Vangelo di Matteo cap25

                                         Matteo 25

 

Tunc simile erit regnum caelorum decem virginibus quae accipientes lampades suas

Allora simile sarà il regno dei cieli a dieci vergini che prendendo le loro lampade

exierunt obviam sponso et sponsae quinque autem ex eis erant fatuae et quinque

uscirono incontro allo sposo e alla sposa. 2 Cinque di loro erano sciocche e cinque

prudentes sed quinque fatuae acceptis lampadibus non sumpserunt oleum secum

prudenti. 3 Le cinque sciocche prese le lampade, non presero olio con sé;

prudentes vero acceperunt oleum in vasis suis cum lampadibus moram autem

4 ma le prudenti presero olio nei loro vasi insieme con le lucerne. 5 E facendo indugio

faciente sponso dormitaverunt omnes et dormierunt media autem nocte clamor

lo sposo dormicchiarono e s’addormentarono. 6 Nel mezzo della notte fu fatto un  clamore:

factus est ecce sponsus venit exite obviam ei tunc surrexerunt omnes

Ecco viene lo sposo, uscite incontro a lui. 7 Allora si alzarono insieme tutte

virgines illae et ornaverunt lampades suas fatuae autem sapientibus dixerunt

quelle vergini e ornarono le loro lampade. 8 E le sciocche dissero alle sapienti:

date nobis de oleo vestro quia lampades nostrae extinguuntur responderunt prudentes

Dateci dell’olio vostro, poiché le nostre lampade si spengono. 9 Risposero le prudenti

dicentes ne forte non sufficiatnobis et vobis ite potius

dicendo: Non accada che non sia sufficiente per noi e per voi, andate piuttosto da

ad vendentes et emite vobis dum autem irent emere

coloro che  vendono e comperate per voi. 10 Mentre quelle andavano a comperare,

venit sponsus et quae paratae erant intraverunt cum eo ad nuptias et clausa est ianua

venne lo sposo, e le pronte entrarono con lui alle nozze, e fu chiusa la porta.

Novissime vero veniunt et reliquae virgines dicentes Domine Domine aperi nobis

11 Alla fine  vengono anche le altre vergini dicendo: Signore, Signore, apri a noi.

at ille respondens ait amen dico vobis nescio vos vigilate itaque

12 Ma quello rispondendo disse: In verità dico a voi, non so chi voi siete. 13 Vegliate dunque,

quia nescitis diem neque horam sicut enim homo peregre proficiscens

perché non sapete il giorno né l’ora.  14 Così come  un uomo che parte per un paese

vocavit servos suos et tradidit illis bona sua et uni dedit quinque talenta

lontano chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. 15 E a uno diede cinque talenti,

alii autem duo alii vero unum unicuique secundum propriam virtutem et

ad un altro due, ad un altro ancora uno solo, ad ognuno secondo la  propria potenza 

profectus est statim abiit autem qui quinque talenta acceperat et operatus est in eis

partì subito. 16 Se ne andò colui che aveva ricevuto cinque talenti e operò in essi

et lucratus est alia quinque similiter et qui duo acceperat lucratus est

e guadagnò altri cinque. 17 Similmente anche colui che aveva ricevuto due, guadagnò

alia duo qui autem unum acceperat abiens fodit in terram et abscondit

altri due. 18 Ma chi aveva ricevuto uno solo, andandosene scavò in terra e nascose

pecuniam domini sui post multum vero temporis venit dominus servorum illorum et

il denaro del suo padrone. 19 Dopo molto tempo venne il padrone di quei servi, e

posuit rationem cum eis et accedens qui quinque talenta acceperat

pose in alto la parola con loro. 20 E avvicinandosi colui che aveva ricevuto cinque talenti

obtulit alia quinque talenta dicens Domine quinque talenta tradidisti mihi ecce alia

offrì altri cinque talenti dicendo: Signore, cinque talenti mi hai affidato, ecco altri

quinque superlucratus sum ait illi dominus eius euge serve bone et

cinque vi ho guadagnato sopra. 21 Disse a quello il suo Signore: Bene o servo buono e

fidelis quia super pauca fuisti fidelis supper multa te constituam intra in

fedele, poiché sopra poche cose fosti fedele, sopra molte ti costituirò, entra nella

