Vangelo di Matteo cap16

 

                                             Matteo 16

et accesserunt ad eum pharisaei et sadducaei tentantes et rogaverunt eum ut signum

E si avvicinarono a lui i farisei e sadducei tentandolo e lo supplicarono perché

de caelo ostenderet eis at ille respondens ait illis facto vespere

mostrasse loro un segno dal cielo. 2 Ma quello rispondendo disse loro: Fatta sera voi

dicitis serenum erit rubicundum est enim caelum et mane hodie tempestas

dite: Sarà sereno, infatti il cielo è rosseggiante. 3 E al mattino: Oggi tempo cattivo,

rutilat enim triste caelum faciam ergo caeli diiudicare nostis

infatti il cielo splende minaccioso. 4 Dunque sapete discernere l’aspetto del cielo, ma

signa autem temporum non potestis scire generatio mala ed adultera signum quaerit

non potete sapere i segni dei tempi. Una generazione malvagia ed adultera cerca un

et signum non dabitur ei nisi signum Ionae prophetae et

segno, e un segno non sarà dato ad essa, se non il segno del profeta Giona. E

relictis illis abiit et cum venissent discipuli eius trans fretum

abbandonatili, si allontanò. 5 Ed essendo venuti i suoi discepoli al di là del mare si

obliti sunt panes accipere qui dixit illis intuemini et cavete

dimenticarono di prendere dei pani. 6 Ed egli disse loro: Guardate bene dentro e state

a fermento pharisaeotum et sadducaeorum at illi cogitabant intra se dicentes

in guardia dal fermento dei farisei e dei sadducei. 7 Ma quelli pensavano tra sé dicendo:

quia panes non accepimus sciens autem Iesus dixit quid cogitatis intra vos modicae

Non abbiamo preso dei pani. 8 E sapendo Gesù disse: Cosa pensate tra di voi, di poca

fidei quia panes non habetis nondum intellegitis neque recordamini quinque panum

fede? Che non avete pani? 9 Non capite ancora e non ricordate i cinque pani

in quinque milia hominum et quod cophinos sumpsistis neque septem panum in

per i cinquemila uomini e quante ceste avete preso? 10 Né i sette pani per

quattuor milia hominum et quot sportas sumpsistis quare non intellegitis

i quattromila uomini, e quante sporte avete preso? 11 Per qual motivo non comprendete

quia non de pane dixi vobis cavete a fermento pharisaeorum et

che non riguardo al pane vi ho detto: Guardatevi dal fermento dei farisei e dei

sadducaeorum tunc intellexerunt quia non dixerit cavendum a fermento

sadducei? 12 Allora compresero che non aveva detto di stare in guardia dal fermento dei

panum sed a doctrina pharisaeorum et sadducaeorum venit autem Iesus in partes

pani, ma dalla dottrina dei farisei e dei sadducei. 13 E venne Gesù nei territori

Caesareae Philippi et interrogabat discipulos suos dicens quem dicunt

di Cesarea di Filippo ed andava interrogando i suoi discepoli dicendo: Chi dicono gli

homines esse Filium hominis at illi dixerunt alii Iohannem Baptistam alli autem

uomini che sia il Figlio dell’uomo? 14 Ma quelli dissero: Alcuni Giovanni Battista, altri invece

Heliam alii vero Hieremiam aut unum ex prophetis dicit illis Iesus vos autem quem

Elia, altri invero Geremia o uno dei profeti. 15 Dice a loro Gesù: E voi chi dite che io sia?

me esse dicitis respondens Simon Petrus dixit tu es Christus Filius Dei vivi respondens

16 Rispondendo Simon Pietro disse: Tu sei Cristo, il Figlio del Dio vivo. 17 E rispondendo

autem Iesus dixit ei beatus es Simon Bar Iona, quia caro et sanguis non revelavit tibi

Gesù disse a lui: Beato sei Simon figlio di Giona, poiché carne e sangue non rivelò a te,

sed Pater meus qui in caelis est et ego dico tibi quia tu es Petrus et super hanc petram

ma il Padre mio che è nei cieli. 18 Ed io dico a te che tu sei Pietro e sopra questa pietra

aedificabo ecclesiam meam et portae inferi non prevalebunt adversus eam et tibi dabo

edificherò la mia chiesa e porte d’inferno non prevarranno contro di essa. 19 E a te darò

claves regni caelorum et quodcumque ligaveris super terram erit ligatum et

le chiavi del regno dei cieli e qualunque cosa avrai legato sulla terra, sarà legato anche

in caelis et quodcumque solveris super terram erit solutum et in caelis tunc

nei cieli e qualunque cosa avrai sciolto sopra la terra, sarà sciolto anche nei cieli. 20 Allora

praecepit discipulis suis ut nemini dicerent quia ipse esset Iesus Christus

comandò ai suoi discepoli di non dire a nessuno che proprio lui era il Cristo.

Exinde coepit Iesus ostendere discipulis suis quia oporteret eum ire

21 Da allora cominciò Gesù a manifestare ai suoi discepoli che era necessario che andasse

Hierosolymam et multa pati a senioribus et scribis et principibus sacerdotum

a Gerusalemme e patisse molte cose dagli anziani e dagli scribi e dai capi dei sacerdoti

et occidi et tertia die resurgere et assumens eum Petrus coepit

e fosse ucciso e risorgesse il terzo giorno. 22 E prendendolo con sé Pietro cominciò a

increpare illum dicens absit a te Domine non erit tibi hoc qui conversus dixit

sgridarlo dicendo: Sia lungi da te, Signore, non sarà a te questo. 23 Questi voltatosi disse

Petro vade post me satana scandalum es mihi quia non sapis ea

a Pietro: Vai dietro a me Satana, scandalo sei per me, poiché non hai gusto delle cose

quae Dei sunt sed ea quae hominum tunc Iesus dixit discipulis suis

che sono di Dio, ma di quelle che sono degli uomini. 24 Allora Gesù disse ai suoi discepoli:

si quis vult post me venire abneget semetipsum et tollat crucem suam et sequatur me

Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso e sollevi la sua croce e segua me.

Qui enim voluerit animam suam salvam facere perdet eam qui autem perdiderit animam

25 Chi infatti avrà voluto fare salva la sua anima, la perderà, ma chi avrà perso la sua anima

suam propter me inveniet eam quid enim prodest homini si mundum universum lucretur

per me la troverà. 26 Infatti che giova ad un uomo se guadagnasse tutto il mondo

animae vero suae detrimentum patiatur aut quam dabit homo commutationem pro anima

ma patisse danno per la sua anima? O quale baratto darà un uomo per la sua anima?

sua Filius enim hominis venturus est in gloria Patris sui cum angelis suis et tunc

27 Infatti il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo con i suoi angeli ed allora

reddet unicuique secundum opera eius amen dico vobis sunt quidam de hic stantibus

renderà a ciascuno secondo le sue opere. 28 In verità dico a voi, vi sono alcuni di coloro che

qui non gustabunt mortem donec videant Filium hominis venientem in regno suo

stanno fermi qui, che non gusteranno morte, finché vedranno il Figlio dell’uomo che viene essendo nel suo regno.

 

 

 

 

 

 

 

 

                                           Matteo 16

E si avvicinarono a lui i farisei e i sadducei tentandolo e lo supplicarono perché mostrasse loro un segno dal cielo.

“Sadducei e Farisei sono discordi tra loro sulle verità più essenziali. I Farisei, infatti, sostengono la risurrezione dei morti sperando nell’esistenza di un mondo futuro, mentre i Sadducei niente riconoscono di riservato all’uomo dopo questa vita, sia che abbia progredito nella virtù, sia che non si sia affatto impegnato a varcare i confini del vizio. Orbene, costoro si trovano d’accordo pur di mettere alla prova Gesù. Qualcosa di simile si è verificato, stando al racconto di Luca, nel caso di Erode e Pilato divenuti tra loro amici nel mettere a morte Gesù. Probabilmente la loro mutua ostilità avrebbe distolto Erode dal chiedere l’eliminazione di Gesù per far piacere al popolo che gridava: Crocifiggilo, crocifiggilo, e avrebbe indotto Pilato, già propenso a liberare Gesù ad evitarne la condanna, se alla sua precedente propensione si fosse aggiunta anche l’inimicizia verso Erode. E invece la presunta amicizia rese più efficace la richiesta di Erode contro Gesù, e probabilmente Pilato, anche a motivo di questa recente amicizia volle compiere un gesto gratificante nei confronti sia di Erode che di tutte le nazioni dei Giudei. Ma questo molte volte possiamo vederlo anche adesso nella vita: gente con opinioni divergenti sia in filosofia greca che in altri sistemi di pensiero, sembra poi ritrovarsi d’accordo nel dileggiare e attaccare Gesù Cristo nella persona dei discepoli. Di qui ritengo si possa passare col discorso a una considerazione: tra potenze magari in conflitto tra loro, come il Faraone e Nabucodonosor, e come Tiraca re degli Etiopi e Sennacherib re degli Assiri, si crea a volte un accordo contro Gesù e il suo popolo. E’ in tal senso forse che insorsero i re della terra e i principi congiurarono insieme: benché fino a ieri non andassero affatto d’accordo, si trovano uniti nel tramare contro il Signore e contro il suo Cristo, e uccidere il Signore della gloria. Col discorso siamo giunti a questo punto a motivo dei Farisei e dei Sadducei che insieme si avvicinarono a Gesù: anche se su quella questione della risurrezione erano discordi, si ritrovarono in certo senso concordi, pur di mettere alla prova il Salvatore e chiedergli di mostrare loro un segno dal cielo. Non paghi, infatti dei miracoli e degli altri prodigi compiuti dal nostro Salvatore con le guarigioni di ogni malattia e infermità di mezzo al popolo, prodigi di cui molti erano al corrente, volevano che mostrasse loro un segno dal cielo. E immagino che essi sospettassero che i segni compiuti sulla terra potessero anche non essere da Dio ( per cui non esitarono a dire che Gesù caccia i demoni per opera di Beelzebul principe dei demoni ), e invece ritenessero che un segno dal cielo non potesse venire da Beelzebul o qualche potenza malefica. Erano in errore su entrambi i punti: sia sui segni della terra che su quelli del cielo, non essendo essi “provetti banchieri” e non sapendo discernere, tra gli spiriti che operano, quali sono da Dio e quali separati da lui. Eppure avrebbero dovuto sapere che molti dei prodigi contro l’Egitto verificatisi al tempo di Mosè, pur non essendo dal cielo, erano chiaramente da Dio, e che il fuoco caduto dal cielo sulle pecore di Giobbe non era da Dio: quel fuoco apparteneva allo stesso autore cui appartenevano i predatori, quelli che avevano formato tre bande di uomini a cavallo contro il bestiame di Giobbe. Ritengo però che, essendo possibile avere segni sia dalla terra che dal cielo ( i veri segni non sono che da Dio, mentre ogni specie di portenti, segni e prodigi menzogneri sono quelli del Maligno ) nel libro di Isaia ad Achaz venga detto: Chiedi per te un segno del Signore tuo Dio profondo oppure dall’alto. Se infatti non ci fossero stati segni, e alcuni di quelli che sono dal profondo e dall’alto non fossero dal Signore Dio, non avrebbe detto: Chiedi per te un segno dal Signore tuo Dio dal profondo oppure dall’alto. So bene che a qualcuno sembrerà forzata tale interpretazione di: Chiedi per te un segno dal Signore tuo Dio. Però fa’ attenzione al detto dell’Apostolo sull’uomo iniquo, il figlio della perdizione, che sarà manifestato con ogni specie di portenti, di segni e di prodigi menzogneri e con ogni sorta di empio inganno per quelli che vanno in rovina imitando tutti i prodigi della verità. E come gli incantatori e i maghi egiziani, pur essendo inferiori all’uomo iniquo e al figlio della perdizione, imitarono certi potenti segni e prodigi della verità, compiendo prodigi menzogneri, in modo che non si credesse più a quelli veritieri, così penso che l’uomo iniquo imiterà i segni e i portenti ( della verità ). Ma forse i Farisei ( e mi chiedo se anche i Sadducei ), a motivo della profezia sul suo conto, proprio questo hanno sospettato, quando per metterlo alla prova chiedevano a Gesù che mostrasse loro un segno dal cielo. Dichiarando che non lo hanno sospettato, cosa diremo che sia capitato loro nei confronti dei prodigi compiuti da Gesù, rimanendo insensibili e non provando alcun timore davanti agli aspetti straordinari dei fatti? Qualcuno potrà temere che così non abbiamo che fornito motivi di discolpa ai Farisei e ai Sadducei, sia nel caso in cui affermano che Gesù ha cacciato i demoni in virtù di Beelzebul, sia in quello in cui mettono alla prova Gesù sul segno dal cielo: costui sappia che a titolo di plausibilità ho detto solo che essi sono andati fuori strada nel credere ai miracoli di Gesù, non giungo però al punto da scagionarli di non aver saputo scorgere il compimento della parole dei profeti nelle azioni di Gesù, azioni che nessuna potenza malefica era assolutamente in grado di imitare. Il far ritornare un’anima già spirata, al punto che il morto, già emanante cattivo odore e al quarto giorno, uscisse dal sepolcro, non era in potere di nessun altro se non di colui il quale aveva udito dire: Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza. Ma anche il dare ordini ai venti, il calmare con la parola l’impeto del mare, a nessun altro era possibile se non a colui per mezzo del quale tutte le cose furono create, anche questo mare e i venti. E inoltre l’insegnamento che invitava ad amare il Creatore in accordo con la Legge e i Profeti, l’insegnamento che pacificava gli istinti ed educava i costumi alla pietà, che altro manifestava a coloro che erano in grado di vedere, se non che era veramente il Figlio di Dio colui che compiva così grandi cose? A motivo di esse egli disse ai discepoli di Giovanni: Andate e riferite a Giovanni ciò che avete veduto e udito: i ciechi recuperano la vista,... ( Origene )

Ancora una volta i farisei e i sadducei si avvicinano a Gesù, ma il loro cuore non è mutato e persistono nel loro essere contro il Cristo e contro la sua parola. C’è chi segue Gesù per ascoltarlo ed essere guarito da ogni male; c’è chi lo segue , ma solo per giudicare e per tendere insidie. Vi è la perseveranza nella fede e nella sequela che viene da Dio e vi è la perseveranza nel rifiuto e nell’indurimento di cuore che viene dal Maligno. Perché anche Satana ha dei discepoli che si distinguono nel loro zelo e nel loro accanimento: seguaci fedeli di colui che è menzogna muovono guerra a Gesù con ogni mezzo, non disdegnando neppure la supplica che ha la parvenza della pietà, ma che è priva del suo fondamento. Chiedono a Cristo un segno dal cielo, incapaci di vedere  Colui che viene dal cielo.

2 Ma quello rispondendo disse loro: Fatta sera voi dite: Sarà sereno, infatti il cielo è rosseggiante. 3 Ed al mattino: Oggi tempo cattivo, infatti il cielo splende minaccioso.   4 Dunque sapete discernere l’aspetto del cielo, ma non potete sapere i segni dei tempi.

Non si possono vedere le cose di Dio con gli occhi della carne, né intendere i misteri celesti con l’intelligenza dell’uomo. Prima di chiedere un segno dal cielo bisogna chiedere gli occhi per vedere ciò che viene dal cielo. Nessuno può avvicinarsi a Gesù con la presunzione di comprendere e vedere senza il dono di Dio. Certamente, dice Gesù, voi sapete riconoscere e distinguere i segni di questo cielo materiale, ma non potete capire i segni che vengono dal cielo eterno.  Non è semplicemente un’ipotesi o un’opinione del Figlio dell’uomo: è un dato di fatto di cui dovete prendere consapevolezza. A nulla giova simulare il desiderio dello Spirito di fronte a Colui che scruta le profondità del vostro cuore. Se amaste le cose del cielo, amereste innanzitutto, Colui che viene dal cielo. Il Figlio di Dio potrebbe anche esaudire la vostra preghiera, fingendo di non comprenderne la doppiezza e la falsità, ma non vi gioverebbe a nulla. Come potete chiedere un segno d’amore a Dio, voi che non Lo amate e vi prostituite con gli idoli di questo mondo? Purificate prima il vostro cuore dai pensieri cattivi e lavate le vostre mani da ogni opera malvagia.

Una generazione malvagia ed adultera cerca un segno e un segno non sarà dato ad essa, se non il segno del profeta Giona. E abbandonatili, si allontanò.

Questo innanzitutto risalta ed è evidente agli occhi del Figlio: che  una generazione malvagia ed adultera non cerca il perdono dei propri peccati e la riconciliazione col Padre, ma semplicemente un segno dal cielo. E chi cerca da Dio un segno e null’altro, avrà da Dio un segno e niente di più. Il Figlio dell’uomo morirà per vostra mano e risusciterà dai morti. E quale segno più grande dal cielo? Ma a nulla vi gioverà. Non sarà per la vostra conversione e per la salvezza, ma per la dannazione eterna e per la perdita definitiva di ogni speranza.  Gesù non muore, se non per risorgere e farci risorgere in Lui e per Lui. Ma i farisei vedranno soltanto la sua morte e in essa crederanno: non vedranno e non crederanno nella sua risurrezione, perché sono ciechi e non vogliono comprendere né essere salvati. Eppure gli abitanti di Ninive ascoltarono la parola di Giona, allorché fu liberato da Dio dal potere della morte e si convertirono dalle loro opere malvagie. Ma a che giova la conoscenza della Scrittura a coloro che non cercano e non vogliono la salvezza? Nessuna profezia può ormai aiutare chi non vuole comprendere e  vedere in Gesù l’adempimento di ogni profezia e di ogni parola che viene dal cielo.

