Vangelo di Matteo cap5

Commento al Vangelo di Matteo

 

Cap.5

 

Videns autem  turbas ascendit in montem et cum sedisset accesserunt ad eum

1 Ma vedendo le folle salì sul monte ed essendosi seduto, si avvicinarono a lui

discipuli eius Et aperiens os suum docebat eos dicens

i suoi discepoli 2 e, aprendo la sua bocca li istruiva dicendo:

beati pauperes spiritu quoniam ipsorum est regnum caelorum

3 Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

Beati mites quoniam ipsi possidebunt terram

4 Beati i miti, perché essi possederanno la terra.

Beati qui lugent quoniam ipsi consolabuntur

5 Beati quelli che piangono, perché essi saranno consolati.

Beati qui esuriunt et sitiunt iustitiam quoniam ipsi saturabuntur

6 Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché essi saranno saziati.

Beati misericordes quoniam ipsi misericordiam consequentur

7 Beati i misericordiosi, perché essi troveranno misericordia.

beati mundo corde quoniam ipsi Deum videbunt

8 Beati quelli dal cuore puro, perché essi vedranno Dio.

beati pacifici quoniam filii Dei vocabuntur

9 Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio.

beati qui persecutionem patiuntur propter iustitiam quoniam ipsorum

10 Beati quelli che patiscono persecuzione per la giustizia, perché di essi

est regnum caelorum

è il regno dei cieli.

Beati estis cum maledixerint vobis et persecuti vos fuerint et dixerint omne malum

11 Beati siete quando vi malediranno e vi perseguiteranno e diranno ogni male

adversum vos mentientes propter me

contro di voi, mentendo, a causa mia.

gaudete et exultate quoniam merces vestra copiosa est in caelis sic enim

12 Gioite ed esultate, perché la vostra ricompensa è abbondante nei cieli; così infatti

persecuti sunt prophetas qui fuerunt ante vos

hanno perseguitato i profeti che furono prima di voi.

Vos estis sal terrae quod si sal evanerit in quo salietur

13 Voi siete il sale della terra; che sarà se il sale diventerà insipido, in che verrà salato?

ad nihilum valet ultra nisi ut mittatur foras et conculcetur ab hominibus

A niente vale più, se non per essere gettato fuori e per essere calpestato dagli uomini

Vos estis lux mundi non potest civitas abscondi supra montem posita

14 Voi siete la luce del mondo. Non può essere nascosta una città quando è posta sopra

neque accendunt lucernam et ponunt eam sub modio sed super

un monte, 15 né accendono una lampada e la pongono sotto il moggio ma sopra il

candelabrum ut luceat omnibus qui in domo sunt

candelabro, perché faccia luce a tutti quelli che sono in casa.

sic luceat lux vestra coram hominibus ut videant vestra bona opera

16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano la vostre opere buone

et glorificent Patrem vestrum qui in caelis est

e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli.

Nolite putare quoniam veni solvere legem aut prophetas non veni

17 Non pensate che io sia venuto a scigliere la legge o i profeti; non sono venuto

solvere sed adimplere Amen quippe dico vobis donec transeat caelum

a sciogliere, ma ad adempiere. 18 In verità dico a voi fino al momento in cui passi cielo

et terra iota unum aut unus apex non praeteribit a lege donec

e terra, un solo iota o un apice non passerà oltre dalla legge, finché

omnia fiant Qui ergo solverit unum de mandatis istis

tutte le cose non siano accadute. 19 Chi dunque scioglierà uno solo di questi 

minimis et docuerit sic homines minimus vocabitur in regno

comandamenti minimi e così insegnerà agli uomini, sarà detto il minimo nel regno

caelorum qui autem fecerit et docuerit hic magnus vocabitur in regno

dei cieli; chi invece li osserverà e li insegnerà, questi sarà detto grande nel regno

caelorum dico enim vobis quia nisi abundaverit iustitia vestra plus quam

dei cieli. 20 Infatti io dico a voi che se la vostra giustizia non abbonderà più di quella

scribarum et pharisaerom non intrabitis in regnum caelorum

degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.

audistis quia dictum est antiquis non occides qui autem occiderit                                    21 Avete sentito che è stato detto agli antichi: non uccidere, ma chi avrà ucciso

reus erit iudicio ego autem dico vobis quia omnis qui irascitur fratri suo

sarà reo di giudizio. 22 Ma io dico a voi che ognuno che si adira col suo fratello

reus erit iudicio qui autem dixerit fratri suo racha reus erit concilio

sarà reo di giudizio. Chi poi avrà detto al suo fratello stolto, sarà soggetto al sinedrio

qui autem dixerit fatue reus erit gehennae ignis

Chi poi avrà detto pazzo, sarà soggetto al fuoco della Geenna.

si ergo offers munus tuum ad altare et ibi recordatus fueris quia frater tuus habet

23 Se dunque offri il tuo dono all'altare, e qui ti sarai ricordato che tuo fratello ha

aliquid adversum te relinque ibi munus tuum ante altare et vade prius reconciliari

qualcosa contro di te, 24 lascia qui il tuo dono davanti all'altare e va prima a riconciliarti

fratri tuo et tunc veniens offeres munus tuum

col tuo fratello, e allora, venendo, offrirai il tuo dono.

Esto consentiens adversario tuo cito dum es in via cum eo

25 Sii consenziente col tuo avversario con prontezza, finché sei in cammino con lui,

ne forte tradat te adversarius iudici et iudex tradat te

perché non accada che consegni te l'avversario al giudice e il giudice consegni te

ministro et in carcerem mittaris amen dico tibi non exies inde donec

al ministro e tu sia messo in prigione. 26 In verità ti dico non uscirai di lì finché non

reddas novissimum quadrantem Audistis quia dictum est antiquis

renderai l'ultimissimo quadrante. 27 Avete sentito che fu detto agli antichi :

non moechaberis ego autem dico vobis quia omnis qui viderit mulierem

Non commetterai adulterio. 28 Ma io dico a voi che ognuno che guarderà una donna

ad concupiscendum eam iam moechatus est eam in corde suo

per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.

quod si oculus tuus dexter scandalizat te erue eum et proice abs te expedit

29 Perciò se il tuo occhio destro ti scandalizza, strappalo e gettalo via da te: ti conviene

enim tibi ut pereat unum membrorum tuorum quam totus corpus tuum

infatti che perisca uno solo dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo

mittatur in gehennam et si dextra manus tua scandalizat te abscide eam et proice

venga gettato nella Geenna. 30 E se la tua mano destra ti scandalizza, tagliala e gettala

abs te expedit enim tibi ut pereat unum membrorum tuorum quam

via da te; ti conviene infatti che perisca uno solo dei tuoi membri, piuttosto che

totum corpus tuum eat in gehennam

tutto il tuo corpo vada nella Geenna.

dictum est autem quicumque dimiserit uxorem suam det ei libellum repudii

31 Ancora è stato detto: "Chiunque avrà rimandato sua moglie, le dia il libello del ripudio

ego autem dico vobis quia omnis qui dimiserit uxorem suam excepta                      

32 Ma io dico a voi che ognuno che rimanderà sua moglie, se non a motivo

fornicationis causa facit eam moechari et qui dimissam duxerit adulterat

di fornicazione, la fa adulterare e chi sposa la ripudiata commette adulterio.

iterum audistis quia dictum est antiquis non peierabis reddes

33 Inoltre avete sentito che è stato detto agli antichi: "Non spergiurerai, ma renderai

autem Domino iuramenta tua ego autem dico vobis non iurare omnino neque per

al Signore i tuoi giuramenti. 34 Ma io dico a voi di non giurare del tutto, nè per

caelum quia thronus Dei est neque per terram quia scabillum est pedum eius

il cielo, perché è trono di Dio, 35 nè per la terra, perché è sgabello dei suoi piedi

neque per Hierosolymam quia civitas est magni Regis neque per caput tuum iuraveris

nè per Gerusalemme, perché è città del grande re, 36 né per la tua testa giurerai

quia non potes unum capillum album facere aut nigrum

perché non puoi fare bianco o nero un solo capello.

sit autem sermo vester est est non non quod autem his abundantius est a malo est

37 Ma sia il vostro parlare: sì, sì, no, no; ma ciò che è più di questi viene dal maligno.

audistis quia dictum est oculum pro oculo et dentem pro dente

38 Avete sentito che è stato detto: "Occhio per occhio e dente per dente."

ego autem dico vobis non resistere malo Sed si quis te percusserit

39 Ma io dico a voi di non resistere al malvagio, ma se qualcuno ti percuoterà

in dextera maxilla tuam praebe illi et alteram et ei qui vult tecum iudicio

nella tua guancia destra, offrigli anche l'altra; 40 e a colui che vuole contendere con te

contendere et tunicam tuam tollere remitte ei et pallium Et quicumque te

in giudizio e prendere la tua tunica, lasciagli anche il mantello; 41 e chiunque ti avrà

angariaverit mille passus vade cum illo et alia duo qui petit a te da ei et

costretto per mille passi, va con lui anche per altri due. 42 Chi chiede a te, dagli, e 

volenti mutuari a te ne avertaris audistis quia dictum est

a chi vuole prendere in prestito da te non voltarti. 43 Avete sentito che è stato detto:

diliges proximum tuum et odio habebis inimicum tuum Ego autem dico vobis

"Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico." 44 Ma io dico a voi:

diligite inimicos vestros benefacite his qui oderunt vos et orate pro persequentibus

"Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano e pregate per coloro che vi perseguitano

et calumniantibus vos ut sitis filii Patris vestri qui in caelis est

e vi calunniano, 45 perché siate figli del Padre vostro che è nei cieli,

qui solem suum oriri facit super bonos et malos et pluit super iustos et iniustos

che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.

Si enim diligatis eos qui vos diligunt quam mercedem habebitis

46 Se infatti amate quelli che vi amano, quale ricompensa avrete?

nonne et publicani hoc faciunt et si salutaveris fratres vestros tantum

Non fanno ciò anche i pubblicani? 47 E se saluterete soltanto i vostri fratelli,

quid amplius facitis nonne et ethnici hoc faciunt

cosa fate di più? Non fanno ciò anche i pagani?

estote ergo vos perfecti sicut et Pater vester caelestis perfectus est

48 Siate dunque perfetti, così come anche il Padre vostro celeste è perfetto.                           

 

 

 

 

                                                

1 Ma vedendo le folle salì sul monte...

Il capitolo quinto si apre con  una congiunzione avversativa che collega il discorso al versetto che precede. "E lo seguirono molte folle dalla Galilea... Ma, vedendo le folle, salì sul monte”. La risposta di Gesù è del tutto insolita, inconsueta ed inaspettata. Di fronte al sacrificio di tante persone, che lo cercavano in modo così assillante, era ragionevole rispondere con un gesto di apertura, con un atteggiamento immediatamente comprensibile, andando incontro, incoraggiando, intrattenendosi a...

E' questa la logica umana, così accondiscendente verso una qualsiasi scelta di verità, se pur minima. La logica di Dio è diversa: non indulge all'elogio, all'esaltazione dell'uomo, ma cerca subito una verifica, una conferma, un confronto molto stretto con il nostro cuore. Di fronte a tanta fatica, come può apparire ai nostri occhi, Gesù chiede uno sforzo ulteriore. Non basta essere usciti dalla propria terra, bisogna entrare con Gesù in una dimensione di vita, spiritualmente più alta, che appare come collocata su di un monte. Ed ecco che le file si assottigliano: non tutti ce la fanno, perché non tutti vogliono affrontare un sacrificio più grande. Fino ad un certo punto la sequela può apparire ragionevole e anche conveniente, più in là una follia. Soltanto i veri discepoli seguono Gesù. Dove sono finite le folle che accorrevano, portando i loro malati? Perché non sono andate oltre? E' stato forse l'impedimento fisico e la fatica materiale a fermarle? E' su ben altra fatica che si fa la selezione e il giudizio!

ed essendosi seduto si avvicinarono a lui i suoi discepoli,

Lo sforzo per entrare in una dimensione di vita diversa, fa tutt'uno con la volontà e il desiderio di una conoscenza più vicina, più vera del Signore.