gaudium domini tui accessit autem et qui duo talenta acceperat et

gioia del tuo Signore. 22 E si avvicinò poi anche colui che aveva ricevuto due talenti e

ait Domine duo talenta tradidistis mihi ecce alia duo lucratus sum ait illi

disse: Signore, due talenti mi hai affidato, ecco altri due ho guadagnato. 23 Disse a lui

dominus eius euge serve bone et fidelis quia super pauca fuisti fidelis

il suo Signore: Bene  o servo buono e fedele, poiché sopra poche cose fosti fedele,

super multa te constituam intra in gaudium domini tui accedens autem et qui

sopra molte ti costituirò, entra nella gioia del tuo Signore. 24 Avvicinandosi anche colui

unum talentum acceperat ait Domine scio quia homo durus es

che aveva ricevuto un solo talento disse: Signore, so che sei un uomo duro

metis ubi non seminasti et congregas ubi non sparsisti et timens abii et

mieti dove non hai seminato, e raccogli dove non hai sparso 25 e temendo sono andato

abscondi talentum tuum in terra ecce habes quod tuum est respondens autem

e ho nascosto il tuo talento in terra: ecco  tu hai  ciò che è tuo. 26 Ma rispondendo

dominus eius dixit ei serve male et piger sciebas quia meto ubi non semino et

il suo Signore gli disse . Servo malvagio e pigro, sapevi che mieto dove non semino e

congrego ubi non sparsi oportuit ergo te committere

raccolgo dove non ho sparso: 27 sarebbe stato dunque opportuno che tu avessi affidato

pecuniam meam nummulariis et veniens ego recepissem utique quod meum est cum usura

il mio denaro ai banchieri e venendo io avrei ricevuto in ogni caso ciò che è mio con usura.

tollite itaque ab eo talentum et date ei qui habet decem talenta

28 Pertanto togliete a lui il talento e date a colui che ha dieci talenti;

omini enim habenti dabitur et abundabit ei autem qui non habet et quod

29 infatti a ognuno che ha sarà dato e abbonderà, ma a colui che non ha anche ciò che

videtur habere auferetur ab eo et inutilem servum eicite in tenebras

sembra avere sarà tolto via da lui. 30 E l’inutile servo buttatelo fuori nelle tenebre

exteriores illic erit fletus et stridor dentium cum autem venerit Filius hominis

esteriori; lì sarà il pianto e lo stridore di denti. 31 E quando sarà venuto il Figlio dell’uomo

in maiestate sua et omnes angeli cum eo tunc sedebit super sedem

nella sua maestà e tutti gli angeli con lui, allora sederà sopra il trono

maiestatis suae et congregabuntur ante eum omnes gentes et separabit eos

della sua maestà, 32 e saranno riunite davanti a lui tutte le genti e separerà quelli

ab invicem sicut pastor segregat oves ab haedis et statuet oves

gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capretti, 33 e stabilirà le pecore

quidem a dextris suis haedos autem a sinistris dicet rex his qui a dextris eius

alla sua destra, i capretti alla sinistra. 34 Allora dirà il re a coloro che saranno alle sua

eius erunt venite benedicti Patris mei possidete paratum vobis

destra: Venite benedetti del Padre mio, possedete il regno preparato per voi

a constitutione mundi esurivi enim et dedistis mihi manducare sitivi et

da costituzione di mondo. 35 Infatti ebbi fame e deste a me da mangiare; ebbi sete e

dedistis mihi bibere hospes eram et colligistis me nudus et cooperuistis me infirmus

deste a me da bere; ero straniero  e accoglieste me, 36 nudo e copriste me , malato

et visitastis me in carcere eram et venistis ad me tunc respondebunt ei iusti

e visitaste me, ero in carcere e veniste a me. 37 Allora risponderanno a lui i giusti

dicentes Domine quando te vidimus esurientem et pavimus te sitientem et dedimus

dicendo: Signore, quando ti vedemmo affamato e nutrimmo te, assetato e demmo

tibi potum quando autem te vidimus hospitem et collegimus te aut nudum et

a te da bere? 38 Quando ti vedemmo straniero e accogliemmo te, o nudo e

cooperuimus te aut quando te vidimus infirmum aut in carcere et venimus ad te et

coprimmo te? 39 O quando ti vedemmo infermo o in carcere e venimmo a te? 40 E

respondens rex dicet illis amen dico vobis quamdiu fecistis uni

rispondendo il re dirà loro: in verità, dico a voi, per quanto a lungo  faceste a uno

