Vangelo di Matteo cap1

Commento al Vangelo di Matteo

 

Cap. 1

 

Testo tradotto dalla Vulgata, esegesi integrata da commenti dei Padri della Chiesa.

 

liber generationis Iesu Christi filii David, filii Abramo

1 Libro di generazione di Gesù Cristo, figlio di David, figlio di Abramo.

Abraham genuit Isaac Isaac autem genuit Iacob Iacob autem genuit Iudam

2 Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda

et fratres eius Iudas autem genuit Phares et Zamar de Thamar Fares autem genuit

e i suoi fratelli, 3 Giuda generò Fares e Zara da Tamar , Fares generò

Esron Esron autem genuit Aram Aram autem genuit Naasson Naasson autem genuit

Esron, Esron generò Aram, 4 Aram generò Naasson, Naasson genero'

Salmon Salmon autem genuit Booz de Rahab Booz autem genuit Obed ex Ruth

Salmon, 5 Salmon generò Booz da Rahab, Booz generò Obed da Ruth

Obed autem genuit Iesse Iesse autem genuit David regem David autem rex genuit

Obed generò Iesse, 6 Iesse generò Davide il re, Davide il re generò

Salomonem ex ea quae fuit Uriae Salomon autem genuit Roboam Roboam autem

Salomone da quella che fu di Uria, 7 Salomone generò Roboamo, Roboamo

genuit Abiam Abias autem genuit Asa Asa autem genuit Iosaphat

generò Abia, Abia generò Asa, 8 Asa generò Giosafat

Iosaphat autem genuit Ioram Ioram autem genuit Oziam Ozias autem genuit

Giosafat generò Ioram, Ioram generò Ozia, 9 Ozia generò

Ioatham Ioatham autem genuit Achaz Achaz autem genuit Ezechiam Ezechias

Ioatan, Ioatan generò Acaz, Acaz generò Ezechia, 10 Ezechia

autem genuit Manassen Manasses autem genuit Amon Amon autem genuit

generò Manasse, Manasse generò Amon, Amon generò

Iosiam Iosias autem genuit Iechoniam et fratres eius in trasmigratione Babylonis

11 Giosia, Giosia generò Ieconia e i suoi fratelli nella deportazione di Babilonia

Et post transmigrationem Babylonis

12 E dopo la deportazione di Babilonia

Iechonias genuit Salathiel Salathiel autem genuit Zorobabel

Ieconia generò Salatiel, Salatiel generòZorobabel,

Zorobabel autem

13 Zorobabel

genuit Abiud Abiud autem genuit Eliacim Eliacim autem genuit Azor

generò Abiud, Abiud generò Eliacin, Eliacin generò Azor

Azor autem genuit Sadoc

14 Azor generò Sadoc

Sadoc autem genuit Achim Achim autem genuit Eliud Eliud autem genuit Eleazar

Sadoc generò Achim, Achim genero' Eliud, 15 Eliud generò Eleazar

Eleazar autem genuit Mathan Mathan autem genuit Iacob Iacob autem genuit

Eleazar generò Mathan, Mathan generò Giacobbe, 16 Giacobbe generò

Ioseph virum Mariae, de qua natus est Jesus, qui vocatur Christus

Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, colui che è detto Cristo.

omnes itaque generationes ab Abraham usque ad David generationes quattordecim

17 Pertanto tutte le generazioni da Abramo fino a Davide quattordici generazioni,

et a David usque ad trasmigrationem Babylonis generationes quattordecim

e da Davide fino alla deportazione di Babilonia quattordici generazioni

et a transmigratione Babylonis usque ad Christum generationes quattordecim,

e dalla deportazione di Babilonia fino a Cristo quattordici generazioni.

Christi autem generatio sic erat cum esset desponsata mater eius Maria Joseph

18 Ma la generazione di Cristo era così: Essendo stata promessa in sposa a Giuseppe,

antequam convenirent inventa est in utero habens de Spiritu Sancto

sua madre Maria, prima che convivessero, fu trovata incinta per opera dello Spirito Santo.