“Il segno di Giona, stando alla loro domanda, non era un semplice segno, ma un segno dal cielo. Per cui, anche se lo mettevano alla prova e richiedevano un segno, nondimeno nella sua grande bontà egli quel segno lo concesse. Se infatti, come Giona passò tre giorni e tre notti nel ventre della balena, così il Figlio dell’uomo restò tre giorni e tre notti nel cuore della terra e dopo ne risorse, da dove diremo sia venuto il segno della risurrezione di Gesù se non dal cielo? E ciò appunto, quando al momento della Passione, insieme al ladrone beneficato, entrò nel paradiso di Dio, anche se dopo questo ( penso ) discese presso i morti nell’Ade, come libero tra i morti. E a me pare che il Salvatore colleghi il segno che viene da lui con il discorso del segno di Giona, dichiarando di dare non semplicemente un segno simile, ma quello stesso segno. Fa’ bene attenzione alle parole: Ma nessun segno le sarà dato se non quello del segno di Giona il profeta. Per cui quel segno lì coincideva con questo, con funzione indicativa: quel segno di per sé oscuro doveva trovare la sua soluzione nella passione del Signore e nel suo restare tre giorni e tre notti nel cuore della terra. Nello stesso tempo veniamo ad apprendere un principio generale: se il “segno” sta ad indicare una realtà, ciascuno dei segni riferiti nel testo (a livello sia di racconto reale che di precetto) è indicativo di una realtà che si compie in seguito: come ad esempio il segno di Giona che esce dopo tre giorni dal ventre della balena lo era della risurrezione del nostro Salvatore, risorto dai morti dopo tre giorni e tre notti, e anche la circoncisione, detta “segno”, lo era di quella indicata da Paolo: siamo noi la circoncisione. Ricerca anche tu ogni segno presente nelle Scritture, e vedi di quale realtà sia figura nella Nuova Scrittura; e quello che nel Nuovo Testamento viene designato col nome di “segno”, ricerca di quale realtà sia indicativo o nel secolo futuro, oppure nelle generazioni successive al segno dato.

Li chiamò generazione malvagia a motivo della qualità prodotta in loro dal Maligno ( la malvagità è volontaria produzione del male ); li chiamò invece generazione adultera per questo motivo: Farisei e Sadducei avendo abbandonato quella che in senso figurato è detta “marito”, cioè la parola di verità, o Legge, avevano commesso adulterio con la menzogna e la legge del peccato. Se infatti ci sono due leggi, quella che è nelle nostre membra e quella della mente, allora è da dire che la legge della mente ( cioè quella “spirituale”) è il marito, al quale fu dato in moglie da Dio l’anima, marito che è la Legge, in base a quello che sta scritto: da Dio la donna fu data in dono all’uomo; l’altra legge invece è adultera rispetto all’anima che vi si sottomette e che per colpa sua è chiamata adultera. Ora, che la Legge sia marito dell’anima, lo esprime chiaramente Paolo nell’Epistola ai Romani: La Legge ha potere sull’uomo (solo) per il tempo in cui egli vive... Fa’ attenzione a ciò: La Legge ha potere sull’uomo per il tempo in cui essa vive ( nel senso della legge, marito della donna ). La donna sposata è l’anima soggetta alla Legge; essa è vincolata al marito, cioè alla legge; ma una volta morto il marito, è libera dalla legge, che è il marito. Orbene la Legge muore per chi ascende alla beatitudine e non vive più sotto la Legge, ma agisce come il Cristo: egli, anche se si fece ( come uno che è ) sotto la Legge, per coloro che sono sotto la Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la Legge, tuttavia non rimase sotto di essa, né sotto di essa lasciò coloro che aveva affrancato. Cristo infatti li condusse insieme a sé, nel modo di vivere che è al di sopra di quella Legge, la quale ( quanto a quelli che sono più imperfetti e vivono tuttora nel peccato ) contiene sacrifici per il perdono dei peccati. Chi dunque è senza peccato e non ha bisogno dei sacrifici prescritti dalla Legge, essendo stato reso perfetto, ha superato forse anche la Legge spirituale e ha raggiunto quella Parola, che è al di sopra della Legge, Parola che si è fatta carne per coloro che vivono nella carne, ma per quelli che non militano più assolutamente secondo la carne, è la Parola come era all’inizio presso Dio, Parola che è Dio, contempla e rivela il Padre. Tre dunque le realtà da intendere in questo passo: la donna sposata con la Legge suo marito; la donna adultera, la quale, essendo ancora in vita suo marito che è la Legge, passa a un altro uomo, che è la legge della carne, dunque l’anima; e la donna che è presa in moglie dal fratello del marito morto, e questa è la Parola che è viva e non muore, colui che risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più alcun potere su di lui. Queste cose le abbiamo dette tenendo conto dei testi: Se l’uomo muore, è liberata dalla legge dell’uomo; ella dunque finché è in vita il marito, sarà chiamata adultera se passa a un altro uomo; ma se muore il marito, è libera dalla Legge e non è più adultera, se passa a un altro uomo. Ma l’affermazione: ella dunque finché è in vita il marito, sarà chiamata adultera, l’abbiamo citata per mettere in chiaro per quale motivo Gesù, ai Farisei e Sadducei che lo mettevano alla prova e chiedevano di mostrare loro un segno dal cielo, non disse solo generazione malvagia, ma aggiunse adultera. In genere, dunque, la legge che è nelle membra e muove guerra alla legge della mente, come un marito adultero, commette adulterio con l’anima. Ma qualsiasi potenza avversa, che assoggetti l’anima umana e si unisca a lei, rende adultera colei che possiede il Logos, che Dio le ha dato in sposo. Dopo, è scritto che Gesù, lasciatili, se ne andò. Infatti, come avrebbe potuto lo Sposo, il Logos, non lasciare la generazione adultera e allontanarsi da essa? Ma si potrebbe anche dire che il Logos di Dio, lasciata la sinagoga dei Giudei, perché adultera, andò via da essa e prese in moglie una prostituta, cioè coloro che vengono dalle nazioni. Poiché quelli, (i Giudei) pur essendo la città fedele di Sion, si sono prostituiti; costoro invece, come Raab la meretrice che accolse gli esploratori di Giosuè e si salvò con tutta la sua famiglia, non fornicò più in seguito, ma venne ai piedi di Gesù e bagnandoli con le lacrime della conversione, li unse col profumo degli unguenti della santa condotta: In merito a lei Gesù, rimproverando Simone il lebbroso (cioè l’antico popolo) disse quanto è scritto nel testo”. ( Origene )

E abbandonatili, si allontanò.

Gesù abbandona coloro che lo cercano con cuore doppio e si allontana per sempre dalla loro vita. Che a nessuno accada di invocare il Salvatore, quando ormai è troppo tardi, come le vergini stolte, quando le porte del cielo verranno chiuse per sempre! 

5 Ed essendo venuti i suoi discepoli al di là del mare, si dimenticarono di prendere dei pani.

“Poiché i pani che avevano sulla riva precedente non erano più utili ai discepoli passati all’altra riva (quelli di cui ora avevano bisogno sulla riva opposta erano diversi da quelli usati sulla prima riva), per questo i discepoli, nel partire per l’altra riva, avevano tralasciato di portare dei pani e dimenticato di prenderli con loro. All’altra riva sono approdati i discepoli di Gesù che dalle realtà corporali sono passati a quelle spirituali, dalle cose sensibili a quelle intelligibili. E probabilmente per distogliere i discepoli che, approdati già all’altra riva, cominciano a tornare indietro spiritualmente verso i valori della carne, Gesù disse loro: vedete e state attenti. Quello che offrivano Farisei e Sadducei, infatti, era una specie di impasto di insegnamento e lievito veramente stantio, basato sulla pura lettera e per questo non scevro di fermenti di male. Ma Gesù non vuole che ne mangino più i discepoli, poiché ha fatto per loro una pasta nuova e spirituale, offrendo se stesso (per quelli che si sono allontanati dal lievito dei Farisei e dei Sadducei e sono venuti da lui) come Pane vivo che è disceso dal cielo e dà la vita al mondo. Ma chi non userà più del levito, dell’impasto e dell’insegnamento dei Farisei e dei Sadducei deve fare un cammino: per prima cosa “vedere” e, per seconda, “stare attento” a che per cecità e disattenzione non si prenda parte al loro lievito proibito; per questo Gesù dice ai discepoli per prima cosa vedete e per seconda state attenti; infatti è proprio dei chiaroveggenti e degli attenti discernere il lievito dei Farisei e dei Sadducei da ogni cibo fatto non di azzimi e di sincerità e verità, dal Pane di vita disceso dal cielo, perché non si ingeriscano alimenti di Farisei e Sadducei, ma ci si rinvigorisca l’anima mangiando il Pane vivo e vero. Potremmo opportunamente applicare questa parola anche a quelli che, divenuti cristiani, decidono di vivere da Giudei esteriormente: costoro non “vedono” e non “stanno attenti” al lievito dei Farisei e dei Sadducei, ma nonostante il volere di Gesù che glielo proibisce, mangiano il pane dei Farisei: E tutti quelli (penso) i quali non vogliono credere che la Legge è spirituale e contiene solo un’ombra dei beni futuri ed è ombra di cose future, non ricercano di quale bene futuro sia ombra ciascuna delle leggi, non “vedono” e non “stanno attenti” al lievito dei Farisei; ma anche quelli che respingono la risurrezione dai morti, non stanno in guardia dal lievito dei Sadducei e molti tra gli eterodossi, a causa della loro incredulità circa la risurrezione dei morti, sono “impastati” col lievito dei Sadducei. Mentre Gesù diceva proprio questo, i discepoli ragionavano tra loro e dicevano, non ad alta voce, ma nei loro cuori: Non abbiamo preso i pani. Era come dire: se avessimo dei pani, non prenderemmo lievito dai Farisei e dai Sadducei. Ma poiché in mancanza di pane corriamo il rischio di prendere del loro lievito, il Salvatore non vuole che facciamo ritorno al loro insegnamento, ecco perché ci disse: Vedete e state bene attenti dal lievito dei Farisei e dei Sadducei. Di questo ragionavano tra loro. Ma Gesù che vedeva nei loro cuori e ascoltava le parole nascoste in essi, da vero “vescovo” dei cuori, li rimprovera perché non intendono e non si ricordano dei pani ricevuti da lui, grazie ai quali, pur avendo l’impressione di trovarsi in mancanza di pani, non ebbero bisogno del lievito dei Farisei e dei Sadducei. In seguito, chiarendo e spiegando in maniera più esplicita (a coloro che erano confusi per l’ambiguità dei termini pane e lievito), che stava parlando loro non di pane sensibile, bensì di lievito consistente nell’insegnamento, soggiunse. Come mai non capite ancora che non alludevo al pane quando vi ho detto: fate attenzione al lievito dei Farisei e Sadducei? Anche se non esplicitò la sua spiegazione e persisteva in un linguaggio tropologico, tuttavia i discepoli capirono che il discorso del Salvatore alludeva alla dottrina (chiamata “lievito” in senso figurato) data da Farisei e Sadducei. Finché dunque abbiamo con noi Gesù che compie la promessa: Ecco io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo, non possiamo digiunare e privarci del cibo, al punto che per la sua carenza, andiamo addirittura dai Farisei e Sadducei a cercare, prendere e mangiare del lievito proibito. Potrà anche venire un momento, mentre egli è con noi, che ci troviamo senza cibo, come è stato detto prima: Ormai da tre giorni mi vengono dietro e non hanno da mangiare. Ma anche se questo momento verrà, Gesù non vuole rimandarci digiuni, perché non sveniamo durante il cammino, rende grazie sui sette pani presi dai discepoli e fa sì che dai sette pani ci avanzino sette ceste. Inoltre (per coloro che ritengono che dal Vangelo di Matteo non si possa affatto evincere la divinità del Salvatore) c’è da fare anche questa osservazione: il fatto che, mentre i discepoli ragionavano tra loro e dicevano di non avere pane, Gesù abbia conosciuto i loro pensieri e abbia detto: Perché andate discorrendo tra voi, uomini di poca fede, dicendo che non avete pane? Non era cosa umana, perché è il Signore - il Signore solo - che conosce i cuori degli uomini (come dice Salomone nel terzo libro dei Regni. Dal momento poi che Gesù disse: State bene in guardia dal lievito, e i discepoli capirono che non aveva detto di stare in guardia dai pani, ma dalla dottrina dei Farisei e dei Sadducei, farai caso se, lì dove è menzionato il lievito, venga detto nel senso tropologico di dottrina, sia nella Legge che nelle Scritture successive alla Legge. Così, il lievito non viene mai offerto sull’altare, perché le invocazioni non devono essere espressioni d’insegnamento, ma solo petizioni al Signore”. ( Origene )

Mentre i sadducei e i farisei ritornano alle loro case, i discepoli non lasciano Gesù e perseverano nella sequela anche se questa li porta lontano, al di là del mare e non consente loro di pensare alle necessità materiali. Si dimenticano di prendere dei pani non perché siano già liberi da ogni desiderio o preoccupazione carnale, ma per la logica stessa della sequela, che non concede né tempo né spazio per le cose di questo mondo, fosse anche il pane di ogni giorno. Quanti limiti, distrazioni, mancanze agli occhi del mondo, in coloro che hanno il cuore costantemente rivolto a Gesù! Ma non sembra che il Signore faccia propri i rimproveri degli uomini.

6 Ed egli disse loro: Guardate bene dentro e state in guardia  dal fermento dei farisei e dei sadducei. 7 Ma quelli pensavano tra sé dicendo: Non abbiamo preso dei pani.

Soltanto un rapporto superficiale e sbagliato con la Parola può suscitare ansia e preoccupazione per le necessità materiali. Vi è anche chi in nome della Parola esorta gli uomini a lavorare, a produrre sempre di più, ad occuparsi di mille cose, e tutte giuste e sacrosante, ma Gesù non è dalla loro parte. Il nostro cuore è ormai in cielo ed è meglio pensare alla vita eterna.

8 E sapendo Gesù disse: Cosa pensate tra di voi, di poca fede? Che non avete dei pani? 9 Non capite ancora e non ricordate i cinque pani per i cinquemila uomini e quante ceste avete preso? 10 Né i sette pani per i quattromila uomini, e quante sporte avete preso? 11 Per qual motivo non comprendete che non riguardo al pane vi ho detto: Guardatevi dal fermento dei farisei e dei sadducei?

Un pensiero rivolto, innanzitutto, alle cose materiali è sempre un indizio ed un segno di poca fede. Quanto più se la stessa Parola viene ascoltata con gli orecchi e con lo spirito della carne! Molto presto ci dimentichiamo dell’opera di Dio e l’insegnamento della Sua parola non rimane nel nostro cuore ed il Signore è costretto a rimproverarci e ad ammonirci, perché non abbiamo a dimenticare i prodigi del Suo amore. Non meravigliamoci degli Apostoli, solo Dio può farlo! Noi non siamo diversi né tanto meno migliori. L’insistenza del Signore nel riprendere i suoi figli dà sempre i suoi frutti, purché si perseveri nella sequela e nell’ascolto.

“Qualcuno poi, in merito alle spiegazioni date sui discepoli passati all’altra riva, potrebbe porre questo quesito: è possibile che uno, approdato all’altra riva, venga biasimato come uomo di poca fede, e come uno che non capisce e non ricorda più ciò che Gesù ha fatto? Non è difficile, penso, dare una risposta al riguardo: davanti a ciò che è perfetto, alla cui venuta scomparirà ciò che lo è in parte, ogni nostra fede quaggiù non è che “poca fede”; e rispetto a quel che è perfetto, noi che conosciamo in modo parziale, non “capiamo” ancora e non “ricordiamo”. Non siamo infatti capaci di assumere una memoria durevole e coestensiva a tutta la quantità della natura delle nostre speculazioni. Ma da questo passo c’è anche da apprendere che a volte veniamo accusati e rimproverati come gente di poca fede, a motivo dei soli pensieri che concepiamo dentro di noi. Io sono del parere che, come uno commette adulterio già nel suo cuore, pur senza arrivare compiutamente all’atto, così tutte le azioni proibite, uno le commette già solo nel cuore. Come dunque colui che ha commesso adulterio nel suo cuore verrà condannato in ragione di tale adulterio, così chi avrà fatto nel cuore qualcosa di proibito, ad esempio ha rubato o detto falsa testimonianza solo nel suo cuore, verrà condannato non al pari di chi ha rubato di fatto o commesso realmente falsa testimonianza, ma al pari di chi queste cose le ha commesse solo col cuore, e questo nel caso in cui, pur avendone l’intenzione, non arrivò all’atto perverso; nel caso in cui, infatti, oltre ad averlo voluto, ci provò ma non ci riuscì, sarà condannato per aver peccato non solo col cuore, ma anche in azione. Ci si potrebbe contestualmente anche chiedere: posto che si commette adulterio già nel proprio cuore pur non commettendo l’atto stesso dell’adulterio, si può essere casti solo interiormente? Tale analogo quesito lo porrai anche per le altre virtù degne di lode. Ma a questo punto sorge un problema, che potrebbe forse indurci in errore, ma che a mio parere va chiarito nel modo seguente. L’adulterio avvenuto “nel cuore” è peccato meno grave di quello consumato. Non può essere invece che la castità del cuore sia in contrasto con la castità delle azioni, a meno che non si prenda ad esempio di questo caso quello di una vergine violentata in luogo solitario (stando alla Legge). Può accadere infatti che il cuore di una ragazza sia castissimo, ma che la violenza di un uomo sfrenato produca in lei, pura, la corruzione della carne: questo appunto mi pare il caso di un donna assolutamente casta nell’intimo, anche se non è più nello stato fisico anteriore alla violenza carnale. Non è depravata, solo perché non più illibata!”. ( Origene )

12 Allora compresero che non aveva detto di stare in guardia dal fermento dei pani, ma dalla dottrina dei farisei e dei sadducei.                                                   

Ben altro è il cibo che dà la vita e il fermento che fa crescere e dà profumo alla nostra vita.  Va recuperato e riaffermato il valore della Parola come fonte e fine della vita. E non si devono sottovalutare e ignorare le insidie di coloro che sono contro Dio, anche se hanno la fama di sapienti e di persone che cercano la Verità. Come hanno tentato il maestro così tenteranno anche i suoi discepoli. La parola di Dio non può convivere pacificamente con la parola del Satana se non in coloro che ingannano se stessi. Come la parola di Dio si è manifestata all’uomo in modo conchiuso, come un vero sistema che tutto abbraccia e tutto comprende, senza nulla tralasciare, se non ciò che non giova per la nostra salvezza, così il Satana ha costruito nel tempo dei veri e propri sistemi di pensiero, religioni o filosofie, poco importa come vogliamo chiamarli.

