Vangelo di Matteo cap6

Commento al Vangelo di Matteo

 

Cap. 6

 

Adtendite ne iustitiam vestram faciatis coram hominibus ut videamini ab eis

1 Badate di non fare la vostra giustizia davanti agli uomini, per essere visti da loro;

alioquin mercedem non habebitis apud Patrem vestrum qui in caelis est

altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli.

cum ergo facies elemosynam noli tuba canere ante te sicut hypocritae faciunt

2 Quando dunque fai elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli

in synagogis et in vicis ut honorificentur ab hominibus                                         ipocriti nelle sinagoghe e nei crocicchi per essere onorati dagli uomini.

amen dico vobis receperunt mercedem suam te autem faciente elemosynam

In verità, dico a voi, hanno ricevuto la loro ricompensa. 3 Ma quando fai l'elemosina tu

nesciat sinistra tua quid faciat dextera tua ut sit elemosyna tua

non sappia la tua sinistra cosa fa la tua destra, 4  affinché la tua elemosina sia

in abscondito et Pater tuus qui videt in abscondito reddet tibi

nel segreto e il Padre tuo che vede nel segreto ti darà il contraccambio.

et cum oratis non eritis sicut hypocritae qui amant in synagogis

5 E quando pregate non sarete come gli ipocriti che amano pregare stando in piedi

et in angulis platearum stantes orare ut videantur ab hominibus

nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze per essere visti dagli uomini.

amen dico vobis receperunt mercedem suam tu autem cum orabis intra

In verità dico a voi, hanno ricevuto la loro ricompensa. 6 Ma tu quando preghi, entra

in cubiculum tuum et clauso ostio ora Patrem tuum in abscondito et Pater tuus

nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto e il Padre tuo

qui videt in abscondito reddet tibi

che vede nel segreto ti darà il contraccambio.

Orantes autem nolite multum loqui sicut ethnici putant enim quia in multiloquio

7 Ma pregando non parlate molto come i pagani: pensano infatti di essere esauditi

suo exaudiantur nolite ergo adsimilari eis scit enim Pater vester

nella loro loquacità. 8 Non siate dunque simili a loro; sa infatti il Padre vostro

quibus opus sit vobis antequam petatis eum sic ergo vos orabitis

di che cosa avete bisogno, prima che chiediate a lui. 9 Così dunque voi pregherete:

Pater noster qui in caelis es sanctificetur nomen tuum veniat regnum tuum

Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, 10 venga il tuo regno,

fiat voluntas tua sicut in caelo et in terra panem nostrum

sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. 11 Dacci oggi il nostro pane, quello

supersubstantialem da nobis hodie et dimitte nobis debita nostra sicut et nos

sovrasostanziale, 12  e rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi

dimisimus debitoribus nostris et ne inducas nos in temptationem sed libera nos

abbiamo rimesso ai nostri debitori 13 e non lasciarci entrare in tentazione, ma liberaci

a malo Si enim dimiseritis hominibus peccata eorum dimittet et vobis Pater

dal male. 14 Se infatti rimetterete agli uomini i loro sbagli, rimetterà anche a voi il Padre

vester caelestis delicta vestra si autem non dimiseritis hominibus nec Pater

vostro celeste le vostre colpe. 15 Ma se non rimetterete agli uomini, neppure il Padre

vester dimittet peccata vestra Cum autem ieiunatis nolite fieri sicut hypocritae

vostro rimetterà i vostri peccati. 16 Quando digiunate non siate come gli ipocriti,

tristes demoliuntur enim facies suas ut pareant hominibus ieiuinantes

tristi; deformano infatti i loro volti, per apparire agli uomini in digiuno.

amen dico vobis quia receperunt mercedem suam tu autem cum ieiunias

In verità dico a voi che hanno ricevuto la loro ricompensa. 17 Ma tu, quando digiuni,

unge caput tuum et faciem tuam lava ne videaris hominibus ieiunans

ungi il tuo capo e lava la tua faccia, 18 per non apparire in digiuno agli uomini,

sed Patri tuo qui est in abscondito et Pater tuus qui videt in abscondito

ma al Padre tuo che è nel segreto e il Padre tuo che vede nel segreto ti darà

reddet tibi nolite thesaurizare vobis thesauros in terra ubi erugo et tinea

il contraccambio. 19 Non ammassate per voi tesori sulla terra, dove ruggine e tignola

demolitur ubi fures effodiunt et furantur Thesaurizate autem vobis thesauros in caelo

distrugge e dove ladri saccheggiano e rubano. 20 Ma accumulate per voi tesori in cielo,

ubi neque erugo neque tinea demolitur et ubi fures non effodiunt nec furantur

dove nè ruggine nè tignola distrugge e dove ladri non saccheggiano nè rubano.

ubi enim est thesaurus tuus ibi est cor tuum Lucerna corporis est oculus

21 Infatti dove è il tuo tesoro, qui è anche il tuo cuore. 22 La lucerna del corpo è l'occhio

si fuerit oculus tuus simplex totum corpus tuum lucidum erit si autem oculus tuus

23 Se sarà il tuo occhio puro, tutto il tuo corpo sarà splendente. Ma se il tuo occhio

nequam fuerit totum corpus tuum tenebrosum erit si ergo lumen quod in te est

sarà perverso, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre. Se dunque il lume che è in te

tenebrae sunt tenebrae quantae erunt. Nemo potest duobus dominis servire aut

è tenebre, quanto grandi saranno le tenebre! 24 Nessuno può servire a due padroni:

enim unum odio habebit et alterum diliget aut unum sustinebit et alterum contemnet

infatti o odierà l'uno e amerà l'altro o sopporterà l'uno e disprezzerà l'altro.

non potestis Deo servire et mamonae Ideo dico vobis ne solliciti sitis

Non potete servire a Dio e a mammona. 25 Per questo, dico a voi, non siate preoccupati

animae vestrae quid manducetis neque corpori vestro quid induamini

per la vostra anima, che cosa mangiate, né per il vostro corpo, che cosa vestite.

nonne anima plus est quam esca et corpus quam vestimentum

Forse che l'anima non è più del cibo e il corpo più del vestito?

respicite volatilia caeli quoniam non serunt neque metunt neque congregant

26 Guardate gli uccelli del cielo, poiché non seminano, né mietono, né raccolgono

in horrea et Pater vester caelestis pascit illa

in granai e il Padre vostro che è nei cieli nutre quelli.

nonne vos magis pluris estis illis quis autem vestrum cogitans potest adicere

Non siete voi più di loro? 27 Ma chi di voi, per quanto ci pensi può aggiungere

ad staturam suam cubitum unum et de vestimento quid solliciti estis

alla sua statura un solo cubito? 28 E del vestito, perché siete preoccupati?

considerate lilia agri quomodo crescunt non laborant neque nent

Considerate come crescono i gigli del campo: non lavorano nè filano

dico autem vobis quoniam nec Salomon in omni gloria sua copertus est sicut unum

29 ma io dico a voi che neppure Salomone in tutta la sua gloria fu ricoperto come uno

ex istis si autem faenum agri quod hodie est et cras in clibanum mittitur

di loro. 30 Ma se Dio veste così l'erba del campo, che oggi è e domani vien messa nel forno,

Deus sic vestit quanto magis vos modicae fidei nolite ergo solliciti esse dicentes

quanto più voi di poca fede! 31 Non siate dunque preoccupati dicendo:

quid manducabimus aut quid bibemus aut quo operiemur

Che cosa mangeremo o che cosa berremo o con che cosa ci copriremo?

haec enim omnia gentes inquirunt scit enim Pater vester quia his omnibus

32 Tutte queste cose, infatti, le cercano le genti. Sa infatti il Padre vostro che avete

indigetis querite ergo primum regnum Dei et iustitiam eius

bisogno di tutte queste cose. 33 Cercate dunque innanzitutto il regno di Dio e la sua

et haec omnia adicientur vobis

giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.

nolite ergo solliciti esse in crastinum

34 Non siate dunque  preoccupati per il domani.

crastinus enim dies sollicitus erit sibi

Infatti il domani sarà preoccupato per se stesso.            

ipsi sufficit diei malitia sua                                            

Basta al giorno la sua malvagità.