Ioseph autem vir eius cum esset iustus et nollet eam traducere

19 Giuseppe il suo uomo, essendo giusto e non volendo esporla,

voluit occulte dimittere eam

volle rimandarla segretamente.

haec autem eo cogitante, ecce angelus Domini apparuit in somnis

20 Ma mentre pensava a queste cose, ecco l'angelo del Signore gli apparve in sogno

ei dicens: Joseph fili David, noli timere accipere Mariam coniugem tuam,

dicendo: Giuseppe figlio di David, non temere di accogliere Maria tua sposa,

quod enim in ea natum est, de Spirito Sancto est

infatti ciò che è nato in lei è dallo Spirito Santo.

pariet autem filium et vocabis nomen eius Iesum ipse enim salvum faciet

21 Partorirà un figlio e chiamerai il suo nome Gesù; egli stesso infatti salverà

populum suum a peccatis eorum

il suo popolo dai loro peccati.

hoc autem totum factum est ut adempiretur quod dictum est a Domino

22 Tutto questo avvenne, affinché fosse adempiuto ciò che fu detto dal Signore

per prophetam dicentem ecce virgo in utero habebit et pariet filium

per mezzo del profeta che dice: 23 Ecco la vergine concepirà e partorirà un figlio,

et vocabunt nomen eius Emmanuel quod est interpretatum nobiscum Deus

e chiameranno il suo nome Emmanuele che vuol dire: Dio con noi.

exsurgens autem Joseph a somno fecit sicut praecepit ei angelus Domini

24 Alzandosi Giuseppe dal sonno fece come gli comandò l'angelo del Signore

et accepit coniugem suam

e accolse la sua sposa.

et non conoscebat eam donec peperit filium suum primogenitum

25 E non la conosceva, finché partorì il suo figlio, il primogenito

et vocavit nomen eius Iesum

e chiamò il suo nome Gesù.

 

                                              

 

Libro di generazione di Gesu' Cristo, figlio di David, figlio di Abramo. 2 Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe,

L'albero genealogico di Gesù è introdotto dalle parole: "Libro di generazione".

E' qualcosa di più di una semplice enumerazione di nomi: è libro della Scrittura e in quanto tale Parola rivelata, fonte di vita che dà la vita. Benché sia difficile cogliere in modo immediato significati ricchi e complessi in questi versetti, dobbiamo credere che in essi vi è la stessa grazia che troviamo in tutta la Bibbia.

Quasi sempre il lettore è colto da un senso di stanchezza, di noia; è tentato di andare oltre, convinto che le genealogie dicano ben poco di autenticamente spirituale. Vero è che la grazia di Dio non è innanzitutto legata alla comprensione della Parola, ma alla semplice lettura e proclamazione. A volte la Parola non dice nulla al nostro cuore, ciononostante può cambiarlo radicalmente. Si legge la Parola solo perché si crede in essa: il Signore darà il dono dell'intelligenza, nel modo che ritiene giusto per ognuno di noi, e nella misura della nostra fede. Tutta la Parola di Dio è divinamente ispirata: è sempre l'unico e medesimo Dio che parla. Se andiamo a vedere le genealogie dell’A. Testamento le troviamo più lunghe e "pesanti". E’ per questo che non si leggono quasi mai, perché ci sfugge il loro significato e la loro importanza: eppure anch'esse sono Parola di Dio. Non sono scritte per iniziativa dell'uomo, ma per volontà di Dio: vanno lette nella fede e con lo Spirito della fede. Se non riusciamo a cogliere significati reconditi è sufficiente la semplice lettura, come atto di obbedienza. La Parola di Dio va letta nella sua totalità ed integrità, senza nulla scartare, in modo sistematico, dall'inizio alla fine: così come Dio ce l'ha donata. Il significato di questa lettura integrale e continua è ancor viva nelle comunità monastiche, per lo più sconosciuto nelle comunità parrocchiali, dove si accentua sempre più una lettura frammentaria , episodica, ad effetto della Parola. Parallelamente a questa progressiva contrazione e diminuzione della Parola, cresce lo spazio per una parola "rivelata", che non si identifica più con la sola Bibbia, ma è frammischiata e confusa con altre fonti, non consacrate dalla tradizione della chiesa. Lo smarrimento e la divisione delle coscienze, che non sanno più in chi e in che cosa si debba credere, aumenteranno sempre di più, finché non imboccheremo la strada contraria: un ritorno alla pura e semplice Parola di Dio, proclamata nella sua integrità, senza nulla aggiungere e nulla togliere.

Questa breve introduzione ci è parsa utile e necessaria, perché possiamo affrontare l'inizio del Vangelo di Matteo, non con stanchezza e noia, ma ,al contrario, con la gioia, la prontezza, l'entusiasmo di chi sa di accostarsi ad una fonte di Vita.

Certamente la forma non ci aiuta: è assai poco invitante ma, proprio per questo, ci costringe subito ad andare oltre lo spirito di una lettura puramente umana, dove il bello, il piacevole, l’ immediatamente comprensibile sono le categorie dominanti.

