quello ci ascoltasse: ma dedicandoci a preghiera e digiuno riusciamo, pregando per la salvezza del malato che viene da Dio e col nostro proprio digiuno, ad allontanare da lui lo spirito impuro” ( Origene)

Non è superfluo sottolineare che il Versetto “Questo genere di demoni non si scaccia se non con la preghiera ed il digiuno”, manca nei manoscritti più importanti e sembra desunto da Mc.9,29, ove peraltro si parla solo della preghiera. Questo fa pensare o ad un’aggiunta posteriore o a una modificazione del testo primitivo; a riprova di quanto sia problematico e controverso il problema dell’efficacia del digiuno, inteso come astensione dal cibo. In senso spirituale il vero digiuno è l’astenersi da tutto ciò che è peccato o può indurre in peccato. E’ pur vero che il digiuno nel senso letterale ha una sua tradizione nella chiesa che si rifà ai quaranta giorni  di Gesù nel deserto.  Eccessi in tale senso hanno effetti e conseguenze deleteri, al punto che Gerolamo stesso deplorava i digiuni della giovinezza che gli avevano creato non pochi disturbi allo stomaco. Il medesimo riferisce di monaci del suo tempo, talmente malridotti da questa pratica che si aggiravano per le caverne con sembianze animali, e sembravano aver più bisogno delle cure di Ippocrate che di quelle del Cristo. In Marco nessun accenno al digiuno. “Questa specie di demoni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera” (Mc. 9,29)

Per poter scacciare il Maligno non basta la preghiera occasionale, la cui frequenza aumenta e diminuisce secondo i nostri umori e secondo le nostre necessità, ma bisogna entrare nello spirito della preghiera continua ed ininterrotta che ogni momento cerca ed invoca il suo Signore. Il Maligno scacciato da una porta cerca di entrare da un’altra e troverà mille occasioni durante la giornata per riprendere possesso del nostro cuore. Basta molto poco per far vacillare la fede in Cristo. Gli impegni e il lavoro eccessivi, il tempo perso inutilmente in chiacchiere, passatempi, spettacoli: tutto questo ci fa abbassare la guardia e ci rende molto vulnerabili di fronte agli attacchi del Maligno. E’ un dato di fatto: quando ci distraiamo dalla preghiera il Maligno ci trova indifesi e impotenti. Per questo ad uno spirito di continua preghiera si deve accompagnare uno spirito di continuo digiuno, non la semplice astinenza dal cibo, ma quella sobrietà nel fare, nel parlare, nel possedere, che facilita e rende possibile pregare in continuazione, senza essere distratti. E’ molto restrittivo, se non addirittura fuorviante, intendere il digiuno come la semplice astinenza dal cibo, con le inevitabili conseguenze psicofisiche, non sempre volute dal Signore. E’ altro il digiuno di cui abbiamo bisogno, e ognuno di noi sa molto bene in che cosa deve digiunare, quali cibi non deve più mangiare, e quali deve mangiare con sobrietà, per non assopire il proprio cuore. Ci sembra che non si possano fare delle regole di preghiera e di digiuno uguali per tutti: ognuno deve vedersela in prima persona col Signore, altrimenti faremmo della preghiera e del digiuno un’altra Legge. Le stesse regole monastiche si devono intendere come dettate dalla volontà di indicare ai confratelli un minimo di preghiera e di digiuno da tutti condivisibile, che non esclude affatto e non si sostituisce alla preghiera e al digiuno del singolo. E non sempre lo zelo nella preghiera e nel digiuno testimonia di una fede autentica, e di un abbandono nel Signore; a volte è affermazione di se stessi e della propria volontà. Si maltratta il proprio corpo e la propria psiche per sublimare se stessi, non per umiliarsi davanti al Signore. E i frutti ben li vediamo: grandi sacrifici e digiuni, ore e ore di preghiera, ma nello stesso tempo mancanza di amore e di attenzione verso i fratelli più poveri, atteggiamenti eccentrici di giudizio e di autoindentificazione con la Verità, manifestazioni nevrotiche e paranormali, che possono essere facilmente scambiate per manifestazioni del divino e del sovrannaturale. Meglio rincorrere la normalità e la semplicità della fede, e diffidare di tutto ciò che si presenta come eccezionale e diverso! Di eccezionale ci deve essere soltanto il nostro porci in modo diverso di fronte alla preghiera e al digiuno , non la ricerca di una preghiera e di un digiuno che fanno eccezione e si pongono come l’eccezione. La storia della chiesa è piena di figure stravaganti ed eccezionali, la cui storia sfiora nella leggenda. Ammiriamoli, se vogliamo, ma non imitiamoli. Imitiamo, piuttosto l’unico artefice della salvezza che è Cristo Gesù.

21 E mentre percorrevano insieme la Galilea disse loro Gesù: Il Figlio dell’uomo deve essere consegnato nelle mani degli uomini, 22 e lo uccideranno e il terzo giorno risusciterà. E furono grandemente rattristati.