Salito sul monte Gesù si siede, non per riposare da una fatica d'amore, ma, al contrario, per dare libero sfogo al suo amore, così come esso si esprime attraverso la Sua parola. Molte persone si sono fermate all'Amore che fa prodigi e miracoli, poche hanno cercato il vero rapporto d'Amore, che è solo quello che passa attraverso le vie della Parola. Non c'è conoscenza di Gesù, se non nell'ascolto della sua Parola. E l'amore, sappiamo, vuole il suo tempo. Non si ascolta Gesù in piedi e frettolosi, sperando che la predica finisca al più presto. Si ama seduti, vicino alla persona amata, per ascoltare la sua Parola e per esserne riempiti fino a traboccare. Stupendo il linguaggio della Scrittura:

2 e, aprendo la sua bocca, li istruiva dicendo:

C'era forse bisogno di dire: "Aprendo la sua bocca"? E' scontato che per parlare bisogna aprire la bocca. Così pure l'espressione "li istruiva dicendo" è di tipo rafforzativo: non c'è istruzione vera che non passi attraverso le vie della Parola.

Gesù che apre la bocca e istruisce dicendo, evoca il modo in cui certi animali nutrono e fanno crescere i loro piccoli, attraverso il rigurgito del cibo. In questo modo l'alimento "necessario" passa direttamente dal genitore al figlio, già predigerito, confezionato in modo adatto, facile ad assimilarsi: non si richiede alcuno sforzo da parte dei figli, se non la volontà di pendere dalla bocca del Padre. Vi è come un travaso d'Amore che passa dalla bocca di Gesù a quella dei suoi discepoli. Ma con ciò si definisce ulteriormente il senso della sequela: non si va a Gesù, semplicemente attirati dalla sua fama, ma per essere nutriti , bocca a bocca, della Sua parola, tramite l'ascolto obbediente e perseverante. I veri discepoli si riconoscono, innanzitutto, dal loro rapporto con la Parola. Ciò che segue è noto come discorso della montagna e, ricordiamo, è rivolto ai soli discepoli.

3 Beati.." Gesù parla ai discepoli, a coloro che sono già sottomessi al potere della sua chiamata. Questa li ha resi poveri, precari, affamati. Egli li chiama beati, non per la loro miseria e la loro rinuncia. Miseria e rinuncia in sé non costituiscono in nessun modo un motivo di beatitudine. Solo la chiamata e la promessa, che sono la causa per cui essi vivono nella miseria, volendo seguire Gesù, ne costituiscono un motivo adeguato. L'osservazione che in alcune beatitudini si parla della miseria e in altre della rinuncia consapevole o di particolari virtù dei discepoli non ha alcun rilievo. La miseria oggettiva e la rinuncia personale hanno il loro comune motivo nella chiamata e nella promessa di Cristo. Né l'una né l'altra ha valore o può avanzare una pretesa in se stessa. Gesù chiama beati i suoi discepoli. Il popolo sente ed è testimone di ciò che accade. Ciò che secondo la promessa di Dio appartiene all'intero popolo d'Israele, qui spetta alla piccola comunità dei discepoli eletti da Gesù. "Di loro è il regno dei cieli". Ma i discepoli e il popolo sono uniti dal fatto di essere tutti comunità che Dio ha chiamato. Quindi le beatitudini di Gesù saranno per tutti occasione di decisione e di salvezza. Tutti sono chiamati ad essere ciò che sono in verità. Beati sono detti i discepoli a causa della chiamata di Gesù, che essi hanno seguito. Beato viene chiamato l'intero popolo di Dio a causa della promessa che lo riguarda."( Bonhoeffer)

“Un tempo, mentre la Legge veniva data sul monte , il popolo non poteva accostarsi; ora, mentre il Signore insegna sul monte, nessuno è tenuto lontano, anzi, piuttosto, tutti sono invitati ad ascoltare, perché nella Legge è la severità, nel Vangelo la benevolenza; là negli increduli si incute il terrore, qui nei credenti si riversa il dono delle benedizioni. Se vuoi, dunque, anche tu ricevere le benedizioni del Signore, lascia il modo di vivere terreno, cerca la vita celeste: sali sulle cime della fede come su un monte, per meritare a buon diritto di essere benedetto da Dio. Ma vediamo ormai quali siano le parole esatte delle benedizioni”. ( Cromazio )

3 Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

Cosa intende dire Gesù? E perché mette questa prerogativa al primo posto, quasi  tutte le comprenda e le abbracci?

Sarebbe molto più facile capire se Gesù dicesse poveri semplicemente. Cosa sia la povertà tutti lo sappiamo. Più difficile comprendere cosa sia la povertà di spirito.

Non è benedetta una qualsiasi povertà, ma quella che è trovata in chi è discepolo di Cristo.

Nulla a che vedere dunque con quella povertà che la vita naturalmente porta con sé, in forme e misure diverse.

È una povertà creata dalla sequela di Cristo ed in essa trovata.

Può includere ed abbracciare in sé qualsiasi povertà già data prima della grazia divina, ma non è beata se non nella misura in cui viene rivisitata e trasformata da questa stessa grazia.

Ma perché si parla di poveri di spirito?

Cosa si intende per spirito?

Cos’è lo spirito? È semplicemente un attributo dell’anima non disgiungibile da essa? O è una vera e propria dimensione dell’uomo, associata all’anima ma nettamente distinta da essa, con una importanza ed una valenza prioritaria rispetto all’anima e al corpo, in quanto il giudizio ultimo e definitivo si farà non semplicemente sull’anima dell’uomo, ma sul suo spirito? Lo spirito non è creato dal nulla come l’anima, ma è insufflato direttamente da Dio sul volto di Adamo. In virtù dello spirito l’uomo ha un rapporto immediato con il suo Creatore ed ha piena e responsabile consapevolezza di essere un io semplicemente in quanto rapportato ad un tu che viene prima, che lo genera alla vita e in essa lo alimenta e lo mantiene.

Si deve dunque dire che l’uomo è formato da due dimensioni, corpo e anima come sosteneva sant’Agostino, secondo quella dottrina che è codificata ancor oggi nel Catechismo della Chiesa cattolica,dottrina accettata anche dai protestanti o non dovremmo tenere in più considerazione al riguardo l’insegnamento di Origene e di Girolamo, i quali parlano dello spirito come di una vera e propria dimensione, arrivando alla conclusione che l’uomo è formato non da due dimensioni anima, e corpo, ma da tre, spirito, anima corpo. E tutto questo non è una semplice e infondata convinzione personale, ma è quanto si evince da una attenta lettura della Parola di Dio, in modo particolare dalle lettere di san Paolo, ma non solo. Le citazioni dalla Scrittura sono numerose, di un certo peso e di un’evidente chiarezza.

Alla fine ha prevalso l’opinione di Agostino, la quale non è che una semplice riedizione in veste cattolica della concezione platonica dell’uomo come unità di anima e corpo.

Non vogliamo discutere, ognuno si tenga le proprie convinzioni. Può anche bastare quanto troviamo scritto nel catechismo cattolico.

Noi vogliamo però sottolineare che vi sono realtà che non sono comprese nella chiesa qui ed ora, ma soltanto nel tempo e col tempo si arriva ad una migliore comprensione e definizione.

Non si può dire che tutto ciò che concerne la Parla di Dio sia già stato compreso e spiegato nella sua forma  ultima e in una misura definitiva.

La Parola di Dio è come un buon vino vecchio che mai si corrompe e mai va a male, cosicchè si debba in un tempo gettare per sostituirlo con un altro. Non solo mantiene intatto il suo profumo, il suo sapore la sua fragranza, ma sempre li accrescono e li arricchiscono dando un gusto di inesauribile varietà e ricchezza di sapori.

Quando si dice qualcosa che ha un po’ il sapore della diversità e della novità rispetto a quanto codificato nel catechismo della chiesa si è sempre presi da un sentimento di timore.

Si teme di essere fraintesi e considerati come degli eretici che deviano dalla strada maestra segnata dal Magistero della Chiesa.

Vero è che lo stesso Magistero non può accrescere ed arricchire il suo vasto patrimonio spirituale da essa custodito ignorando l’apporto ed il contributo dell’intero corpo della chiesa nella totalità dei suoi membri, nella totalità dei suoi tempi.

Certamente come singoli membri della chiesa possiamo parlare affermando una novità soltanto parziale e relativa, nulla asserendo che sia in netto contrasto con quanto già detto e scritto, e soprattutto mettendo in evidenza che  non si esprimono verità della chiesa, ma semplici convinzioni personali.

Sarebbe più semplice nulla dire di proprio e di originale, per evitare inutili discussioni e sterili polemiche, che lasciano il fianco aperto ai detrattori, e ai calunniatori. Vero è che nessuno può negare che nel tempo si manifestano e prendano evidenza nella Chiesa verità già comprese in passato in virtù della meditazione della Parola, ma rese ancor più chiare oggi in virtù di una luce maggiore che ci è dato riguardo alla stessa Parola.

Chi può negare che oggi più che mai, siamo indotti e stimolati a comprendere e ad approfondire cosa propriamente sia lo spirito. Spirito di Dio e spirito dell’uomo. Ed andando ancora oltre dobbiamo pur chiederci qual è il nostro rapporto non solo con Dio che è Spirito, Padre, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo in Cristo,  ma anche Madre nell’eternità e nel tempo di ogni creatura.

In un futuro la Chiesa sempre più parlerà dello Spirito di Dio e della Madre di Dio. Molti lo stanno già facendo, in forma forse grossolana e discutibile, ma il moto è già avviato

Solo la Chiesa poi innalzerà a verità o smentirà le convinzioni dei singoli, con ragioni fondate e con accreditata autorità.

Abbiamo fatto una lunga digressione che forse ci ha distratto dal brano evangelico che abbiamo in esame.

Ritorniamo ora all’interrogativo iniziale.

Chi sono questi poveri in spirito?

Considerata la nostra difficoltà ad intendere chiaramente e correttamente siamo andati a vedere cosa hanno scritto i Padri della Chiesa.

Purtroppo sono andati persi relativamente a questi versetti i commenti di Origene e Gerolamo. C’è molto del Vangelo di Matteo, ma nulla siamo riusciti a trovare relativamente a questi nella nostra biblioteca.

Scrive Basilio “I poveri in spirito sono coloro che non sono divenuti poveri per altra causa che non sia l’insegnamento del Signore che ha detto: Va’, vendi tutto ciò che hai e dallo ai poveri”. Se però uno accetta la povertà in cui venga a trovarsi per un motivo qualsiasi e la vive secondo la volontà di Dio come Lazzaro, neppure costui è estraneo a quella beatitudine”. ( Basilio- Regole brevi, domanda 205 )

Ilario dà una interpretazione troppo lunga per essere riportata secondo la quale per poveri di spirito si devono intendere semplicemente coloro che hanno uno spirito umile, in virtù del Cristo stesso, consapevoli che nulla appartiene loro,  che nulla possiedono di proprio, e che ogni dono viene dall’unico Signore.

Non ci sentiamo aiutati più di tanto nella comprensione.

Passando agli esegeti moderni leggiamo in Bonhoeffer :

"Il regno dei cieli irrompe per loro ( gli apostoli ), che vivono semplicemente nella rinuncia e nelle ristrettezze per amore di Gesù. Nella povertà essi sono eredi del regno dei cieli. Il loro tesoro è nascosto nel profondo, essi lo hanno nella croce. Il regno dei cieli è loro promesso in una gloria visibile, e fin d'ora è donato loro nella perfetta povertà della croce. Qui le beatitudini di Gesù si distinguono completamente dalle caricature che se ne danno in forma di programmi sociali-politici. Anche l'Anticristo chiama beati i poveri , ma non lo fa per amore della croce, nella quale è racchiusa ed è beata ogni povertà, ma proprio con l'intento di toglier di mezzo la croce, grazie a un'ideologia politico-sociale. L'Anticristo può chiamare cristiana questa ideologia, ma proprio per questo è il nemico di Cristo." ( Bonhoeffer )

Scrive don Umberto Neri.