                                                                     

 

 

 

 

 

1 Badate di non fare la vostra giustizia davanti agli uomini, per essere visti da loro; altrimenti non avrete

ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli."

La giustizia che viene dalla Legge, non illuminata dal Cristo, si muove ed opera innanzitutto in una dimensione orizzontale, ma manifesta con ciò tutta la sua ambiguità e falsità rispetto al dono di Dio che è dato solo per Lui e in vista di Lui.

La giustizia che viene dal Figlio ci costringe a rivedere in modo nuovo il nostro rapporto con il Padre. Va ricuperata la dimensione verticale dell'amore e il significato di una giustizia che è innanzitutto davanti a Dio e per Dio. E’ il rapporto con Dio che illumina, vivifica, dà senso al nostro rapporto con gli uomini, non viceversa.

Bisogna operare con gli occhi rivolti al Signore, per essere da Lui illuminati e vivificati. Chi si lascia condizionare dal giudizio degli altri e cerca la loro approvazione non compie ciò che è giusto davanti a Dio: è ancora la "sua" giustizia, che non riesce a liberarsi dai vincoli del peccato, per attingere alla pienezza di Dio.

“Il Signore vuole che siamo estranei ad ogni esibizione di vanagloria e umana ambizione, in modo da non compiere le nostre opere di giustizia allo scopo di piacere agli uomini, ma soltanto a Dio, da cui attendiamo la ricompensa del nostro merito. Perde, infatti, il merito della giustizia davanti a Dio chi vuole vivere giustamente per acquistare la gloria della lode umana. Perciò l’Apostolo dice: Se piacessi ancora agli uomini, non sarei servo di Cristo”. ( Cromazio )

2 Quando dunque fai elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nei crocicchi per essere onorati dagli uomini. In verità dico a voi hanno ricevuto la loro ricompensa."

Prima di dirci quello che dobbiamo fare, Gesù ci dice quello che non dobbiamo fare: va innanzitutto smascherata la falsità del cuore e l'inganno del Satana. Il cuore falso, "ipocrita" è un cuore chiuso all'amore del Signore: schiavo del proprio io è parimenti schiavo di tutti coloro che hanno la stesso spirito. Non si specchia in Dio, ma negli uomini. Vuol illudere se stesso di amore, ma non possiede quella gratuità che è prerogativa del vero amore. Non ama solo perché amato dal Padre, ma vuole una ricompensa pronta, immediata, facile: rifiuta il travaglio, l'incomprensione, il rifiuto che ogni vero amore porta con sé. Non si dona all'altro, ma vuole l'altro per sé. Nella sua meschinità e miseria si accontenta di essere visto dagli uomini, perché non conosce lo sguardo consolatore del Padre.

3 Ma quando fai l'elemosina tu, non sappia la tua sinistra quel che fa la tua destra, 4 affinché la tua elemosina sia nel segreto e il Padre tuo che vede nel segreto ti darà il contraccambio.

E' questa un'altra prerogativa dell'amore: una gratuità senza limiti e senza misura. Siamo inconsapevoli e incoscienti del nostro amore, perché unicamente consapevoli e coscienti dell'amore del Padre. E in questo abbiamo già avuto la nostra ricompensa. Nessuno ama per una ricompensa futura: si ama solo perché amati: è in questa consapevolezza la fonte della nostra gioia, che si dilata dal nostro cuore a quello di tutti gli uomini. Un cuore falso davanti agli uomini è prima ancora un cuore falso davanti a Dio. Ed è proprio il momento della preghiera il momento della verità: il momento chiarificatore che vaglia il nostro essere o non essere fondati nella giustizia divina.

5 E quando pregate non sarete come gli ipocriti che    amano pregare stando in piedi nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze per essere visti dagli uomini. In verità dico a voi, hanno ricevuto la loro ricompensa."

Cosa vi è di più assurdo che pregare il Padre per essere visti dagli uomini?

Non è la preghiera innanzitutto espressione di un amore personale, che cerca e vuole solo Colui che si ama? Il vero amore, di cui è figura quello coniugale, non cerca la solitudine, l'isolamento da tutti gli altri? Nessun "atto" d'amore si consuma in pubblico, ma nel segreto di una stanza, lontano da occhi estranei. Ci si specchia solo negli occhi di un Altro, non in quelli di un qualsiasi altro. Se è esclusivo l'atto d'amore umano, che pure è destinato a perire, quanto più quello di Dio, che rimane in eterno!

6 Ma tu, quando preghi, entra nella tua camera e , chiusa la porta, prega il Padre tuo che vede nel segreto e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti darà il contraccambio."

L'occhio degli innamorati scruta il profondo nascosto dei cuori, quanto più l'occhio di Dio vede i cuori che si aprono al Suo amore nella preghiera! E non c'è bisogno di tante parole. “Ci è stato ordinato di pregare in camera, dopo aver chiuso la porta, ma ci è stato anche insegnato di effondere la nostra preghiera in ogni luogo. E i santi hanno incominciato a pregare tra le bestie, nelle carceri, tra le fiamme, nelle profondità del mare e nel ventre di un mostro. Siamo dunque esortati a entrare non nelle parti nascoste di una casa, ma nella camera del nostro cuore e a pregare Dio nel segreto impenetrabile del nostro spirito, non con molte parole, ma con la coscienza della nostra condotta”. ( Ilario )

7 Ma pregando non parlate molto come i pagani: pensano infatti di essere esauditi nella loro loquacità. 8 Non siate dunque simili a loro.

L'Amore vuole il suo tempo, ma non ha bisogno di tante parole per comprendere e sentirsi compreso.

Sa infatti il Padre vostro di che cosa avete bisogno, prima che chiediate a Lui.

Chi ama non desidera tanto parlare all'altro, quanto ascoltare l'altro, per essere da Lui riempito. E la capacità e la volontà d'ascolto fa tutt'uno con la fiducia che si ripone nel Suo amore, che tutto vede e a tutto provvede.

9 Così dunque voi pregherete:

E' Gesù stesso che ci insegna a pregare, dopo averci dimostrato che non sappiamo pregare. Noi non riusciremo mai a sottolineare, in modo adeguato, l'importanza e il significato del " Padre nostro". Non è la semplice preghiera dell'uomo a Dio, ma la preghiera che il Figlio di Dio mette sulla bocca dell'uomo: in essa è la grazia che il Salvatore ci ha guadagnato con la sua obbedienza, per renderci accetti al Padre. Quale parola più potente e più efficace presso il Padre di quella del Figlio?

La sua proclamazione è al di sopra dell'umana comprensione. Si prega innanzitutto con le parole di Gesù, non perché si comprende la Sua parola, ma perché si è compresi dalla Sua parola. Il "Padre nostro" è nel Nuovo Testamento quello che i salmi furono nell'Antico Testamento: l'unica preghiera in tutto e per tutto gradita al Padre, perché unica conforme al Suo spirito e alla Sua volontà. Non a caso i salmi vengono messi sulla bocca del Figlio: non è la semplice preghiera dell'uomo, ma, prima ancora, la preghiera del Figlio dell'uomo.