Noi leggiamo innanzitutto per fare la volontà di Dio: nell'obbedienza è il senso primo della fede e la fede comincia dall'ascolto della sua Parola.

"(...)  Gesu' Cristo, figlio di David, figlio di Abramo."

L'espressione "figlio di David" è ricorrente nella Scrittura. Davide fu il re d'Israele per eccellenza. "Figlio di Davide", significa dunque che Gesù è innanzitutto di stirpe regale. Alla figura di Davide è accostata quella di Abramo, padre di Israele e padre della fede. Perché mai colui che viene dopo in senso temporale viene menzionato prima? Ad Abramo fu fatta la promessa di una discendenza, ma solo a Davide fu fatta la promessa del Salvatore, con giuramento. Così Cromazio nel suo commento a Matteo: " Poiché il Signore e Salvatore nostro dagli evangelisti viene considerato figlio sia di Davide sia di Abramo, secondo la carne, bisogna indagare perché Davide preceda nell'ordine Abramo, padre della nostra fede. Dice , infatti, così: "Figlio di Davide, figlio di Abramo": ordine questo che comprendiamo adottato perché, sebbene l'origine dell'incarnazione del Signore spetti ad entrambi, tuttavia, lo stesso avvenimento fu promesso attraverso l'opera di Davide, con l'aggiunta di un giuramento. Così, infatti, sta scritto: " Il Signore ha giurato il vero a Davide e non lo ingannerà, perché dal frutto del tuo grembo porrò uno sul mio trono."                                                               

Più semplice l'interpretazione del Crisostomo:  " (...) perché dunque menziona dapprima David? Perché allora il nome di David, illustre principe, molto meno antico di Abramo, era sulla bocca di tutti. Sebbene Dio avesse fatto a David e ad Abramo la stessa promessa, tuttavia il lungo tempo che era passato faceva si che molti non si ricordassero più della prima promessa, mentre si parlava spesso della seconda, come la più nuova e la più recente. Gli stessi Giudei dicono:" Il Cristo non deve venire dalla stirpe di David e da Betleem, il villaggio dove era David? Nessuno chiamava il Cristo figlio di Abramo, mentre tutti lo consideravano figlio di David."

"Va notato che nella discendenza del Salvatore non appare nessuna santa donna, ma quelle che la Scrittura rimprovera, affinché colui che era venuto per i peccatori, nascendo da peccatrici, distruggesse ogni peccato. Ecco perché sono menzionate Rut la Moabita e Betsabea moglie di Uria."( Gerolamo )

"Nel quarto volume dei Re leggiamo che Ochozia era figlio di Joram e che, alla sua morte, Giosabet, figlia del re Joram e sorella di Ochozia, prese Joas, figlio di suo fratello, e lo sottrasse alla morte che voleva dargli Atalia. A Joas successe sul trono il figlio suo Amasia, dopo il quale regnò il figlio Azaria, noto anche come Ozia, che lasciò il regno al figlio Joatam. Dunque, secondo quanto afferma la storia, vi sono tre re in mezzo, che l'evangelista ha qui trascurato: Joram infatti non generò Ozia, ma Ochozia, e prima di Ozia vi sono gli altri re che abbiamo elencato. Ma poiché l'evangelista si è proposto di dividere il volgere dei tempi in tre epoche di quattordici generazioni ciascuna, e poiché alla stirpe di Joram si era mischiata quella dell'empia Jezebel, per questo ha omesso di far menzione fino alla terza generazione della sua discendenza, per non collocarla nella genealogia della santa nascita. ( Gerolamo )

Relativamente alla genealogia dopo la deportazione in Babilonia, lo stesso Gerolamo così continua: "Se considerassimo Jeconia come l'ultimo della prima serie di quattordici, nella successiva serie non vi sarebbero più quattordici, ma tredici generazioni. Sappiamo peraltro che il primo Jeconia non è altri che Joacim; mentre il secondo Joachim è il figlio, non il padre. Il primo ha il nome che termina in "cim", il secondo in "chin": per un errore degli amanuensi latini e per la lontananza dei tempi, tra i Greci e i Latini è sorta questa confusione.