Dobbiamo ora vedere le singole condizioni di accesso al Regno, assolutamente imprescindibili.

La prima è la povertà: “beati i poveri”. I poveri, i realmente poveri in tutti i modi: perché non hanno da mangiare, perché patiscono, sono disoccupati, non hanno casa. Poveri anche perché sono malati, prigionieri, indifesi, in condizione di svantaggio, di indigenza, di debolezza, esposti a tutto: poveri. Il concetto è più vasto di quello che intendiamo di solito: non si tratta soltanto di censo.

“In Spirito”, non attenua, anzi rafforza. Poveri e per di più spirito: poveri che  si adeguano alla loro condizione con un sentire, un parlare, un agire da poveri. Non è la povertà sola, è la realtà della povertà intimamente accettata e vissuta. Ci possono essere poveri ribelli, poveri prepotenti: questi non sono i poveri del Signore. Chi si contrappone a questo ritratto spirituale, chi è escluso dal Regno. Anzitutto i ricchi: finchè uno è ricco è escluso”.

Per concludere e per compendiare tutto quanto letto mi sembra che si possa dire che Gesù non chiama beata una qualsiasi povertà, ma solo quella che è data a coloro che lo seguono. È la povertà acquisita per lo spirito Santo donato da Gesù e ha un significato spirituale, incide cioè nella dimensione più profonda dell’uomo che è il suo spirito.

Per una qualsiasi povertà l’uomo può avvertire la propria miseria spirituale e proprio perché consapevole del proprio stato mette il proprio cuore e la propria vita nelle mani di Colui che dona lo spirito senza misura, tutto portando, in sé, tutto riassumendo ed esaltando nella propria croce fino alla formazione dell’uomo nuovo che è fatto degno di vedere la gloria di Dio Creatore.

Nel testo originale greco troviamo il termine "ptocòs", che, letteralmente, vuol dire mendicante. Il mendicante non è semplicemente un povero, ma un povero che cerca ciò di cui ha bisogno e di cui sente la mancanza. Con la venuta di Gesù, la povertà di spirito non è più un male e una sventura, in quanto colmata dalla ricchezza del Suo dono.     

4 Beati i miti, perché essi possederanno la terra.

Chi è mite, se non colui che è sempre disposto a perdere, perché già tutto possiede nel Signore? I miti conoscono solo la violenza della preghiera e della supplica: nulla chiedono e nulla pretendono dagli altri uomini, ma tutto rimettono nelle mani del Padre. Essi possederanno la terra, perché già la possiedono solo in Lui e per Lui.

"Lasciate loro il cielo , dice il mondo con aria di compatimento, quello è il loro posto. Ma Gesù dice: Possederanno la terra. La terra appartiene ad essi, che sono privi di ogni diritto e di ogni potere. Coloro che la possiedono adesso con la forza e con l'ingiustizia, la perderanno, e quelli che ora vi hanno rinunciato totalmente, che sono stati miti fino alla croce, domineranno la nuova terra. Qui non è il caso di pensare alla giustizia punitiva di Dio nel mondo ( Calvino ), ma quando avverrà la discesa del regno dei cieli, allora la forma della terra sarà rinnovata, e la terra diverrà la comunità di Gesù. Dio non abbandona la terra. Lui l'ha creata, ha mandato in terra il proprio Figlio, ha costruito la sua comunità sulla terra. Quindi già in questo tempo è dato un inizio. E' stato dato un segno. Già qui a coloro che sono privi di ogni potere è dato un pezzetto di terra, essi hanno la chiesa, la loro comunità, i loro beni, fratelli e sorelle, assieme a persecuzioni fino alla croce. Ma anche il Golgota è un pezzo di terra. A partire dal Golgota, dove è morto il più mite dei miti, deve rinnovarsi la terra. ( Bonhoeffer )

"Miti sono gli uomini mansueti, umili e modesti, semplici nella fede, pazienti di fronte ad ogni offesa, che, istruiti nei comandamenti evangelici, imitano l'esempio della mansuetudine del Signore, che dice nel Vangelo: "Imparate da me, perché sono mite ed umile di cuore."... Proclama, dunque, beati quelli che sono miti in tal senso, cui ha promesso non nella vita presente, ma in quella futura il possesso di quella terra felice di cui leggiamo che è stato detto in un salmo: "I mansueti invece possederanno la terra e goderanno di una grande pace." ( Cromazio )

6 Beati quelli che piangono, perché essi saranno consolati.

Quale pianto è detto beato se non quello che viene dall'amore del Signore?... pianto per i nostri peccati e per quelli dell'umanità tutta. Il Signore ci consolerà da ogni afflizione col suo Santo Spirito!

"Come più sopra dei poveri, così qui parla anche di coloro che piangono, non chiamando già beati quelli che piangono desolati o la morte di una sposa diletta o la perdita di cari figlioli; ma vuol dire piuttosto, che sono beati quelli che o si sforzano di espiare con un incessante profluvio di lacrime i peccati da loro commessi o quelli che, per un devoto attaccamento alla Legge, non cessano di piangere la malvagità del mondo e le colpe dei peccatori." ( Cromazio )

6 Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché essi saranno saziati.

Non sarà saziata la fame e la sete di giustizia umana, ma soltanto la fame e la sete di giustizia divina. Non esiste altra giustizia, se non quella del Figlio. Infelici gli uomini che credono nella giustizia terrena: rimarranno delusi in eterno!

“Ci ha insegnato che dobbiamo cercare la giustizia non con un desiderio superficiale né con una brama senza ardore. Infatti, afferma che sono beati quelli che, per ottenerla, ardono dalla brama d’un intimo desiderio paragonabile alla fame e alla sete, poiché, se ciascuno di noi la brama, affamato e assetato dal desiderio, non può far altro che pensare alla giustizia, che cercare la giustizia. Infatti, uno che è affamato e assetato, necessariamente desidera ciò di cui ha fame e sete. Giustamente, dunque, Colui che è il pane celeste e la fonte d’acqua viva promette a questi, che sono affamati e assetati in tal modo, la sazietà di quell’alimento eterno, dicendo: Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Si intende quella giustizia della fede, che è in Dio e in Cristo, della quale L’Apostolo disse: Giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo per tutti e su tutti quelli che credono in lui. O, addirittura, si fa riferimento allo stesso Signore e Salvatore nostro che, secondo l’Apostolo, è diventato per noi giustizia e santificazione e redenzione, del cui desiderio, come se fosse cibo e bevanda, i beati non cessano di ardere, conforme a ciò che il Signore stesso attesta per bocca di Salomone: Quelli che mi mangiano avranno fame, e quelli che mi bevono avranno sete”. (Cromazio)

"Agli affamati e agli assetati di giustizia concede la beatitudine, mostrando come l'avidità dei santi, che ha per oggetto gli insegnamenti di Dio, sia ricolmata in cielo con i beni di un appagamento perfetto" ( Ilario )

"Coloro che sono nella sequela divengono affamati e assetati lungo la via: Desiderano la remissione di tutti i peccati e un pieno rinnovamento, il rinnovamento della terra e il compiersi della giustizia di Dio... Essi sono beati, perché è stato loro promesso che saranno saziati. Dovranno ricevere giustizia, non solo perché udranno la parola della remissione, ma sperimenteranno una giustizia che li sazierà nel corpo. Il pane della vera vita è quello che mangeranno nella cena futura con il loro Signore. Essi sono beati per questo pane futuro, poiché lo hanno già nel presente. Colui che è il pane della vita, è in mezzo a loro, pur con tutta la loro fame. Questa è la beatitudine dei peccatori." ( Bonhoeffer )

7 Beati i misericordiosi, perché essi troveranno misericordia.

Misericordioso è colui che sempre perdona, perché consapevole di essere stato perdonato dal Signore. I misericordiosi troveranno misericordia nel giorno del giudizio, perché già l'hanno trovata in questa vita.

"Il Signore delle misericordie afferma che sono beati i misericordiosi, insegnando che nessuno può meritare la misericordia di Dio, se anch'egli non è stato misericordioso. Perciò anche in un altro passo dice: Siate misericordiosi, come è misericordioso anche il Padre vostro che è nei cieli." ( Cromazio )

"Nessuna misericordia è troppo profonda, nessun peccato troppo terribile, perché non vi si applichi misericordia. Il misericordioso fa dono del proprio onore a chi è caduto nell'ignominia e se ne fa carico. Si fa trovare presso i pubblicani e i peccatori e si assume volontariamente la vergogna della familiarità con loro. Essi rinunciano al massimo bene dell'uomo, alla propria dignità e al proprio onore, e sono misericordiosi. Essi conoscono solo una dignità e un onore: la misericordia del loro Signore, della quale soltanto vivono.( Bonhoeffer )

8 Beati quelli dal cuore puro, perché essi vedranno Dio.

E' puro di cuore chi è libero da ogni attaccamento e da ogni passione. Il cuore puro è totalmente disponibile per il Signore, perché svuotato di tutto il resto. Vedranno Dio coloro che hanno occhi solo per Lui.

“Per puri di cuore intende quelli che, deposta la sozzura del peccato, si sono purificati da ogni impurità della carne e sono piaciuti a Dio per le opere della fede e della giustizia, secondo ciò che Davide attesta nel salmo: Chi salirà il monte del Signore o chi starà nel suo luogo santo? Chi ha le mani innocenti e il cuore puro; chi non ha rivolto la sua anima alla vanità. Giustamente, anche Davide, sapendo che Dio non può essere veduto se non da un cuore puro, così prega nel salmo, dicendo: Crea in me un cuore puro, Dio, e rinnova nel mio petto uno spirito saldo...” (Cromazio)

"Ai puri di cuore promette la visione di Dio. Infatti non c'è niente d'impuro e di sporco che possa sostenere il contatto con la luce divina, e lo sguardo di uno spirito contaminato si affievolisce al cospetto di Dio." ( Ilario )

"Il cuore puro è il cuore semplice del bambino, che non sa del bene e del male, il cuore di Adamo prima della caduta, il cuore in cui domina non la coscienza, ma la volontà di Gesù. Chi rinuncia al bene e al male suoi propri, al proprio cuore, chi, così facendo, vive nella penitenza e resta legato solo a Gesù, ha un cuore reso puro dalla Parola di Gesù. Qui la purezza del cuore si contrappone ad ogni purezza esteriore, nella quale rientra anche la purezza della buona intenzione. Il cuore puro è puro dal bene e dal male, appartiene tutto indiviso a Cristo, guarda solo a lui che precede. Vedrà Dio solo chi in questa vita ha guardato solo a Gesù Cristo, il Figlio di Dio." ( Bonhoeffer )

9 Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio.

I pacifici sono coloro che hanno fatto e fanno continuamente pace con il Padre: in questa riconciliazione ritrovano la loro dignità e la loro gioia di figli di Dio. Solo rappacificato con il Signore l'uomo può trovare la pace con gli altri uomini: una pace diversa da quella del mondo, perché viene da Dio e riporta a Dio.  E' Cristo l'artefice e il mediatore di ogni pace.

“Operatori di pace sono quelli che, lontanissimi dallo scandalo della contestazione e della discordia, custodiscono l’amore della carità fraterna e la pace della chiesa nell’unità della fede cattolica... Nulla, infatti, è così necessario ai servi di Dio, così salutare per la chiesa, quanto il custodire la carità, amare la pace, senza la quale, come l’Apostolo insegna agli Ebrei, non è possibile che Dio sia visto: Prima di tutto amate la pace, senza la quale nessuno di noi potrà vedere Dio”. (Cromazio)

"La beatitudine degli operatori di pace consiste nel premio di una adozione che li trasforma definitivamente in figli di Dio. Se è vero, infatti, che Dio è l'unico Padre di tutti, allora per entrare realmente a far parte della sua famiglia, non ci sarà che un modo: dimenticare tutto ciò in cui possiamo essere offesi e vivere nella pace fraterna che è frutto della carità vicendevole." ( Ilario )

"I discepoli di Gesù mantengono la pace preferendo patire piuttosto che infliggere sofferenza ad un altro, conservano la comunione dove altri la infrangono, rinunciano alla affermazione di sé e tengono a freno l'odio e l'ingiustizia. Così vincono il male con il bene, così stabiliscono una pace divina in un mondo di odio e di guerra...