uni ex his fratribus meis minimis mihi fecistis tunc dicet et his qui a sinistris erunt

solo di questi fratelli miei minimi, a me avete fatto. 41 Allora dirà anche a questi che saranno

discedite a me maledicti in ignem aeternum qui paratus est

alla sinistra: Andate via da me maledetti nel fuoco eterno, che è stato preparato

diabolo et angelis eius esurivi enim et non dedistis mihi manducare

per il diavolo e per i suoi angeli. 42 Infatti ebbi fame  e non deste a me da mangiare,

sitivi et non dedistis mihi potum hospes eram et non collegistis me nudus et non

ebbi sete e non deste a me da bere, 43 ero straniero e non accoglieste me; nudo, e non

cooperuistis me infirmus et in carcere et non visitastis me tunc respondebunt ei et

copriste me; infermo e in carcere e non visitaste me. 44 Allora gli risponderanno anche

ipsi dicentes Domine  quando te vidimus esurientem aut sitientem aut hospitem 

loro dicendo: Signore, quando ti vedemmo affamato o assetato o straniero

aut nudum aut infirmum aut in carcere et non ministravimus tibi tunc respondebit illis

nudo o infermo o in carcere e non abbiamo servito te? 45 Allora risponderà loro

dicens amen dico vobis quamdiu non fecistis uni de minoribus his

dicendo. In verità dico a voi: per quanto a lungo non avete fatto  a un solo di questi

nec mihi fecistis et ibunt hi in supplicium aeternum

più piccoli, neppure a me avete fatto. 46 E andranno questi in un supplizio eterno,

iusti autem in vitam aeternam

i giusti invece in una vita eterna.

 

 

 

 

Allora simile sarà il regno dei cieli a dieci vergini che prendendo le loro lampade uscirono incontro allo sposo e alla sposa.

“Questa parabola o similitudine delle dieci vergini stolte e prudenti alcuni la riferiscono soltanto allo stato di verginità. Alcune vergini, come dice l’Apostolo, sono tali nel corpo e nell’anima, mentre altre, pur conservando la verginità del corpo, non la possiedono nelle restanti loro opere; oppure, mantenute nello stato di verginità dai loro genitori, col cuore si sono per loro conto sposate. A me sembra però che queste parole possano avere anche un altro significato, cioè che non si riferiscano soltanto allo stato della verginità, ma alla condizione generale dell’uomo. Come infatti i due uomini che stanno nel campo e le due donne che stanno alla macina significano i due popoli, quello dei cristiani e quello dei giudei, cioè il popolo dei santi e quello dei peccatori, i quali ultimi, essendo anch’essi nella chiesa, sembrano anch’essi arare e macinare mentre ogni cosa compiono ipocritamente, così anche qui le dieci vergini rappresentano tutti gli uomini che sembrano credere in Dio e tenere in onore le Sante Scritture, siano essi uomini di chiesa, giudei o eretici. Sono pertanto chiamate tutte vergini perché si gloriano nella conoscenza dell’unico Dio e le loro anime non sono travolte dalla tempesta dell’idolatria. Hanno però con sé l’olio quelle vergini che adornano con le opere la loro fede; non lo hanno quelle che, pur sembrando nutrire un’identica fede in Dio, trascurano l’esercizio delle virtù... ( Gerolamo )

“Le vergini sagge sono le anime che, cogliendo il momento favorevole, durante il quale si trovano nei corpi per compiere opere buone, si sono preparate per andare per prime incontro alla venuta del Signore. Le stolte invece sono le anime che, rilassate e negligenti, hanno avuto solo la preoccupazione della cose presenti, e, dimentiche delle promesse di Dio, non si sono protese fino alla speranza della resurrezione . E poiché le stolte non possono andare incontro con le lampade spente, chiedono a quelle, che erano sagge, di prestare loro dell’olio. Ma queste risposero che non potevano dargliene, perché non ce ne sarebbe stato abbastanza per tutte: il che significa che nessuno deve appoggiarsi sui meriti altrui, perché è necessario che ognuno compri dell’olio per la propria lampada”. ( Ilario )