Quel che importa è che essi si presentano all’uomo come risposta globale al problema della vita e come risolutivi di ogni problema della vita. Non sono semplice espressione di pensiero di questo o quell’uomo, ma  sono innanzitutto il modo con cui il Satana contrappone e antepone se stesso alla Parola di Dio. Se è facile contraddire la parola del singolo, è difficile andare contro quel sapere, quella dottrina che è stata consacrata a verità dalla tradizione degli uomini. Bisogna rinnegare e smentire l’umanità tutta a cominciare dalla nostra. Non a caso i principali artefici della condanna di Gesù furono gli uomini della Legge. Agli occhi del popolo essi apparivano i detentori della verità, solo perché custodi gelosi della tradizione. Il pericolo più grande per la nostra salvezza non ci viene mai dalla parola di questo o quell’uomo, piuttosto dal buon senso comune, da quello che pensano tutti, da quella saggezza che è tramandata di padre in figlio e che ha i suoi maestri e i suoi fedeli custodi. Per questo Gesù ci ammonisce di stare in guardia dalla dottrina dei farisei, perché essa ci segue sempre e ovunque, è già nel nostro cuore e già l’abbiamo fatta nostra. Prima ancora di trovare la voce del Maligno fuori di noi la troviamo dentro di noi. Quel che pensano gli altri di Gesù è, in definitiva quello che pensiamo anche noi, se non ci lasciamo illuminare dal Padre. I versetti che seguono sono illuminanti al proposito.

13 E venne Gesù nei territori di Cesarea di Filippo ed andava interrogando i suoi discepoli dicendo: Chi dicono gli uomini che sia il Figlio dell’uomo?

“Gesù domanda ai suoi discepoli chi dice la gente che egli sia, perché anche noi veniamo a sapere, dalla risposta degli apostoli, le varie opinioni allora vigenti tra i Giudei circa il nostro Salvatore. Ma forse lo fa anche per insegnare ai suoi imitatori di cercare di sapere sempre quello che la gente dice su di loro. Quello che gli altri fanno viene a nostro vantaggio, nel senso che se dicono male, ci inducono a eliminarne comunque le cause; se dicono bene, ci incoraggiano a darne più numerose occasioni. A parte ciò, considera come, a causa delle diverse opinioni che circolavano tra i Giudei sul conto di Gesù, alcuni riferendosi ad opinioni non giuste, dicevano che era Giovanni il Battista (come Erode il Tetrarca, che disse ai suoi servi: Questi è Giovanni il Battista risorto dai morti; perciò le potenze operano in lui), altri dicevano che quello che chiamavano Gesù era Elia, il quale o aveva conosciuto una seconda nascita, oppure vissuto da quei tempi nella carne, si era reso visibile nel tempo presente; quelli poi che affermavano che Gesù era Geremia, e non che Geremia era figura di Gesù, vi erano forse indotti da quello che è detto all’inizio del libro di Geremia in merito al Cristo: oracolo allora non realizzatosi nella persona del profeta, ma cominciato a compiersi in Gesù, costituito da Dio sopra i popoli e sopra regni, per sradicare e demolire per distruggere, per riedificare e piantare e costituito profeta per i popoli, ai quali annunciò la Parola. Ma anche quelli che dicevano che era uno dei profeti, facevano tali supposizioni su di lui a motivo delle cose annunciate nei profeti: parole rivolte a loro, ma non realizzatesi per loro. I giudei, rei che il velo fosse posto sul loro cuore, esprimevano false opinioni sul conto di Gesù. Pietro invece, essendo discepolo non della carne e del sangue, e avendo accolto in sé una rivelazione del Padre che è nei cieli, confessò che egli era il Cristo. Era dunque già qualcosa di grande quello che Pietro disse al Salvatore: Tu sei il Cristo, dal momento che i Giudei non riconoscevano che era il Cristo! Ma ancora più grande il fatto che sapesse che egli non soltanto era il Cristo, ma anche il Figlio del Dio vivente, che attraverso i profeti aveva detto: Io vivo e Abbandonarono me, sorgente di acqua viva! Vita, come da sorgente di vita, che è il Padre, è Colui che ha detto: Io sono la vita. Considera inoltre attentamente che, come la sorgente di un fiume non si identifica col fiume, così la sorgente della vita non si identifica con la vita. Questa osservazione l’abbiamo aggiunta, perché all’espressione: Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, è connessa la parola vivente. Occorreva infatti che nell’affermazione sul Dio e Padre di tutte le cose si precisasse questo aspetto, in quanto il Figlio vive vicino alla Vita-in-sé e agli esseri che ne partecipano. Ma siccome abbiamo detto che per influsso di non sane credenze coloro che espressero la loro opinione avevano asserito essere Gesù il Battista, oppure uno di quegli altri riferiti, vogliamo aggiungere anche questo argomento: non avrebbero affermato che Gesù era Giovanni se si fossero trovati quando Gesù venne da Giovanni per il battesimo e Giovanni lo battezzò, o ne avessero solo sentito parlare da qualcuno. Ma anche se avessero compreso l’opinione per cui Gesù aveva detto: E se lo volete accettare, egli è quell’Elia che deve venire, e come gente che ha orecchi avessero ascoltato quel che era stato dichiarato, non avrebbero detto che Gesù era Elia. Ma anche quelli che avevano asserito che egli era Geremia, non lo avrebbero detto se avessero visto che la maggior parte dei profeti avevano assunto aspetti figurativi di lui. E così neanche gli altri lo avrebbero preso per uno dei profeti. ( Origene )

E’ evidente l’intenzione di Gesù di sondare il cuore dei suoi discepoli, per vedere e scoprire il loro condizionamento da ciò che tutti dicono e tutti pensano. Ed è altrettanto evidente lo sforzo da parte degli apostoli di fare risaltare soltanto un condizionamento in positivo, dal momento che ignorano tutte le maldicenze degli scribi e i farisei, e riferiscono di ogni benedizione.

14 E quelli dissero: Alcuni Giovanni Battista, altri invece Elia, altri invero Geremia o uno dei profeti.

Certamente si aspettano il plauso e il consenso di Gesù perché si sono messi dalla parte degli uomini che pensano bene, ignorando coloro che dicono male, ma non basta la luce che viene dall’uomo, c’è bisogno della luce che viene dal cielo. Non basta accogliere Gesù come un grande uomo mandato da Dio, neppure come il più grande di tutti i grandi.

15 Dice a loro Gesù: E voi chi dite che io sia?  La domanda di Gesù esige una risposta diversa perché fatta a persone diverse, ma non dà nulla per scontato in partenza, neppure per coloro che sono suoi discepoli. L’eccezione ci viene solo dalla grazia di Dio; non basta essere alla sua sequela.

16 Rispondendo Simon Pietro disse: Tu sei Cristo, il Figlio del Dio vivo.

Non semplicemente un uomo mandato da Dio, ma il Figlio stesso dell’unico vero Dio.

17 E rispondendo Gesù disse a lui: Beato sei , Simone figlio di Giona, poiché carne e sangue non rivelò a te, ma il Padre mio che è nei cieli.

Quale risposta da parte di Gesù per coloro che lo accolgono come il Figlio di Dio, se non il dono della sua beatitudine! Felice te Simone, anche se non sei figlio di Dio, ma di Giona, perché non l’uomo ti ha rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli. Non c’è felicità se non in ciò che è rivelato dal Padre e non c’è rivelazione che non sia per il Figlio e in vista del Figlio. E’ venuto il tempo in cui il nome del Figlio è impresso nei nostri cuori, con o senza la Legge e i profeti.

“Ciò che la carne e il sangue non possono rivelare, è rivelato dalla grazia dello Spirito Santo. E’ dalla confessione che viene fuori l’appellativo che mostra come egli ( Pietro ) goda della rivelazione dello Spirito Santo, di cui deve essere chiamato figlio. Nella nostra lingua, infatti, “Barjona” significa “figlio della colomba”. Altri, più semplicemente, credono che Pietro sia figlio di Giovanni, come appare dalla domanda che altrove Cristo gli rivolge: “Simone di Giovanni, mi ami ?”, a cui Pietro rispose: “Signore, tu lo sai”; e pretendono che qui vi sia un errore dei copisti, che avrebbero trascritto “Barjona”, al posto di “Bar Joanna”, cioè figlio di Giovanni, sottraendo una sillaba. Ma “Joanna” significa “grazia del Signore”. Sia nell’una che nell’altra versione, il nome ha dunque un significato mistico, in quanto la colomba raffigura lo Spirito Santo e la grazia di Dio è un dono spirituale.” ( Gerolamo )

“Se avremo detto anche noi come Pietro: Tu sei il Cristo, Figlio di Dio vivo ( non perché ce lo abbia rivelato la carne e il sangue, ma perché è brillata nel nostro cuore una luce dal Padre che è nei cieli ) diventeremo Pietro, e il Logos potrebbe dire anche a noi: Tu sei Pietro... . Pietra, infatti, è ogni imitatore di Cristo. Da Cristo attingevano coloro che si dissetavano a una pietra spirituale che li accompagnava. E su ogni pietra di tal genere viene edificato tutto l’insegnamento della Chiesa e il modo di vivere conforme ad esso. Infatti in un ognuno dei perfetti che hanno l’insieme degli insegnamenti, delle opere e dei pensieri che compiutamente realizzano la beatitudine, è la Chiesa edificata da Dio”. ( Origene )

18 E io dico a te che tu sei Pietro e sopra questa pietra edificherò la mia chiesa e porte d’inferno non prevarranno contro di essa.

E’ Gesù che edifica la sua chiesa e non sopra un qualsiasi fondamento, ma sopra colui che per primo ha accolto in Gesù il Figlio di Dio e non per i propri meriti, ma per grazia di Dio. La chiesa è una comunità di eletti ed il suo capo non può essere se non un eletto e non per convinzione dell’uomo, ma per aperta e conclamata dichiarazione del Figlio stesso. Come le membra di un corpo obbediscono ad un unico capo, così i membri della chiesa devono riconoscersi in un unico capo. Nessuno può arrogarsi ed attribuirsi tale dignità se non colui che è stato scelto da Dio. Si potrebbe obbiettare che unico capo della chiesa, intesa come realtà puramente spirituale, che è prima e al di sopra della sua struttura terrena, è Cristo. E ciò è pienamente giustificato dalla stessa Parola di Dio. Nessun uomo può pretendere nella chiesa il posto che è di Cristo e solo di Cristo. Vero è che la chiesa terrena deve guardare al suo modello celeste che non conosce divisioni o fratture di sorta, ma l’obbedienza all’unico Signore. L’unità della chiesa intesa in senso puramente spirituale è un dato, l’unità della chiesa terrena è un fatto, va cioè costruita dall’uomo in obbedienza alla parola di Dio, conforme alla sua volontà. Gesù riconosce come sua soltanto la chiesa che lui stesso ha fondato in Pietro e sopra di Pietro. E non v’è chiesa che non si riconosca in quella fondata in Pietro, con motivazioni diverse, ma con un atteggiamento di esclusione nel confronto di qualsiasi altra. Paradossalmente la fedeltà all’unica chiesa si è tradotta storicamente nell’impossibilità e nella non volontà di avere un corpo unico con un unico capo. Ogni chiesa pretende una sua verità e una sua autenticità, che non vive nel desiderio dell’unità, ma nella presunzione della propria  verità, con esclusione di qualsiasi altra verità. E questo è opera del Maligno che divide i cuori e ottenebra le menti. Se i capi delle chiese ci dividono, ci unisca l’unico vero capo che è il Cristo. Né ci assilli il desiderio di capire chi ha ragione. La chiesa, così come si è venuta strutturando nel tempo, è opera dell’uomo e l’uomo è soggetto all’errore e al peccato. Ognuno ami la chiesa in cui è nato e cresciuto nella fede, senza giudizio e pregiudizio nei confronti delle altre chiese, ma accogliendo tutto ciò che vi è di buono, pregando il Signore che anche sulla terra ci sia un solo ovile e un solo pastore. L’universalità della chiesa è reale soltanto nel cuore di coloro che amano il Signore e vogliono quello che Lui vuole. Né il peccato dell’uomo rende vana la parola di Dio. Seppur divisa nella sua dimensione esteriore, la chiesa è una per tutti coloro che cercano Dio, perché unico è il Signore. Ed è pur vero che la chiesa è fatta innanzitutto dalle piccole comunità che sparse su tutta la terra si riuniscono per la celebrazione dei misteri. Vi è una necessaria divisione e frantumazione del corpo imposta dallo spazio e dal tempo che non esclude una fondamentale unità di intenti e di cuori nel riconoscere noi tutti come membra di un’unica chiesa. Il problema primo che si pone ad ogni cristiano di fronte ad una molteplicità di chiese non è quello di ricercare con inevitabile affanno e confusione di mente quale sia la vera chiesa, ma di esaminare se stessi riguardo all’amore che portiamo alla chiesa e prima ancora a Colui che ha fondato la chiesa. L’amore vero unisce, quello falso divide. L’unità della chiesa è innanzitutto nel nostro cuore, nel volere solo ciò che vuole Gesù e Gesù vuole che siamo un corpo ed un’anima sola in Lui e per Lui. Le divisioni non devono essere occasione di scandalo e di abbandono, né alcuno può pretendere di essere chiesa per se stesso, né rinchiudersi nella propria comunità, senza cercare la comunione con gli altri che si dicono cristiani. Gesù ha sfondato la porta dell’inferno lanciando contro di essa una sola pietra e chi non è fondato e radicato in questa pietra non ha in sé nessuna garanzia di vittoria sul Maligno. La vittoria è data soltanto all’unica pietra e all’unica chiesa, come ieri così oggi, domani e sempre, fino alla fine dei tempi. ”Porte d’inferno non prevarranno contro di essa.” Non esistono porte d’inferno così salde e forti che possano resistere all’impeto della grazia divina che è nella chiesa fondata da Cristo e da Cristo stesso messa nelle mani di Pietro, non soltanto per la sua salvezza, ma per la salvezza di tutti coloro che crederanno nel Suo nome. Il discorso non è di poco conto perché esclude un rapporto immediato con Dio che ignori il potere di mediazione che è stato dato alla chiesa.