Più suggestiva, ma meno plausibile la spiegazione di Cromazio e di Ilario di Poitiers

"Due generazioni, infatti, si attribuiscono al Signore: quella dello Spirito e quella della carne, quella di Dio e quella dell'uomo, perché l'unigenito Figlio di Dio, che è Spirito e Verbo e Dio, rimaneva generato dal Padre prima di tutti i secoli eterni, e ugualmente nacque nel tempo da una vergine, assumendo un corpo per attuare il mistero dell'umana salvezza. Perciò, non a torto, l'evangelista riunì insieme , sotto due generazioni la nascita del Verbo e del corpo, cioè di Dio e dell'uomo. ( Cromazio )            

“Se sta scritto che fino a Maria vi furono quattordici generazioni, mentre contandole ne risultano tredici, non ci potrà essere nessun errore, dal momento che si sa che nostro Signore Gesù Cristo non ha soltanto un’origine derivante da Maria, ma nella procreazione della nascita corporale è contenuto un significato eterno. ( Ilario )

"Giacobbe genero' Giuda..."

"A questo punto Giuliano Augusto ci obietta l'esistenza di contraddizioni tra gli evangelisti perché, mentre Matteo dice che Giuseppe è figlio di Giacobbe, Luca afferma che è figlio di Eli. Giuliano mostra così di non comprendere l'abituale modo di esprimersi delle Scritture. La differenza è in realtà dovuta al fatto che Giacobbe è padre di Giuseppe secondo la natura, mentre l'altro gli è padre secondo la legge. Sappiamo infatti che, come stabilisce Mosè su ordine di Dio, se il fratello o il parente muore senza figli, un altro familiare sposa la vedova di lui, per assicurare la discendenza al fratello o parente." ( Gerolamo )

“La progressione genealogica che Matteo aveva messo in luce secondo l’ordine della successione regale, Luca la considera dal punto di vista della stirpe sacerdotale. Presentandola entrambi come una enumerazione, ciascuno dei due indica che nel Signore c’è un legame di parentela con l’una e l’altra tribù. E la progressione genealogica è ben fatta, poiché l’alleanza della tribù sacerdotale con quella regale, inaugurata da Davide in seguito al suo matrimonio, viene confermata poi dalla discendenza, quando si passa da Sealtiel a Zorobabele. In tal modo, Matteo che registra la linea paterna che aveva origine da Giuda, e Luca che invece ci informa sulla discendenza dalla tribù di Levi attraverso Natan, hanno dimostrato, ciascuno con le proprie scelte, la gloria della duplice eredità di nostro Signore Gesù Cristo, che è re e sacerdote in eterno, anche nella sua nascita corporale. E non ha nessuna importanza se viene recensita l’ascendenza di Giuseppe anziché quella di Maria: infatti il legame di parentela è unico e identico per tutta la tribù. Sia Matteo che Luca hanno illustrato con un esempio questo fatto, chiamando padri, ciascuno da parte sua, uomini che erano tali non tanto per la generazione quanto per la razza, dal momento che una tribù nata da un solo uomo è raggruppata in una sola famiglia, di cui la successione e l’origine sono uniche. Infatti si tratta di presentare il figlio di Davide e di Abramo, dal momento che inizia così: “Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo”. Non importa quindi chi è collocato a tale punto e a tale posto della discendenza, purché si comprenda che la famiglia, globalmente, procede da un uomo solo. Così poiché Giuseppe e Maria appartengono alla stessa tribù, quando Giuseppe viene presentato come discendente dalla stirpe di Abramo, la stessa cosa si insegna anche per Maria. Nella Legge infatti veniva osservata questa disposizione: se un capo di famiglia moriva senza lasciare figli, il fratello minore dello stesso ramo sposava la moglie del defunto e, se aveva dei figli, li annoverava nella famiglia del defunto. In questo modo veniva conservato l’ordine della successione tra i primogeniti, poiché questi erano considerati padri, per il nome o per la discendenza, di coloro che sarebbero nati dopo di loro”. ( Ilario )

La genealogia di Gesù ci presenta personaggi molto illustri, altri quasi sconosciuti.