Padre nostro

Molto si è detto e scritto riguardo al "Padre nostro", per mettere in evidenza la sua novità ed eccezionalità rispetto alla comune preghiera dell'uomo. Vero è che, ancora una volta, Gesù non rinnega lo spirito della Legge e dei profeti, ma lo illumina con una luce nuova, rendendo pienamente visibile e comprensibile quello che era già adombrato nell'Antico Testamento. Finalmente possiamo invocare Dio con il Suo vero nome, chiamandolo Padre. Tale paternità era già presente e pienamente operante nell'amore unico ed esclusivo che Javè aveva dimostrato per il suo popolo.

Ma quale uomo avrebbe mai osato chiamare Dio Padre, scavalcando con ciò quel muro di peccato che separa la perfezione divina dalla miseria umana? Non un figlio qualunque, ma il Figlio stesso di Dio, che si fa Figlio dell'uomo, per rompere l'antica inimicizia e per riportarci tutti all'amore dell'unico Padre.

E' in Lui, per Lui e con Lui che noi ritroviamo la nostra dignità di figli e il coraggio di chiamare Dio, Padre. E questo per opera dello Spirito Santo che Lui solo ci ha donato. Ricuperata la paternità di Dio, va ricuperato anche il senso di questa paternità, non solo in confronto ad una paternità che è puramente terrena, ma anche  e soprattutto in confronto a qualsiasi Dio, che pretenda di portare il nome di Padre.

Vi è un solo Dio, Padre, ed è il nostro. Qui il nuovo si ritrova e si incontra con l'antico.

E' stato detto: "Non avrai altro Dio all'infuori di me". Noi diremo di più :"Non abbiamo altro Dio Padre, all'infuori di Te, o Signore." Né ci toccano le reazioni e le polemiche di coloro che non si riconoscono nella chiesa di Cristo. Si dice che se c'è un solo Dio, non è il solo Dio dei cristiani, ma è il Dio di tutti gli uomini e di tutti i popoli. Perché dunque noi dovremmo chiamarlo Padre nostro se è Padre di tutti? Forse che Gesù non conosce il gioco di Satana? Vi è forse una sapienza più grande della Sua? Va recuperata e ribadita non semplicemente la nostra appartenenza a Dio Padre, ma la nostra appartenenza ad un Dio Padre diverso.

In questo non è la presunzione di una nostra diversità, ma la consapevolezza della diversità del nostro Dio. Continuino pure a sbraitare contro di noi gli uomini di questo mondo. Noi non piegheremo le nostre ginocchia se non davanti all'unico Signore e all'unico Padre. Niente di più falso e ingannevole del qualunquismo religioso, che non crede nell'esclusività del Dio d'Israele. Non si tratta di fanatismo: è una questione e, ancor prima, una scelta di Verità. Fanatico non è chi crede nel Dio che si rivela, fanatico è chi crede nel Dio frutto del suo pensiero e della sua fantasia. Un simile Dio ha di vero solo la sua universale falsità: semplice riflesso della coscienza dei singoli e della cultura dei popoli, non ha nulla a che vedere con il Dio Padre, che solo il Figlio ci fa conoscere. Noi invochiamo il Padre nostro proprio per distinguerlo da tutti gli dei di questo mondo, che non possiedono l'amore dell'Unico, Vero Padre. E’ il Figlio stesso che giustifica, comanda e rende accetta la nostra preghiera. Chi mai vede il volto dell'unico vero Padre, se non Colui che è l'unico, vero Figlio? Cosa aspettano gli increduli e i dubbiosi a convertirsi all'unico Signore? Falsa è la fede di chi crede in un altro Dio. L'amore di Dio Padre non è una semplice ipotesi, ma una realtà che tutti possiamo conoscere e sperimentare nel Figlio. Le parola che seguono chiariscono il senso di questa diversità del Padre nostro.

che sei nei cieli,

I cieli rappresentano la distanza massima dalla terra, e questo potrebbe farci pensare ad un Dio lontano dall'uomo e indifferente alla sua storia.

Vero è che possiamo capovolgere questa prospettiva, se pensiamo che solo dall'alto dei cieli è possibile vedere tutto ciò che succede sulla terra ed essere presenti con lo sguardo ogni momento, in ogni angolo, anche nel più nascosto. Il Dio che è nei cieli non è un Dio assente, ma un Dio massimamente presente alla nostra vita. Ma la Sua presenza è una presenza diversa, come diverso è Colui che è nei cieli da coloro che sono sulla terra. Dio presente in mezzo a noi mantiene intatte le sue prerogative di Essere creatore: unico e indivisibile, amore eterno e onnipotente. Si può confrontare l'uomo con il suo Creatore solo per metterne in evidenza l'assoluta diversità.

Scriveva un tale: "Dio ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza e questi gli ha reso il contraccambio." Gli dei di questo mondo sono frutto del peccato dell'uomo e portano in sé tutte le brutture, le perversità e le malvagità di coloro che li hanno creati. Non sono amici, ma nemici dell'uomo; non vogliono il suo bene, ma la sua rovina: impossibile un rapporto che vada oltre il semplice e puro "do ut des".

Un Dio Padre non può appartenere in alcun modo alla terra: va sottolineata prima di tutto la sua diversità e lontananza da tutto ciò che viene dalla terra.

Sia santificato il tuo nome,

Cosa indica il nome, se non l'essenza stessa della persona, il suo essere più proprio e più profondo? Santificare il nome di Dio vuol dire riconoscere, glorificare la santità della Sua persona. Gesù non dice nulla di nuovo, ma ribadisce di nuovo quello che è già detto nell'Antico Testamento. Noi non possiamo aggiungere o togliere alcunché alla gloria di Dio, ma, riconoscendo la Sua santità, ovvero la Sua diversità, noi stessi siamo da Lui santificati e, con ciò, resi diversi dagli altri uomini. Non si invoca e non si glorifica un qualsiasi Dio, ma l'unico, vero Dio.

venga il tuo regno,

E' l'altro aspetto della preghiera: se è vero che innanzitutto si deve dare gloria a Dio, è altrettanto vero che l'uomo ha delle aspettative riguardo al suo Signore. Se esiste la possibilità di dare lode ad un falso Dio, esiste anche la possibilità di invocare un intervento divino che non è conforme alla volontà dell'unico Dio.

La preghiera dell'uomo, prima ancora di essere ciò che dovrebbe essere, ovvero un semplice inno di lode, esprime un nostro bisogno essenziale di una vita e di un mondo diversi. Noi desideriamo e cerchiamo da Dio una soluzione piena, definitiva, radicale del nostro essere: un altro mondo diremmo noi, un altro regno avrebbero detto ai tempi di Gesù. Ma in che cosa consiste la novità di questo mondo o regno?

Noi vorremmo un mondo al cui centro sia l'uomo, dove il nostro io domini sovrano su tutto e su tutti, senza sperimentare le ambiguità, le sofferenze, le contraddizioni del peccato: un uomo-Dio che non esclude il suo Creatore, ma che lo accetta come semplice collaboratore al servizio dei suoi progetti. Si avrebbe così un totale capovolgimento di significato nel rapporto uomo-Dio, creatura-Creatore: un Dio a nostro uso e consumo, un Dio che invochiamo innanzitutto perché venga il nostro regno. E' questo il significato e il valore di tutti gli dei creati dall'uomo: non rappresentano il Dio-Padre che è amore, ma l'esaltazione massima e la deificazione di tutte le aspettative dell'uomo. Nulla importa che le aspettative dell'uomo facciano tutt'uno con il peccato e con le passioni. La passione non è considerata un male in rapporto a ciò che l'ha generata, ma semplicemente per la sofferenza che porta con sé quando non è appagata, ma, allorché appagata, non è più il male dell'uomo, ma il suo bene e la sua felicità. L'uomo desidera un cambiamento totale del proprio mondo, senza al contempo desiderare un cambiamento totale del proprio essere.