“Ma se ritieni che solamente su quel Pietro Dio edifichi tutta quanta la chiesa, cosa dirai allora di Giovanni, il figlio del tuono o di ciascuno degli apostoli? Ma veramente oseremo asserire che le porte degli inferi non prevarranno su quel Pietro in particolare, mentre prevarranno sugli altri apostoli e sui perfetti? Non è che la suddetta promessa: le porte degli inferi non prevarranno su di essa e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, viene fatta in rapporto a tutti e ad ognuno di loro? Dunque le chiavi del regno dei cieli sono consegnate da Cristo al solo Pietro, e nessun altro dei beati le riceverà? Ma se la promessa: a te darò le chiavi del regno dei cieli è comune ad altri, come non lo saranno tutte le parole precedenti e conseguenti rivolte a Pietro? In realtà, qui sembrano rivolte a Pietro le parole: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato anche nei cieli; ma nel Vangelo di Giovanni, il Salvatore è ai discepoli che dà lo Spirito Santo, col suo alitare, e dice: Ricevete lo Spirito Santo... . Orbene, molti diranno al Salvatore: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente, ma non tutti quelli che lo asseriscono glielo diranno per averlo appreso da una rivelazione della carne e del sangue, ma per aver lo stesso Padre che è nei cieli rimosso il velo posto sopra il loro cuore, affinchè dopo ciò, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, parlino nello Spirito di Dio, dicendo di lui: Gesù è il Signore e dicendo a lui: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. E se uno dice a lui questo, non perché glielo abbiano rivelato la carne e il sangue, ma il Padre che è nei cieli, riceverà dette promesse, come dice certo la lettera del Vangelo a quel Pietro, ma come insegna anche lo spirito del Vangelo a chiunque sia divenuto come quel Pietro. Infatti, lo stesso nome di “pietra” hanno tutti gli imitatori di Cristo, pietra spirituale che seguiva coloro che erano salvati, affinché ne attingessero la bevanda spirituale. Costoro dunque, come il Cristo, prendono lo stesso nome dalla pietra, ma essendo anche membra di Cristo si chiamarono “Cristi” derivando da lui questo nome, e si chiamarono “Pietri” dalla pietra. Prendendo spunto da ciò, dirai che i giusti hanno questo nome da Cristo-Giustizia, e i sapienti da Cristo-Sapienza. E così, per tutti gli altri suoi titoli assegnerai i rispettivi nomi ai santi: a tutti loro potrebbero essere rivolte le parole dette al Salvatore: Tu sei Pietro, e così via fino a: non prevarranno contro di essa: Contro di essa: contro chi? Contro la chiesa sulla quale il Cristo edifica la sua Chiesa (l’espressione è ambivalente), oppure contro la pietra e la Chiesa insieme? Questo, a mio parere, è il senso vero: le porte degli inferi non prevarranno né sulla pietra sulla quale Cristo edifica la sua chiesa, né sulla chiesa, sì che non si potrà mai trovare il cammino del serpente nella pietra (come sta scritto nei Proverbi). Ora se le porte degli inferi prevarranno su qualcuno, un tale uomo non potrà essere né la pietra sulla quale Cristo edifica la sua chiesa, né la chiesa edificata da Cristo sulla pietra. Infatti la pietra è inaccessibile al serpente, ed è più forte delle porte degli inferi che le sono avverse, per cui queste non prevarranno su di essa, a motivo della forza che ha. E la chiesa, come costruzione di Cristo, che ha saggiamente costruito la sua casa sulla pietra, è inespugnabile dalle porte degli inferi, che se pure prevalgono su ogni uomo che si trova fuori della pietra e della chiesa, nulla possono contro di questa. Ora, se abbiamo capito che ogni peccato, per cui si può andare agli inferi, è una loro porta, capiremo anche che l’anima che ha una macchia, una ruga o alcunché di simile, e che non è, a motivo del vizio, né santa, né immacolata, non è né una pietra su cui Cristo edifica, non è chiesa, e neppure parte di quella chiesa che Cristo edifica sulla pietra. Se qualcuno poi, a riguardo, volesse farci arrossire per la massa di persone di chiesa che si prende per gente che crede, a costui ci sarebbe non solo da rispondere che molti sono i chiamati, pochi gli eletti, ma è anche da citare il seguente monito del Salvatore rivolto a quelli che si accostavano a lui (come riferito nel Vangelo di Luca): sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi (per la porta stretta) ma non vi riusciranno e il monito espresso così nel Vangelo di Matteo: Stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano! Se consideri bene le parole: Molti sono quelli, vi dico, che cercheranno di entrarvi, ma non vi riusciranno, capirai che ciò si riferisce a coloro che si gloriano di appartenere alla chiesa, ma poi vivono senza impegno e in contrasto con la Parola. Tra quanti dunque cercano di entrare, quelli che non vi riescono, non ce la fanno perché su di loro prevalgono le porte degli inferi; su quelli invece che cercano di entrare e ci riescono, tutto potendo nel Cristo Gesù che dà loro la forza, le porte degli inferi non prevarranno. E anche questo occorre sapere: come le porte delle città hanno ciascuno il proprio nome, allo stesso modo le porte degli inferi avranno un nome, a seconda della specie dei peccati; sicché una porta degli inferi si chiama “fornicazione”, perché per essa passano i fornicatori, un’altra “rinnegamento”, per la quale i rinnegatori di Dio discendono agli inferi. Ma già ognuno degli eterodossi, che hanno prodotto una falsa gnosi, ha costruito una porta degli inferi: l’una Marcione, l’altra Basilide, l’altra Valentino; e così ognuno dei padri di perversa dottrina si è fatto costruttore di una porta degli inferi; i collaboratori poi dell’insegnamento dato dal costruttore di simile edificio, sono ministri e amministratori, in certo senso, al servizio della parola perversa edificatrice di empietà. Ma pur essendo molte e innumerevoli le porte degli inferi, nessuna di esse può prevalere sulla pietra o sulla chiesa che Cristo vi edifica. Tuttavia queste medesime porte hanno un certa forza: con essa vincono alcuni di quelli che non resistono e non lottano contro di esse, mentre sono sconfitte da altri che non si separano da Colui il quale ha detto: Io sono la porta, ed eliminano tutte le porte degli inferi dalla loro anima. Qui dunque si parla di porte degli inferi; mentre nei salmi il profeta rende grazie dicendo: Tu che mi sollevi dalle porte della morte, perché possa annunciare tutte le tue lodi alle porte della figlia di Sion. E da questo testo sappiamo che non si possono annunciare tutte le lodi di Dio, se non ci si è sollevati dalle porte della morte e arrivati presso le porte di Sion. Ora, le porte di Sion sarebbero da concepire in opposizione alle porte della morte, sì che la dissolutezza è porta della morte, la giustizia porta di Sion, mostrando la quale, il profeta dice: Questa è la porta del Signore, i giusti entreranno per essa; e ancora: la viltà è porta di morte, la fortezza porta di Sion, la stoltezza porta di morte, la sapienza porta di Sion. Per tutte le porte della falsa gnosi c’è, in antitesi, una porta della gnosi senza inganno. Cerca poi di capire se (in base all’affermazione: la nostra battaglia non è contro sangue e carne, ecc.) puoi dire che ogni potenza e dominatore di questo mondo di tenebra, e spirito del male che abita nelle regioni celesti, sia porta degli inferi. Pertanto, porte degli inferi potrebbero chiamarsi anche i Principati e le Potestà contro dei quali è la nostra battaglia, e porte di giustizia invece sono gli spiriti incaricati di ministero. Ma come nel caso di realtà superiori, in questo passo prima si parla di molte porte, e dopo questa molteplicità, si parla di una sola porta: Apritemi le porte della giustizia, entrerò in esse e renderò grazie al Signore, e: Questa è la porta del Signore, i giusti entreranno per essa, così nel caso delle realtà avverse molte sono le porte degli inferi, cioè ogni potenza contro cui è la nostra battaglia, ma al di là di tutte c’è il Maligno stesso, porta della morte e degli inferi. Stiamo attenti ad ogni peccato, perché se ne commettiamo uno, è come precipitare verso una porta degli inferi. Ma sollevati dalle porte della morte, annunziamo tutte le lodi del Signore alle porte della figlia di Sion. E’ come, mettiamo, ad una porta della figlia di Sion, chiamata castità, annunziare in castità le lodi di Dio, e ad un’altra porta chiamata giustizia, cantare con giustizia le lodi di Dio; in breve, in qualunque condizione lodevole ci troviamo, stiamo a una certa porta della figlia di Sion: in base a quella, annunziamo una lode di Dio. Ma c’è anche da esaminare in che senso in uno dei dodici profeti è detto: Odiarono chi ammonisce alle porte ed ebbero in abominio una parola santa. Può darsi dunque che chi ammonisce alle porte, sia colui che dalle porte della figlia di Sion rimprovera coloro che sono nei peccati contrari a questa porta, peccati che appartengono alle porte degli inferi o della morte. Ma se intendi così le parole: odiarono colui che rimprovera alle porte, allora o l’espressione alle porte è detta superfluamente, oppure devi cercare in che senso questa frase sarà degna di spirito profetico”. ( Origene )

Le parole di Origene ci aprono la via per una interpretazione più meditata ed appropriata delle parole del Signore che non si risolva in una pretesa e non dimostrata superiorità e priorità di questo o quel “Pietro”.

Giova innanzitutto considerare il contesto in cui sono dette. Pietro ha appena confessato davanti a tutti che Cristo è il Figlio di Dio. Gesù gli risponde che è beato perché questo gli è stato rivelato non dalla carne o dal sangue, ma dal Padre che è nei cieli. In quanto fatto oggetto di una rivelazione, per ora celata agli altri apostoli, Pietro si colloca nei loro confronti in una posizione diversa. Appare il primo ed il più maturo, tale da essere ormai una pietra che può reggere il peso dell’annuncio del Vangelo e di ciò che viene da tale annuncio. La chiesa di Cristo nasce da una rivelazione e poggia su coloro che sono depositari di questa rivelazione. Non è una costruzione arbitraria di qualsiasi uomo, ma di coloro a cui è stato svelato il mistero eterno del Figlio di Dio. Pietro è il primo della lista, ma non ne è l’unico. Accanto a lui vengono anche tutti gli altri apostoli, fino a Paolo, l’apostolo delle genti. Non possiamo intendere il primato di Pietro come una continua sovrapposizione di fondamenti l’uno sopra l’altro, l’uno prendente il posto di un altro: la chiesa è fondata una volta per tutte e non “ad ogni morte di vescovo”.

Ogni pretesa superiorità di una chiesa su un’altra in nome di Pietro, ogni rifondazione  per una maggiore autenticità, si pongono in un’ottica sbagliata rispetto alle parole di Gesù. Ma cerchiamo ora di comprendere meglio il senso dell’immagine. Come si costruisce una casa ed un qualsiasi edificio? Innanzitutto bisogna liberare il fondamento, la base salda ed incrollabile su cui poggia il tutto. La chiesa poggia e sta salda solo perché è sorretta e si sorregge sopra Cristo. E’ Lui l’unica garanzia di stabile dimora e di vita eterna. Il Signore è il fondamento ed il fine della chiesa, l’unico vero capo, Colui che la sorregge dal basso e Colui che la illumina e la giudica dall’alto. Nessun uomo è mai stato delegato e mai lo sarà a prendere il suo posto. E’ pur vero che la chiesa non poggia semplicemente sopra un fondamento non costruito da mani d’uomo, vi sono anche le fondazioni fatte dall’uomo. Tali fondazioni non possono essere gettate sopra altro fondamento che non sia il Cristo e la sua rivelazione. Nessun architetto mette il suo disegno ed il suo progetto nelle mani di un qualsiasi uomo, ma deve fare una scelta… e la scelta è caduta su Pietro e gli altri apostoli. Non su una sola persona, ma su più persone. La priorità di Pietro ha un significato innanzitutto cronologico: è  la prima pietra su cui è stata costruita la chiesa. Quel che è detto a lui e per lui è detto anche a tutti e per tutti gli altri apostoli. Mi obietterai che Cristo si rivolge solo a Pietro, ma questo perché in quel momento soltanto Pietro è entrato pienamente nel mistero della rivelazione e per questo merita di essere nominato capofila. E’ assurdo, ridicolo, contrario ad ogni realtà e ad ogni logica evidenza pensare ad una fondazione fatta di una sola pietra, su cui ne viene continuamente sovrapposta un’altra, quando la prima viene meno. La chiesa è stata fondata una volta per tutte su  solida pietra, che non si può e non si deve rimuovere, in quanto fatta salda e riconosciuta salda da Cristo stesso. Non solo: Nessuna fondazione è fatta su di una sola pietra, ma su più pietre. Vi è una priorità dell’una rispetto all’altra che è soltanto di tipo cronologico, in quanto nessuna è posta nello stesso tempo, ma ognuna è posta accanto ad un’altra, dopo di essa,  in continuità ed in unità con la medesima. Se Pietro è il capofila di queste pietre, Paolo è l’ultimo e chiude e conclude l’opera. Non vi è altra chiesa se non quella costruita sull’annuncio del Vangelo così come è stato fatto da coloro che Gesù ha chiamato apostoli. E’ questa la vera chiesa contro la quale si infrangono e vengono meno gli attacchi del Maligno. Una chiesa qualsiasi, purchè poggi sulla parola dell’autentico Vangelo. Tutte le chiese che si sono storicamente determinate l’una contro l’altra devono fare i conti con la parola rivelata e non su una pretesa ed infondata eredità del primato di Pietro. Certo la chiesa aspira all’unità anche nella sua espressione e dimensione terrena, ma è già una nel suo essere fondata nell’unico Cristo ed in un solo Vangelo. Capo assoluto ed indiscusso della chiesa è Cristo; non c’è bisogno di alcuno che prenda il suo posto e faccia per lui. Di guai e di disastri l’uomo ne fa abbastanza e nessun disastro è più grande di quello che si fa per Dio ed in nome di Dio. Riflettano i vescovi della chiesa: non troveranno vera unità e vera concordia se non quando piegheranno il capo di fronte all’unico Signore e non volgeranno il cuore all’unico Cristo, nell’obbedienza all’unico vangelo. Il primato di Pietro così come è stato inteso dalla chiesa cattolica non ha alcun fondamento storico e neppure scritturale. Dal punto di vista storico all’inizio non esiste una chiesa gerarchicamente sottomessa a Pietro. Pietro è considerato il primo semplicemente per quella fiducia e per quel particolare rapporto che lo legava al Cristo: rapporto riconosciuto dagli altri apostoli e da essi accolto come grazia. Non a tutti i capi dobbiamo la medesima stima e considerazione, ma soltanto nella misura in cui è accetta al Signore. La chiesa non è stata costruita sull’annuncio e dall’annuncio di uno solo, ma da più annunci: fra questi un posto particolare va riservato a quello di Pietro, non per creare una sorta di dipendenza da esso di tutti gli altri, ma per far risaltare una sua eccezionalità, come il primo e non l’ultimo benedetto da Gesù. All’ultimo posto dovremmo mettere l’apostolo Paolo. Ma chi è così stolto e così miope da non comprendere e da non vedere che l’ultimo degli apostoli è anche il primo e più grande di tutti? Nessun Vangelo è più grande di quello annunciato dall’apostolo Paolo: è il suggello, il colpo di pennello finale dell’opera di Dio. Non c’è lettura del vangelo che non sia accompagnata dalla lettura delle lettere di Paolo. Se la fondazione della chiesa inizia con la posa di una prima grande pietra, finisce con la posa di una pietra ancora più grande. Abbiamo così ricavato l’immagine di un solo grande edificio, fondato con più pietre e da più pietre. La chiesa non è realtà semplice, ma complessa. E’ semplice in relazione al suo fondamento eterno, è complessa relativamente al suo essere creata nel tempo e col tempo. Alla sua base sta l’annuncio degli apostoli, che da solo regge il tutto. Non si può costruire se non sopra questo fondamento ed ancor peggio non si può costruire altro fondamento. Come realtà complessa la chiesa non può essere costituita di parti perfettamente uguali l’una all’altra. È realtà omogenea semplicemente in relazione al suo modo di porsi di fronte al Cristo ed al suo Vangelo. C’è volto e volto. In ognuno brilla in maniera diversa l’immagine di Dio, non in contrasto l’uno con l’altro, ma in armonia l’uno con l’altro. Oltre a questa diversità di una parte dell’edificio rispetto ad un’altra parte, può esserci una diversità in relazione alle fondamenta che sono state gettate. In quanto nata da annunci diversi, la chiesa si pone in maniera diversa rispetto a questi annunci: benché tutti li accolga e li metta sullo stesso piano come dono dell’unico e medesimo Signore, ogni chiesa predilige ed evidenzia aspetti diversi della Parola. Questo sia a livello di comunità sia a livello del singolo. Perché la Parola di Dio non viene fatta nostra tutta quanta nello stesso tempo e nello stesso modo, ma è diversamente conosciuta da ognuno di noi. E’ giustificata e fondata la predilezione per questo o quel libro della Scrittura, per questo o quel versetto evangelico, finchè non si arriva a concludere che se la parola che abbiamo conosciuto è bella, quella che conosciamo è ancora più bella. In mezzo a tanta abbondanza e ricchezza  ognuno fa suo quello che più gli piace. Ce n’è per tutti e ne rimane pure. La diversità che ha valore e che piace al Signore non è quella di appartenenza, ma è il modo in cui ogni chiesa Gli da lode, nella varietà della preghiera, della liturgia, dei segni e dei gesti. Ci angustia vedere una chiesa divisa e dilacerata: questo perché si da troppo peso ai suoi capi terreni. Se è grande il peso che diamo ai nostri vescovi, purtroppo ancora più grande è il peso che essi danno a se stessi. Di qui l’inevitabile divisione e frantumazione del corpo di Cristo. Nessuno si scoraggi: ad ognuno il suo. Ogni uomo porta responsabilità proprie e non può essere giudicato per quelle altrui. Amiamo innanzitutto la chiesa in cui siamo stati battezzati. Meglio rimanere in essa e non creare ulteriori divisioni, con gesti eclatanti ed inopportuni. Riguardo a chi passa ad un’altra chiesa, evitiamo giudizi e non diamo un peso eccessivo a tali scelte. Nella casa del padre ci sono tante dimore e qualcuno può spostarsi da una stanza all’altra. Ognuno va dove si sente più aiutato ed edificato. La chiesa non è fatta a compartimenti stagni e non comunicanti se non per chi la intende e la vive in questo modo. C’è anche la chiesa che si riconosce innanzitutto in Cristo e nella sua Parola e ben comprende ed accetta ed ama la diversità, anche se deve perdere il volto del fratello che più gli è caro. Rispetta la sua libertà e gioisci con lui per quel che ti è dato e non per quel che vorresti ti fosse dato. Ognuno esamini se stesso: amiamo i fratelli per noi o per Cristo? Chi ama per se stesso non accetta di perdere, chi ama per Cristo tutto e tutti perde per avere in un modo diverso. La fedeltà alla chiesa non va confusa con lo spirito settario di alcune comunità che si identificano con questo o quel capo, che può avere anche il nome di presbitero e di vescovo. Non si ama la propria chiesa con esclusione di ogni altra chiesa, ma in una comunione di cuori e di intenti che mette al primo posto l’unico e medesimo Cristo.