Ritorna Gesù con le sue parole alla necessità della morte e resurrezione, ma non sembra che i discepoli siano cambiati. Una grande tristezza invade il loro cuore e li fa ammutolire; neppure replicano e chiedono spiegazioni, ma le bocche si chiudono. C’è il silenzio di chi prega incessantemente e c’è il silenzio di chi non è più capace di pregare, perché del tutto scoraggiato e incapace di accettare la volontà di Dio. Più blando e benevolo il giudizio di Gerolamo. “Sempre alle cose liete mischia le tristi, affinché, quando queste sopraggiungeranno, non atterriscano gli apostoli, già preparati ad accettarle. Se sono rattristati dal fatto che egli dovrà essere ucciso, deve rallegrarli il fatto che il terzo giorno risorgerà. Senza dubbio, se si rattristano - e si rattristano grandemente - non è perché siano increduli ( sanno infatti che Pietro è stato rimproverato perché non aveva il senso delle cose che sono di Dio, ma di quelle che sono degli uomini ), ma è perché, nel loro amore per il maestro, non riescono ad accettare niente di doloroso e di umile che lo riguardi”. ( Gerolamo )

“A prima vista, queste parole sembrerebbero equivalere di certo a quelle altre: Cominciò a mostrare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani e dei sommi sacerdoti. In realtà non è così: un conto è mostrare ai discepoli che deve andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani e dei sommi sacerdoti e scribi, e, dopo la Passione, venire ucciso, e, dopo l’uccisione, risuscitare il terzo giorno, e un conto è dire loro, mentre sono in Galilea ( dettaglio su cui non siamo informati precedentemente), che il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato. Nel caso precedente, difatti, non è detto: venire consegnato, mentre ora è anche precisato nelle mani degli uomini. A tale proposito dobbiamo chiederci: da chi e nelle mani di quali uomini verrà consegnato? Lì infatti siamo informati da parte di chi, e in quale luogo soffrirà; qui invece, oltre ciò, veniamo anche a sapere che il suo soffrire molto da parte delle persone testè menzionate si attua non perché siano essi i primi responsabili del suo molto soffrire, bensì colui che lo consegna, o coloro che lo consegnano, nelle mani degli uomini. Qualcuno pertanto dirà: è per spiegare ciò che l’Apostolo dice di Dio, Lui che non ha risparmiato il proprio figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, ma anche il Figlio consegnò se stesso per noi alla morte, per cui non fu solo consegnato dal Padre, ma si consegnò da se stesso. Qualche altro poi, dopo aver messo a confronto non solo quel passo, ma anche questi che stiamo esponendo, dirà: in primo luogo fu il Padre a consegnare il Figlio; in seguito, perché fosse messo alla prova, combattesse e soffrisse per gli uomini, o meglio per tutto il mondo onde toglierne il peccato, fu consegnato al principe di questo mondo e agli altri che ne hanno il comando; questi poi li consegnarono in mano agli uomini che lo uccisero…  Deve  essere stato perciò il Padre ( come nel caso di Giobbe ) a consegnare dapprima il Figlio alle potenze ostili, e poi queste a consegnarlo in mano degli uomini: tra questi era Giuda, nel quale entrò satana, dopo che ebbe preso il boccone; fu satana, molto più responsabilmente di Giuda a consegnarlo. Ma, se metti a confronto ed esamini l’essere consegnato del Figlio da parte del padre alle potenze avverse, e l’essere consegnato del Salvatore nelle mani degli uomini da parte di quelle potenze, fa’ attenzione a non mettere sullo stesso piano l’essere consegnato di cui si parla nei due casi! Devi capire che il Padre non l’ha dato semplicemente, ma nel suo amore agli uomini, lo ha consegnato per tutti noi, mentre le potenze ostili, consegnando il Salvatore in mano agli uomini, non miravano a consegnarlo per la salvezza di alcuni, bensì (per quanto dipendeva da loro, perché nessuna di esse conosceva la sapienza di Dio nascosta nel mistero) lo consegnarono perché morisse, in modo che la morte, sua nemica, lo prendesse sotto il suo potere, al pari di quelli che muoiono in Adamo. Ma anche gli uomini che lo uccisero fecero questo, conformandosi al proposito di coloro che volevano mettere Gesù sotto il potere della morte”. (Origene )

23 Ed essendo venuti a Cafarnao, si avvicinarono a Pietro quelli che riscuotevano le due dramme e gli dissero: Il vostro maestro non versa le due dramme? 24 Disse: Certamente!