E’ chiara la proiezione in senso escatologico di queste parole, “allora simile sarà il regno dei cieli”.  Ma il discorso della fine ancora una volta fa tutt’uno con il discorso della nostra fine. Perché la venuta del Signore è già un dato e un fatto, così pure il suo matrimonio con la chiesa. D’ora in poi la fede dovrà misurarsi non solo con l’amore di Dio Padre, ma prima ancora con quello sponsale di Gesù. Noi non attendiamo semplicemente la venuta del Figlio, ma quella del nostro sposo, per entrare nel novero di coloro che si sono già uniti a lui col vincolo dell’amore eterno e indissolubile. Per questo non ci può essere attesa se non di coloro che sono ancora vergini, almeno nell’apparenza e nell’abito. Se la sposa di cui attendiamo la venuta è la chiesa che è già nella gloria del Signore, le dieci vergini rappresentano tutti coloro che attendono di entrare nel mistero eterno dell’amore divino. Ancora una volta va rilevato che non siamo chiamati ad essere semplici spettatori dell’amore del Figlio, ma  a condividere questo dono con tutti coloro che hanno già scelto di essere solo di Cristo e per Cristo. Ma non basta avere il cuore libero e non legato ad alcuna creatura. La verginità di per sé non  garantisce l’attesa e l’aspettativa di un amore diverso. Si può essere vergini per altre ragioni,  non legate esclusivamente all’attesa del Signore. Non c’è verginità accetta a Dio, se non quella che “esce” dalla quotidianità  della vita, solo per andare incontro al suo Signore.  Un cuore vergine che già ha intrapreso il cammino della salvezza non è ancora un cuore accetto a Dio. Bisogna perseverare nella fede fino alla fine, aspettando la Sua venuta e l’eterno sì dello sposo. L’amore non è vero se non quando ha salde radici, e ha salde radici soltanto quando è messo alla prova. Nessun uomo è pago di un amore semplicemente dichiarato e non ancora provato. Così il Signore non si affida per sempre se non a coloro che hanno dimostrato di amarlo e di cercarlo in modo unico ed esclusivo. Nelle tenebre della vita non si può intraprendere cammino alcuno di salvezza senza la luce che ci viene dal Signore. Per questo dobbiamo portare la lampada che è la nostra fede, per non perderci nelle tenebre di questo mondo. Ma non c’è luce o lampada che non si alimenti ogni giorno del dono del Signore, della sua parola innanzitutto e dei sacramenti che passano per le mani della chiesa.

2 Cinque di loro erano sciocche e cinque prudenti. 3 Le cinque sciocche prese le lampade, non presero olio con sé; 4 ma le prudenti presero olio nei loro vasi insieme con le lucerne.

Sciocco è l’uomo che fiducioso nella luce che gli è stata data, si chiude nella presunzione della propria giustizia e finisce per assopire il proprio cuore, senza rendersene conto. Perché la luce della fede allorché posseduta non si spegne improvvisamente, ma poco a poco, e bisogna ravvivarla ogni giorno. Più chiaramente comprendiamo ora che queste parole non sono dette a tutti, ma a noi che siamo discepoli, perché da sapienti non diventiamo stolti. Non possiamo vivere per Cristo e nel contempo  trascurare la lampada della nostra fede, rincorrendo le cose di questo mondo, fiduciosi nel fatto che la fede non è ancora spenta del tutto e rimandando la pienezza della grazia e la serietà di vita al domani. Perché il giorno del Signore verrà quando meno ce lo aspettiamo e allora non ci basterà una qualsiasi luce, ma avremo bisogno di ogni pienezza, per essere graditi allo sposo. Prudente è l’uomo che non si accontenta semplicemente di credere, ma mette al sicuro il dono del Signore e prega incessantemente e non è mai sazio dei doni dello Spirito. E’ condannata l’ingordigia del mondo e degli uomini di questo mondo, ma va esaltata  l’ingordigia spirituale di chi non è mai sazio dell’amore divino e dei suoi baci e ne fa incetta, anche per il domani, perché ogni giorno nasca e trascorra nel ricordo di ieri. Il cuore che si “allontana”, se pur per un po’ dal Signore, si fa tiepido e chi è tiepido perde non solo il calore che dà la gioia, ma anche ogni slancio ed ogni entusiasmo nella corsa.