Essendo stati coinvolti nell'opera del Figlio di Dio, anche essi verranno chiamati figli di Dio." ( Bonhoeffer )

Le ultime beatitudini sono riservate a coloro  che patiscono violenza e persecuzione per l'annuncio del Vangelo.

10 Beati quelli che patiscono persecuzione per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati siete quando vi malediranno e vi perseguiteranno e diranno ogni male contro di voi mentendo, a causa mia." Ad essi Gesù dice:

12 Gioite ed esultate, perché la vostra ricompensa è abbondante nei cieli...

Non una semplice ricompensa dunque, ma una ricompensa tanto più grande quanto più grande è l'umiliazione e la sofferenza che viene dall'annuncio della Parola.

"Infine egli ricompensa con la beatitudine perfetta quelli che sono disposti a patire ogni cosa per il Cristo, che è la giustizia stessa. A costoro è quindi riservato il regno dei cieli ed è promessa lassù una ricompensa generosa, perché disprezzati dal mondo, poveri nello spirito, coperti di vergogna per i danni e le sventure subiti nel mondo presenti, confessori della giustizia celeste di fronte alle ingiurie degli uomini e infine martiri gloriosi delle promesse di Dio, hanno speso tutta la loro vita per testimoniare la sua eternità." ( Ilario )

"L'oltraggio, la persecuzione fino alla morte, la maldicenza, sigillano definitivamente la beatitudine dei discepoli nella loro comunione con Gesù. Non può essere diversamente: il mondo si scatena contro il mite straniero con la parola, la violenza, la calunnia. Troppo minacciosa e troppo alta è la voce di questo povero e mite, troppo paziente e quieto il suo patire, troppo forte è la testimonianza che questa schiera di discepoli di Gesù, mediante povertà e passione, depone contro l'ingiustizia del mondo. Questo è qualcosa di mortale. Mentre Gesù dice: Beati, beati, il mondo urla: lontano da qui, lontano da qui! Sì, lontano da qui, ma dove? Nel regno dei cieli. Rallegratevi ed abbiate fiducia, perché grande sarà la vostra ricompensa nei cieli. Lassù ai poveri è destinata la sala addobbata a festa. Dio stesso asciuga le lacrime degli stranieri, serve agli affamati la sua Cena. I corpi feriti e martoriati si trasfigurano, e al posto delle vesti del peccato e della penitenza indossano la veste bianca dell'eterna giustizia. Da questa gioia eterna, già risuona un richiamo per la comunità dei seguaci di Gesù sotto la croce: è il richiamo di Gesù: Beati, beati." ( Bonhoeffer )

così infatti hanno perseguitato i profeti che furono prima di voi.

Nessun profeta può sfuggire alla persecuzione: è stato così per quelli del passato, sarà così per quelli del futuro.

Concludiamo questo breve commento alle beatitudini con alcune considerazioni.

Il discorso di Gesù ha un significato ed un valore esclusivo, vale a dire non ammette nessun altra beatitudine che non sia nel novero. O si è fra i beati o si è fra i maledetti. Per fugare ogni dubbio o malinteso, il Vangelo di Luca ai "beati" fa seguire i "guai a voi..." Non c'è altra felicità, se non quella che viene dall'essere discepolo di Cristo e il discepolo di Cristo è beato solo perché povero di spirito, mite, pacifico, dal cuore puro... Né si può pensare a determinate categorie di discepoli: il discepolo è tutto ciò e solo ciò. E' come se Gesù volesse mettere un sigillo d'autenticità: in questo e per questo si riconoscono i suoi e si distinguono da coloro che suoi non sono. La parola "ipsi" ( essi stessi ) non è ripetuta a caso: ci dice non solo che essi, ma che solo essi sono beati davanti a Dio.

I versetti che seguono devono essere considerati una sorte di appendice alle beatitudini: fanno parte dello stesso discorso, chiariscono ed approfondiscono il senso di quanto detto anche in rapporto a ciò che fu detto nell'Antico Testamento.

13 Voi siete il sale della terra.

Voi e non altri, perché non c'è sapore o sapienza se non quello che è dono del Signore in Cristo Gesù. "Come i sali, quando agiscono in qualsiasi carne, non consentono la corruzione, eliminano i fetori, purificano la sporcizia, non permettono che nascano i vermi, così anche la grazia celeste e la fede, che è stata data per mezzo degli apostoli, agisce in noi con un procedimento analogo. Toglie, infatti, la corruzione della concupiscenza della carne, purifica le sozzure dei peccati, elimina il fetore di una vita cattiva, non permette che nascano i vermi delle colpe, cioè che dal corpo sorgano i piaceri libidinosi e apportatori di morte, preservando il nostro corpo anche da quel verme immortale che con una pena incessante tormenta i peccatori, del quale sta scritto: "Il loro verme non morirà e il loro fuoco non si spegnerà."( Cromazio ) .                                                                                                 

"Voi siete il sale", non: "dovete essere il sale"! Non dipende dalla volontà dei discepoli esserlo o no. Neppure viene loro rivolto un appello, perché diventino sale della terra. Al contrario essi lo sono, volenti o nolenti, in forza della chiamata che li ha raggiunti... La terra deve essere salvata per mezzo della comunità, e solo la comunità, che cessi di essere ciò che essa è, è perduta senza speranza. La chiamata di Gesù Cristo significa essere sale della terra od essere annientati, significa porsi nella sequela: diversamente, la chiamata stessa annienta coloro che sono chiamati. Non c'è ulteriore possibilità di salvezza. Non ci può essere." ( Bonhoeffer )

Siamo stati salvati e arricchiti da Dio solo perché poveri e bisognosi. Attenzione dunque a non perdere il dono dello Spirito Santo: non ci sarà un'altra possibilità di redenzione!

che sarà se il sale diventerà insipido, in che verrà salato?

Non ci sarà un altro Salvatore e un altro dono. Torneremo ad essere un nulla, fra il nulla degli uomini. A niente vale più, se non per essere gettato fuori e per essere calpestato dagli uomini.

"La natura del sale è sempre la stessa e non può cambiare. L'uomo invece è soggetto al cambiamento e sarà beato solo chi avrà perseverato fino alla fine in tutte le opere di Dio. Per questo egli esorta coloro che ha chiamato sale della terra, a rimanere nella virtù della potenza che ha loro trasmesso, per evitare che, perdendo il sapore, essi non salino più niente e, avendo perso essi stessi il senso del sapore ricevuto, non possano far rivivere ciò che è corrotto e, rigettati dai granai della chiesa con quelli che hanno salato, siano calpestati da coloro che vi entrano."( Ilario ) 

Perduta l'amicizia del Signore, fuori della sua casa, ci ritroveremo fra le spazzature del mondo. Oltre a chiarire il senso delle beatitudini come gioia che è solo nel Padre e per il Padre, Gesù considera questa felicità nel suo significato, per così dire, orizzontale, nel suo dilatarsi dal singolo all'intero corpo della chiesa. La felicità che viene da Dio si distingue da quella del mondo, non solo perché diversamente fondata, ma anche perché diversamente relazionata all'uomo. La gioia del mondo è chiusa in se stessa e sterile: non possiede la vita e non è capace di donarla. La gioia fondata in Dio, al contrario, è feconda: è ricca ed arricchisce tutti coloro che si aprono al suo annuncio. Il sale non ha sapore solo per se stesso, ma anche per tutto ciò che entra in comunione con esso. Arricchiti da Dio perché poveri, dobbiamo, a nostra volta, arricchire con lo stesso dono tutti coloro che cercano il Signore. E non c'è bisogno di tanta propaganda o di correre a destra e a sinistra: il bene si diffonde da solo.

14  Voi siete la luce del mondo: non può essere nascosta una città quando è posta sopra un monte

E' Dio stesso che l'ha posta al centro della storia, in una posizione prevalente e preminente: nessuno può sottrarsi al confronto con la Sua chiesa.

"Intende dunque indicare, nella città posta sopra il monte, la chiesa, fondata sulla fede del Signore e Salvatore nostro nella gloria celeste. Essa, superando con la sua azione spirituale ogni meschinità della debolezza umana, è divenuta insigne e gloriosa per tutto il mondo: essa non è più adombrata nell'annuncio della Legge, ma, mediante l'insegnamento evangelico, è resa ben visibile da un'aperta predicazione." ( Cromazio )

15 Né accendono una lampada e la pongono sotto il moggio, ma sopra il candelabro, perché faccia luce a tutti quelli che sono in casa.

Se nessun uomo accende una luce per poi nasconderla, quanto più la divina Trinità  ha posto in alto perché sia ben visibile la luce del Figlio, perché tutti possano accorrere ad Essa, per essere da Essa illuminati.

“Il Signore ricorda questo fatto, perché sapessimo che anche noi siamo stati accesi dalla grazia della fede e illuminati dalla luce dello Spirito Santo, affinché anche noi risplendessimo spiritualmente come una lucerna, mediante le opere della fede e della giustizia e, cacciando la notte dell’ignoranza, illuminassimo con la luce della sua verità quelli che si trovano nelle tenebre dell’errore”. (Cromazio)

16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli.

Non è un comando, ma un conforto, una rassicurazione. Splenda la vostra luce davanti agli uomini così, cioè come posta da Dio sopra un monte, in un luogo sicuro e ben visibile. Luce di Dio sia anche la luce vostra, perché gli uomini vedendo le vostre opere "buone", diano gloria all'unico Signore. Le opere dei discepoli, in quanto diverse, rimandano ad un Dio diverso: non danno gloria all'uomo, ma al suo Signore.

"I seguaci sono la comunità visibile, la loro sequela è un agire visibile, con il quale si distaccano dal mondo, oppure non si tratta affatto di sequela. Infatti la sequela è altrettanto visibile che una luce nella notte, come un monte che si elevi sulla pianura.

La fuga nell’ invisibilità è un rinnegamento della chiamata. Una comunità di Gesù che voglia essere invisibile non è più una comunità nella sequela." ( Bonhoeffer )

17 Non pensate che io sia venuto a sciogliere la Legge o i profeti; non sono venuto a sciogliere, ma ad adempiere.

La proclamata novità dell'annuncio evangelico, che ha avuto nelle beatitudini la sua espressione più forte, non deve trarre in inganno. Gesù non è venuto a porsi come l'alternativa alla Legge e ai profeti, né si può pensare che in qualche modo la Parola di Dio sia superata dai tempi, con l'incarnazione della Parola stessa.

Il Verbo che si è fatto carne non è la smentita o il superamento della Parola, ma la Sua affermazione ultima e definitiva. Gesù non è venuto a togliere la Legge e i profeti, ma ad adempiere. Cosa significa tutto ciò? La spiegazione più chiara ci viene dall'Apostolo stesso, nella lettera ai Romani.

Dopo aver illustrato il significato e la funzione della Legge, come strumento di Dio che ci illumina riguardo al nostro stato di peccato, senza, tuttavia, toglierci dal peccato, così conclude: "La legge dello Spirito di vita in Cristo Gesù mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte. Infatti, cosa che era impossibile alla Legge, in quanto era resa inferma a motivo della carne, Dio, mandando il suo Figlio in somiglianza di carne e di peccato e a causa del peccato, condannò il peccato nella carne, perché fosse adempiuta la giustificazione della Legge in noi, che camminiamo non secondo la carne, ma secondo lo Spirito." ( Rom. 8,2-4 )

Tutta la Legge rimanda a Cristo e alla Sua venuta. Solo Cristo ha adempiuto, cioè realizzato, le esigenze della Legge. Ciò che era implicito nella Legge diventa esplicito ed attuale in Gesù. Non solo Cristo ha osservato in senso pieno la Legge, ma, in virtù della sua obbedienza, ha reso noi stessi obbedienti alla sua Legge. Cristo, termine della Legge, non è la fine , ma il fine della Legge e il suo coronamento. La Legge dunque rimane e rimarrà sempre, perché viene da Dio e riporta a Dio, tramite Cristo Gesù.