Le religioni create dall'uomo ignorano il concetto di "metanoia": non  l'uomo che deve cambiare in rapporto al suo Creatore, ma il mondo e i suoi dei devono cambiare il loro modo di rapportarsi all'uomo. Ingiusto non è l'uomo, ma la vita e gli dei che entrano in questa vita. Non si mette in discussione il valore della preghiera, ma soltanto perché si affermi e domini incontrastato il nostro regno, perché finalmente tutte le divinità e le potenze di questo mondo si convertano ai desideri dell'uomo e al suo bisogno di una felicità pronta, immediata, che ignora qualsiasi ravvedimento e ripensamento riguardo al proprio essere.

"Venga il tuo regno" significa innanzitutto convertire i propri piani e il proprio progetto di vita a quelli di Dio, vivere nell'attesa di un futuro che è fatto per noi, ma che non è conforme al nostro essere dalla terra e per la terra. E non ci può essere aspettativa del regno di Dio, senza conoscenza alcuna della Parola, che unica ci rivela i segreti del Padre. Il regno di Dio ha una sua fisionomia ben definita, un significato ed un valore che non si possono identificare con il desiderio di un qualsiasi altro regno, di un qualsiasi altro Dio. Bisogna entrare nell'economia salvifica della Parola rivelata, per invocare l'avvento del regno di Gesù. Come invocare ciò e Colui che non si conosce? Come è possibile dire "venga il tuo regno", se non con Gesù, per Gesù, guidati ed illuminati dall'ascolto della Sua parola? Una preghiera non esaudita dal Padre è una preghiera che non vuole ciò che vuole il Padre.

Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra.

Il regno di Dio è innanzitutto un mondo in cui tutte le creature fanno la volontà del loro Creatore. E in quest'obbedienza è superato il muro che divide la terra dal cielo.

Non il cielo deve guardare alla terra, ma la terra deve guardare al cielo e alle miriadi di angeli e santi che fanno la volontà di Dio, nell'eterno inno di lode all'amore del Signore. E tutto ciò non è possibile, se non per Gesù e in Gesù, che ha riconciliato la terra con il cielo, donandoci tutto ciò che è necessario per la salvezza. Ciò che era impossibile all'uomo, Dio l'ha reso possibile in virtù del Figlio. In Gesù non è soltanto il modello della santità e dell'obbedienza filiale, ma il dono di grazia che rende accetti al Padre.

11 Dacci oggi il nostro pane, quello sovra sostanziale,

Chi è mai questo pane "sovrasostanziale", se non il Figlio stesso disceso dal cielo, che si dona a noi nell'oggi della nostra vita? Non più semplice attesa per il futuro, ma realtà del presente, dono del Padre, che ogni giorno si offre a noi nella Parola e nell'Eucaristia. Non dobbiamo più chiedere la salvezza, ma la grazia di accogliere e fare nostro il dono della salvezza. Sarà delusa l'aspettativa del solo pane materiale, ma non sarà delusa l'aspettativa del pane spirituale, che già è stato dato una volta per tutte e che, ogni giorno, ci viene offerto per la nostra salvezza.

A questo punto è necessario aprire una breve parentesi, per chiarire meglio il senso di questo pane sovrasostanziale, sia per quel che riguarda la traduzione in lingua corrente, sia per quel che riguarda l'interpretazione che ne è stata data nel tempo.

L'oggetto di controversia è il greco "epiousion", parola composta da "epion", participio presente di "epeimi" ( star sopra ) e "ousia" ( sostanza ) : letteralmente vuol dire " che sta sopra la sostanza". Non esiste un termine che sia l'esatto corrispettivo, non solo nella nostra lingua, ma neppure in quella latina. Come tradurre allora in modo fedele, senza ricorrere ad una perifrasi? Si può ricorrere ad una parola che abbia un significato immediatamente collegabile al termine in questione, oppure ricorrere ad una semplice traslitterazione, come la Volgata ha fatto per alcune parole ebraiche tipo amen, osanna... Una terza soluzione è quella di smembrare la parola nelle sue componenti, tradurle dapprima separatamente, poi unirle nella forma dell'aggettivo, ripercorrendo in tal modo la formazione stessa della parola originale.

E' questa la strada scelta dalla Vulgata in Matteo. "Epeimi" ( star sopra ) + "ousia" ( sostanza ) viene reso con "super" ( sopra ) + "substantia" ( sostanza ) : il tutto assume poi la forma dell'aggettivo. Abbiamo quindi da "supersubstantia" l'aggettivo "supersubstantialis". La lingua latina non conosce tale parola, se non nella traduzione della Vulgata. Ci sembra che questa traduzione sia molto fedele e assai pregnante di significato, anche se costringe a coniare un termine nuovo.

Va tuttavia riconosciuto che la creazione di una parola nuova può avere un risultato assai poco "orecchiabile" soprattutto in una preghiera così tipicamente ecclesiale come il Padre nostro. Nel Vangelo di Luca la Vulgata tenta una soluzione diversa: si ricorre ad una parola il cui significato sia direttamente collegabile all'epiousion. Invece di “supersubstantialem”                             si traduce "quotidianum" ( quotidiano ), la cui radice, evidentemente, è tutt'altra dall'"epiousion". Perché mai il pane sovrasostanziale viene identificato con il pane quotidiano, se non perché si è ormai diffusa la consuetudine dell'eucarestia quotidiana? Di quale pane abbiamo bisogno tutti i giorni, se non di quello che ci offre il Figlio? Per i primi cristiani, evidentemente, non ci doveva essere dubbio o fraintendimento alcuno riguardo a questo pane.

Per ironia della sorte il termine "quotidiano”, che così direttamente riconduce al pane eucaristico, col passare del tempo, ha portato ad un  travisamento del significato originale. Venuta meno la familiarità con la Parola di Dio, si è perso a livello di massa, il suo significato più primitivo e più pregnante.

Il pane quotidiano è diventato così il pane materiale che mangiamo ogni giorno. L'originaria intenzione di rendere immediatamente comprensibile l'epiousion greco, si è tradotta alla fine in un vero e proprio travisamento della Parola. Col tempo alle masse risultò chiaro non il senso proprio della Parola, ma esattamente il contrario, proprio ciò che Gesù non voleva dire.  Vi è un solo pane quotidiano assolutamente necessario e questo è il corpo di Gesù.  Ancor oggi molti cristiani ed eminenti esegeti a noi cari pensano che questo pane necessario sia quello materiale. Certo il pane spirituale non esclude quello materiale, ma ben altra è la sua importanza. Ed è una convinzione che ha lontane radici se già ai tempi di Gerolamo era prevalente nella chiesa. 