5 E facendo indugio lo sposo dormicchiarono e s’addormentarono.

Fa indugio il nostro sposo perché l’attesa fa crescere l’amore. Non dormicchiamo sugli allori del passato, perché non ci accada di cadere nel sonno e di essere svegliati, quando è troppo tardi. Perché la chiesa può ben metterci in allarme, allorché siamo custoditi nel suo grembo, ma non può darci all’ultimo minuto quella luce che ogni giorno ha custodito nella propria casa.

“Non è poco il tempo che intercorre tra la prima e la seconda venuta del Signore. “Tutte presero a sonnecchiare e si addormentarono”, cioè morirono, perché la morte dei santi ha il nome di sonno. Coerentemente dice che “si addormentarono”, perché dovranno essere svegliate”. ( Gerolamo )

6 Nel mezzo della notte fu fatto un  clamore: Ecco viene lo sposo, uscite incontro a lui.

Grida la chiesa in mezzo alle tenebre più profonde, per dirci che viene lo sposo e dobbiamo uscire incontro a lui, non semplicemente dal mondo, ma verso colui che è il nostro mondo.

“D’improvviso, nell’oscurità della notte, mentre tutti sono tranquilli e pesantissimo è il sonno, l’avvento di Cristo sarà annunciato dal grido degli angeli e dalle trombe delle potestà celesti che lo precedono. Aggiungiamo qualcosa che può tornare utile al lettore. E’ tradizione dei Giudei che Cristo venga di notte, a somiglianza dei tempi d’Egitto, quando, celebrata la Pasqua, venne l’angelo sterminatore, e il Signore passò sopra le tende, e gli stipiti delle porte furono consacrati col sangue dell’agnello. Da ciò credo nasca la tradizione apostolica secondo cui nel giorno della vigilia di Pasqua non si congeda il popolo prima di mezzanotte, appunto perché si attende la venuta di Cristo. E quando tale ora è passata, certi che non venga più, tutti si dedicano a solennizzare la festa. E’ per questo che anche il salmista dice: ”A mezzanotte mi leverò per celebrare i tuoi giusti decreti”: ( Gerolamo )

7 Allora si alzarono insieme tutte quelle vergini e ornarono le loro lampade.

In quel giorno tutti i chiamati si alzeranno insieme e orneranno le loro lampade per far festa a Gesù e per essere a lui graditi. Volgeremo  lo sguardo alla lampada della nostra fede e ne vedremo la pienezza o la povertà. Che non ci accada di essere fra coloro che vedendo venire meno la propria fede, troppo tardi chiederanno aiuto ai  fratelli di un tempo.

8 E le sciocche dissero alle sapienti: Dateci dell’olio vostro, poiché le nostre lampade si spengono.

“Lamentandosi che le loro lampade si spengono, dimostrano che esse in parte ancora risplendono; tuttavia esse non hanno la luce eterna, né perpetue sono le loro opere. Chi dunque possiede un’anima vergine e ama il pudore, non deve contentarsi delle cose mediocri, le quali rapidamente vengono meno e s’inaridiscono appena nate; segua invece la perfetta virtù, per avere la luce eterna”. ( Gerolamo )

9 Risposero le prudenti dicendo: Non accada che non sia sufficiente per noi e per voi, andate piuttosto da coloro che  vendono e comperate per voi.

Nessuno potrà sopperire alla povertà della nostra fede se non rimandandoci a quella chiesa che è madre di tutti e a tutti dona in nome di Cristo e per volontà di Cristo.