Gesù non è venuto a togliere la Legge,  ma a rivalutarla nello Spirito di verità, nella sua forma ultima e più grande. Non è consentito all'uomo togliere o modificare alcunché, seppure in minima misura; al contrario ci è chiesto una maggiore comprensione ed una attenzione più grande, anche verso ciò che può apparire piccolo ed insignificante, come un iota o un apice. E' la migliore conferma della necessità di una lettura e di una conoscenza letterale ed integrale della Parola. Non è opera dell'uomo e non è consentito all'uomo modificazione alcuna. La fedeltà alla Parola, così come è stata data, è fedeltà al Padre che dona e al Figlio che adempie la Parola. Non solo il senso delle parole, ma la disposizione stessa delle parole è un mistero molto grande.

19 Chi dunque scioglierà uno solo di questi comandamenti minimi e così insegnerà agli uomini, sarà detto il minimo nel regno dei cieli; chi invece li osserverà e li insegnerà, questi sarà detto grande nel regno dei cieli."

Tutto ciò dovrebbe farci seriamente riflettere riguardo ad una tendenza, molto diffusa nella chiesa, verso una lettura in chiave moderna della Parola. La Parola non va interpretata alla luce dei tempi, semmai sono i tempi che vanno interpretati alla luce della Parola. Nel suo significato primo ed ultimo la Parola è e rimane immutata. Cambia il rapporto dell'uomo con Dio, non cambia il rapporto di Dio con l'uomo.

Il divenire della storia va costantemente riportato al suo fondamento e al suo fine e alla sua luce perenne. E' la Parola che illumina la storia dell'uomo, non viceversa. Se vi è progresso in rapporto alla Parola, questo procede non nel senso di una continua revisione della Parola, ma nel senso di una continua revisione del nostro rapporto con la Parola, per arrivare ad una comprensione e ad un'obbedienza sempre più piena e totale, che penetra fino negli aspetti più reconditi e attinge anche da ciò che può apparire piccolo.

20 Infatti io dico a voi che se la vostra giustizia non abbonderà più di quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.

"Non è la legge a distinguere il discepolo dall'ebreo, ma la migliore giustizia. La giustizia dei discepoli sopravanza quella degli scribi. La supera, è qualcosa di straordinario, di eccezionale... La giustizia dei discepoli è la giustizia di Cristo... Per questo la giustizia dei discepoli è migliore di quella dei farisei, perché essa si fonda solo sulla chiamata alla comunione con colui che è l'unico ad adempiere la legge; per questo la giustizia dei discepoli è reale giustizia, perché essi fanno a loro volta la volontà di Dio, adempiendo la legge." ( Bonhoeffer )

Ci è chiesta una giustizia molto più grande di quella degli uomini della Legge.

Tutto ciò non è possibile, se non in virtù di Cristo, che ha fatto sue le esigenze della Legge, per portarle all'epilogo finale e all'esaltazione ultima e definitiva. Vi è un significato implicito e nascosto della Parola che va visto alla luce del Verbo che si è fatto carne. Gesù ne dà subito un'esemplificazione molto chiara.

21 Avete sentito che è stato detto agli  antichi: non uccidere, ma chi avrà ucciso sarà reo di giudizio.  22 Ma io dico a voi che ognuno che si adira col suo fratello, sarà reo di giudizio.

L'affermazione "ma io dico a voi" non vuole affatto essere una smentita di quanto detto, ma rinvia alla necessità di una lettura e di una comprensione che è solo nel Figlio e in virtù del Figlio. Il comando "non uccidere" va ben oltre la semplice interpretazione letterale. E’ omicida non solo chi uccide in senso materiale, ma anche e ancor prima, chi uccide in senso spirituale. Chi si adira col proprio fratello, l'ha già fatto morire nel proprio cuore. Voglia Iddio che l'ira sia repressa dentro di noi: in ogni caso il semplice adirarsi è sintomatico della mancanza d'amore e di uno spirito omicida. Siamo tutti complici e corresponsabili di un'universale disobbedienza alla Legge di Dio. Nella sua forma più superficiale il giudizio che viene dalla Legge sembra colpire alcune persone e risparmiarne altre: ma non è così. Si illudono, falsamente, gli scribi e i farisei di aver trovato una loro giustizia, che sia conforme alla Legge. La  Legge smaschera una disobbedienza a Dio che tutti include e nessuno esclude. Solo un rapporto ingannevole con i comandamenti di Dio può portare alla conclusione che si può essere giusti, senza essere giustificati dal Cristo.

Chi poi avrà detto al suo fratello stolto, sarà soggetto al sinedrio.

Sarà giudicato l'uomo che si adira nel suo cuore, ma, ancor più, l'uomo che preso dall'ira non sa trattenere la parola. Per lui non ci sarà un semplice giudizio di riprovazione da parte del Padre, ma dovrà affrontare un vero e proprio tribunale con la presenza degli angeli e dei santi. Chi si adira soltanto nel proprio cuore e non lascia seguito all'ira, pecca solo davanti a Dio e sarà giudicato solo da Dio. Chi lascia libero sfogo alla parola offende, non solo Dio, ma anche il fratello e sarà quindi giudicato da Dio e dai fratelli. Ma il discorso di Gesù va ben oltre il semplice giudizio che può incontrare la misericordia e il perdono di Dio. Vi è anche un giudizio che è di riprovazione e di condanna, che Dio non può perdonare, perché colpisce al cuore il significato e la portata della salvezza. Altrove questo peccato viene chiamato peccato contro lo Spirito Santo. Il peccato contro lo Spirito Santo è il rifiuto della grazia che Gesù ci dona tramite il suo Spirito. Si può misurare e valutare in rapporto al Figlio, ma si può anche misurare e smascherare in rapporto ai fratelli; perché la bocca dell'uomo svela il suo cuore e, ogni volta che parliamo, noi manifestiamo il nostro essere fondati o non fondati nella Parola di Dio.

Chi poi avrà detto pazzo, sarà soggetto al fuoco della Geenna.

Cosa significa tutto ciò? Basta una sola parola di offesa per meritare la dannazione eterna? Evidentemente Gesù non vuole fare una graduatoria di parole cattive, ma evidenziare e far risaltare la ragione prima della parola cattiva, perché la diciamo, con quale intenzione, e infine con quale spirito. E' peccato adirarsi nel proprio cuore ed è peccato offendere il fratello, ma si può sperare di uscire indenni dal giudizio in virtù della misericordia divina, che colma e perdona i nostri limiti e le nostre miserie. Ma, a volte, il peccato di parola manifesta un rapporto con la Parola, completamente scisso, avulso, nemico di Dio. Dare del pazzo ad un fratello è l'insulto più grave, più offensivo che si possa immaginare. Ma chi è il pazzo? Il pazzo è una persona che è, o meglio appare ai nostri occhi, completamente esclusa dalla vita, in quanto manca di quegli attributi dell'anima che sono a fondamento della vita e della possibilità della vita. Vi è una pazzia di tipo morale, spirituale, vi è una pazzia che ha connotati più propriamente patologici, di tipo strutturale. L'interesse primo di Gesù è, ovviamente per quanto concerne un giudizio di tipo spirituale, che vuol escludere il fratello dalla comunione nell'unico Spirito e nell'unico amore. Le ragioni per cui si chiama e si considera pazzo un fratello di fede possono essere semplicemente due: o la sua vita è talmente colma di Spirito Santo che noi  ne rifiutiamo la sua espressione e manifestazione, per i suoi aspetti così radicali, che ci sembrano una assurdità, oppure  al contrario, la vita del fratello ci appare talmente presa dal peccato che non riusciamo ad intravedere alcuna possibilità di riscatto e di redenzione. In entrambi i casi non è semplicemente il rifiuto dell'uomo, ma della salvezza che è donata all'uomo. Anche di Gesù, sappiamo, si diceva che era fuori di sé, per le sue parole e per i suoi atteggiamenti estremi che mettevano  a nudo la falsità dei cuori.

Certi sorrisi e certi cenni di capo dicono altrettanto bene delle parole cosa pensiamo dei nostri fratelli e della loro vita. L'insulto può essere una semplice reazione emotiva,  non illuminata dall'amore, e degna di essere riprovata, ma è ancor peggio quando manifesta una convinzione che chiama direttamente in causa lo Spirito di Dio. Se il fratello è pieno di Spirito Santo, invece di offenderlo, dà lode a Dio per il dono che è dato per il bene di tutti; se il fratello è lontano dal Signore, non disprezzarlo e non escluderlo dal tuo amore, ma confida nella grazia e nella potenza di risurrezione che viene da Gesù, tramite il Suo Spirito. Non c'è peccato così grande che Dio non possa perdonare, né una vita così perduta che il Figlio non possa salvare. Accogli e fa tua la ricchezza spirituale del fratello, porta la speranza in tutti i cuori, anche in quelli che ti sembrano così lontani. Benedici tutti gli uomini e non maledire nessun uomo, per non essere, a tua volta maledetto dal Signore.

Abbiamo sottolineato il senso primo delle parole di Gesù, non vogliamo trascurare un'interpretazione in senso lato che considera il nostro rapporto con la pazzia, in tutti i suoi aspetti, anche quelli non così direttamente collegati allo Spirito Santo. Perché non esiste soltanto una pazzia intelligente, ma esiste anche una pazzia che è mancanza d'intelligenza e non sembra che il cuore dell'uomo sia molto tenero nei confronti dei malati psichici, né le sue parole trabocchino di gioia e di esultanza tutte le volte che si imbatte, suo malgrado, in un subnormale. Ci confortano le parole di Gesù: " Chi poi avrà detto pazzo, sarà soggetto al fuoco della Geenna". Il Signore trascura volutamente un diretto riferimento a chi è fratello di fede, non solo come si intende comunemente perché questo è già scontato e implicito nella logica del suo discorso, ma, al contrario per liberarci dalla tentazione di non considerare fratello chi non è in grado di comprendere il senso della salvezza, così come esso si esprime attraverso le forme create della parola. L'amore di Dio non è un amore indifferenziato e segue vie e canali ben definiti. Si riversa dapprima sul suo popolo, e da Israele a tutte le genti: è un amore finale e in quanto tale non va confuso col sentimento dell'umana compassione, che ignori il fondamento e il fine della vita. E' un amore esclusivo, in quanto non ammette altro Dio, se non quello che si manifesta in Cristo Gesù, ma nel contempo è anche un amore inclusivo in quanto è donato a tutti gli uomini, senza esclusione di alcuno. Se Dio vuole e cerca tutti gli uomini, senza eccezione, perché vuoi tu creare l'eccezione? Siamo tutti pazzi e ugualmente bisognosi della misericordia divina.