Con il raggiungimento della dignità regale, il ramo genealogico di Gesù ha conosciuto il massimo della sua potenza e della sua fama. Tale regalità ha connotati e caratteristiche del tutto peculiari e diverse rispetto a quelle degli altri popoli. Nasce e si accresce con il consenso divino, sempre legata alla promessa di un futuro Salvatore. I frutti sono noti e minuziosamente descritti nell'A. Testamento: il regno d'Israele perisce miseramente per la disobbedienza dei suoi figli e, prima ancora, dei suoi capi. E' necessaria la deportazione e la schiavitù in Babilonia, perché la storia della salvezza assuma un volto ed un significato nuovi. Nell'avvilimento e nella umiliazione della schiavitù, rinasce l'amore per la Parola di Dio e si ridesta la speranza nel futuro Salvatore. A questo punto è come se Gesù volesse farsi piccolo nei suoi antenati, fino a scomparire davanti agli occhi degli uomini. Fallita una salvezza che percorre le categorie umane della gloria e della grandezza, Dio sceglie la strada inversa della povertà e dell'umiliazione, fino ad incarnarsi in colei che è piccola per definizione. Questo progressivo impoverimento dell'albero genealogico di Gesù non è accompagnato da alcun commento: si riportano semplicemente dei nomi e si lascia a noi ogni sorta di riflessione.

L'interesse dell'evangelista è ora un altro: non quello di ripercorrere il cammino della salvezza, ampiamente documentato nell'A. Testamento, ma quello di aprire, per così dire, un discorso nuovo, di rottura con il passato. Ci sembra che il senso primo della genealogia sia tutto in quel:

18 "Ma la generazione di Cristo era così..."

Come dire: Se prima la storia della salvezza procedeva in un certo modo, con la generazione di Gesù vi è un cambiamento e una novità, in assoluto. I "padri" dell'Antico Testamento, seppur depositari e custodi della promessa, sono nati, vissuti, morti nella carne e con la carne. Ciò che è nato dalla terra, appartiene alla terra e ritorna alla terra. Con la venuta di Gesù siamo posti di fronte ad un evento che ha caratteristiche uniche, esclusive, irripetibili, tali da giustificare la divisione della storia in un prima e in un dopo. Questa novità si afferma e si accresce secondo una logica che sfugge alla comprensione umana. Siamo posti semplicemente di fronte ad un dato di fatto.

Essendo stata promessa in sposa a Giuseppe, sua madre Maria, prima che convivessero, fu trovata incinta per opera dello Spirito Santo.

L'umanità è semplice spettatrice di un evento in cui l'uomo non ha parte alcuna.

Maria ne fu la prima testimone, ma tutti gli uomini sono chiamati a prenderne atto.

Non meraviglia lo stupore di Giuseppe: non sa cosa pensare, non sa cosa fare.

19 Giuseppe il suo uomo, essendo giusto e non volendo esporla, volle rimandarla segretamente.

Giuseppe è un uomo giusto, conosce la fedeltà di Maria, ma l'evento lo pone subito nella condizione di chi è costretto a fare una scelta. Non è più come prima: vi è un fatto nuovo, inspiegabile, che va rispettato e custodito nella fede, ma vi è anche la morale degli uomini, consacrata dalla tradizione, la quale impone, in questo caso, di ripudiare la moglie. Giuseppe tenta una mediazione: pensa di rimandare Maria di nascosto, senza esporla al disonore del ripudio. L'opera di Dio disarma Giuseppe, lo butta nelle tenebre, ma la sua fede ne esce rafforzata. Non si affida alle scelte precipitose ed immediate, dettate dal cuore o dal costume degli uomini. Ha fatto suo l'evento, lo porta nel silenzio del suo cuore, non vuole semplicemente liberarsene, ma gestirlo conforme alla volontà di Dio. E il Signore non tradisce la sua attesa e il suo bisogno di luce.

20 Ma mentre pensava a queste cose... cioè mentre era come immerso nel fatto, preso dall'evento al punto che non c'era spazio per altro pensiero, ecco l'angelo del Signore gli apparve in sogno, dicendo...

Ci vuole molta fede per credere ad un sogno. Il sogno ha caratteristiche talmente contrarie alla realtà che, non solo noi non ascoltiamo i sogni, ma cerchiamo di rimuoverli dalla nostra coscienza. Il solo ricordo ci rende ridicoli ai nostri occhi, il dare un peso ci fa apparire come menti malate e deliranti. Eppure Dio sceglie questa strada per parlare a Giuseppe. Vero è che l'uomo immerso nella preghiera continua non conosce rottura o frattura di sorta tra lo stato di veglia e quello di sonno. E' sempre il medesimo Spirito che opera nel suo cuore e illumina la sua mente. Altre volte Dio ha parlato in sogno: non è una novità, semmai la conferma di una consuetudine: il privilegiare lo stato di passività, di impotenza, di non volontà per affermare la Sua volontà.

Giuseppe, figlio di David, non temere di accogliere Maria tua sposa...