“Non rispondono così per avarizia, ma per il timore di restarne prive. Ciascuno infatti riceverà il premio secondo le sue opere, e non possono nel giorno del giudizio le virtù degli uni lavare le colpe degli altri. E come al tempo della cattività babilonese Geremia non poté essere d’aiuto ai peccatori, tanto che gli fu detto: “Non pregare per questo popolo”, così sarà carico di timore quel giorno in cui ciascuno dovrà darsi pensiero solo di sé medesimo”. ( Gerolamo )

“Quest’olio è in vendita, e si compra a caro prezzo, e si conquista con grande fatica, come comprendiamo che avviene nelle elemosine, nella conquista di ogni altra virtù e nella pratica dei consigli che ci vengono dati dai nostri maestri”. ( Gerolamo )

10 Mentre quelle andavano a comperare, venne lo sposo

“Le vergini sagge consigliano loro di non andare incontro allo sposo prive dell’olio per le lampade; ma poiché è già trascorso il tempo in cui lo si può comprare ed è sopraggiunto il giorno del giudizio e non v’è più tempo per pentirsi, tanto che il salmista dice: “Ma all’inferno chi ti confesserà?”, le vergini stolte non possono più compiere nessuna opera e sono costrette a rendere ragione di quello che hanno fatto”. ( Gerolamo )

 e le pronte entrarono con lui alle nozze, e fu chiusa la porta.

“Dopo il giorno del giudizio, nessuno ha più la possibilità di compiere ciò che è buono e ciò che è giusto”. ( Gerolamo )

11 Alla fine  vengono anche le altre vergini dicendo: Signore, Signore, apri a noi.

“Nell’invocare il Signore c’è la piena confessione, e la ripetuta invocazione è indizio di fede; ma a che giova implorare con le labbra colui che con le opere rinneghi?”. ( Gerolamo )

12 Ma quello rispondendo disse: In verità dico a voi, non so chi voi siete.

“Il Signore conosce coloro che sono suoi e ignorerà coloro che lo ignorano. Il Signore non conosce gli operatori d’iniquità: anche se sono vergini, anche se possono gloriarsi della purezza del corpo e della confessione della vera fede, tuttavia, poiché non hanno l’olio della conoscenza, tocca loro la condanna, che consiste nell’essere ignorati dallo sposo”. ( Gerolamo )

13 Vegliate dunque, perché non sapete il giorno né l’ora.

“Io sempre esorto il prudente lettore a non accedere alle superstiziose interpretazioni, come quelle che ad arbitrio di coloro che le inventano, vengono dette spiegazioni analitiche, ma a considerare invece le cose dette per prime, quelle che stanno in mezzo e quelle che seguono per ultime, collegando poi insieme tutto quanto è stato scritto. Perciò quando dice ora: ”Vegliate, perché non sapete né il giorno né l’ora”, serve a illuminare tutto quanto Gesù ha detto finora su coloro che sono nel campo, sulle donne che stanno alla macina, sul padrone di casa che affida le sue sostanze al servo, e sulle dieci vergini. Tali parabole per questo ci sono state dette prima, perché, non conoscendo noi tutti il giorno del giudizio, possiamo con ogni cura rifornirci della luce delle buone opere, prima che il giudice venga”. ( Gerolamo )

Breve è il tempo della vita e sconosciuto il giorno del giudizio. Non aspettiamo tempo e non perdiamo tempo. E neppure confidiamo nella possibilità di una tardiva conversione e di poter godere da vecchi degli insegnamenti della chiesa. E’ questo il tempo della grazia e della salvezza. Restiamo saldi nella fede e vigilanti nell’attesa del Signore, perché non ci accada di restare fuori dalle nozze e di invocare inutilmente il Signore, quando ormai è troppo tardi.

Come vi è una fede senza attesa così vi è un’attesa senza fede. Essa opera per il Signore e crede nel giudizio finale, ma non porta con sé la luce del Figlio. E’ consapevole dei doni del Padre ma non opera in Gesù e per Gesù. In quest’ottica dobbiamo leggere la parabola seguente che completa il senso di quella che precede.

14 Così come  un uomo che parte per un paese lontano chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. 15 E a uno diede cinque talenti, ad un altro due, ad un altro ancora uno solo, ad ognuno secondo la  propria potenza e partì subito.