Il problema non è certo quello di negare o di nascondere a tutti i costi una determinata realtà che cade direttamente sotto i nostri occhi, ma il modo con cui ci atteggiamo di fronte a questa realtà. Chi è "pazzo" non è affatto diverso da noi o da altri. Il concetto di diversità è creato dalla stoltezza dell'uomo incapace di comprendere che siamo figli dell'unico Padre, oggetto dell'unico amore. Non esiste una vita che abbia più valore di un'altra, esistono, se caso mai, situazioni e condizioni diverse di vita, tutte ugualmente fondate in Dio e frutto del suo Amore. I malati mentali, non solo non sono esclusi dalla vita, ma rappresentano una condizione di vita particolarmente significativa in rapporto alle conseguenze del peccato d'origine e all'opera di salvezza del Signore. Sono i fratelli che pagano il prezzo più alto per un peccato che tutti abbiamo commesso. Non pagano solo per se stessi, ma anche per tutti gli altri. Sono le membra del corpo che soffrono di più e, proprio per questo, vanno trattate con maggior cura e con maggior riguardo. Chi esclude il pazzo dalla propria vita, esclude se stesso dalla Vita. Accade sovente che nella stessa chiesa le persone psichicamente malate siano emarginate e non considerate. Si accetta la povertà e la deformità fisica, purché intelligente, non si accetta che alla povertà fisica sia aggiunta anche quella psichica. In alcuni casi si negano gli stessi sacramenti, quasi la malattia mentale dissacri il divino. Che dire allora del peccato: non è esso una pazzia infinitamente più grave e per di più colpevole, che ci rende indegni dei doni del Signore? Che dire poi di coloro che negli psicopatici vedono solo degli indemoniati? Non è anche questo un rifiuto, seppur velato, del malato mentale? Si accetta la malattia mentale, solo nella prospettiva di una possibile guarigione e si moltiplicano all'uopo esorcismi e preghiere che hanno ben poco dello spirito cristiano. Non si accetta il malato mentale che tale è e tale rimarrà per sempre: e anche in questo si manifesta l'uomo carnale. Carnale è l'uomo che schiavo della propria psiche non riesce ad attingere alla realtà dello Spirito e, proprio per questo esclude dalla propria vita chi è psichicamente povero: non ne accetta la compagnia e il confronto, perché si sente impoverito. L'uomo spirituale, al contrario, cerca l'amicizia di coloro che non possono dargli nulla, in senso psicologico, per essere arricchito spiritualmente dal Signore. Infelici quei cristiani che mascherano e falsificano la stessa fede, riducendola alle sue espressioni ed esigenze psicologiche: non attingeranno mai all'Amore di Dio. Attenzione alle simpatie! Sotto la veste della semplicità e dell'innocenza si nasconde a volte un terribile inganno. Ama tutti i fratelli ma, innanzitutto, ama i fratelli che hanno un'anima più povera, per essere, a tua volta, amato dal Signore. Fuggi l'espressione estetica della fede, cerca il silenzio, la solitudine e l'amicizia di coloro che non possono rompere questo silenzio e questa solitudine. Non esiste un amore a Dio che non sia al contempo, per sua grazia, amore al prossimo. La conclusione di Gesù è illuminante: non solo non dobbiamo offendere né ,tanto meno, condannare il fratello, ma dobbiamo prevenire col nostro amore qualsiasi forma di divisione, di rancore, di inimicizia.

23 Se dunque offri il tuo dono all'altare, e qui ti sarai ricordato che tuo fratello ha qualcosa contro di te...                                                                                            

Se sei un vero cristiano che offre al Signore la propria vita, l'unico dono a Lui gradito e, nel momento stesso in cui tutto rimetti nelle mani di Dio, ti ricordi che tuo fratello ha qualche risentimento contro di te...

24 lascia qui il tuo dono davanti all'altare e va prima a riconciliarti col tuo fratello, e allora, venendo, offrirai il tuo dono.

Può darsi che nel tuo cuore tu non provi alcun rancore o senso di colpa. La tua logica ti suggerirebbe di aspettare che sia l'altro a fare il primo passo, perché è lui ad essere adirato con te e non viceversa. Ma quando sei davanti al Signore non puoi ignorare che Lui per primo è venuto a cercarti nel tempo dell'inimicizia, che Lui il giusto si è umiliato per te, che sei e rimani l'ingiusto. E allora, se veramente credi alla misericordia di Dio, fa come il Figlio, va incontro per primo al fratello che si è allontanato dall'Amore. Come puoi sperare di godere, ogni giorno, della misericordia del Signore, senza farti suo imitatore? Lascia il tuo dono davanti all'altare: è in un posto sicuro, nessuno te lo porterà via. Va prima a riconciliarti col tuo fratello e allora, venendo, offrirai il tuo dono. Dopo che avrai fatto la volontà di Dio, cioè dopo che avrai perdonato, "venendo" al Signore, consapevole del Suo amore, potrai offrirgli la tua vita, perché sia colmata dalla Sua misericordia e benedetta dal Suo amore. Solo allora sarai beato davanti a Dio, perché misericordioso come il Padre che è nei cieli. Conoscerai non solo la gioia di chi è perdonato, ma anche la gioia di chi perdona, perché già perdonato.

25 Sii consenziente col tuo avversario con prontezza, finché sei in cammino con lui, perché non accada che consegni te l'avversario al giudice e il giudice consegni te al ministro e tu sia messo in prigione. 26 In verità dico a te, non uscirai di lì finché non renderai l'ultimissimo quadrante.

Il discorso di Gesù segna ora un salto di qualità, che, di solito, non viene recepito dalla esegesi tradizionale, che si ferma al senso più immediatamente comprensibile.

Viene spontaneo considerare queste parole come un'estensione di quanto già detto riguardo alla misericordia e al perdono. Dobbiamo riconciliarci con i fratelli che hanno qualcosa contro di noi e fare la pace con i nostri nemici. Chi è misericordioso è anche pacifico, chi fa opera di misericordia, fa anche opera di pace.

Dobbiamo usare misericordia ai fratelli e fare la pace con i nemici, ma tutto ciò non è possibile, se prima non ci confrontiamo con Colui che è la misericordia e con Colui che è la pace. Ti è chiesto di usare misericordia, perché hai già trovato la tua misericordia. Ti è chiesto di fare la pace con il nemico, perché Cristo ti ha già donato la Sua pace. Il richiamo di Gesù a questa offerta di pace che viene dal cielo è forte e perentorio. Come puoi fare pace col tuo fratello, se prima non hai fatto la pace con Dio? Si può essere in pace col Padre, quando si rifiuta il Figlio?

Il discorso di Gesù si fa velato e sottile. Parla per chi vuol comprendere e, come sempre in questi casi, si esprime nella forma del paradosso. Ma cos'è un paradosso? Il paradosso è un discorso strano che non va considerato nel suo significato letterale, ma in quello del simbolo e della figura. Il senso del paradosso è tutto nella conclusione che dobbiamo trarne. Ed è la conclusione che illumina i singoli passaggi del discorso e non viceversa. I paradossi di Gesù non si comprendono se non per illuminazione divina, hanno un significato per certi aspetti soggettivo, in quanto legato ad un nostro rapporto con la Parola. Un modo di esprimersi paradossale richiama un'interpretazione paradossale, che può farci apparire degli stolti, oppure delle persone che forzano oltre misura il testo. Noi non vogliamo difendere ad oltranza una nostra lettura, la riportiamo semplicemente, così come ci è venuta, in un modo per noi molto chiaro e convincente. L’avversario di cui parla Gesù non è un qualsiasi avversario, né, tanto meno, il diavolo. Una simile chiave di interpretazione ci porterebbe ad un non senso finale, superabile soltanto con vere e proprie alterazioni del significato delle singole parole. L’avversario è proprio lui, Gesù. Ma com'è possibile che il Cristo che annuncia la salvezza si presenti sotto la veste del nemico? Ciò è possibile soltanto nella logica del paradosso, che inverte ruoli e situazioni. Non è vero che Gesù è il nostro nemico; è vero però il contrario: che noi siamo nemici di Gesù. Il Signore veste, per paradosso, i nostri panni, per invitarci alla conversione, alla necessità di considerare in modo nuovo e diverso il rapporto con Lui. Ha senso professare la propria amicizia con il Padre e poi rifiutare la salvezza del Figlio? Eppure questa è la condizione dell'uditorio di Gesù. Il popolo eletto deve fare una scelta radicale di conversione all'annuncio del Salvatore. Da un lato vi è un atteggiamento di rifiuto da parte della massa, che non comprende e non vuole comprendere, dall'altro lato ci sono dei cuori che devono fare violenza a se stessi per accogliere la parola di Gesù: una parola dura, difficile da accettare, più simile a quella di un nemico che a quella di un amico.

E il Figlio, evidentemente, parla solo a questi ultimi, a quelli che cercano di capire.

Sii consenziente col tuo avversario con prontezza, finché sei in cammino con lui.

Non ci piace la traduzione corrente "mettiti d'accordo": è già un primo tradimento del senso proprio della Parola. Il mettersi d'accordo significa che, in qualche modo, si viene a patti, e chi viene a patti può ben ricorrere all'astuzia, al sotterfugio, scegliere per opportunismo. Ma con Gesù non è così: non è ammassa falsità né, tanto meno, possibilità alcuna di compromesso. "Esto consentiens" ( sii consenziente ) vuol dire molto di più: "cum sentire" significa pensare come l'altro, dare ragione all'altro, convertirsi alle ragioni dell'altro in modo pieno, assoluto, radicale. E' difficile convertirsi completamente, in un solo attimo, ci vuole del tempo, ma l'invito di Gesù è pressante. "Sii consenziente...con prontezza". Metticela tutta, subito, senza perdere tempo: la posta in gioco è molto alta. Nessuno ti garantisce che ci sarà un'altra occasione. Fallo finché sei in cammino con Gesù, finché il Figlio di Dio è vicino a te e ti dona la sua parola e la sua grazia. Non discutere: dagli ragione con prontezza, in tutto e per tutto.

Perché non accada che consegni te l'avversario al giudice e il giudice consegni te al ministro e tu sia messo in prigione.

Arcano mistero della sapienza di Dio che sa leggere nei cuori dell'uomo non solo il loro destino ma anche il proprio destino e la propria sorte! Come non vedere in queste parole una profezia del Figlio dell'uomo che già vede nel suo popolo la volontà di consegnarlo al giudizio perché sia condannato? E tutto questo, ovviamente, col benestare dell'autorità religiosa che è garanzia di verità e di giustizia divina. Ma Gesù ci mette in guardia: Attento che le cose non vadano a finire in modo diverso, e che alla fine, mentre credi di poter trascinare in giudizio il Figlio dell'uomo, non sia Lui a consegnare te al giudizio del Padre. Vero giudice è solo il Padre e veri ministri sono i suoi angeli; vero carcere è la dannazione eterna: un carcere da cui non si può uscire in alcun modo, se non pagando un riscatto che non ha prezzo.

Il Figlio sarà condannato a morte, ma si libererà dal carcere della morte, tu invece rischi di essere condannato ad un carcere, da cui non potrai uscire in eterno.

In verità, dico a te, non uscirai di lì finché non renderai l'ultimissimo quadrante.

Un discorso paradossale si conclude con un'espressione paradossale che illumina e dà senso a tutto il resto. "Novissimum quadrantem" è l'ultimo dei quadranti che sono stati coniati, il più nuovo di zecca in assoluto. Ma quale uomo potrà mai pagare, per il riscatto della propria anima, tutti i quadranti, denari diremmo noi, di questo mondo?

Nessuno! E nessuno condannato alla Geenna potrà mai riscattare la sua vita, se prima non si sarà fatto riscattare dal Cristo, e dal Suo sacrificio.