19 E a te darò le chiavi del regno dei cieli. E qualunque cosa avrai legato sulla terra, sarà legato anche nei cieli, e qualunque cosa avrai sciolto sopra la terra, sarà sciolta anche nei cieli.                                                                                    E’ Gesù stesso che consegna nelle mani della chiesa le chiavi del regno dei cieli. Essa ha il potere di legare e di sciogliere, per il bene dei suoi figli. E tutto questo in vista del regno dei cieli che riconosce nella chiesa uno strumento della salvezza divina. Non c’è dono per la salvezza che non passi attraverso la chiesa, a cominciare dai sacramenti. Essi legano e sciolgono. Legano a Dio e a tutto ciò che viene da Dio. Sciolgono dal Satana e da tutto ciò che viene dal Satana. Ogni sacramento in definitiva è una proposta e una scelta di schiavitù, che porta alla libertà. Nel battesimo la chiesa ci lega a Cristo, perché siamo liberati dal Satana. Nella celebrazione eucaristica siamo legati all’ascolto della Parola per essere liberati dalla parola del Maligno, ci è fatto dono del cibo spirituale perché non siamo più schiavi del cibo materiale. Nella confessione dei nostri peccati siamo legati al perdono di Dio per essere liberati dalla condanna del Maligno. Non c’è chiesa che si possa dire cristiana che non riconosca l’importanza ed il valore dei sacramenti, seppure con qualche diversità, più formale che sostanziale.

Per il resto è noto l’uso strumentale che è stato fatto di questi versetti, che non attribuiscono al singolo ministro il potere di quella salvezza che viene solo da Dio, ma soltanto la possibilità di essere veicolo di grazia, senza mai sostituirsi a Colui dal quale procede ogni grazia. E non è storia di ieri se Gerolamo, già ai suoi tempi, così scriveva. “Alcuni vescovi e presbiteri, non avendo ben compreso queste parole, s’ammantano un po’ dell’orgoglio dei farisei e condannano gli innocenti, oppure s’illudono di poter assolvere i colpevoli, mentre davanti a Dio non è il giudizio dei sacerdoti che viene esaminato, ma la vita di ogni uomo, innocente o reo che sia. Leggiamo nel Levitico, a proposito dei lebbrosi, che si fa loro obbligo di presentarsi ai sacerdoti; e se risulta che hanno la lebbra, i sacerdoti debbono dichiarare che sono immondi. Non sono i sacerdoti che fanno l’uomo lebbroso o mondo; ma è perché tutti, lebbrosi e non lebbrosi, ne siano informati e possano così distinguere chi è puro dall’impuro. Come il sacerdote, nel Levitico, dichiara l’uomo puro o impuro, così anche il vescovo o il presbitero possono condannare o assolvere, non beninteso condannare gli innocenti o assolvere i colpevoli e, secondo il loro ufficio, una volta che vengono a conoscenza delle colpe e dei peccati dei fedeli, sanno chi debbono condannare e chi assolvere.”  

Gesù non dice: chiunque avrai legato...e chiunque avrai sciolto, ma qualunque cosa avrai legato e qualunque cosa avrai sciolto, perché nessuno vada oltre la Sua parola fino ad attribuire all’uomo il potere della salvezza eterna. Vi è un solo Salvatore che è Gesù Cristo; né la salvezza parte dalla terra per salire al cielo, ma dal cielo è donata alla terra e affidata alla chiesa, perché ritorni allo stesso cielo, donde è discesa. Nessuna grazia può essere dispensata all’uomo dall’uomo, se non nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Altro è dispensare i doni di Dio, altro è giudicare e condannare in nome di Dio. Non sembra che Gesù abbia affidato ai capi della chiesa un potere così grande, anche se molti sono tentati di crederlo... a cominciare dai santi. Così  Ilario di Poitiers interpretava il primato di Pietro: “O felice fondamento della chiesa, proclamato col suo nuovo nome, e pietra degna di edificarla, perché infranga le leggi dell’inferno, le porte del Tartaro e tutte le prigioni della morte! O beato custode del cielo, al cui giudizio sono rimesse le chiavi dell’accesso all’eternità, la cui decisione anticipata sulla terra viene confermata in cielo, per cui ciò che è stato legato o sciolto sulla terra riceverà anche in cielo la condizione di un’identica decisione!”

 Si tratta, invero, di una mentalità che è durata immutata nel tempo e che ritroviamo negli stessi teologi moderni. Così scrive Trilling:  

“Le espressioni “legare e sciogliere” derivano dal linguaggio rabbinico e significano che uno ha l’autorità di dichiarare giusta o falsa una dottrina: Un secondo significato riguarda l’autorità di escludere (“bandire”) qualcuno dalla comunità d’Israele o di accoglierlo in essa. L’esclusione poteva venire decretata come misura disciplinare temporanea o come esclusione totale e definitiva. I due significati sono intimamente connessi, in quanto tale autorità deriva dalla S. Scrittura, che viene annunciata in modo autoritativo e applicata giudizialmente. In tal modo veniva chiuso o aperto alla comunità d’Israele l’accesso al regno di Dio. E’ da ritenersi che anche nelle parole di Gesù i due significati mantengano la loro intima connessione. Pietro deve avere l’autorità di decidere ciò che va considerato retta dottrina e chi può partecipare alla salvezza del regno di Dio mediante l’inserimento nella chiesa di Cristo. Così il potere di legare e sciogliere è da concepirsi come incarico generale di comunicare la salvezza, nei suoi svariati aspetti. La decisione di Pietro ha quindi valore in cielo, cioè davanti a Dio: Dio la conferma, anzi essa vale davanti a lui nel momento che viene pronunciata, proprio come fosse stato lui stesso a pronunciarla. A Pietro viene affidato un compito propriamente divino; la sua sentenza ha forza e validità divina. Cosa sono quindi le chiavi del regno dei cieli? Devono essere un simbolo di tale sacra potestà dell’apostolo, che, esercitata quaggiù in terra, è convalidata da Dio “in cielo”. La sentenza ultima e definitiva che decide chi entri nel regno di Dio, è riservata al giudice escatologico; è lui che ha da separare i capri dalle pecore ( 25,32 ). Ma già prima del giudizio finale, in questo tempo, si danno delle decisioni anticipate, in forza di un potere giudiziario esercitato nella chiesa. Chi siano coloro che appartengono al numero degli eletti nel regno finale di Dio, è un segreto nascosto nei decreti di Dio. Ma stabilire chi siano coloro che ora appartengono o meno alla comunità della salvezza, che è preparazione e via al regno definitivo, questo è in potere di Pietro.

Si tratta di un’interpretazione molto restrittiva e fuorviante, perché vede nel legare e nello sciogliere dato alla chiesa dal cielo il semplice potere di giudizio per la salvezza e per la condanna eterna. Quante scomuniche ed anatemi hanno contrapposto vescovo a vescovo, papa a papa! E che dire dei preti che negano i sacramenti a coloro che ne sono indegni, non solo ai peccatori, ma agli stessi subnormali o non vogliono dare l’assoluzione, perché non vedono pentimento e desiderio di vita nuova? Peggio ancora quando si annullano matrimoni in modo arbitrario o per denaro. E tutto questo per il potere che Dio ha conferito alla chiesa. Perché mai allora è detto dalla stessa Parola di non giudicare nessuno prima del tempo, perché soltanto nel giorno del giudizio saranno svelati i pensieri dei cuori? La chiesa è innanzitutto dispensatrice di giudizi eterni o dei doni di Dio? E’ vero che lo stesso Gesù ha detto di non dare le cose sante ai cani e ciò comporta il giudizio e lo spirito di discernimento riguardo all’uomo. Ma cani per la Scrittura sono coloro che non si riconoscono nella comunità degli eletti, e proprio per questo si escludono da se stessi dalla salvezza, mentre il giudizio degli uomini di chiesa è prima di tutto per coloro che fanno parte della stessa chiesa. Meglio l’umiltà e l’amore di chi tutti rimette nelle mani del Padre, a cominciare dalle pecore del proprio gregge. Non si può usare la parola di Dio per giustificare qualsiasi presunzione o giudizio temerario in chi è capo, seppure per elezione divina. I risultati ben li vediamo e ben li conosciamo. Meglio lasciare il giudizio a Dio Padre e non andare oltre l’annuncio della Parola  e la dispensa dei sacramenti. Meglio consigliare che comandare. Meglio essere testimoni della vita divina che censori della vita altrui. Chi riprende e disapprova lo faccia per salvare e non per condannare. Chi comanda lo faccia con l’amore di Dio, e chi obbedisce non dimentichi l’unica Parola e l’unico Padre. Vero è che la chiesa deve pur esprimersi riguardo all’interpretazione esegetica e teologica della Scrittura e non può dare tutto per vero e giusto. Ci sembra però che questo potere di discernimento appartenga alla chiesa nel suo insieme, vale a dire a tutti coloro che sono a capo di essa. Se da un lato l’autorità terrena che è al vertice della chiesa non può operare in modo arbitrario, senza considerare coloro che sono fratelli nel ministero, dall’altra parte si deve disapprovare chi si distacca dal corpo della chiesa in nome di una personale verità, non approvata dagli altri o da altri. Meglio tacere e rimettere tutto nelle mani di chi è superiore in autorità. Impossibile essere d’accordo in tutto e per tutto. C’è un momento per parlare e c’è un momento per tacere e per stare sottomessi.                                                                                                          

Vediamo in che senso è detto a Pietro, e ad ogni Pietro. A te darò le chiavi del regno dei cieli. Prima di tutto penso che la frase: Io darò a te le chiavi del regno dei cieli sia logicamente connessa con le parole: le porte degli inferi non prevarranno su di essa. Degno, infatti, di ricevere dallo stesso Logos le chiavi del regno dei cieli è colui che sta ben difeso contro le porte degli inferi, perché non prevalgano su di lui. E, quasi a premio che le porte degli inferi non abbiano prevalso su di lui, riceve le chiavi del regno dei cieli, perché possa aprire a se stesso le porte, chiuse per quelli che sono stati vinti dalle porte degli inferi. E in quanto casto entra per la porta della castità, aperta dalla chiave della castità; in quanto giusto, passa per un’altra porta, aperta dalla chiave della giustizia. E così per tutte le altre virtù. Sono infatti dell’avviso che al di là di ciascuna virtù della conoscenza ci siano misteri di sapienza corrispondenti alla specie della virtù, misteri svelati a colui che ha vissuto secondo la virtù, dal momento che il Salvatore dà a coloro che non sono sopraffatti dalle porte degli inferi, tante chiavi quante sono le virtù, chiavi che aprono altrettante porte, corrispondenti ciascuna a una virtù nella rivelazione dei misteri. Può darsi anche che ciascuna virtù sia regno di un cielo, e tutte insieme siano regno dei cieli; sicché, secondo ciò, è già nel regno dei cieli colui che vive secondo le virtù, in modo che le parole: Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino si riferiscono non al tempo ma alle azioni e alle disposizioni. Il Cristo, infatti, è venuto e parla, lui che è ogni virtù, e per questo motivo il regno di Dio non è in questo o in quel luogo, ma dentro i suoi discepoli.

Considera poi quanta autorità abbia la pietra, su cui Cristo edifica la Chiesa, e chiunque dica: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivo, sì che i giudizi di costui restano saldi: è Dio a giudicare nella sua persona, affinché nello stesso suo giudicare, le porte degli inferi non abbiano a prevalere su di lui. Se uno dunque giudica ingiustamente, se lega sulla terra non in conformità alla parola di Dio, e scioglie sulla terra non in conformità alla parola di Dio, e scioglie sulla terra non secondo il volere di Lui, su di lui prevalgono le porte degli inferi. Colui invece sul quale le porte degli inferi non prevalgono, giudica rettamente; ecco perché ha le chiavi del regno dei cieli: apre a quelli che sono stati sciolti sulla terra perché siano sciolti e liberi anche nei cieli; chiude a quelli che dal suo giusto giudizio sono legati sulla terra, perché siano legati e giudicati anche nei cieli. Ma poiché coloro che rivendicano l’ufficio dell’episcopato si avvalgono di questi testi al pari di Pietro e insegnano di aver ricevute dal Salvatore le chiavi del regno dei cieli, per cui quello che hanno legato, e cioè condannato, è legato anche nei cieli, e quel che hanno sciolto, lo è anche nei cieli, è da dire che la loro affermazione vale, a condizione che abbiano a mostrare un agire, in merito al quale è detto a quel Pietro: Tu sei Pietro, e a condizione che essi siano tali, che su di loro il Cristo possa edificare la sua Chiesa; allora questa parola potrebbe giustamente riferirsi anche a loro: Non devono prevalere, le porte degli inferi, su chi vuole legare e sciogliere. Ma se lui è legato dalle catene dei suoi peccati, scioglie e lega invano. E forse potresti dire che nei cieli, che sono nel saggio (le virtù), il cattivo viene legato, ma inversamente in esse (virtù) il virtuoso viene sciolto e ha ricevuto il perdono dei peccati commessi prima di praticare la virtù. Come poi colui che non ha vincoli di peccati, e non ha peccati stretti da lunga fune o da cinghia per giogo di giovenca, non lo legherà neppure Dio, così non lo potrà legare chicchessia, neppure Pietro. Ma se qualcuno, che non è Pietro e non ha i requisiti ora detti, s’illude di legare, come Pietro, sulla terra in modo che sia legato ciò che lo è nei cieli, costui si è lasciato accecare, e non capisce l’intenzione delle Scritture: cieco com’è, è caduto nella condanna del diavolo”. ( Origene )

La posizione di Origene ci sembra non possa essere pienamente condivisa. Da un lato attribuisce ai vescovi un potere di giudizio per la vita eterna, dall’altro lato chiarisce che tali giudizi non sono validi se non vi è santità in chi li pronuncia. E questo alla fine mette in difficoltà ed in crisi il semplice fedele il quale è costretto ad un discernimento assai difficile e quasi sempre arbitrario, perché mancano elementi decisivi per comprendere chi è vero vescovo e chi tale non è. In qualsiasi caso anche se il ministro ne è indegno, i sacramenti hanno il loro valore e la loro efficacia: la Parola di Dio ha pur sempre la sua potenza vivificante allorché semplicemente proclamata. Può essere che chi presiede alla chiesa manchi  di carismi, ma rimane il dono di Dio, allorché due o tre si riuniscono in nome Suo, … nella messa e nella semplice preghiera. Si devono evitare le posizioni estreme. Va rifiutato un primato di Pietro che sia esclusivo di questa o quella chiesa e non sia riconosciuto ad ogni chiesa che si riconosce fondata sull’annuncio del vangelo, così come ci è stato trasmesso dagli Apostoli. Ogni vescovo riconosciuto tale deve però considerare che il suo annuncio ed il suo operato non si può collocare sullo stesso piano di quello di Pietro. L’opera di Pietro è già stata approvata da Gesù, quella degli altri “Pietri” dovrà essere verificata e giudicata. Ogni vescovo consideri umilmente se stesso come semplice dispensatore di doni divini e non di giudizi eterni. Chi presiede la comunità in quanto dispensatore della Parola e dei sacramenti è veicolo di grazia, ma non può prendere il posto di Cristo nella coscienza dei fedeli. Riguardo al vescovo di Roma, che è detto papa, benché la sua supremazia, come legittimo successore di Pietro non sia storicamente dimostrata, (i pareri sono discordi ) è degno di rispetto e di obbedienza. Non va ignorato né sottovalutato lo sforzo prodotto da una parte della chiesa per trovare un’unità che si esprima con un unico capo. Come la chiesa invisibile ed universale ha un solo capo in Cristo, così anche la chiesa terrena tende ad esprimere l’unità dei suoi membri nell’obbedienza e nella sottomissione al vescovo di Roma.

Nonostante tutte le ambiguità e le contraddizioni attraverso le quali il vescovo di Roma col tempo si è affermato come papa, ovvero come legittimo successore di Pietro, non si può rigettare la chiesa così come storicamente si è determinata e strutturata. Diversamente rincorreremmo una chiesa che non c’è , una chiesa irreale ed antistorica. Per noi cattolici la chiesa ha trovato la sua unità terrena intorno al vescovo di Roma. A lui obbediamo e lui consideriamo. Non per questo dobbiamo escludere una comunione con le altre chiese, fatto salvo un confronto fondato, nelle Scritture e per le Scritture, sulle verità di fede.

L’esistenza di chiese diverse non deve essere interpretata come il fallimento del disegno divino o come sua realizzazione in questa o quella chiesa, che diventa in questo caso esclusiva di tutte le altre.

E’ Cristo che garantisce l’unità ed ogni unità. Non si può non desiderare e non operare per un superamento delle divisioni e delle barriere. Ma soltanto in uno spirito di condivisione senza prevaricazione alcuna dell’uno sull’altro.