Prima di essere figli eravamo servi, e non siamo diventati figli se non quando il Signore ci ha donato tutti i suoi beni, con Gesù e con la Sua venuta tra noi. Cosa rappresentano questi talenti se non i doni inestimabili della grazia del Cristo, donati a tutta la chiesa se pur in misura diversa per ognuno di noi? Errano coloro che vedono in questi talenti i doni naturali. Di naturale, ovvero di strutturale , ma sempre per volontà di Dio, vi è solo la nostra potenza ossia il modo in cui ci avviciniamo a questi doni e li usiamo, secondo la nostra intelligenza, cultura, carattere, tempo in cui viviamo. Si tratta ovviamente di un concetto di potenza che ricalca il nostro modo di vedere e di un giudizio di valore che non può appartenere a Colui che rende gli ultimi primi e i primi ultimi. In quanto al Padre sappiamo che dona senza misura e il Figlio è venuto perché abbiamo la vita e l’abbiamo in sovrabbondanza. Così l’interesse della parabola non è concentrato sul numero dei talenti che ci sono stati dati. Che ci appaiano pochi o molti, nulla importa. Non è questo ciò che ha rilevanza davanti a Dio, ma il modo in cui noi ci atteggiamo di fronte a questi doni. Alla fine il premio sarà uguale per tutti, perché vi possono bensì essere doni diversi, ma vi è un unico Amore. Il confronto non è tra chi usa bene i suoi talenti naturali e chi non li usa affatto, ma tra coloro che usano bene il dono di grazia che da Israele è disceso a tutta la chiesa e fra coloro che pur essendo stati beneficiari del dono, non comprendono il suo valore né la novità di vita che porta con sé. Continuano a vivere come servi pur essendo stati chiamati all’adozione divina: servi fedeli non c’è dubbio, ma incapaci di osare e di operare come figli.

“Non v’è dubbio che quest’uomo, questo padrone di casa, è Cristo stesso, il quale, mentre s’appresta vittorioso ad ascendere al Padre dopo la risurrezione, chiamati a sé gli apostoli, affida loro la dottrina evangelica, dando a uno più e a un altro meno, non perché vuol essere con uno più generoso e con l’altro più parco, ma perché tiene conto delle forze di ciascuno ( l’Apostolo dice qualcosa di simile quando afferma di aver nutrito col latte coloro che non erano ancora in grado di nutrirsi con cibi solidi ). Infatti poi con uguale gioia ha accolto colui che di due ne ha fatto quattro, considerando non l’entità del guadagno, ma la volontà di far bene. Nei cinque, come nei due e nell’unico talento, scorgiamo le diverse grazie che a ciascuno vengono date... ( Gerolamo )

“Col padrone di casa egli indica se stesso. La durata del viaggio è il tempo della penitenza, durante il quale, sedendo nei cieli alla destra di Dio, ha accordato a tutto il genere umano il potere di credere e di agire secondo il Vangelo. Ciascuno quindi ha ricevuto secondo la misura della propria fede il proprio talento, cioè l’insegnamento del Vangelo, da colui che insegnava. Questo è il bene incorruttibile, il patrimonio di Cristo, riservato ai suoi eredi eterni”. ( Ilario )

Nell’imminenza della sua dipartita Gesù raccomanda ai  discepoli di vegliare fino al suo ritorno e di far buon uso dei doni della sua grazia. Se ne andrà in un paese che a noi apparirà lontano, ma non tarderà a venire. E nell’attesa della sua venuta come figli obbedienti facciamo la sua volontà, mettiamo a repentaglio tutto quello che ci è stato dato, non in modo temerario, ma nello spirito della fede, che tutto perde, per tutto riavere moltiplicato già su questa terra.

16 Se ne andò colui che aveva ricevuto cinque talenti e operò in essi e guadagnò altri cinque. 17 Similmente anche colui che aveva ricevuto due, guadagnò altri due.