"Altri, più semplicemente, secondo la frase dell'Apostolo: "avendo il cibo e la veste, di ciò contentiamoci", così interpretano l'espressione: i santi debbono prendersi cura soltanto del cibo quotidiano." ( Gerolamo )

"Non ci invita a chiedere ricchezze, cose delicate, abiti preziosi, o altre cose simili, ma soltanto il pane, e il pane quotidiano, senza preoccuparci per il domani."   ( Crisostomo ). "Dobbiamo intendere in un duplice senso le parole del Signore. Anzitutto che non chiediamo se non il cibo quotidiano; infatti, non ci viene ordinato di chiedere ricchezze o abbondanza di beni mondani, ma il pane  quotidiano, che è il solo necessario per la vita presente ai cristiani che vivono di fede e attendono la gloria futura... Dobbiamo poi comprendere che ci è stato prescritto anche in senso spirituale, di chiedere il pane spirituale, cioè quel pane celeste e spirituale, che ogni giorno riceviamo per la salute dell'anima e la speranza dell'eterna salvezza, di cui il Signore dice, nel Vangelo: Il pane celeste è la mia carne, che darò per la vita di questo mondo." ( Cromazio )

Le vicende di una traduzione dovrebbero ancora una volta farci riflettere sull'opportunità di recuperare il senso letterale della Parola. Ogni altra via, anche quando può sembrare più ragionevole, più conveniente, alla fine non paga. Già il tradurre "quotidiano" invece di "sovrasostanziale" è una forzatura, che porta con sé ambivalenza di significato. Anche se il riferimento, come noi pensiamo, è al solo pane eucaristico, si può tuttavia intendere, come fanno molti, il pane materiale.

È cosa buona e giusta chiedere ogni giorno a Gesù il pane materiale, perché da nessun altro vogliamo riceverlo se non da Lui. Ci sembra tuttavia che Cristo voglia richiamarci alla quotidiana necessità del pane spirituale. Il pensiero del pane che nutre il nostro corpo è sempre presente e persistente in noi: in quanto a quello spirituale, ce ne dimentichiamo facilmente e volentieri. Chi è questo pane quotidiano che dà la vita se non Gesù disceso dal cielo?

Gesù è innanzitutto presente nella Sua parola come continuamente riaffermato in Antico. "Non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio." Se non può stare la sola Parola senza l'eucaristia, come la sua forma ultima, in cui la Parola si dona per essere mangiata, così non può esserci eucarestia senza la Parola. E' la Parola che prepara, illumina, dà senso all'eucaristia. "Chi mangia e beve senza discernere, mangia e beve la propria condanna." Una eucaristia senza Parola, può ridursi ad un qualsiasi rito magico. Giustamente nella messa la celebrazione eucaristica è preceduta dalla celebrazione della Parola.  Ci sembra del tutto ingiustificata la riluttanza alla creazione di parole nuove. Non è il Vangelo la novità in assoluto? E quale novità non porta con se parole e termini nuovi?  E' per questo che abbiamo tradotto "epiousion" con "sovrasostanziale", facendo nostra la soluzione adottata in Matteo dalla Vulgata. E' una parola che non abbiamo rintracciato nella lingua italiana, ma che consideriamo la traduzione più corretta e più consona allo spirito della Scrittura, a costo di apparire di un'originalità presuntuosa.

12 e rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi abbiamo rimesso ai nostri debitori,

Debito è tutto ciò che non si dà ad un altro, nonostante gli spetti di diritto.

A Dio che ci dona la vita dobbiamo la totalità della nostra vita. Tutto ciò che non è conforme allo spirito di una donazione totale al Signore è debito e peccato. La chiesa ci esorta, e giustamente, a confessare uno ad uno i nostri peccati, Ma quale cristiano può dire di avere piena consapevolezza delle proprie colpe? Prima ancora della coscienza dei singoli peccati, c'è una coscienza di peccato, che tutti ci accomuna:la consapevolezza di una vita sottratta al Signore, ribelle alla Sua volontà.

Confessiamo i peccati che vediamo, ancor più quelli che non vediamo! Il Signore ci darà occhi più grandi e illuminerà la nostra vita con una luce nuova. Vedremo sempre più la nostra miseria, ma nello stesso tempo, avremo una conoscenza più grande dell'amore del Signore. Una vita nuova in rapporto al Padre è anche una vita nuova in rapporto ai fratelli. Chi non si sente debitore verso Dio è corroso dalla mancanza di amore: vede e patisce le ingiustizie subite da parte degli altri, proprio perché non vede e non patisce la propria ingiustizia nei confronti del Signore. Il perdono non è frutto di un atto eroico o di uno slancio di generosità. Ci lascerebbe con l'amaro in bocca.

Il perdono è un modo diverso di rapportarsi al fratello, perché ci siamo scoperti diversi nel nostro rapporto con Dio. Chi perdona non solo non patisce, ma gioisce, perché si sente liberato dal peso del peccato. Come non perdonare al fratello, quando ogni giorno, ogni momento siamo perdonati dal Padre? Meglio spendere la propria vita in un continuo confronto con l'amore del Signore, che in un triste e mortale confronto con gli uomini di questo mondo. Non contendere con l'uomo, non ne avrai alcun guadagno; rimetti la tua vita nelle mani del Padre. Porta le tue colpe e quelle dell'umanità davanti a Dio, perché il Signore abbia misericordia di noi tutti. Come chiedere ogni giorno il pane del cielo, frutto del perdono, senza al contempo perdonare? Non c'è comunione e riconciliazione con il Figlio che non sia anche comunione e riconciliazione con la chiesa tutta. Dobbiamo scoprire il significato e il valore di una comune appartenenza al Padre nostro, dove nessuno può dirsi più giusto del fratello, ma tutti dobbiamo confessare e riconoscere l'unica giustizia che è quella del Figlio.

13 e non lasciarci entrare in tentazione, ma liberaci dal male.

Ogni giorno chiediamo perdono al Signore e ogni giorno supplichiamo il Suo intervento, perché incapaci di resistere al Maligno. Meglio rifugiarsi nel Signore, che confidare nelle proprie forze e nelle proprie armi. Non ci può essere resistenza alcuna al Satana, là dove si ignora l'opera del Figlio, che Unico ha sconfitto il Satana, una volta per sempre. L'uomo della Legge lotta con le proprie forze: l'uomo nuovo in Cristo rimette le sorti della battaglia nelle mani del Signore. Noi viviamo non nella speranza di una futura liberazione, ma nella certezza di una liberazione che è già avvenuta in virtù del Figlio. Ci è chiesto solo di fare nostro il dono della salvezza, invocando e supplicando ogni giorno il Padre nostro, riconoscendo e magnificando la Sua gloria e il Suo amore, desiderando con tutto il cuore l'affermazione piena e definitiva del Suo regno, chiedendogli di poter gioire e godere di Cristo, dono del Suo amore, di perdonarci i nostri peccati, come anche noi perdoniamo ai nostri debitori e, finalmente, di liberarci per sempre dal Satana. Le ultime parole del "Padre nostro" si ritrovano con le prime. Come invocare il Padre senza al contempo invocare la liberazione da Colui che padre non è? Padre nostro...liberaci dal male." E' questo in sintesi il senso primo della preghiera del Figlio. Non può affermarsi il regno di Dio, se prima non è distrutto il regno del Maligno, padre di questo mondo. Un figlio strappato per inganno e con inganno all'amore del Padre cerca e desidera soltanto il Suo volto, nell'invocazione continua del Suo nome e del Suo aiuto. Infelice quell'uomo che non cerca ogni giorno il suo Signore, elevando al cielo il grido della sua preghiera.

14 Se infatti rimetterete agli uomini i loro sbagli, rimetterà anche a voi il Padre vostro celeste le vostre colpe; 15 ma se non rimetterete agli uomini, neppure il Padre vostro rimetterà i vostri peccati.