20 Allora comandò ai suoi discepoli di non dire a nessuno che proprio lui era il Cristo.

Più su sta scritto che Gesù mandò i Dodici dicendo loro: Non andate nella via dei pagani con tutto quanto è riferito che disse loro quando li inviò in missione. Voleva dunque che essi, mentre già compivano la loro opera di apostoli, annunciassero che egli era il Cristo? Se lo voleva, è il caso di chiedersi perché mai adesso ordini ai discepoli di non dire che egli è il Cristo. Se non lo voleva, come si può allora svolgere un vero apostolato? Riguardo a tale passo ci si potrebbe porre il quesito: quando inviò i Dodici, non li inviò perché pensavano che egli fosse il Cristo? Ma se lo pensavano i Dodici, lo pensava chiaramente anche Pietro! Come mai, allora, viene dichiarato beato? Eppure il testo, nelle sue stesse parole, lascia capire che quella fu la prima volta che Pietro lo confessò come Cristo, Figlio del Dio vivente. Matteo ha scritto, stando ad alcuni esemplari: allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo, mentre Marco: impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno; Luca invece: ordinò loro severamente di non dire questa cosa a nessuno. Qual era questa cosa? Certamente ciò che, secondo Luca, Pietro aveva risposto (alla domanda: Voi chi dite che io sia?): Il Cristo di Dio. E’ da sapere, inoltre, che alcuni codici del Vangelo secondo Matteo hanno la variante li riprese severamente. Il quesito mi pare estremamente serio, e si deve cercare per esso una soluzione ineccepibile. Chi la trova, la proponga pure, a condizione che sia più convincente di ciò che io nella mia mediocrità sto per proporre. Rifletti dunque: puoi dire che conta meno il credere che Gesù è il Cristo che il riconoscere quanto creduto? C’è forse anche una differenza nel riconoscere che Gesù è il Cristo, nel senso che non chiunque lo riconosce, lo riconosce allo stesso modo? Che dunque il credere senza riconoscere conti meno del riconoscere, risulta chiaro dal Vangelo di Giovanni: Se rimarrete nella mia parola, riconoscerete la verità, e la verità vi farà liberi. E che ci sia differenza nel riconoscere che Gesù è il Cristo, nel senso che non tutti quelli che riconoscono lo fanno allo stesso modo, anche questo risulta evidente, per poco che si cerchi di capirlo. Chi infatti non ammetterà che (tanto per dire) Timoteo, nel riconoscere che Gesù è il Cristo non sia stato illuminato in questa conoscenza da lui, altrettanto che l’apostolo Paolo? E chi, d’altra parte, non ammetterebbe che, anche se parecchi parlano con verità di Dio e dicono: Egli mi ha concesso la conoscenza infallibile delle cose, affermano ciò, senza capire con uguale chiarezza e comprensione le verità riconosciute, e senza riconoscere lo stesso numero di verità? Ma il fatto che coloro che riconoscono non lo facciano tutti allo stesso modo, non attiene soltanto alla differenza nel riconoscere, ma anche a ciò che determina questo riconoscere, sicché in tale senso chi ha riconosciuto il Figlio perché glielo ha rivelato il Padre (come ha testimoniato Pietro), possiede il grado più alto di beatitudine. Se la mia affermazione regge, cercherai di capire se i Dodici in un primo momento credevano ma non riconoscevano, poi a seguito del credere incominciarono anche a riconoscere, ma riconoscevano ancora poche cose di lui; successivamente fecero progressi nel riconoscere, sì da poter accogliere il riconoscimento da parte del Padre, che rivelava il Figlio. In tali condizioni era Pietro, quando fu dichiarato beato: beato, non solo per avere dichiarato Tu sei il Cristo, ma non il seguito che si trova in Matteo, il Figlio di Dio vivente, non hanno riportato neanche la beatitudine motivata da questa affermazione e la benedizione successiva alla beatitudine: Tu sei Pietro. Ma è ora di indagare anche sul primo punto, e cioè che essi proclamavano altre cose su di lui, come uomo grande e meraviglioso, ma non annunciavano ancora che era il Cristo, perché non si avesse l’impressione che il Salvatore togliesse loro quel potere di proclamarlo Cristo, a loro conferito prima. Qualcuno potrebbe forse avanzare tale idea: i Giudei, da principianti, furono istruiti dagli apostoli sugli aspetti gloriosi di Gesù affinché al momento opportuno vi potessero fondare anche l’affermazione che egli è il Cristo. Ma forse (potrebbe pensare) molte affermazioni destinate a loro erano espresse per tutti quelli che virtualmente erano credenti. Infatti non si applicava ai soli apostoli il monito: Sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani e magari non erano destinate neppure esclusivamente agli apostoli, bensì a tutti quanti avrebbero creduto, le parola: Il fratello darà a morte il fratello, ecc. furono rivolte non agli apostoli in particolare, bensì a tutti i credenti in genere. In tal senso, in ciò che è detto agli apostoli c’è stata un’anticipazione di quell’insegnamento, successivamente utilizzato tanto dagli apostoli quanto da ognuno che avrebbe insegnato”. ( Origene )

21 Da allora cominciò Gesù a manifestare ai suoi discepoli che era necessario che andasse a Gerusalemme, e patisse molte cose dagli anziani, dagli scribi, e dai capi dei sacerdoti e fosse ucciso e risorgesse il terzo giorno.

Non basta accogliere la salvezza che viene dal Cristo, bisogna anche accogliere la salvezza così come storicamente si è determinata per volontà del Padre, piaccia o non piaccia all’uomo. La via della salvezza non è tracciata in modo arbitrario e non è neppure una semplice possibilità dell’amore divino. Gesù afferma chiaramente l’assoluta necessità di quanto sta per accadere. E la prova che Cristo deve affrontare sarà una prova per gli stessi discepoli, perché contraria ad ogni logica umana e al di sopra della nostra capacità di comprensione. Non ci è dato di capire, e neppure ci è chiesto, ma viene ribadito che tutto ciò è necessario. Soltanto la fede può entrare nel mistero della morte e risurrezione di Gesù. Ai discepoli Gesù manifesta in anticipo ciò che dovrà accadere, per la nostra salvezza: non la semplice cronistoria del suo sacrificio, ma ciò che lo precede e lo accompagna in modo necessario. Innanzitutto la sua andata a Gerusalemme. A Gerusalemme è il tempio di Dio e il Figlio deve riprendere possesso della casa del Padre, invasa e saccheggiata dal Satana. E proprio nella città santa il Figlio dell’uomo dovrà confrontarsi con coloro che contano agli occhi del popolo: gli anziani, gli scribi, i capi dei sacerdoti. Gli anziani rappresentano la saggezza e la prudenza dell’uomo, così come si è codificata nell’esperienza di coloro che sono nati prima . Gli scribi sono il simbolo del sapere che passa attraverso la cultura e gli strumenti di cui essa si avvale per accrescersi e per comunicare se stessa agli altri. I capi dei sacerdoti sono i custodi della Legge e suoi interpreti davanti al popolo. Il Figlio dell’uomo dovrà patire molte cose da parte loro: dapprima il rifiuto velato nella forma della diatriba e della tentazione che passa attraverso le vie della parola, poi il complotto e la congiura, infine la violenza fisica fino alla morte di croce. Ma tutto questo avrà il suo epilogo nella risurrezione. Un epilogo felice per noi tutti, ma che non basta ad allontanare il timore della croce.  Lo stesso Pietro che pure si era dimostrato così illuminato riguardo al Cristo, non riesce ad accettare l’idea che Gesù sia messo a morte e l’accento finale sulla resurrezione, che tutto giustifica, non sembra consolarlo più di tanto: forse neppure ha capito la conclusione del discorso. Tanto il pensiero ed il timore della morte spaventa l’uomo e gli toglie ogni fede e ogni speranza! Solo la morte di Gesù ci libererà dal timore della morte, perché lui stesso l’ha vinto per noi tutti.

“Se appena ora gli apostoli vengono a sapere da Gesù quello che affronterà, cioè che gli anziani gli tenderanno insidie, lo metteranno a morte, e il terzo giorno risorgerà, che altro si deve pensare della prima conoscenza di Gesù in quelli che ricevevano l’istruzione dagli apostoli, se non che, anche se ci fu l’annuncio di Cristo, fu annuncio per principianti, che non presentava punti ancora chiari su di lui? E infatti il nostro Salvatore, ordinando ai discepoli  di non dire ad alcuno che egli era il Cristo, voleva riservare l’insegnamento più perfetto su di lui a un tempo più opportuno, quando i discepoli sarebbero stati in grado di dare testimonianza sulla risurrezione a coloro che l’avevano visto crocifiggere, essendo stati loro stessi spettatori non solo della crocifissione, ma anche della sua risurrezione. Se infatti gli apostoli, che pure erano sempre con lui, che avevano visto tutti i miracoli compiuti e davano testimonianza che le sue parole erano parole di vita eterna, si erano scandalizzati nella notte del suo tradimento, cosa pensi che sarebbe capitato a coloro che avessero sentito dire in precedenza che egli era il Cristo? Fu per risparmiarli (credo) che egli diede quell’ordine. Chi, invece, intende riferire le parole dette ai Dodici in tempi posteriori e affermare che gli apostoli non avevano ancora proclamato ai loro ascoltatori che Gesù è il Cristo, dirà che egli voleva riservare il titolo di Cristo, associato al nome di Gesù, ad una predicazione più perfetta e salvifica, come la proponeva Paolo in base alla sua esperienza, quando diceva ai Corinzi: Io poi ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso. Perciò prima predicavano che Gesù compiva tali cose e insegnava tali altre sul suo conto. Ma adesso che Pietro confessa che egli è il Cristo, Figlio di Dio vivente, dà ordine ai discepoli di non dire ad alcuno che egli è il Cristo, quasi non voglia che si predichi già che egli è il Cristo, affinché se ne proclami anche la crocifissione in un momento più opportuno. E che in certo senso sia questa la sua intenzione nel proibire che si proclami che egli è il Cristo, risulta chiaro dalle parole: Da quel momento Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molte cose da parte degli anziani, e dalle parole che seguono. Allora in quel preciso momento in cui i discepoli riconobbero che Gesù era il Cristo Figlio del Dio vivente, per rivelazione fatta loro dal Padre, era come annunciare loro che (anziché credere in Gesù Cristo già crocifisso) dovessero credere in Gesù Cristo che sarebbe stato crocifisso, ma era anche come se insegnasse loro che (anziché credere in Gesù Cristo, e in lui risuscitato dai morti) credessero in Gesù Cristo, che sarebbe stato risuscitato dai morti; ma poiché ha privato della loro forza i Principati e le Potestà e ne ha fatto pubblico spettacolo, trionfando su di loro sulla croce, se uno si vergogna della croce di Cristo, si vergogna anche dell’economia, grazie alla quale quelle potenze furono condotte in trionfo; deve invece gloriarsi nella croce del Signore nostro Gesù Cristo chi questo lo crede e lo ha riconosciuto. Grazie al Cristo, il mondo è crocifisso a colui che crede, i Principati, e le Potestà furono resi pubblico spettacolo e condotti in trionfo, e tra questi Principati (credo) c’era anche il Principe di questo mondo. Ecco perché, avvicinandosi alla passione, Gesù disse: Ora è il giudizio del Principe di questo mondo, ora il Principe di questo mondo sarà gettato fuori ed io quando sarò elevato dalla terra attirerò tutti a me, dal momento che il Principe non può più, quanto prima, impedire che vengano a Gesù quelli che Gesù attira a sé. Pertanto, se si predica Gesù Cristo, è necessario annunciarlo crocifisso. Incompleto è l’annuncio che non parla della sua croce! Non così incompleto, mi pare, dire che Gesù è il Cristo tralasciando qualcuno dei suoi prodigi, come invece il tralasciare la sua crocifissione! Perciò, nel riservare la predicazione più perfetta su di lui ai suoi apostoli, egli diede loro ordine di non dire a nessuno che era il Cristo crocifisso e risorto dai morti. Da quel momento cominciò non solo a dire, e si spinse fino ad insegnare, ma anche a mostrare ai discepoli che egli doveva andare a Gerusalemme... . Fa’ attenzione al verbo “mostrare” perché, come nel caso delle cose sensibili si dice che sono mostrate, così pure nel caso di quelle che Gesù dice ai discepoli, è detto che sono mostrate. Non penso che, a coloro che l’hanno visto subire fisicamente molte sofferenze da parte degli anziani del popolo, Gesù abbia mostrato ciascuna delle realtà che vedevano, allo stesso modo in cui mostrava ai discepoli la sua manifestazione come Logos.

“Allora cominciò a mostrare”. Forse in seguito, con coloro che ne erano capaci, lo fece in modo ancora più chiaro, e non restò più agli inizi del mostrare, come si fa coi principianti, ma avanzò nel modo di mostrare. E se peraltro è ragionevole pensare che Gesù, quel che aveva iniziato lo aveva portato compiutamente a termine, deve aver pur dato assoluto compimento a ciò che aveva iniziato a mostrare ai discepoli sul suo dover soffrire la cose descritte. Nel momento, infatti, in cui si apprende dal Logos la conoscenza perfetta di questi misteri, in quel momento - si deve dire -, contemplando la mente le realtà mostrate per una manifestazione del Logos, si è compiuta la manifestazione per chi questi misteri ha volontà e capacità di contemplarli, e li contempla. Ma, poiché non era possibile che un profeta perisse fuori di Gerusalemme, un perire che implica che chi perde la sua vita a causa mia la troverà, per questo doveva andare a Gerusalemme, perché soffrendo molto e messo a morte in quella città, offrisse le primizie della risurrezione dei morti, quella che avverrà nella Gerusalemme di lassù, abbandonando, abolendo e dissolvendo la Gerusalemme terrena con ogni suo culto. Fino a quando, infatti, il Cristo non è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti e finché non sono risorti con lui coloro che sono diventati conformi alla sua morte e risurrezione, si ricercavano quaggiù la città di Dio, il tempio, le purificazioni e tutte le altre realtà. Ma una volta che tutto questo si è realizzato, sono da cercare non più le cose di quaggiù, bensì quelle di lassù! E perché queste avessero luogo, occorreva che egli partisse per la Gerusalemme di quaggiù e lì soffrisse molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi del popolo; e ciò perché fosse glorificato dagli anziani celesti, capaci di accoglierne i benefici, e dai più divini sommi sacerdoti sottoposti all’unico Sommo sacerdote, e fosse glorificato da quegli scribi del popolo che si occupano delle lettere, non quelle scritte con inchiostro, ma quelle manifestate dallo Spirito del Dio vivente; occorreva che fosse ucciso nella Gerusalemme di quaggiù, per regnare da risorto sul monte di Sion e nella città del Dio vivente, nella Gerusalemme celeste. Risorse dai morti il terzo giorno perché, avendo sottratti quei morti al Maligno e al suo figlio (in cui era la menzogna, l’ingiustizia, la guerra e tutto quanto è in antitesi con ciò che è il Cristo), ma anche allo spirito immondo che si camuffa da Spirito Santo, acquistasse per i credenti il diritto di essere battezzati, in spirito, anima e corpo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, Persone che rappresentano i tre giorni, simultaneamente ed eternamente presenti a coloro che sono divenuti, grazie a loro, figli della luce. ( Origene )

22 E prendendolo con sé Pietro cominciò a sgridarlo dicendo: Sia lungi da te, Signore, non sarà a te questo.

L’inizio del primato di Pietro non è dei più felici e dei più illuminati. Non solo non accetta l’idea della croce, ma addirittura vuol fare da maestro allo stesso Gesù, in un momento in cui la Sua parola non è molto illuminata, ed è meglio tirarLo da parte perché non aggiunga altro, ma piuttosto si ravveda e corregga quanto ha detto. Così la chiesa quando la vuol fare da maestra, aggiustando e mitigando la Parola...perché non vuole la croce e il discredito agli occhi degli uomini. Degna di elogio e di essere ascoltata allorché  proclama che Gesù è Figlio di Dio, merita il rimprovero e la correzione allorché non annuncia Cristo e Cristo crocifisso.

23 Questi voltatisi disse a Pietro: Vai dietro a me Satana, scandalo sei per me, perché non hai gusto delle cose che sono di Dio, ma di quelle che sono dell’uomo.

Pietro non accetta l’idea  che il suo Signore sia messo a morte e allora Gesù volge a lui il suo sguardo amoroso, perché si ravveda e ritorni ad essere discepolo. Vai dietro a me, Pietro, tu che ragioni come Satana, sei per me ragione di scandalo. Non perché tu possa far inciampare il Figlio di Dio, ma perché puoi far inciampare e cadere i tuoi fratelli. Tu non hai ancora il gusto per assaporare e discernere le cose del cielo, ma parli come l’uomo carnale. Ritorna umilmente alla sequela, taci e ascolta la Parola del tuo maestro, senza presumere del tuo mandato.