“Dopo Cesare Augusto, la Giudea era divenuta tributaria di Roma, e tutti erano stati a tale scopo censiti. Per questo Giuseppe e Maria sua sposa si erano recati a Betlemme. A Gesù, siccome era cresciuto a Nazaret ( che è un villaggio della Galilea dipendente dalla città di Cafarnao ), chiedono di pagare il tributo a Cafarnao, secondo l’usanza. Data la grandezza dei prodigi compiuti da colui al quale chiedono il pagamento della tassa, non osano rivolgersi direttamente a lui, ma avvicinano il discepolo e lo interrogano con malizia, per sapere se intende pagare il tributo o intende opporsi alla volontà di Cesare, giusta le parole che in un altro passo leggiamo: “E’ lecito pagare il tributo a Cesare, oppure no?”. ( Gerolamo )

Ancora una volta chi non è amico di Gesù, cerca lo scontro e la polemica indiretta, avvicinando i suoi discepoli, ma nello stesso tempo tenendo le distanze dal loro maestro. Difficile contraddire e replicare alla sapienza che viene dal Figlio dell’uomo, meglio cercare di creargli il vuoto intorno, mettendo in difficoltà quei pochi che lo seguono. Pietro replica prontamente, con l’evidente intenzione di far ben figurare il maestro davanti agli uomini e, proprio per questo, viene richiamato dal Signore. Perché Pietro ti preoccupi così tanto di parlare in nome di Dio, facendo le veci di Dio? Se qualcuno ti chiede di cose che riguardano il maestro, mandalo dal maestro. Spetta a lui dare una risposta. Non voler giustificare colui che tutti giustifica e da nessuno è giustificato. Sii pronto ad ascoltare la parola del tuo Signore, ma attento quando parli nel nome di Dio e per Dio: non sempre ti è richiesto. Meglio portare le anime a Cristo, anche se si scandalizzeranno delle sue parole, piuttosto che dire le parole dell’uomo per compiacere ad ogni uomo.

Ed essendo entrato nella casa, lo prevenne Gesù dicendo...

Non è bene disapprovare chi è stato messo come capo della chiesa davanti a tutti. Meglio farlo in famiglia, lontano da orecchi indiscreti, per non sminuire i ministri di Dio agli occhi dell’intera comunità. Imparino da Gesù coloro che non hanno rispetto, né riguardo per i chierici, ma li calunniano apertamente e li sminuiscono agli occhi degli altri per i loro limiti e le loro miserie. Non così ci insegna il Signore.                                        

Che cosa ti sembra Simone? I re della terra da chi ricevono tributo o tassa, dai loro figli o dagli estranei? 25 E quello disse: Dagli estranei. Gli disse Gesù: Dunque liberi sono i figli”.

“Il nostro Signore era figlio del Re, e secondo la carne, e secondo lo spirito, sia perché discendeva dalla stirpe di David, sia perché era il Verbo dell’onnipotente Padre. In quanto figlio di re, non doveva dunque pagare i tributi; ma colui che ha assunto l’umiltà della carne, deve adempiere ogni giustizia. Infelici noi che di Cristo portiamo il nome, ma niente facciamo che sia degno di tanta maestà! Egli per noi ha sopportato la croce e ha pagato il tributo, mentre noi, per il suo onore, non restituiamo quanto ci è stato dato e, come se fossimo figli di re, ci riteniamo esenti da ogni tassa. ( Gerolamo )

26 Ma per non scandalizzarli, va’ presso il mare getta l’amo e prendi quel pesce che verrà su per primo e aperta la sua bocca troverai uno statere; prendendolo dà loro per me e per te.

“Non so che cosa, in questo passo, mi riempie di maggior meraviglia, se la prescienza o la potenza del Salvatore: la prescienza, grazie alla quale sa che un pesce ha in bocca uno statere e che questo pesce è il primo che verrà su, o la potenza, per cui basta una sola parola sua, e subito uno statere spunta nella bocca del pesce. La sua parola ha prodotto quello che doveva accadere. Mi sembra poi che, secondo il significato mistico, questo pesce che per primo viene catturato, sia quello che dimorava nei profondi e amari gorghi del mare, cosicché il primo Adamo viene liberato per mezzo del secondo Adamo; e ciò che viene trovato nella sua bocca, cioè nella sua confessione, è quanto viene pagato per Pietro e per il Signore. E giustamente viene pagato per ambedue lo stesso prezzo, ma diviso in due parti, perché per Pietro il prezzo viene pagato in quanto è un peccatore, mentre il Signore non ha commesso il nostro peccato, né inganno è stato trovato nella sua bocca. Viene chiamato statere, che vale due volte due dramme, per dimostrare la somiglianza secondo la carne, per cui il servo e il Signore vengono liberati allo stesso prezzo. Ma è edificante anche la più semplice interpretazione: si dimostra infatti che tale è la povertà del Signore, che egli non ha con sé neppure di che pagare il tributo per sé e per l’apostolo. E se qualcuno obietterà: Ma Giuda non portava il denaro nella sua borsa?, risponderemo osservando che Gesù non riteneva giusto servirsi per proprio uso del denaro dei poveri, per cui, così facendo, ha dato anche a noi un esempio da imitare”. ( Gerolamo )

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