I versetti che seguono il "Padre nostro" sono una sorta di appendice e di spiegazione del suo significato. Gesù riafferma innanzitutto, che non si è perdonati da Dio, se non si perdona i fratelli. Il perdono non è affatto un'opzione o un qualcosa di più del dovuto: è la condizione sine qua non per essere accetti a Dio. Ma non basta perdonare per essere perdonati: prima ancora vi è la richiesta esplicita di quel perdono che solo Dio può concedere, nella consapevolezza che ogni peccato è, innanzi tutto, davanti al Padre e contro il Padre. E perché mai si digiuna, se non per ottenere il perdono dei propri peccati? Buono e santo, il digiuno va però liberato dalle sue manifestazioni esteriori per essere recuperato in Dio e per Dio. Il Signore non ci perdona certamente per i nostri sacrifici, ma in modo del tutto gratuito. Ed è proprio la gratuità del Suo amore che ci spinge al pentimento ed alla contrizione di cuore, al desiderio di manifestargli, attraverso il digiuno, la nostra volontà di tornare ad essere figli, mettendoLo al di sopra di ogni cosa, anche la più buona. Il digiuno è rinuncia: ma si rinuncia solo per Dio, davanti a Dio, perché compresi dal Suo amore. Falso è il digiuno davanti agli uomini, falso è il digiuno dal volto triste. Il pentimento è dolore, ma è un dolore accompagnato dalla gioia: non è e non può essere triste, se non nei cuori tristi che non si aprono al perdono del Padre.

16 Quando digiunate non siate come gli ipocriti, tristi; deformano infatti i loro volti, per apparire agli uomini in digiuno. In verità dico a voi che hanno ricevuto la loro ricompensa. 17 Ma tu, quando digiuni, ungi il tuo capo e lava la tua faccia, 18 per non apparire in digiuno agli uomini, ma al Padre tuo che è nel segreto e il Padre tuo che vede nel segreto ti darà il contraccambio.

Ungi il tuo capo con l'olio di esultanza che è Gesù e lava la tua faccia con la confessione dei peccati: così sarai accetto a Dio e solo a Dio. Il digiuno non può stare in un cuore triste, ma neppure in un cuore attaccato ai beni di questo mondo. Per recuperare l'amore all'unico Bene si deve perdere l'amore a qualsiasi altro bene.

19 Non ammassate per voi tesori sulla terra, dove ruggine e tignola distrugge e dove ladri sfondano e rubano; 20 ma ammassate tesori per voi in cielo, dove né ruggine né tignola distrugge, e dove i ladri non saccheggiano né rubano.

La vita è una scelta continua: non tra questo o quel bene, ma tra i beni fallaci e destinati a perire e l'Unico Vero bene. Nessuno si inganni:

21 Infatti dove è il tuo tesoro, qui è anche il tuo cuore.

Non si può essere doppi e tagliare il cuore a metà. Unico è il fondamento del cuore, unico il fine del suo amore. Specchiamoci dunque nell'amore del Signore per essere da Lui purificati e vivificati.

22 La lucerna del corpo è l'occhio.

Vi è un occhio materiale e vi è un occhio spirituale; vi è un occhio che vede le cose di questo mondo e un occhio che vede Colui che le ha create. Come l'occhio è lucerna del corpo, così il cuore è lucerna dell'anima. “Egli ha rappresentato la luce del cuore mediante la funzione dell’occhio. Se esso si conserva semplice e chiaro, procurerà al corpo lo splendore della luce eterna e irradierà la luce della sua sorgente sulla corruzione della carne. Se invece esso è oscurato dai peccati e pervertito dalla volontà, la natura del corpo sarà assoggettata ai vizi dell’anima. E se la luce che è in noi è tenebra, quanto grande sarà la tenebre delle tenebre...”. ( Ilario )

Se sarà il tuo occhio puro, tutto il tuo corpo sarà splendente.

Il cuore puro, che vive solo per Dio, rende l'anima tutta radiosa.

23 Ma se il tuo occhio sarà perverso, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre.

Ma se il cuore è malvagio, tutta l'anima è nell'oscurità del male. Come non può esistere un'anima divisa tra luce e tenebre, così non può esistere un'anima divisa tra Dio e Satana.

Se dunque il lume che è in te è tenebre, quanto grandi saranno le tenebre!

Se già in questa vita vivi nelle tenebre, riesci ad immaginare quanto saranno grandi le tenebre in sé e per sé? Il discorso di Gesù si fa forte e serrato: si delinea sempre più chiaramente il significato delle tenebre, non semplicemente come una condizione che è male davanti a Dio, ma come schiavitù a colui che è padre delle tenebre. Vi è un Padre che ha generato la luce e vi è un padre che ha generato le tenebre: sono due realtà inconciliabili l'una con l'altra, che ci costringono ad una scelta esclusiva.

In un'ottica un po' diversa, non strettamente legata alla logica del discorso, l'interpretazione di Gerolamo. "Chi ha gli occhi malati, vede confusamente molte luci; l'occhio semplice e puro vede le cose nitide e pure. Interpretiamo tutto questo in senso spirituale. Ebbene, come il corpo, se l'occhio non è puro e semplice, sarà tutto nelle tenebre, così l'anima, se ha perduto la sua luminosità, manterrà nelle tenebre tutte le sue facoltà. Se dunque la luce che è in te si fa tenebre, quanto saranno grandi queste tenebre! Se l'intelligenza, che è luce, si oscura per l'oscurità dell'anima, pensa un po' come saranno fitte queste tenebre che la circondano!"

24 Nessuno può servire a due padroni:

E' affermato in modo chiaro ed inequivocabile che la nostra vita è contesa tra due padri diversi. Ribadita la natura personale della paternità di Dio, va altresì ribadita la natura personale dell'altra paternità, che non è in Dio e per Dio, ma fuori di Dio e contro Dio. Il discorso di Gesù dovrebbe farci riflettere seriamente riguardo ad una mentalità, assai diffusa nella chiesa, che minimizza il significato personale del male, per ridurlo ad una semplice condizione dell'uomo davanti a Dio. Se il male non è fondato in un essere personale, ma solo nell'uomo, potremmo considerarlo quasi un accidente ed un incidente della nostra storia, facilmente rimovibile, perché  privo di radici profonde. Ma allora che bisogno c'è del Salvatore? La parola di Gesù è in un'ottica completamente contraria: il male è una condizione dell'uomo, per nulla casuale ed accidentale, ma fondata e guidata da una intelligenza personale, che non solo ci distoglie dall'ascolto del bene, ma ci guida in modo finalizzato verso una disobbedienza totale e definitiva a Dio, per anteporre in eterno se stessa a Dio.

Se il Figlio ci ha aperto gli occhi e ci ha fatto capire che viviamo nelle tenebre, dobbiamo fare uno sforzo ulteriore per comprendere il significato, la portata e la potenza della tenebra in sé e per sé..., per scampare alla dannazione eterna.

Non basta essere consapevoli di una vita avvolta nell'oscurità del male, bisogna andare oltre e desiderare la liberazione dal male stesso. Tutto ciò non è possibile, se non considerando e valutando la propria esistenza come contesa tra due padri diversi e nemici l'uno dell'altro. Esclusa la possibilità di servire a due padroni o padri diversi, in quali termini si pone la nostra scelta?

infatti o odierà l'uno e amerà l'altro o sopporterà l'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire a Dio e a mammona.