“Satana significa avversario, contradditore. Poiché - egli dice in sostanza - parli contro la mia volontà, necessariamente devi essere chiamato avversario. Molti credono che non sia Pietro a essere rimproverato, ma il demonio, che suggeriva all’apostolo quelle parole. Ma a me sembra che quest’errore in cui cade l’apostolo derivi dal suo amore, e non sia suggerito dal diavolo, perché il Signore gli dice: “Va’ dietro a me, satana”, mentre al diavolo direbbe: ”Va via da me”. Pietro si sente dire: “Va dietro a me”, cioè seguimi, obbedisci alle mie parole, “poiché non hai il senso delle cose di Dio, ma di quelle degli uomini”. La mia volontà - dice Gesù- è la volontà del Padre ( il cui volere sono venuto a compiere ), e consiste nel morire per la salvezza degli uomini; mentre tu considerando soltanto la tua volontà, non vuoi che il chicco di grano cada in terra in modo che possa dare molti frutti”... Che cos’è questo repentino capovolgimento, per cui, dopo così grandi lodi e onori, Pietro viene chiamato ora satana? Basta soffermarsi a riflettere un po’, per capire che la benedizione, la beatitudine e il potere conferiti a Pietro, compresa la promessa che su di lui sarà edificata la Chiesa, sono tutte realtà che riguardano il futuro, non il presente. Dice Gesù: “Edificherò su di te la Chiesa”, “ Porte dell’inferno non prevarranno”, e infine: Ti darò le chiavi del regno dei cieli”: tutte cose che avverranno nel futuro. Se gliele avesse date subito, di certo nessun errore, né alcuna errata opinione sarebbero stati accolti da lui”. ( Gerolamo )

“Poiché Pietro riteneva che la Passione fosse indegna del Cristo, Figlio del Dio vivente e inferiore alla dignità del Padre che così grandi cose aveva rivelato di lui (non gli aveva rivelato infatti quello che Gesù avrebbe sofferto), per questo lo prese in disparte e, quasi obliando la dignità di Cristo e che il Figlio di Dio vivente non dice né compie alcuna cosa meritevole di rimprovero, cominciò a rimproverarlo e, quasi avesse bisogno di espiazione (non sapeva ancora, infatti, che Dio l’aveva prestabilito come strumento di propiziazione per mezzo della fede nel suo sangue, gli disse: Pietà per te, Signore. Approvando la sua intenzione ma biasimando la sua ignoranza, in virtù della sua intenzione che era retta gli disse: Vai dietro a me, come se stesse parlando a uno che a motivo della sua ignoranza e dwel suo parlare non retto aveva smesso di seguire Gesù. A motivo poi della sua ignoranza, che in qualche misura contrastava ccon le cose di Dio, gli disse: Satana, termine che in ebraico vuol dire avversario. Ora, se Pietro non avesse parlato per ignoranza e non avesse rimproverato il Figlio di Dio vivente dicendogli: Pietà per te, o Signore, questo non ti accadrà mai, Gesù non gli avrebbe detto: Vai dietro a me, come a uno che ha smesso di stare dietro a lui e di seguirlo; e non avrebbe detto neppure Satana, come a uno che ha contraddetto le sue parole. Ma colui che aveva seguito Gesù, o aveva camminato dietro a lui, Satana riuscì a distoglierlo dal seguire e trovarsi dietro al Figlio di Dio; e a motivo di quelle parole dette per ignoranza, riuscì a renderlo meritevole di sentirsi dire dal Figlio di Dio Satana e scandalo, perché non pensava secondo Dio, ma secondo gli uomini. Ma che Pietro in precedenza (prima di commettere questo peccato) stesse dietro al Figlio di Dio, risulta chiaro dall’invito di Gesù: Venite dietro di me, farò di voi pescatori di uomini. Intanto metterai a confronto il fatto che Gesù ha detto a Pietro: Vai dietro a me, Satana, con quello che ha detto al diavolo che prometteva: Tutte queste cose ti darò se prostrandoti mi adorerai: Allontanati, Satana, senza l’aggiunta: dietro di me.  Lo stare dietro a Gesù è cosa buona, e per questo dice: Venite dietro di me, farò di voi pescatori di uomini: Dello stesso genere sono le parole: Chi non prende la sua croce e viene dietro di me, non è degno di me. Considera, in via del tutto generale, l’espressione “dietro”: positiva, se il cammino si fa dietro al Signore Dio e ci si mette dietro al Cristo; negativa, se ci si getta dietro le parole di Dio, oppure si trasgredisce il precetto: Dietro alle tue passioni non andare. Anche Elia, nel terzo libro dei Regni, dice al popolo: Fino a quando zoppicherete con i due piedi? Se il Signore è Dio, andate dietro a lui! Se invece lo è Baal, andate dietro a Baal! Questo Gesù dice a Pietro, dopo essersi voltato. Anche questo gesto lo compie per elargire un beneficio. Se perciò metti insieme tanti esempi con l’espressione “voltatosi” (riferita appunto a Gesù) facendone ricerca comparata, scoprirai che l’espressione non è lì priva di motivo. A tal proposito basta citare dal Vangelo di Giovanni: Voltatosi Gesù e vedendo che lo seguivano (Pietro e Andrea, chiaramente), osì, non pensava secondo Dio, ma secondo gli uomini, che diremo di tutti quelli che si dichiarano discepoli di Gesù, ma non pensano secondo Dio, non guardano all’invisibile e all’eterno, ma pensano secondo gli uomini e guardano solo alle cose visibili e transitorie? Che diremo? Di certo che gente del genere Gesù l’avrebbe definita ancor di più scandalo per lui, perché quelli che sono di scandalo ai fratelli sono di scandalo anche per lui! Riguardo a questi come dice: Avevo fame e mi avete dato da mangiare, allo stesso modo dirà: stavo correndo, e mi avete fatto inciampare. Non dobbiamo pertanto credere che sia un peccato qualsiasi pensare secondo gli uomini, mentre in tutto di deve pensare secondo Dio. Conviene poi dire ciò a chiunque si sia allontanato dalle verità di Dio, dalle parole della Chiesa e dal senso della verità, ritenendo vere (ad esempio) le opinioni di Basilide, di Valentino, di Marcione o di qualcuno di coloro che idee umane le vanno insegnando come verità divine”.  ( Origene )

24 Allora Gesù disse ai suoi discepoli: Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso e sollevi la sua croce e segua me.

Cosa significhi rinnegare se stesso Gesù l’ha appena spiegato nel suo rimprovero a Pietro. Non dobbiamo credere a ciò che appare giusto alla nostra ragione, ma ascoltare umilmente la Parola di Dio e obbedire anche quando tutto ci sembra così illogico ed assurdo, come una proposta di croce. Non c’è croce che non tenga inchiodato l’uomo e non gli impedisca di vivere. Chi vuol seguire Cristo non deve fermarsi davanti alla prospettiva della croce, ma sollevarla e camminare dietro a Gesù, con lei e nonostante lei... Ma questa è opera divina e dono della sua grazia.

“Con queste parole Gesù mostra che voler venire dietro a lui e seguirlo non dipende dall’ordinario valore umano, e che nessuno può venire dietro a Gesù se non ha rinnegato se stesso. Rinnega se stesso colui che cancella la sua vita precedente, vissuta in malizia, mediante un considerevole cambiamento, come chi (per portare un esempio) prima era un lussurioso e si rinnega come lussurioso vivendo in castità, e via discorrendo. A questo punto qualcuno potrebbe forse obiettare: se uno si professa così come si è rinnegato, rinnega certo se stesso come ingiusto, ma intanto professa se stesso come giusto. Orbene, poiché Cristo è la giustizia, colui che accetta la giustizia professa non se stesso, bensì Cristo. Così chi ha trovato la sapienza, per il fatto stesso di avere la sapienza, confessa il Cristo. E un uomo tale che col cuore nella giustizia, e con le opere rende testimonianza al Cristo, siccome in tutto questo ha riconosciuto Cristo davanti agli uomini, questi a sua volta lo riconoscerà davanti al Padre che è nei cieli. Così, a chi non ha rinnegato se stesso, ma il Cristo, sarà rivolta la minaccia: anch’io lo rinnegherò. Per questo ogni nostra considerazione e pensiero, ogni parola e azione deve partire dal rinnegamento di noi stessi e dalla testimonianza e confessione del Cristo e in Cristo. Sono infatti convinto che ogni azione dell’uomo perfetto costituisca una testimonianza a Gesù Cristo, e che l’astensione da ogni peccato sia un rinnegamento di se stessi che conduce dietro a Gesù. Un tale uomo è stato crocifisso col Cristo, prende la sua croce e segue lui che porta la sua per noi, secondo quanto è detto in Giovanni: Presala, dunque la posero su di lui, fino a: dove lo crocifissero, con quanto segue. Ma il Gesù giovanneo (se così posso chiamarlo), portava la croce per se stesso, e portandola uscì, mentre quello matteano, marciano e lucano non la prende per se stesso: è Simone di Cirene a portarla. E costui forse rappresenta noi, che abbiamo preso la croce per Gesù, mentre Gesù la prende per se stesso. E così ci sono due modi di intendere la croce: una croce è quella che porta Simone di Cirene, l’altra quella che Gesù porta per se stesso Inoltre, quanto alle parole rinneghi se stesso, mi pare sia utile l’espressione di Paolo, nel rinnegare se stesso: Non sono più io che vivo, è il Cristo che vive in me. Infatti, le parole non sono più io che vivo erano voce di chi ha rinnegato se stesso quasi spogliandosi della propria vita e assumendo in se stesso il Cristo, perché questi viva in lui come giustizia, come sapienza, come santificazione, come nostra pace e come potenza di Dio che tutto opera in lui. Considera attentamente anche questo punto: su può morire in tanti modi, ma il Figlio di Dio fu crocifisso appeso a un legno, perché tutti quelli che muoiono al peccato, non vi muoiano se non attraverso la morte di croce. Ecco perché essi diranno: sono stato crocifisso con Cristo, e: per me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo per me è stato crocifisso e io al mondo. Può darsi, infatti, che ognuno di quelli che sono crocifissi con Cristo, abbia privato della loro forza i Principati e le Potestà, ne faccia pubblico spettacolo e mediante il legno della croce le conduca in trionfo; o meglio, è il Cristo ad operare tutto ciò per mezzo di loro. ( Origene )

25 Chi infatti avrà voluto fare salva la sua anima, la perderà, ma chi avrà perso la sua anima per me, la troverà: 26 Infatti che giova ad un uomo se guadagnasse il mondo ma patisse danno per la sua anima?

La nostra anima è malvagia e non merita di essere salvata. Meglio perderla, per amore di Cristo, per riaverla in Lui e da Lui, vivificata e trasformata dal soffio del suo amore. La nostra anima è carnale e desidera ciò che viene dalla terra e appartiene alla terra. Ma cosa ci gioverebbe soddisfare tutti i suoi desideri, fosse anche il possesso del mondo intero, quando lei stessa  rischia di andare in perdizione? Non soltanto il suo mondo, ma anche lei insieme con il suo mondo.

“Il primo membro della frase si può intendere in due sensi. Da una parte, si può intendere che, se uno ama la vita e ritiene la vita presente essere un bene, si prende cura della sua anima mentre vive  nella carne e teme di morire come se la perdesse con questa morte: costui perderà la sua anima proprio perché vuole salvarla in questo senso, escludendola dalle condizioni della beatitudine; se uno, invece, fa poco conto della vita presente grazie alla mia parola che lo ha convinto a lottare sino alla morte per la verità consegnandola per la pietà a quella che comunemente chiamiamo morte, costui che per causa mia ha “perduto” l’anima, per contro la salverà e l’acquisterà. D’altra parte, la parola si potrà interpretare anche in un altro senso: se uno si è reso conto che cos’è davvero la salvezza, e vuole guadagnare questa salvezza per la propria anima, costui deve rinunziare a questa vita, rinnegare se stesso, prendere la sua croce e seguirmi, e perdere la sua anima per il mondo. Perché se la perde a causa mia e di tutto il mio insegnamento, in cambio di siffatta perdita si procurerà la salvezza. Nello stesso tempo, osserva che all’inizio è detto: Chi vorrà, ma in seguito chi la perderà. Dal momento dunque che vogliamo salvare l’anima, dobbiamo pur perderla per il mondo, crocifissi con Cristo, e gloriandoci nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per il quale il mondo sarà crocifisso a noi e noi al mondo, per conseguire come premio, la salvezza delle nostre anime, salvezza che si realizza a partire dal fatto che perdiamo l’anima a causa del Logos. Ma se pensiamo che è motivo di beatitudine salvare l’anima, in quanto ciò avviene in relazione alla salvezza di Dio e alle beatitudini che sono presso di lui, ci deve pur essere una perdita buona dell’anima, che avviene per amore del Cristo e sarà come un preludio della salvezza beata. Mi pare dunque che ciascuno debba perdere la propria anima in maniera analoga al proprio rinnegarsi, come si è già detto. Che ognuno dunque la perda, la propria anima peccatrice, affinché dopo aver perduto quella che pecca, assuma quella che si salva con l’agire virtuoso. Ma niente gioverà all’uomo se guadagna il mondo intero. Il mondo lo “guadagna” (penso) colui per il quale il mondo non è crocifisso. E colui, per il quale il mondo non è crocifisso, avrà la perdita della sua anima. Ora davanti a noi ci sono due scelte: O guadagnare l’anima e perdere il mondo, o guadagnare il mondo e perdere l’anima. Di gran lunga preferibile perdere il mondo e guadagnare l’anima, che si è “perduta” per amore di Cristo.

26 O quale baratto darà un uomo per la sua anima?

Non siamo in grado di salvare la nostra anima dalla morte eterna, né tanto meno possiamo dare qualcosa a Dio, come baratto, per riaverla, dopo che ci sarà tolta per sempre. Il giorno del giudizio è vicino e non giova indugiare. Meglio entrare nella vita nuova che ci è offerta dal Figlio!

“Quanto alle parole: O che cosa l’uomo potrà dare in cambio della propria anima?, sembrerà che, dette in senso di domanda, vogliano dire che l’uomo in cambio della propria anima, dopo aver peccato, dia tutta la sua sostanza per dare i suoi averi da mangiare ai poveri, credendo con questo di salvarsi. Dette però in senso affermativo, credo che queste parole vogliano dire: l’uomo non ha nulla che possa dare in cambio della propria anima vinta dalla morte, per riscattarla dalle mani di questa. L’uomo dunque non potrebbe dar nulla in cambio della propria anima; Dio invece, in cambio dell’anima di tutti noi, diede il sangue prezioso di Gesù, in quanto siamo stati comprati a caro prezzo, non a prezzo di cose corruttibili, di argento o di oro, riscattati, ma con il sangue prezioso di Cristo agnello senza difetti e senza macchia. Anche in Isaia è detto riguardo a Israele: Ho dato l’Etiopia, l’Egitto e Soene come prezzo di riscatto per te, poiché tu sei divenuto prezioso davanti a me, sei stato glorificato: Un prezzo di riscatto, per esempio, furono i primogeniti degli egiziani per i primogeniti di Israele, e gli egiziani morti in cambio d’Israele durante tutte le altre piaghe venute in Egitto, e affogati nel mare dopo le piaghe. Partendo però da tale punto, chi ne è capace esamini se Dio, che libera Israele da tutte le sue iniquità, dia la vera Etiopia(se posso dire così) l’Egitto spirituale a Soene di Egitto quale prezzo di riscatto per il vero Israele. Ma per rendere più ardita l’idea: forse c’è Soene per Gerusalemme, l’Egitto per la Giudea, e l’Etiopia per i timorati di Dio, che sono altra cosa rispetto a Israele, alla casa di Levi e alla casa di Aronne”.( Origene )

27 Infatti il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo con i suoi angeli, ed allora renderà a ciascuno secondo le sue opere.

Non c’è più possibilità di ricorrere all’inganno e al sotterfugio, perché ormai è alle porte Colui che renderà manifesti i pensieri dei cuori e vaglierà ogni opera dell’uomo, ciò che viene dal Padre e ciò che è opera del Maligno. Non ci è dato di conoscere il giorno del giudizio universale, ma il tempo che ci separa da esso è breve, come è breve la vita di ogni uomo. Che accada domani o fra mille anni, cosa importa? Allorché inghiottiti dalla morte non ci sarà più alcuna possibilità di salvezza. Chi non crede è già condannato a morte, ma per coloro che credono...

Il Figlio dell’uomo ora è venuto, ma non nella sua gloria. Noi lo abbiamo visto, e non aveva apparenza né bellezza, ma il suo aspetto era disprezzato e reietto dai figli dell’uomo; uomo che era nella piaga e nel dolore, abituato a portare la debolezza; poiché ci si è distolti dal suo volto, lo si è disprezzato  o non se n’è avuta alcuna considerazione, e occorreva che venisse un uomo simile per portare i peccati nostri e patire dolori per noi. Non era conveniente, infatti, che chi veniva nella gloria portasse i nostri peccati e patisse sofferenze per noi. Ma egli verrà anche nella gloria, dopo aver preparato i discepoli con la sua venuta senza apparenza e senza bellezza, facendosi come loro per farli diventare come lui, conformi all’immagine della sua gloria, essendo prima lui diventato conforme al corpo della nostra umiliazione, quando spogliò se stesso assumendo la condizione di servo, si ristabilì nella condizione divina e ve li rese conformi. Se potrai capire i diversi aspetti della parola, annunciata ai credenti nella stoltezza e nella predicazione e detta ai perfetti nella sapienza, vedrai in che modo il Logos, per i principianti prende la condizione del servo, sì che possano dire: l’abbiamo visto e non aveva né apparenza né bellezza, mentre per i perfetti viene nella gloria di suo Padre, per cui potranno dire: Abbiamo visto la sua gloria come di Unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità. E infatti ai perfetti si manifesta la gloria del Logos, il suo essere Unigenito rispetto al Padre e il suo essere ugualmente pieno di grazia e di verità, cose che non può comprendere colui che, per credere, ha bisogno della stoltezza della predicazione. Il Figlio dell’uomo verrà nella gloria di suo Padre, non da solo, ma insieme con i suoi angeli. E se puoi capire che tutti i collaboratori della gloria del Logos e della manifestazione della Sapienza (queste realtà non sono altro che il Cristo) l’accompagnano nella sua venuta, vedrai in che modo viene il Figlio dell’uomo nella gloria di suo Padre, in compagnia dei suoi angeli. E considera se puoi dire, in proposito, che i profeti che nel passato hanno sofferto, prefiguravano il Logos che non aveva né apparenza né bellezza, non avendo le loro parole né apparenza né bellezza. Ma come viene il Figlio dell’uomo nella gloria di suo Padre, così le parole dei profeti, diventando angeli, l’accompagnano e sono vicine, pur conservando la somiglianza della propria gloria. Quando, però, tale Logos verrà in compagnia dei suoi angeli, renderà ciascuno partecipe della sua gloria e dello splendore dei suoi angeli, secondo la condotta di ognuno. Questo lo diciamo, senza escludere il senso più semplice della seconda venuta del Figlio di Dio. Quando si realizzerà tutto ciò? Ma certo al momento in cui si realizzerà la parola dell’Apostolo: Tutti dobbiamo, infatti, comparire davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finchè era nel corpo, sia in bene che in male. E se è vero renderà a ciascuno secondo la sua condotta, non soltanto secondo la sua buona condotta, ma neanche soltanto la cattiva, non tenendo conto anche di quella buona, è chiaro che renderà a ciascuno secondo tutto ciò che avrà fatto di male e tutto ciò che avrà fatto di bene. Io però (fidandomi in questo dell’Apostolo, e facendo un raffronto con il passo di Ezechiele dove è detto che sono cancellati i peccati di chi si è perfettamente convertito e non si tiene conto delle buone azioni anteriori di chi si è totalmente pervertito) immagino che i peccati di colui che è giunto a perfezione e ha rinunciato assolutamente al male siano cancellati, mentre, per chi ha apostatato completamente dalla pietà, non si tiene conto se egli ha fatto del bene in precedenza; quanto a noi, che ci presentiamo davanti al tribunale di Cristo, a metà strada tra perfezione e apostasia, ci viene data la ricompensa di quello che abbiamo fatto, sia in bene che in male. Difatti non ci siamo mantenuti puri al punto che non si tenga più conto delle nostre cattive azioni, né siamo decaduti al punto che siano dimenticate quelle buone”. ( Origene )

28 In verità dico a voi, vi sono alcuni di coloro che stanno fermi qui, che non gusteranno morte, finché vedranno il Figlio dell’uomo che viene, essendo nel suo regno.