Cromazio ci riporta le interpretazioni più comunemente diffuse nella chiesa dei suoi tempi: " Di queste parole del Signore, alcuni pensano che si debbano intendere così: affermano cioè che un tale avversario, che ci è divenuto nemico per colpa sua o altrui, debba essere prontamente richiamato alla pace e all'amicizia, mentre siamo in strada con lui, cioè nel corso della vita presente, perché, quando si sia partiti da questo mondo, ciascuno, in quanto immemore della carità e colpevole di inimicizie, non cominci ad essere presentato a Dio giudice e dal giudice ad essere consegnato alla guardia, cioè a chi è preposto ai tormenti, affinché, gettato nel carcere della Geenna, paghi il fio del suo peccato. Ma questa affermazione non sembra avere in sé una spiegazione esauriente. Che, infatti? Se uno dei fratelli ci diviene avversario per motivo della fede, forse  si deve accordare il consenso alla sua incredulità, perché non sussista discordia in materia di religione? Abbiamo per avversari anche i pagani, che si oppongono alla nostra fede... Forse anche per simili avversari bisogna fare in modo di accordare un sacrilego consenso al loro volere, perché non continuino ad essere nemici? Ma non solo non bisogna aderire alle loro sacrileghe convinzioni, ma bisogna, anche, resistere ad essi con fede invitta. Alcuni anche credono che qui si debba intendere chiaramente il diavolo, ma non vedo con quali argomenti affermino questo. In che cosa, infatti, sii deve accordare il consenso al diavolo, il cui impegno è quello di suggerire, raccomandare, estorcere ogni mezzo contro la fede, contro la salvezza e la religione divina? Altri, invece, la cui spiegazione mi pare più esauriente, ritengono che per avversario si debba intendere qui lo Spirito Santo, che avversa i vizi e i desideri della carne... A questo avversario, dunque, del peccato e dell'errore umano, che ci suggerisce ciò che è giusto e santo, il Signore ci ordina di obbedire in tutto mentre siamo per via con lui, cioè compagni di viaggio nella vita presente, affinché possiamo avere la pace eterna e la perpetua unione con lui. Ma se uno non avrà dato ascolto e si sarà opposto senza possibilità di difesa alla volontà dello Spirito Santo, non c'è dubbio che un simile uomo, dopo aver lasciato questa vita, debba essere presentato al Figlio di Dio, che è giudice dei vivi e dei morti, dal quale sarà consegnato alla guardia, cioè all'angelo dei tormenti, per essere inviato al carcere della Geenna." ( Cromazio )

27 Avete sentito che fu detto agli antichi: Non commetterai adulterio.

Dopo aver considerato l'amore in rapporto al fratello,  per concludere con l'affermazione e l'esaltazione della sua dimensione verticale che, innanzitutto, è riconciliazione col Padre in virtù del Figlio, Gesù affronta  una delle realtà più delicate e complicate della vita: il rapporto tra l'uomo e la donna. E non a caso: perché è soprattutto in rapporto all'altro e all'altra che si evidenzia la necessità e la priorità di un amore che sia innanzitutto per Dio, davanti a Dio, conforme alla volontà di Dio.

La Legge mosaica condannava l'adulterio e già questo poteva sembrare una limitazione molto grande, ma Gesù va molto oltre, condannando la stessa intenzione del cuore.

28 Ma io dico a voi che ognuno che guarderà una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.

Ancora una volta Gesù mette in evidenza come un approccio superficiale e sbagliato con la Legge porti i cuori fuori strada. Lo spirito di osservanza della Legge non è la linea di demarcazione e di divisione tra i giusti e gli ingiusti, semmai ratifica e sancisce una universale disobbedienza al comando di Dio. Tu che hai sempre cercato di essere fedele alla Legge, non puoi considerarti giusto, ma, al contrario, dovresti essere arrivato alla convinzione che sei ingiusto davanti a Dio. Ne vuoi un'altra prova? Pensi di non essere adultero solo perché non hai mai tradito tua moglie? Ebbene, io ti dico che si commette adulterio ogni volta che si guarda una donna per desiderarla. E questa volta Gesù non si esprime affatto per paradosso: dice la verità nuda e cruda. E’ veramente strano lo Spirito dell'uomo: non comprende i paradossi della Parola, ma vede il paradosso là dove non c'è. E anche in questo si manifesta il nostro essere malvagio: nell'incapacità di accogliere la parola del Signore così com'è, senza nulla togliere e nulla aggiungere. Quante volte abbiamo mormorato fra noi o in coro, con disappunto: "E' un'esagerazione!" Niente affatto! E' la pura e semplice verità. E a male estremo, estremo rimedio!

29 Perciò se il tuo occhio destro ti scandalizza, strappalo e gettalo via da te: ti conviene infatti che perisca uno solo dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna. 30 E se la tua mano destra ti scandalizza, tagliala e gettala via da te; ti conviene infatti che perisca uno solo dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada nella Geenna.

Il "perciò" iniziale ci dice, in modo inequivocabile, che Gesù sta parlando di tutti quei tagli che sono necessari nei nostri rapporti con la donna. Non può esserci amore immediato, ma solo un amore mediato ed illuminato dallo Spirito di Dio. E questo anche quando ci appare così naturale, così lecito, così spontaneo, come tutto ciò che è strutturale all'uomo. Qualsiasi attaccamento rende il cuore impuro. Per questo dobbiamo togliere dai nostri occhi e dalle nostre mani tutto ciò che è di impedimento nel rapporto con Dio. Ma il riferimento alla realtà sessuale è molto evidente e molto marcato. Cosa c'è di più prezioso e di più caro per l'uomo della donna? Non è essa il suo occhio destro e la sua mano destra, carne della propria carne, vita della propria vita? Quale uomo non si sente come mutilato ogni volta che deve "perdere", nel suo rapporto con la donna? Quante mutilazioni ci fa Dio, per il nostro bene, contro la nostra volontà! Dovremmo esserGli grati e non provare invidia per quelli che sembrano più fortunati. Certi tagli lasciano il segno, ma sono un dolore e una croce benedetti dal Signore, perché ci conducono alla vita eterna. Ma, evidentemente, non siamo stati mutilati abbastanza, se Gesù ci dice che dobbiamo automutilarci. Felice  l'uomo che è sempre pronto a tagliare; infelice l'uomo che cerca le occasioni e approfitta delle occasioni!

“Alcuni pensano che questo comando si debba intendere riferito ai figli e ai parenti, che ci sono cari e diletti come gli occhi del corpo, così che, se per caso alcuni di essi, essendo contrari alla nostra fede e alla nostra speranza, provocano scandalo, siano gettati lontano da noi e siano considerati nemici della nostra salvezza, affinché ciascuno di noi, condividendo la sorte di tali uomini increduli e blasfemi, non sia condannato alla loro stessa pena”. ( Cromazio )

"Sarebbe inutile tagliare delle membra, se non può essere tagliato anche il cuore. Dal momento infatti che la concupiscenza è assimilata a un'attività, è inutile recare un danno al corpo, se rimane l'impulso della volontà. ( Ilario )

31 Ancora è stato detto: "Chiunque avrà rimandato sua moglie, le dia il libello del ripudio.

Il discorso di Gesù è molto duro da accettare e sembra proprio inconciliabile con lo spirito della Legge, la quale veniva incontro alle debolezze dell'uomo e non richiedeva un taglio così drastico. Cristo previene i suoi interlocutori: "Ma voi direte che Mosè aveva concesso all'uomo di rimandare la moglie, allorché avesse trovato in lei qualcosa di brutto." Come conciliare le parole di Gesù con quelle della Legge? Non sono due strade diverse: una molto stretta ed inaccettabile, l'altra più larga e più a misura d'uomo? Il discorso è ripreso in Matteo 19, qui Cristo taglia corto.

32 Ma io dico a voi che ognuno che rimanderà sua moglie, se non a motivo di fornicazione, la fa adulterare e chi sposa la ripudiata commette adulterio.

Bando agli equivoci! Non è concesso all'uomo rimandare la propria moglie, né sposare la ripudiata. E l'eccezione conferma la regola: "se non a motivo di fornicazione". Ma il Satana, si sa, cacciato dalla porta, cerca di entrare dalla finestra e l'eccezione può diventare la regola. E' noto che questa frase è stata variamente interpretata ed ha suscitato nella chiesa vivaci polemiche e contrasti. Vi è una lettura in senso stretto, vi è una lettura più "larga". Secondo i padri, Gesù si riferisce alle varie forme di convivenza, non conformi alla Legge e non sancite dalla Legge: sempre di moda, ieri come oggi. In questo caso il rapporto, anche se non strettamente adulterino, è pur sempre di fornicazione: non ha ragion d'essere. La consuetudine di una vita in comune non comporta, di per sé, un vincolo, perché non vincolata alla e dalla Legge di Dio. In questo caso l'uomo può rimandare la moglie, se così si può chiamare, senza problemi di coscienza, perché l'unione non ha alcun valore e alcun significato davanti a Dio. In caso contrario, se pensa di tenerla con sé, deve contrarre regolare matrimonio, secondo le norme della Legge. Si può anche optare per una interpretazione più larga. L'uomo non può rimandare la moglie, se non nel caso sia una fornicatrice: l'infedeltà dell'altra rende  libero l'uno e viceversa l'infedeltà dell'uno rende libera l'altra. Fino a questo punto potremmo essere tutti d'accordo: le due interpretazioni non sono discordanti, semmai si completano e si integrano l'una con l'altra. Iddio ci ha chiamato a vivere nella libertà e, a volte, ci possono essere situazioni limite, in cui è  praticamente impossibile convivere con chi non è fedele. In ogni caso, e qui cominciano le diversità di veduta, l'uomo che rimanda la moglie non può risposarsi. Riprenderemo altrove il discorso. Concludiamo, semplicemente, col dire che, in ogni caso, l'eccezione non può diventare la regola, una consuetudine che si abbraccia facilmente e volentieri, solo perché comoda. Voglia il cielo che chi ha scelto la strada dell'eccezione, abbia scelto anche la strada della regola e della madre delle regole: "Se il tuo occhio destro ti scandalizza, strappalo..., se la tua mano destra ti scandalizza, tagliala..." Chi taglia tagli sempre e solo per fare la volontà di Dio e non la propria, ben sapendo che chi rimanda la moglie ingiustamente, si rende responsabile e colpevole di adulterio. "La fa adulterare", sia perché la fa apparire agli occhi del mondo una donna infedele, sia perché la espone al desiderio di un altro uomo. E' veramente triste lo stato della donna cacciata ingiustamente dal marito o costretta ad andarsene. Dio avrà riguardo alla sua povertà, ma guai all'uomo che si rende responsabile della sua condizione.

"Mentre la Legge aveva accordato la facoltà di notificare il divorzio con la garanzia di un atto di ripudio, ora la fede evangelica non solo ha ordinato al marito di avere sentimenti di pace, ma gli ha anche imputato la colpa di aver spinto sua moglie all'adulterio, nel caso in cui costretta dalla separazione, ella si trovasse nella necessità di sposare qualcun altro. Ha prescritto come unico motivo, che giustifichi l'abbandono del legame coniugale, il disonore causato al marito dall'unione con una moglie prostituta." ( Ilario )

33 Inoltre avete sentito che è stato detto agli antichi: "Non spergiurerai, ma renderai al Signore i tuoi giuramenti. 34 Ma io dico a voi di non giurare del tutto, né per il cielo, perché è trono di Dio, 35 né per la terra, perché è sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è città del grande re, 36 né per la tua testa giurerai, perché non puoi fare bianco o nero un solo capello.

Il giuramento è una consuetudine molto antica, forse quanto l'umanità stessa.

Non è semplice espressione della cultura e della mentalità di un popolo, ma possiamo dire che è un'esigenza quasi strutturale dell'uomo garantire la propria parola. Nel giuramento è nascosta una consapevolezza più o meno esplicita del valore e dell'importanza della parola, come fondamento della vita, come ciò che la valorizza, come realtà tipicamente ed esclusivamente umana. Il giuramento può essere accompagnato da un gesto che suggella la parola, senza nulla aggiungere ad essa. Si può giurare per se stessi, ma anche per qualcuno che è al di sopra di noi stessi. Questo qualcuno si fa garante di quanto giurato: in caso di inadempienza ci attiriamo addosso la sua ira e la sua punizione. Ma perché il giuramento? Se da un lato vi è la consapevolezza dell'importanza e del valore della parola, dall'altro lato vi è l'esperienza del quotidiano tradimento della parola. Chi giura, quindi, garantisce di un proprio rapporto con la parola, secondo verità e giustizia.

Nel giuramento è tutta la mentalità e lo spirito della Legge: si ammette la possibilità della menzogna e dell'inganno, ma si è fiduciosi che l'uomo, con la sua buona volontà e con le sue forze, possa superare il peccato e farsi garante di se stesso. Si giura in nome di Dio, non per dire: "Il Signore mi aiuti a mantenere la promessa"; ma solo per invocare la Sua punizione nel caso di inadempienza. Ed è per questo che l'uomo che giura si condanna da solo davanti a Dio: perché dà garanzie riguardo a se stesso che non può dare, invoca la punizione di Dio, invece di invocare la Sua misericordia e il Suo perdono. Chi giura ha da Dio proprio quello che non vorrebbe avere, cioè la riprovazione e la condanna, perché crede in se stesso e nella propria giustizia: come è giusto ai propri occhi, così vuol apparire a quelli degli altri e a quelli di Dio. Ma il Padre, sappiamo, ha posto tutta la sua compiacenza nel Figlio, si fida solo di Lui: riguardo all'uomo è testimone non della sua bontà, ma della sua malvagità. Per questo: "non giurare del tutto”! Non ha senso, è come tirarsi la zappa sopra i piedi, aggiungere peccato a peccato, ira ad ira. Riguardo a noi stessi, non possiamo dare alcuna garanzia e non ha senso tirare in ballo Dio. Il Padre è al di sopra e al di fuori della nostra miseria, trascende il nostro peccato quotidiano. Né vale giurare per il cielo, perché è trono di Dio, né per la terra, perché è sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è città del grande re. Tutto il creato viene da Dio e appartiene a Dio, garantisce e testimonia la bontà del suo Creatore, non quella dell'uomo. Né per la tua testa giurerai", perché se il tuo Creatore non può garantire per te, tanto meno tu potrai garantire per te stesso. "Perché non puoi fare bianco o nero un solo capello." Non sei padrone di te stesso, come puoi garantire di te stesso?