E' la Parola di Dio che ci libera da ogni timore e ci dà la forza per affrontare una situazione impossibile, senza via d'uscita. Vi è in noi un timore, una paura ricorrente e persistente in tutta la nostra vita: cresce o diminuisce a seconda dell'alternarsi delle vicende. Si manifesta nell'occasione, ma non è qualcosa di occasionale, bensì di strutturale: è frutto del peccato d'origine. Si nasce nel timore e si muore col timore. La liberazione non può venirci dalle vicende della vita, ma solo dalla grazia di Dio.

Il Signore non libera Giuseppe da una situazione difficile da gestire, ma cambia completamente il suo cuore, gli dona una pace ed un'energia che prima non possedeva. E ciò è sottolineato da quel "exsurgens" al versetto 24. E' lo stesso verbo della resurrezione: Giuseppe si alzò dal sonno completamente rinnovato, diverso.

La Parola del Signore ha cambiato il suo cuore: non solo gli ha dato la pace, ma anche la forza per fare la volontà di Dio.

“Molti uomini empi e del tutto estranei all’insegnamento spirituale colgono l’occasione di pensare male di Maria dal fatto che si dice: “Prima che andassero a vivere insieme, si trovò incinta”, e ancora: “Non temere di prendere con te Maria”, e “senza che egli la conoscesse, partorì un figlio”. Essi dimenticano che era promessa sposa e che queste parole furono rivolte a Giuseppe, per il fatto che egli voleva rinviarla, poiché, essendo un uomo giusto, non voleva che fosse condannata secondo la Legge. Così, affinché non ci fosse nessun equivoco sul suo parto, egli stesso viene preso come testimone che Cristo era stato concepito dallo Spirito Santo. Dal momento che gli era fidanzata, la prendesse come sposa. Dopo il parto viene conosciuta, cioè accede al titolo di sposa: viene conosciuta come tale infatti, ma non si unisce a lui materialmente. Infine quando Giuseppe viene avvertito di andare in Egitto, così è detto: “Prendi con te il bambino e sua madre” e: “Ritorna con il bambino e sua madre”; e ancora in Luca: “E c’era Giuseppe e la madre di lui”. E  ogni volta che si parla dell’uno e dell’altra, lei è chiamata la madre di Cristo, poiché lo era, e non la sposa di Giuseppe, poiché non lo era. Ma c’è anche un motivo osservato dall’angelo nel fatto che al momento di presentarla come fidanzata al giusto Giuseppe, la chiami sposa. Infatti così dice: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa”. Dunque, quand’era fidanzata ha ricevuto il nome di sposa e dopo il parto, pur essendo riconosciuta come sposa, viene indicata solo come la madre di Gesù, affinché, come veniva attribuito alla giustizia di Giuseppe il matrimonio con Maria nella sua verginità, così fosse mostrata nella madre di Gesù la santità della sua verginità. ( Ilario )

(...) infatti ciò che è nato in lei è opera dello Spirito Santo.

Ci saremmo aspettati: "Colui che è nato in lei..." Evidentemente il riferimento non è solo alla persona di Gesù, ma a tutta la sua opera salvifica, che comincia in Maria e con Maria: madre di Dio, ma, nello stesso tempo, madre nostra, non semplice spettatrice della salvezza, ma collaboratrice della salvezza.

Colui che è stato concepito nel suo grembo fa tutt'uno con ciò che è nato nel suo cuore. Madre di Dio, perché ha generato il Figlio, madre nostra perché ci genera alla vita del Figlio. D'ora in poi Giuseppe vedrà in Maria, non semplicemente l'opera del Padre, ma anche il modello della fede, della santità. Avrà occhi, non semplicemente per il Figlio di Dio, ma anche per colei che porta nel suo grembo il Figlio di Dio.

21 Partorirà un figlio e chiamerai il suo nome Gesù; egli stesso infatti salverà il suo popolo dai loro peccati.

"Questo nome del Signore, con cui viene chiamato Gesù, fin dal grembo della Vergine, non è nuovo per lui, ma antico: Gesù, infatti, tradotto dall'ebraico in latino, significa  "Salvatore". Questo nome si conviene propriamente a Dio, perché dice per bocca del profeta: "Non c'è giusto e salvatore fuori di me. Perciò, parlando il Signore  stesso per bocca d'Isaia dell'origine corporea della sua nascita, dice così: "Dal grembo di mia madre mi chiamò col mio nome." Col suo, appunto, non con un nome che gli fosse estraneo, perché fu chiamato Gesù come uomo, cioè Salvatore, lui che era salvatore come Dio. ( Cromazio )