Va precisato che la nostra scelta non si pone in un punto per così dire neutro, al di fuori o al di sopra del bene e del male. Si sceglie in una determinata condizione di vita, che è già o nel bene o nel male. In Eden eravamo nel bene ed abbiamo scelto il male, ora siamo nel male e ci è chiesto di scegliere il bene. Ma come fu possibile per Adamo rinnegare Dio, pur essendo fondato nel bene? Altrove abbiamo affrontato il problema nella sua complessità e ricchezza alla luce della Bibbia. Ora diremo, più semplicemente che la condizione di Adamo non era ultima e definitiva, dal momento che non vedeva la Parola, ma semplicemente udiva la Parola. All'origine vi è un cammino di crescita nell'ascolto della Parola, che procede di obbedienza in obbedienza, fino a cogliere il frutto dell'albero della vita: vedere Dio. E solo il vedere Dio è di per sé garanzia assoluta di vita eterna, dove non esiste possibilità alcuna di peccato o di ripensamento riguardo alla Parola. Nell'eterna visione di Dio, la creatura si identifica con il suo Creatore, e con ciò si fa identica a Lui, non più semplicemente simile a Lui. Non c'è differenza tra la luce riflessa dallo specchio e la luce di per sé, se non per quel che riguarda il loro fondamento. Dio è Luce, Amore, Bene... in sé e per sé, l'uomo è luce, amore, bene in Dio e per Dio. "Sarete tutti dei e figli dell'Altissimo." Dio ci ha donato la Sua vita e la possibilità di essere Lui stesso la nostra vita. Diversamente saremmo rimasti degli automi, legati al fondamento della vita, ma impossibilitati a compiere il salto di qualità da una vita in Dio, ad una vita che è Dio. Un cammino di crescita fondato sull'ascolto, per quanto illuminato e guidato dallo Spirito Santo, "spiraculum vitae" ( spiraglio di vita ), è sempre aperto alla possibilità della disobbedienza. La disobbedienza a Dio altro non è che il mancato ascolto della Parola. Allorché l'uomo non ascolta la Parola del Signore, non avendo parola propria, ovvero fondata in se stesso, apre il suo cuore alla parola del Satana, che copre il vuoto creato dalla disobbedienza. Non si può dire che Dio crei l'uomo buono e poi lo esponga alla tentazione del Satana. E' l'uomo stesso che si espone alla tentazione e alla suggestione del diavolo, allorché abbandona la Parola che è l'Unico bene. Con il peccato d'origine l'uomo non perde la vita, ma quella vita che si alimenta e cresce nell'ascolto della Parola. L'esito finale è la morte eterna, che non è affatto annullamento del nostro essere, ma perdita della vita del nostro essere. Si vive ancora in un tempo e per un tempo, quasi per inerzia, ma non in un cammino di crescita, ma di “decrescita” e di degrado continuo del proprio essere, finché Dio non ci toglie da qualsiasi rapporto con il Suo amore e ci getta nelle tenebre eterne, nelle braccia del Satana, la cui vita è un eterno morire di morte. Nasciamo malvagi e nemici di Dio. "Tutti hanno peccato e sono privi della Sua gloria."

Ciononostante il Signore, per sua misericordia, in una vita destinata alla morte ha lasciato i presupposti per un ritorno al Suo amore. Ci fa conoscere e sperimentare le conseguenze del male, ma non ci ha tolto l'idea e il ricordo del bene. Ci dona un'esistenza che conduce alla dannazione eterna, ma che è aperta alla possibilità della salvezza. Il bene che è in noi non ha nulla a che vedere con il Bene in se stesso, ma è semplicemente un'impronta, un residuo di ciò che abbiamo sperimentato e conosciuto in Eden: non ha nessun valore in sé e per sé, ma soltanto in Cristo e per Cristo. Come potremmo cercare Colui che è Bene, senza avere la minima coscienza di bene? Ma dobbiamo comprendere che altro è il bene esistenziale ( la morale o etica ), altro è il bene essenziale. Il bene esistenziale è semplicemente un dono, un segno, un residuo di grazia, che Dio dà gratuitamente a tutti gli uomini, perché possano tornare con il loro cuore all'Unico, Eterno Bene. Scisso da Dio, può, tuttavia, ritrovare la sua fonte e la sua scaturigine in Gesù e per Gesù. Allorché non si riconosce nel Signore e nel Suo Figlio, diventa non semplicemente un male, ma il male più grande. Non ci sarà alcuna possibilità di salvezza per chi non accoglie il bene che è Gesù, perché pago del proprio bene. E non si può accogliere Gesù, se non odiando dapprima il nostro essere in Satana e per il Satana.

Nessuno può servire a due padroni: infatti o odierà l'uno e amerà l'altro

E' questa l'unica vera scelta: una rottura completa fino all'odio con il Satana, per un'apertura di totale amore verso Dio.

o sopporterà l'uno e disprezzerà l'altro.

E questa è l'altra possibilità, che non si pone nei termini della rottura completa con la vita che è nel Maligno, ma in una sorta di continuità con il passato, dove nulla cambia, se non in apparenza. Gesù è sempre l'Altro, l'alternativa all'Uno e unico nostro padrone che è il Satana. Chi non sceglie per il Cristo continuerà a sopportare la schiavitù del diavolo e a disprezzare il dono della salvezza. Soltanto nel primo caso si può parlare di una vera scelta: nel secondo caso vi è il semplice permanere in uno stato, che già ci appartiene e che non ci rende felici, ma da cui non possiamo e non vogliamo uscire. Soltanto di chi accoglie il Figlio, odiando e ripudiando il Satana, si può dire che ama il suo padrone. Ma non si può parlare di amore per chi rimane nel Satana, perché l'amore appartiene alle scelte responsabili e consapevoli. Si sopporta, in qualche modo, la  tirannia del Maligno, che ci alletta e ci lusinga, ma che, nello stesso tempo, ci umilia e ci fa soffrire. Neppure si può parlare di odio verso Dio: nessuno odia ciò e Colui che non conosce. Si rimane semplicemente indifferenti al Suo dono e alla Sua novità di vita, paghi della nostra vita, inconsapevoli di essere avviati verso un cammino di dannazione eterna. Il disprezzo può avere gli stessi effetti e le stesse conseguenze dell'odio, certamente non ne possiede la lucida consapevolezza. Solo chi ha scelto Cristo conosce l'unico vero amore e l'unico vero odio. La nostra vita è posta dunque di fronte a una scelta radicale: o si rompe con il Diavolo per accogliere Gesù, oppure si continua a sopportare il Satana, per rompere definitivamente con il Padre.

Non potete servire a Dio e a mammona.

Mammona è qualcosa di più del semplice peccato: è una vera e propria divinità a cui si rende culto come l'unico vero Dio. Mammona è il Dio degli uomini di questo mondo, che vivono per i beni e non per Colui che è bene. Non ci può essere adorazione del vero Dio, se prima non c'è rottura con il Satana. Chi ha il cuore diviso, non appartiene in parte a Dio, in parte al Satana, ma è tutto del Satana. Non è diviso tra il Bene e il Male, ma tra un proprio bene e un proprio male. Illude se stesso di verità, perché non ama il Satana, eppure lo sopporta, né odia Dio, eppure disprezza il Suo Cristo. Così i farisei e i falsi discepoli. Affermano di amare Dio, unico vero bene, ed hanno il cuore attaccato ai beni di questo mondo. Non insegnano l'amore al Satana: in verità sopportano la sua tirannia e non rompono con lui. Non insegnano l'odio verso Dio: in verità ne disprezzano il Figlio. Ciò che non riescono e non possono dire è che amano il Signore con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze e che, parimenti, odiano il Satana con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze. Attenti ai cuori tiepidi e alle menti troppo concilianti: ingannano gli altri, dopo aver ingannato se stessi!