"I giudei erano noti perché sempre avevano la pessima abitudine di giurare per gli elementi, cosa che i profeti rimproveravano loro di frequente. Chi giura, venera o ama colui per il quale giura. Nella Legge è prescritto di non giurare se non per il Signore Dio nostro. I giudei, giurando per gli angeli, per la città di Gerusalemme, per il tempio e per gli elementi, veneravano creature e cose materiali con l'onore e l'omaggio che si deve solo a Dio. Osserva infatti che qui il Salvatore non ha proibito di giurare per Dio, ma per il cielo, per la terra, per Gerusalemme e per la propria testa. Il giuramento in nome di Dio era stato concesso dalla Legge ai giudei, considerati come bambini, così come era stato concesso loro di immolare vittime a Dio per evitare che le immolassero agli idoli. Con lo stesso criterio veniva loro permesso di giurare in nome di Dio, non perché fosse giusto farlo, ma perché è meglio giurare per Dio che per i demoni. La verità evangelica però non accoglie il giuramento, dato che la semplice parola del fedele equivale al giuramento." ( Gerolamo )

“Che necessità di giurare ha ciascuno di noi, dal momento che non dobbiamo mentire, ma le nostre parole devono essere sempre così vere, così assolutamente sincere, da valere come giuramento? E per questo il Signore ci proibisce non solo di spergiurare, ma anche di giurare, perché non sembri che diciamo il vero soltanto allora, quando giuriamo; perché non credessimo che fosse lecito mentire, se non si giura, proprio noi che stabilì fossimo veritieri in ogni nostra parola. Infatti questa è la ragione del giuramento, che cioè ognuno che giura, giura per dire la verità. E per questo il Signore vuole che tra il giuramento e ciò che diciamo non ci sia alcuna differenza; perché, come nel giuramento non ci deve essere alcuna slealtà, così anche nelle nostre parole non ci deve essere alcuna menzogna, perché l’una e l’altra colpa, sia lo spergiuro sia la menzogna, è condannabile alla pena stabilita dal giudizio divino, secondo ciò che dice la Scrittura: La bocca che mente uccide l’anima. Chiunque dice il vero, è come se giurasse, perché sta scritto: Il testimone fedele non mente. Perciò la Scrittura divina, non a torto, ricorda che spesso il nostro Dio giura, perché tutto ciò che dice, che è verace e non può mentire, vale come un giuramento, perché tutto ciò che dice è vero. Troviamo, bensì, che qualche volta Dio giura, ma per l’incredulità degli uomini e soprattutto per l’empia infedeltà dei Giudei, che pensano che ogni verità non sia fondata che sulla garanzia del giuramento. Perciò, dunque, anche Dio volle giurare, perché quelli che non credevano a Dio quando parlava, gli credessero almeno quando giurava”.

37 Ma sia il vostro parlare: sì, sì, no, no...

Se è vero che non puoi e non devi giurare, è altrettanto vero che puoi e devi avere un rapporto diverso con la tua realtà: non pretendere di essere quello che non sei, comincia a riconoscere quello che sei. Di' pane al pane e vino al vino: Sii sincero con te stesso, con gli uomini e, prima ancora, con Dio.

ma ciò che è più di questi viene dal maligno.

Ogni tentativo di superare o di mascherare la tua realtà viene dal Satana, il quale ti illude di una tua giustizia, perché tu non ti apra alla giustizia del Figlio. Non ti è chiesto di essere diverso, ma, innanzitutto, di vedere e riconoscere il tuo essere diverso. L'inizio della vita è proprio nella conversione del cuore dalla nostra giustizia a quella di Dio. Gesù conclude il suo discorso considerando l'amore nelle sue manifestazioni estreme che non sono comprensibili se non alla luce della vita nuova che è nel Figlio. Vi è un vero amore verso il fratello e verso colei che ci è sorella, per dono di Dio, ma vi è anche un amore verso coloro che ci sono nemici. Il Signore esige da noi un amore totale, assoluto, perché totale è l'amore che Lui ha verso di noi. Ma come convincere l'uomo della sua mancanza d'amore e di un peccato che è, innanzitutto, davanti a Lui e contro Lui? Più facile convincere l'uomo di peccato nel suo rapporto con gli altri uomini: qui l'amore è più palpabile e visibile: tutti possiamo conoscerlo e giudicarlo. L’amore verso Dio e l'amore verso il prossimo sono legati in modo indissolubile: il secondo dipende dal primo, come l'immagine dalla realtà, pur non essendo identificabile con la realtà. Dall'amore verso il prossimo possiamo conoscere l'amore verso Dio: un amore ambiguo e falso verso il fratello è, prima ancora, un amore ambiguo e falso verso il Padre.

38 Avete sentito che è stato detto: Occhio per occhio e dente per dente.

L'interpretazione letterale della Legge è riduttiva e fuorviante. Il primo e più grave errore è quello di vedere la Legge unicamente nel suo aspetto e significato orizzontale, come insieme di norme che regolano i rapporti tra gli uomini, per una vita migliore e più giusta. In questo caso la Parola di Dio non avrebbe nulla di diverso e di peculiare, anzi potremmo dire che renderebbe Israele uguale a tutti gli altri popoli, mentre la sua diversità è proprio nella diversità della sua Legge. Un uso strumentale della Legge porta ad un'interpretazione riduttiva, che, lungi dall'aprire il cuore dell'uomo all'amore di Dio, crea due mondi distinti e separati: da un lato l'amore assoluto, disinteressato di Dio, dall'altro lato l'amore limitato, interessato dell'uomo, incapace di attingere al fondamento della vita.

39 Ma io dico a voi di non resistere al malvagio, ma se qualcuno ti percuoterà nella tua guancia destra, offrigli anche l'altra; 40 e a colui che vuole contendere con te in giudizio e prendere la tua tunica, lasciagli anche il mantello; 41 e chiunque ti avrà costretto per mille passi, va con lui anche per altri due. 42 Chi chiede a te, dagli, e a chi vuole prendere in prestito da te non voltarti.

La legge va interpretata e vissuta alla luce dell'amore che l'ha donata: e l'amore vuole, innanzitutto, recuperare il fratello a qualsiasi costo. Tutta la Legge fa trapelare e trasparire l'importanza e la necessità dell'amore, ma forte è la tentazione nell'uomo di darne un'interpretazione riduttiva. Come conciliare un amore limitato con l'amore illimitato di Dio? Che senso ha porre dei limiti e delle restrizioni all'amore verso il prossimo, quando ci è chiesto di amare Dio con la totalità del nostro essere?

"Non conviene, certamente, ad un cristiano ricambiare l'offesa, per non essere giudicato simile a quello cui ha reso il cambio. Se, infatti, è male fare un torto a qualcuno, non è privo di colpa colui che ricambia chi gli fa del male e, così, non può essere ritenuto buono chi imita il malvagio... Il Signore ci comanda di essere alacri e pronti ad ogni opera di pietà. Vuole, infatti, che le nostre opere buone dipendano non tanto dalla costrizione quanto dalla volontà personale, perché, mentre di nostra iniziativa facciamo di più di quanto ci viene chiesto dagli altri, otteniamo la gloria di una ricompensa maggiore. E' compito, infatti, di una carità irreprensibile e di una perfetta devozione dare spontaneamente più di quel che ti viene chiesto... Bisogna che dopo la conoscenza della Trinità diamo con animo sollecito il dono della grazia celeste..." ( Cromazio )

Chi chiede a te, dagli e a chi vuole prendere in prestito da te, non voltarti.

"Se riteniamo che queste parole si riferiscano soltanto alle elemosine, è chiaro che molti poveri non potranno osservarle. E anche i ricchi, se sempre daranno, non potranno per sempre continuare a dare. Agli apostoli, e cioè ai maestri, al di là del precetto dell'elemosina è prescritto il precetto di dare gratuitamente ciò che gratuitamente hanno ricevuto. Questo genere di ricchezza non finisce mai, ma quanto più viene dato, tanto più si accresce. Quando irriga i campi sottostanti, l'acqua di questa fonte non si esaurisce mai." ( Gerolamo )

“Ci viene ordinato di custodire in tutto la religione della pietà e della fede, così da considerare come nostra la necessità della tribolazione altrui e da non stimare di più la nostra sostanza del nostro fratello. E perciò, sia che i fratelli ci rivolgano una richiesta sia che nel bisogno ci domandino un prestito, dobbiamo mettere in comune i nostri beni con animo religioso e affetto fraterno, attendendo la ricompensa del premio eterno, secondo ciò che dice Davide: Felice l’uomo che ha compassione e dà in prestito, amministrerà i suoi beni con giustizia”. ( Cromazio )

43 Avete sentito che è stato detto: "Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico."

44 Ma io dico a voi: Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano e pregate per coloro che vi perseguitano e vi calunniano,

Diversa è la nostra interpretazione della Legge, perché diverso è il nostro Dio. Mentre tutti i popoli hanno una legge che è una loro creazione e una loro convenzione, Israele ha avuto la Legge dal suo stesso Dio. E' il dono più grande che il Padre ha fatto ai suoi figli, e il dono non è fatto per allontanare i figli dal Padre, ma perché i figli siano come il Padre.

45 perché siate figli del Padre vostro che è nei cieli, che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. 46 Se infatti amate quelli che vi amano, quale ricompensa avrete? Non fanno ciò anche i pubblicani? 47 E se saluterete soltanto i vostri fratelli, cosa fate di più? Non fanno ciò anche i pagani?

Lo sforzo per osservare la Legge fa tutt'uno con lo sforzo per essere come Colui che ce l'ha data. Un rapporto sbagliato o mancato con la Legge, sottolinea ed evidenzia una falsa bontà dell'uomo; un rapporto giusto e santo con la Legge conclude nell'esaltazione dell'amore e della giustizia del Padre e nel desiderio di essere sempre più simili a Lui.

“Il Signore mostra che noi non potremmo avere il merito dell’amore perfetto, se amassimo soltanto quelli dai quali sappiamo che ci viene reso il contraccambio del reciproco amore, perché sappiamo che un simile amore è comune anche ai pagani e ai peccatori. Perciò, il Signore vuole che noi superiamo la legge comune dell’amore umano con la legge dell’amore insegnato nel Vangelo, così da dimostrare il sentimento del nostro amore non solo verso coloro che ci amano, ma anche verso i nemici e coloro che ci odiano, per imitare in questo l’esempio del vero amore e della vera bontà del Padre”. ( Cromazio )

48 Siate dunque perfetti, così come anche il Padre vostro celeste è perfetto.

Il senso ultimo della Legge è proprio nella richiesta di essere perfetti come colui che ce l'ha data. Ma la Legge, sappiamo, non ci rende perfetti, semplicemente ci fa capire la necessità di essere perfetti. Le parole di Gesù più che un comando sono una profezia. E' finito il tempo della inadempienza: finalmente è venuto Colui che adempirà per noi tutta la Legge. Ciò che è impossibile all'uomo è reso possibile dal Figlio dell'uomo. In Lui, per Lui, con Lui diventa attuale e reale quella pienezza dell'amore che ci rende perfetti come il Padre che è nei cieli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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