E' subito affermato in modo chiaro ed inequivocabile il senso unico ed esclusivo della salvezza: la liberazione dalla schiavitù del peccato e da tutto ciò che è male agli occhi di Dio, in virtù del solo Figlio di Dio. E non si può dare tutto ciò per scontato e come già acquisito dal cuore dell'uomo. Invero non è questa l'unica aspettativa del popolo eletto nei confronti del Salvatore. Vi è anche il desiderio di una vita migliore, dove la liberazione dal peccato fa tutt'uno con una vita più facile, più piacevole, dove è sradicata ogni forma di ingiustizia e con ciò la sofferenza che ne consegue.

Questo sentimento era molto vivo in Israele, oppresso dal giogo di Roma. Gesù sarà una grande delusione per gli Ebrei. Aspettavano un'altra liberazione: la liberazione che non passa per la via della croce, che cambia il mondo, senza cambiare il nostro cuore. L'interesse di Dio è uno solo: liberare il suo popolo dal peccato e dai lacci del satana: per questo ha preparato la venuta del Figlio. Il Vangelo sottolinea in modo forte la realizzazione dell'evento così come predetto dal profeta Isaia.

22 Tutto questo avvenne, affinché fosse adempiuto ciò che fu detto dal Signore per mezzo del profeta che dice: 23 Ecco la vergine concepirà e partorirà un figlio e chiameranno il suo nome Emmanuele, che vuol dire: Dio con noi.

Vi è quasi un capovolgimento di prospettiva: come se la Parola non fosse in funzione dell'evento, ma l'evento fosse in funzione della Parola. Innanzitutto non va confermato l'evento, ma la Parola che annuncia l'evento. L’avverarsi delle profezie non è, di per sé, forza e strumento di salvezza. Quale segno può rappresentare agli occhi del mondo una vergine che rimane incinta? Siamo nella normalità dell'esperienza umana, nulla di diverso e di eccezionale che ci riporti immediatamente all'intervento di Dio. E quel "chiameranno il suo nome Emmanuele"? Dov'è mai questo popolo di redenti che dà lode al Salvatore?

Passerà ancora del tempo: ci vorrà la morte e la resurrezione di Gesù, prima che la chiesa diventi realtà visibile. Ma allora, perché mai si enfatizza così tanto l'avverarsi della profezia, attraverso segni così poveri ed evanescenti, per certi aspetti inconsistenti agli occhi della carne? Non vi è niente di immediatamente comprensibile verificabile, degno di essere creduto secondo la logica umana. Vi è innanzitutto la nostra fede, il nostro attaccamento, il nostro amore per la Parola, che dona occhi per vedere ciò che la carne non può vedere. La profezia fa tutt'uno con la Parola: non si può  entrare nel suo mistero, se prima non si entra nel mistero della Parola: non la profezia, ma la Parola è strumento di salvezza. Senza la Parola non può esserci salvezza: la salvezza altro non è che l'adempimento ultimo della Parola. Non possiamo accostarci al mistero di Gesù Salvatore, se prima non ci accostiamo al mistero della Sua parola. E' il Figlio stesso che s'identifica con la Parola e tutto compie secondo la Parola, perché si adempia la Parola. Solo un rapporto assiduo, costante e quotidiano con la Parola ci dona la grazia di cogliere il Gesù che si cala nella concretezza della nostra storia. Non è semplicemente un problema culturale: non c'è fede senza ascolto e non c'è ascolto senza parola di Dio. Se il Figlio di Dio non può e non vuole obbedire al Padre, scavalcando la Parola rivelata, chi mai giustificherà l'uomo che non conosce e non si confronta con le Scritture? Certo vi può essere un'ignoranza incolpevole, ma non bisogna confidare molto in essa, soprattutto  in una chiesa in cui da secoli è proclamata la Parola.

Abbiamo già sottolineato come il senso primo di questo capitolo introduttivo sia nell'intento di far risaltare la novità che si impone con la venuta di Gesù. Nello stesso tempo è ribadita la continuità con il passato, e la continuità è data, garantita dalla Parola. Gesù non è l'alternativa alla Parola, al contrario è il suo adempimento e la sua realizzazione. Vi è rottura con tutto ciò che è tramandato dalla carne, secondo la carne, vi è continuità con tutto ciò che è tramandato dalla Parola, secondo lo Spirito.