Coloro che perseverano nella fede e nella sequela, non gusteranno la morte in alcun modo, dopo che avranno ricevuto la vita che è in Cristo. La morte corporale non recherà loro danno né privazione alcuna, finché verrà il giorno in cui vedranno il Figlio dell’uomo che viene, essendo nel suo regno. Gesù è venuto perché abbiamo la vita e l’abbiamo in sovrabbondanza. E questo già fin d’ora e per tutto il tempo in cui vivremo nella solo anima, in attesa di essere rivestiti  di un corpo materiale. Quale mistero inaccessibile alla ragione umana, che teme, innanzitutto, la morte corporale! Eppure non perderemo nulla, ma avremo tutto, perché solo il possesso di Dio ci è necessario, il resto ci è dato in sovrappiù.

“Queste parole alcuni le riferiscono alla salita, sei giorni dopo (oppure otto, come dice Luca), dei tre apostoli su un alto monte, in compagnia di Gesù, in disparte. E coloro che danno questa spiegazione asseriscono che Pietro e gli altri due non hanno gustato la morte prima di aver visto venire il Figlio dell’uomo nel suo regno e nella sua gloria. Nel vedere infatti Gesù trasfigurato davanti a loro, tanto che il suo volto brillò, hanno contemplato il regno di Dio vivente nella potenza. In realtà, come alcune guardie circondano il re, così Mosè ed Elia furono visti in colloquio con Gesù da quelli che erano saliti sul monte. Ora, varrebbe la pena di riflettere se il sedere alla destra e alla sinistra del Salvatore nel suo regno si riferisca a costoro, ragion per cui ci sarebbe l’aggiunta per loro: Ma è per coloro per i quali è stato preparato. Questa spiegazione che i tre apostoli non hanno gustato la morte prima di vedere Gesù trasfigurato, si adatta a quelli che (come li descrive Pietro) sono divenuti come bambini appena nati che bramano il puro latte spirituale. A costoro Paolo dice: Vi ho dato da bere del latte, non del cibo spirituale. A costoro Paolo dice: Vi ho dato da bere del latte, non del cibo solido. A mio parere, ogni spiegazione letterale, che possa edificare quelli che sono incapaci di realtà più elevate, a giusto titolo la potremmo chiamare latte che scorre dalla Terra santa delle Scritture, terra in cui scorre latte e miele. Ma chi è stato svezzato come Isacco, degno della festa e del banchetto che Abramo preparò per lo svezzamento del figlio, cercherà quel cibo più solido offerto in questo passo e in tutta la Scrittura, cibo che è diverso (credo) da quello che è sì alimento, ma non cibo solido, o diverso da quelli che in senso figurato sono detti “legumi”: questi sono alimento per chi è svezzato, ma non robusto, bensì affetto da astenia, come dice il testo: Chi soffre di astenia, mangia legumi. Parimenti avviene di colui che come Samuele è svezzato, portato dalla madre davanti a Dio e da lei offerto a Dio (la madre era Anna, nome che significa Grazia). E sia pure figlio della grazia colui che, come uno che viene alimentato nel santuario di Dio, va cercando la carne, alimento santo sia dei perfetti che dei sacerdoti. Ecco dunque quello che noi scorgiamo, per il momento, nel testo che abbiamo davanti. C’erano alcuni che si trovavano là dov’era Gesù, e le basi delle loro anime stavano saldamente ferme presso Gesù; il luogo in cui stavano saldamente ferme presso Gesù; il luogo in cui stavano i loro piedi era vicino a quello descritto da Mosè nel passo: Ero rimasto sul monte quaranta giorni e quaranta notti, essendo stato ritenuto degno della parola: Ma tu resta qui con me, detta a lui da Dio quando lo ritenne meritevole di restare con lui. Certo questi che si trovavano presso Gesù, cioè vicino al Logos di Dio, non ne erano degni tutti allo stesso modo: anche tra quelli che stanno presso Gesù c’è una certa differenza. Ecco perché non di tutti quelli che si trovano vicino al Salvatore, ma solo di alcuni di essi, di condizione migliore, si dice che non gusteranno la morte, fino a quando vedranno il Logos, venuto ad abitare presso gli uomini e chiamato per questo Figlio dell’uomo, venire nel suo regno. Infatti non tutte le volte che viene il Logos, viene nel suo regno. Per i principianti egli è tale che vedendolo senza gloria, senza grandezza e inferiore a molte parole umane, potranno dire: Lo vedemmo, e non aveva né apparenza né bellezza, ma il suo aspetto era spregevole e reietto rispetto a tutti i figli degli uomini. Coloro poi che ne hanno visto la gloria, diranno ciò riferendosi ai primi tempi, quando non essendo che agli inizi, quel Logos che essi comprendevano a livello di principianti, non aveva per loro né apparenza né bellezza. C’è dunque una dignità regale del Logos; questa si rivela, dopo che egli in modo ben visibile ha assunto il dominio su tutte le parole, e la contemplano alcuni di quelli che stanno presso Gesù, se saranno capaci di seguire lui che, precedendoli, ascende sull’alto monte della sua manifestazione. Di ciò sono giudicati degni alcuni tra quelli che sono presso Gesù, sia che si tratti di Pietro, sul quale le porte degli inferi non prevarranno, sia che si tratti dei figli del tuono, nati dalla potente voce di Dio che tuona e che dal cielo proclama grandi cose a coloro che hanno orecchi e sono saggi. Ebbene, tali sono gli uomini che non gustano la morte. Ma, se oltre quanto detto, si deve esporre più chiaramente che cosa significhi vedere il Figlio dell’uomo venire nel suo regno e nella sua gloria e che cosa indichi il vedere il regno del Dio venuto nella potenza, esporremo sia ciò la cui luminosità risplende nei nostri cuori, sia quel che troviamo lungo la ricerca, con quel che ci viene in mente nel corso delle nostre riflessioni (ognuno la prenda come vuole). Chiunque veda e comprenda la superiorità del Logos che abbatte e confuta tutti gli argomenti persuasivi di quei mentitori che pretendono dire la verità, vede il Figlio dell’uomo (cioè, secondo la parola di Giovanni, il Logos di Dio) venire nel proprio regno. Ma se un uomo del genere vedesse il Logos non solo abbattere le argomentazioni degli avversari, ma anche presentare con estrema chiarezza i propri argomenti, ne vedrebbe non solo il regno, ma anche la sapienza. E di certo tale uomo vedrebbe in se stesso il regno di Dio venuto nella potenza. Lo vedrebbe, non trovandosi assolutamente più sotto il dominio del peccato che regna nel corpo mortale dei peccatori, ma per sempre sottoposto al Re, Dio di tutte le cose, il cui regno virtualmente è dentro di noi, ma attualmente, con potenza (come dice Marco), e senza proprio alcuna debolezza si trova solo dentro ai perfetti. Questo, dunque, è ciò che Gesù annunciò profeticamente ai discepoli lì presenti, parlando non di tutti loro, ma solo di alcuni. Ma si deve capire che cosa significhi gustare la morte. La Vita è Colui che ha detto: Io sono la vita, e questo certo è nascosta con Cristo in Dio e quando si manifesterà Cristo, nostra vita, allora insieme a lui saranno manifestati con lui nella gloria. Il nemico di questa vita, che è anche l’ultimo nemico ad essere annientato tra tutti i suoi nemici, è la morte. Quella morte di cui muore l’anima che pecca, in condizione opposta a quella dell’anima virtuosa, che vive in forza della sua virtù. E quanto è detto nella Legge: Ho posto davanti al tuo volto la vita e la morte,...scegli la vita, la Scrittura lo riferisce a Colui che ha detto: Io sono la vita, e al suo nemico, la morte. Ognuno di noi sceglie sempre tra questi due, con il suo agire. E quando, pur trovandosi davanti al nostro volto la vita, pecchiamo, si verifica per noi la maledizione che dice: La tua vita ti sarà sospesa davanti, fino alle parole: a causa delle visioni che i tuoi occhi vedranno. Come dunque la Vita, Colui che è disceso dal cielo e che dà la vita al mondo è Pane vivo, così il suo nemico, la morte, è pane morto. Ogni anima dotata di ragione si nutre o di pane vivo o di pane morto, a seconda che accolga dottrine buone o cattive. Dopo, come accade nel caso di cibi ordinari, che a volte ne gustiamo appena, altre volte ne mangiamo di più allo stesso modo quando si tratta di questi pani, uno ne mangia poco gustandoli appena, un altro invece ne mangia a sazietà; chi è buono, oppure è in cammino verso la bontà, gusta e si sazia del pane morto, che è la morte; coloro che peccano raramente e lievemente, magari gustano appena la morte, mentre quelli che hanno intrapreso un cammino di virtù, non si contentano di gustare, ma si nutrono continuamente di pane vivo. Era dunque logico che Pietro, su cui le porte degli inferi non prevarranno, non gustasse la morte, perché uno allora gusta la morte e ne mangia, quando le porte degli inferi prevalgono su di lui, e gusta appena o mangia la morte, a seconda che le porte degli inferi più o meno numerose prevalgano assai o poco su di lui. Ma pure per i figli del tuono, nati da voce potente, cioè dal tuono che è realtà di cielo, era impossibile gustare la morte: la morte è assai lontana dal tuono che li ha generati. Ciò il Logos profetizza a coloro che saranno condotti alla perfezione e per il fatto di stare presso il Logos avranno realizzato un così grande progresso, da non gustare la morte, finché non vedranno la manifestazione, la gloria, il regno, e la sovreminenza del Logos di Dio, nella quale egli è al di sopra di ogni parola che, sotto parvenza di verità, circuisce e attira dalla parte opposta quelli che non sono capaci di rompere i lacci di questa insidia per portarsi in alto, all’altezza della sublimità del Logos di verità. Ma a qualcuno potrebbe pensare che la promessa del Salvatore ponga un limite di tempo al non gustare la morte: non gusteranno la morte finché vedranno il Figlio dell’uomo venire nel suo regno; la gusteranno invece dopo averlo visto. Perciò dobbiamo mostrare che, secondo un uso abituale della Scrittura, il termine finché sta ad indicare un tempo che incombe sulla realtà indicata, non un tempo limitato nel senso che, dopo quel “finché”, debba assolutamente avvenire il contrario di ciò che è indicato. Il Salvatore, dopo essere risorto dai morti, disse agli Undici, oltre alle altre cose: Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla consumazione del mondo. Col dire che sarebbe stato con loro fino alla consumazione del mondo, intendeva forse annunciare che dopo la fine del mondo, sopraggiungendo l’altro mondo (chiamato futuro) non sarebbe stato più con loro, sicché - stando a ciò - per i discepoli la situazione anteriore sarebbe stata migliore di quella posteriore alla consumazione del mondo? Non penso proprio che si ardisca affermare che dopo la fine del mondo il Figlio di Dio non sia più insieme ai suoi discepoli, solo perché l’espressione letterale dice che sarà con loro per tanto tempo (almeno) fino a che sopraggiunga la fine del mondo. E’ chiaro infatti che la questione era se il Figlio di Dio sarebbe stato insieme ai suoi discepoli già prima del secolo futuro e della attesa realizzazione delle promesse di Dio. Un’altra questione sarebbe poi se, pur offrendo ai discepoli la sua compagnia, Gesù sarebbe stato con loro alcune volte sì, e altre no. Ecco perché, liberandoci da questo dubbio ipotetico, rivelò che ormai sarebbe stato insieme ai discepoli, senza abbandonare coloro che aveva istruiti, sino alla fine del mondo, tutti i giorni; ma se il sole fosse tramontato per qualcuno di loro, non sarebbe stato con loro durante le notti. Ora, se tale è il senso di “sino alla consumazione del mondo”, è chiaro che non dovremo per forza ammettere che coloro che hanno visto il Figlio dell’uomo venire nel suo regno gustino la morte dopo essere stati resi degni di vederlo così. Ma come nel caso del testo citato a confronto, quello che urgeva sapere era che sino alla consumazione del secolo non ci abbandonerà, ma sarà con noi tutti i giorni, così nel caso di questo testo, a mio avviso risulta chiaro, per coloro che sanno scorgere il nesso logico tra le realtà, che una volta che si è contemplato il Figlio dell’uomo venire nel suo regno e si è visto il regno di Dio venuto in potenza, dopo la contemplazione di così grandi beni non si potrà più gustare la morte! Senza questa parola di promessa di Gesù, avremmo immaginato, non a torto, di dover gustare la morte fino al momento di essere ritenuti degni di vedere il regno di Dio venuto in potenza e il Figlio dell’uomo venire nella gloria del suo regno. Ma poiché a questo punto è scritto in tutti e tre gli evangelisti: Non gusteranno la morte, mentre in altri testi si trovano affermazioni differenti circa la morte, non sarebbe fuori luogo svolgere anche su questi passi un esame comparativo. Orbene, mentre nei salmi è detto: chi è l’uomo che vivrà e non vedrà la morte? E in un altro passo: Venga la morte su di loro e scendano vivi negli inferi, in uno dei profeti invece sta scritto: La morte, prevalendo, li ha divorati, e nell’Apocalisse: La morte e l’inferno accompagnano alcuni. A me pare che in questi testi un conto sia il gustare la morte, un altro vederla, un altro ancora il suo venire su alcuni. Un quarto senso, oltre quelli suddetti, è indicato dall’espressione: la morte prevalendo li ha divorati, e un quinto, diverso da questi, risulta dalle parole: la morte e l’inferno li accompagnano. Forse tu, fatta una raccolta di passi, potresti trovare da te stesso altre differenze oltre a queste che abbiamo elencate; confrontandole tra loro e facendo una corretta ricerca potresti ben trovare il significato di ciascun passo. In proposito, mi chiedo se non sia un male meno grave il vedere la morte e più grave il gustarla, e se non sia ancor peggio che la morte accompagni uno, e non solo l’accompagni, ma addirittura venga su di lui e afferri colui che prima accompagnava. L’essere poi divorato da essa mi sembra il più grave dei casi citati. Ma se rifletti a quanto detto e alle diversità tra i peccati che si commettono, non esiterai - penso - ad ammettere che è lo Spirito di Dio l’autore di simili verità, Spirito che le ha fatte mettere per iscritto nelle Scritture.” ( Origene )

“Aveva voluto mitigare il terrore degli apostoli annunziando: “Il Figlio dell’uomo verrà nella gloria del Padre suo coi suoi angeli”; poi ha sottolineato che verrà nella sua autorità di giudice: “E renderà a ciascuno secondo le sue opere”: Una silenziosa obiezione negli apostoli avrebbe potuto far permanere lo scandalo che turbava le loro coscienze: - Tu dici ora che s’avvicina la tua uccisione e la tua morte; ciò che prometti, invece, cioè che verrai nella gloria del Padre coi suoi angeli e col potere di giudicare, tutto questo concerne il futuro ed è rimandato ad un avvenire molto lontano. Per questo, Gesù, che conosce i segreti dei cuori, prevedendo le loro obiezioni, compensa il timore attuale con un premio altrettanto attuale. Dice infatti che “ vi sono alcuni, fra i qui presenti, che non gusteranno la morte prima di aver veduto il Figlio dell’uomo venire nel suo regno”, cioè che, per la vostra incredulità, egli si rivelerà nel tempo presente nello stesso splendore e nella stessa potenza con cui verrà alla fine del mondo”. ( Gerolamo ) Più avanti, commentando la trasfigurazione, Gerolamo aggiunge: Come si manifesterà nel futuro, al tempo del giudizio, tale apparve allora ai discepoli.

In sintonia con l’interpretazione di Gerolamo anche Ilario

“Dopo aver esortato quindi a prendere la croce, perdere la vita e sacrificare il mondo in cambio della vita eterna, egli si voltò versi i suoi discepoli e affermò che ci sarebbero stati alcuni fra di loro che non avrebbero gustato la morte finché non avessero visto il Figlio dell’uomo nella gloria del suo regno. Usando il verbo gustare egli indica che la morte avrebbe appena sfiorato i credenti. Ed ecco come alle parole sono seguiti i fatti. Sei giorni dopo, egli prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li conduce su un alto monte... ( Ilario )

“ (...) il maestro intende ora soddisfare anche la loro vista, rendendoli testimoni diretti, per quanto è possibile in questa vita terrena, della gloria nella quale egli verrà il giorno del giudizio. E in questo modo consola il turbamento e il dolore che essi, e in particolare Pietro, provano al pensiero della loro morte e di quella del Signore”. ( Gerolamo )

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