25 Per questo dico a voi,  cioè per il fatto che non si può servire a due padroni e che si deve fare una scelta di radicale appartenenza a Dio.

non siate preoccupati per la vostra anima, che cosa mangiate, né per il vostro corpo, che cosa vestite:

La preoccupazione appartiene all'uomo che ha il cuore diviso a metà. Non avendo scelto il Signore come unico bene, in modo assoluto, radicale, non può confidare in un intervento di Dio, altrettanto assoluto e radicale. Si sente solo, perché ha scelto di camminare da solo: nel momento della prova e dell'affanno non c'è chi lo liberi e lo sostenga. Non così il discepolo di Cristo: il Signore stesso si fa custode e garante della sua vita. Ma quali sono le preoccupazioni che più assillano l'uomo e possono diventare una tentazione per lo stesso discepolo? Se consideriamo la nostra vita come unità di anima e corpo, ci sono preoccupazioni che più propriamente vengono  dall'anima, altre dal corpo. Innanzitutto vi è la nostra realtà psichica.

L'anima non vive di nulla: la sua crescita ed il suo equilibrio sono strettamente legati a tutto ciò di cui si alimenta. Non basta il cibo materiale perché l'anima si senta bene: bisogna anche preservarla da tutte quelle esperienze, conoscenze, rapporti umani che la debilitano e la deprimono. Chi si espone all'umiliazione, alla  persecuzione, alla condivisione della povertà altrui fa soffrire la propria anima ed è tentato di preoccupazione. Ma qui si gioca il senso della nostra fede. Crediamo veramente che la nostra vita è nelle mani di Dio? Allora cerchiamo, innanzitutto, di fare la Sua volontà: al resto provvederà il Signore. La logica del calcolo è contraria a quella della fede. Chi è più attento alle conseguenze dell'obbedienza che alla obbedienza stessa a Dio, non farà un passo sulla strada della salvezza. Non si fida del Signore, perché si sente ancora signore della propria vita. Oltre alle preoccupazioni che vengono dall'anima ci sono le preoccupazioni che vengono dal corpo: anche il corpo ha le sue esigenze e non accetta di essere maltrattato e trascurato. Gesù fa, innanzitutto, una considerazione:

forse che l'anima non è più del cibo e il corpo più del vestito?

La nostra vita non vale più di tutto ciò che l'alimenta e la protegge? E se ha valore in sé e per sé, quanto più in Dio e per Dio? Non sa il Signore di che cosa abbiamo bisogno? Dobbiamo fargli da maestri?

26 Guardate gli uccelli del cielo, perché non seminano, né mietono, né raccolgono in granai e il Padre vostro che è nei cieli nutre quelli.

Gli uccelli del cielo non hanno un loro progetto di vita: non seminano, vale a dire non pongono le premesse di una vita futura, non mietono il frutto della loro preoccupazione, né tanto meno lo raccolgono e lo ammassano per il domani. E non è forse lo stesso Padre vostro che nutre quelli? E non siete voi più di loro?

Gli uccelli del cielo non possono invocare il nome del Signore, non sono figli, eppure il Padre vostro si ricorda di loro.

27 Ma chi di voi, per quanto ci pensi può aggiungere alla sua statura un solo cubito?

I vostri pensieri sono del tutto inutili e impotenti. Se non sono in grado di aggiungere alcunché alla vostra statura, quanto più non possono cambiare la vostra vita in ciò che ha di più vero ed essenziale?

28 E del vestito, perché siete preoccupati? Considerate come crescono i gigli del campo: non lavorano né filano. 29 Ma io dico a voi che neppure Salomone in tutta la sua gloria fu ricoperto come uno di loro. 30 Se Dio veste così l'erba del campo, che oggi è e domani viene messa nel forno, quanto più voi di poca fede?

Il Signore che riveste l'erba del campo, vestirà anche noi, nonostante la pochezza della nostra fede. Non è semplicemente un rimprovero, ma ancor più una consolazione e un conforto. La consapevolezza della povertà della nostra fede non deve gettarci nello scoraggiamento e nella preoccupazione. Il Signore non ci abbandonerà, e non perché abbiamo fede, ma perché sa bene che abbiamo poca fede.

31 Non siate dunque preoccupati dicendo: Che cosa mangeremo o che cosa berremo o con che cosa ci copriremo? 32 Tutte queste cose, infatti, le cercano le genti. Sa infatti il Padre vostro che avete bisogno di tutte queste cose. 33 Cercate dunque innanzitutto il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.

Non basta invocare il Signore, perché venga il suo regno: è già venuto ed è in mezzo a noi. Bisogna cercarlo come il bene più prezioso e come l'unica vera giustizia.

Il resto ci sarà dato in sovrappiù, nella misura in cui è necessario per portare a compimento l'opera di Dio. Le genti bramano il pane materiale e per esso patiscono preoccupazione e affanno, noi bramiamo il pane disceso dal cielo, che ci libera da ogni preoccupazione e da ogni affanno, per donarci infine la vita eterna.

34 Non siate dunque preoccupati per il domani. Infatti il domani sarà preoccupato per se stesso. Basta al giorno la sua malvagità.

La preoccupazione è un male molto grande davanti al Signore: è mancanza di fede nel Suo amore, che tutto vede e a tutto provvede. Perché allora preoccuparsi per il domani? E' aggiungere peccato a peccato, ira a ira. Non è anche troppo il peccato di ogni giorno, quello che cade nell'oggi della nostra vita? Dobbiamo preoccuparci anche per il domani? Non sono sufficienti le preoccupazioni quotidiane? Basta ad ogni giorno la sua malvagità.

"Dobbiamo comprendere di quale malvagità del giorno si parli, perché e sappiamo che  all'inizio del mondo ogni singolo giorno fu benedetto da Dio, e vediamo che ogni giorno la luce è concessa agli uomini e ogni singolo giorno osserva il corso stabilito per esso e le leggi determinate. Dunque , Dio non ha inteso di parlare della malvagità di questo giorno che è privo di ogni colpa di peccato, ma piuttosto della malvagità nostra, che commettiamo ogni giorno; e poiché non possiamo ogni singolo giorno andare esenti dal peccato, sia pure lieve, per questo il Signore ci ammonisce a cancellare, con l'impegno giornaliero della fede e la giusta soddisfazione, le colpe, sia pure lievi, che ogni giorno commettiamo. Perciò il santo Apostolo ci insegna a placare l'ira prima del tramonto del sole, perché il giorno intero in tutta la sua durata non ci rinserri nella colpa del peccato." ( Cromazio )

Più semplice, ma povera di coerenza logica e non sufficientemente approfondita e motivata l'interpretazione di Gerolamo e di Crisostomo.

"Qui "malizia" non è usata per indicare cosa contraria alla virtù, ma nel senso di fatica, affanno quotidiano. Ci basta dunque il pensiero del tempo presente; smettiamo di affannarci per il futuro, che è incerto." ( Gerolamo )

"Nella parola "male" non è intesa alcuna malizia o malvagità: siamo ben lontani dall'interpretare così. In questo caso vuol dire tribolazione, fatica, afflizione. Conosciamo anche altri passi della Scrittura dove si usa questa parola: "Capita un male in città che non l'abbia mandato il Signore?": il profeta non intende l'avarizia o le rapine o altri vizi analoghi, ma le sciagure con cui Dio ha punito gli abitanti..

In questo senso, dunque, noi dobbiamo intendere le parole "basta al giorno la sua malvagità", poiché non c'è niente che affligga e tormenti di più l'anima quanto gli affanni e l'inquietudine." ( Crisostomo )

 

 

 

Informazioni aggiuntive