Non può esserci fede in Gesù che non sia anche e, ancor prima, fede nella Parola; né può esserci fede nella Parola, che non sia anche fede in Gesù. Vi è un accenno polemico nei confronti degli Ebrei che sono custodi gelosi delle Scritture e non vedono e non comprendono ciò che è adempimento delle Scritture.

"Osserva anche qui il mistero: osserva che si restituisce al mondo la salvezza nello stesso modo in cui un tempo si era introdotta la rovina. Adamo è plasmato da una terra ancora vergine: il Figlio di Dio nasce dalla vergine Maria. Là una vergine concepì la morte; qui una vergine generò la vita. Là un uomo precipitò per colpa di una vergine; qui un uomo per merito di una vergine si levò ritto in piedi. Là la rovina della morte; qui il trionfo della vittoria... Nasce da una vergine Colui che esisteva già prima, in quanto generato dal Padre; è creato secondo la carne in un grembo umano Colui che aveva creato tutti gli angeli e tutte le cose; si mostra uomo Colui che è Dio; si lascia vedere bambino Colui che è il Signore della gloria; appare piccolo nel corpo Colui che è sublime nella sua maestà; è portato dalle mani materne Colui che porta tutto il mondo e governa i secoli." ( Cromazio )

24 Alzandosi Giuseppe dal sonno fece come gli comandò l'angelo del Signore e accolse la sua sposa."

Rinnovato nello spirito Giuseppe obbedisce alla Parola di Dio. La fede ha trovato la sua verifica e il suo naturale epilogo. Non c'è fede là dove non c'è obbedienza: un'obbedienza piena, totale, senza riserve. Giuseppe accolse Maria nel suo cuore, come parte integrante della propria vita, come strumento di salvezza. Mentre prima temeva che fosse un impedimento, un inciampo, un rapporto da rimuovere, per non andare contro la volontà di Dio, ora la fa pienamente sua in senso spirituale. Maria è diventata compagna di viaggio: una presenza non più accidentale, ma assolutamente necessaria, perché si realizzi il piano di Dio. Il senso spirituale di questo "accolse" è rafforzato da ciò che segue.

25 E non la conosceva..., cioè non aveva rapporti con lei. Vi era un rapporto di conoscenza diverso, dove l'uno non guardava all'altra e viceversa, ma entrambi guardavano a Dio e alla Sua volontà.

finché partorì il suo figlio, il primogenito...

Un rapporto spirituale trovò il suo coronamento in un parto spirituale, non solo per la loro salvezza ma per la salvezza dell'intera umanità. Sbagliano coloro che interpretano questo "finché partorì", nel senso che Giuseppe e Maria dopo il parto ebbero rapporti carnali. Come a dire: Non ebbero rapporti finché non nacque Gesù, ma dopo la sua nascita cominciarono a conoscersi in senso carnale. L'espressione "non la conosceva", al tempo imperfetto, indica un'azione non compiuta nel tempo, ma perdurante nel tempo. Fu così per tutta la loro vita. “Finché partorì" non vuol dire che il parto mise fine a tutto ciò: sarebbe un rilievo assolutamente vuoto e privo di significato. Si vuole invece ribadire che questo rapporto non fu affatto sterile, ma che soltanto in virtù di esso e per il suo perdurare fu generato il Figlio di Dio. In un certo senso anche Giuseppe e Maria hanno generato Gesù, non con la loro carne, ma con la loro fede, con la loro obbedienza alla volontà di Dio, con la loro perseveranza in una conoscenza "diversa".

e chiamò il suo nome Gesù.

Giuseppe e Maria sono ben consapevoli dell'opera di Dio: chiamano il loro figlio Gesù, che vuol dire Salvatore, così come comandato dall'angelo. L’espressione "il suo figlio, il primogenito" non deve trarci in inganno. Gesù è detto figlio di Maria non in un senso puramente carnale, ma in un senso spirituale. Maria l'ha fatto suo con la sua fede e la sua obbedienza alla volontà di Dio: Figlio di Dio secondo lo Spirito, ma anche Figlio di Maria, per la fede nello stesso Spirito.     

"Primogenito": non per dire che altri sono venuti dopo di Lui, ma nel senso di unigenito, vale a dire generato in modo unico, diverso e proprio per questo il primo di tutti i fratelli. Gesù è Primogenito perché generato innanzi tutti e ad esclusione di tutti. Nella gestazione della carne si è primogeniti proprio perché non unigeniti, nella gestazione dello Spirito si è primogeniti solo perché unigeniti, ovvero generati prima di tutti gli altri e diversamente da tutti gli altri.      

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