“Il servo che ha ricevuto cinque talenti è il popolo dei credenti uscito dalla Legge: partito da questa, ne ha raddoppiato il profitto, operando in modo onesto e retto il compimento della fede evangelica. Nella resa dei conti c’è l’esame del giudizio, in cui sono richiesti il profitto della parola celeste e la restituzione del talento distribuito. Colui dunque, al quale sono stati consegnati cinque talenti, al ritorno del Signore, ne presentò dieci da cinque. Fu trovato cioè nella fede come lo fu nella Legge, avendo completato, con la grazia della giustificazione evangelica, l’obbedienza ai dieci comandamenti prescritti nei cinque Libri di Mosè. Così è invitato ad entrare nella gioia del Signore, cioè è accolto nell’onore della gloria di Cristo. Il servo invece, al quale sono stati consegnati due talenti è il popolo dei pagani, giustificato mediante la fede e la confessione del Padre e del Figlio, e che ha confessato nostro Signore Gesù Cristo Dio e uomo per lo Spirito e la carne. Con il cuore infatti si crede e con la bocca si fa professione di fede. Questi quindi sono i due talenti che gli sono stati consegnati. Ma come il primo aveva conosciuto tutto il mistero nei cinque talenti, cioè nella Legge, e lo aveva raddoppiato mediante la fede evangelica, così il secondo ha avuto il merito di accrescere i suoi due talenti mediante le opere. E malgrado la differenza nella consegna e nella restituzione, c’è una stessa ricompensa tuttavia da parte del Signore per entrambi, affinché sapessimo che la fede dei pagani è considerata in maniera uguale alla conoscenza di coloro che credono a partire dalla Legge. Infatti con la stessa lode è invitato a entrare nella gioia del Signore. E se raddoppia la somma ricevuta, è perché hanno aggiunto alla fede le opere e hanno compiuto nei fatti e nelle opere ciò cui avevano creduto con la mente”. ( Ilario )

Se ne vanno i primi due, non fuori dalla chiesa, bensì oltre lo spirito dell’Antico Testamento, per operare in novità di vita e per accrescere la propria vita.

18 Ma chi aveva ricevuto uno solo, andandosene scavò in terra e nascose il denaro del suo padrone.

“Il servo malvagio, dominato dalle opere terrene e dai piaceri del mondo, trascurò e macchiò i precetti di Dio. Un altro evangelista dice che questo serve tenne la sua moneta legata in una pezzuola, cioè vivendo nella mollezza e nelle delizie, rese inefficiente l’insegnamento del padrone di casa”. ( Gerolamo )

“Colui invece, che ha ricevuto un solo talento e lo ha nascosto sotto terra, è il popolo che si ferma alla Legge, tutto carnale e senza sapienza e intelligenza spirituale, e nel quale non è entrata la virtù dell’insegnamento evangelico. Invidioso della salvezza futura dei pagani, ha nascosto sotto terra il talento ricevuto, e senza utilizzarlo lui stesso, non lo ha dato neanche ad altri perché lo utilizzassero, ritenendo che la Legge fosse sufficiente per la salvezza. E siccome gli si chiedeva conto, così rispose: “Ho avuto paura di te”, come se si astenesse dall’usare la libertà evangelica per un rispetto timoroso dei comandamenti antichi, e dicesse: “Ecco qui il tuo”, come se fosse rimasto in quei precetti che il Signore ha prescritto”. ( Ilario )

C’è anche nella chiesa chi accoglie il dono e se ne va verso una vita nuova, ma è poi risucchiato dalla mentalità e dallo spirito di un tempo. Subito si arresta e non osa affrontare il rischio che ogni perdita se pur temporanea comporta con sé, e ritorna sulla via antica, la meno produttiva, ma la più sicura certamente. Scava e lavora tenendo gli occhi sulla terra, dimentico della grazia che viene dal cielo, e mette il dono di Dio in luogo sicuro. Così l’uomo della Legge ritorna sui suoi passi ed è risucchiato dalla via antica, l’unica che gli dà certezza, perché già battuta dai padri: capace di conservare la vita che è stata data, ma incapace di generare un’altra vita. E non si creda che quest’uomo di cui parla Gesù, sia l’uomo peccatore in senso lato, perché il peccatore non conserva, ma distrugge. Ma c’è anche chi conserva inutilmente. Così i dottori della Legge, gelosi custodi del dono antico, non sanno in esso e per esso operare per la vita eterna. Attendono il ritorno del padrone, è vero, ma non di colui che ci ha fatti figli, bensì del Dio dei padri antichi.

19 Dopo molto tempo venne il padrone di quei servi, e pose in alto la parola con loro.

Non c’è giudizio di Dio, che non sia per la parola e secondo la parola. “Pose in alto” come giudice sovrana di fronte alla quale è chiusa ogni bocca.

20 E avvicinandosi colui che aveva ricevuto cinque talenti offrì altri cinque talenti dicendo: Signore, cinque talenti mi hai affidato, ecco altri cinque vi ho guadagnato sopra. 21 Disse a quello il suo Signore: Bene o servo buono e fedele, poiché sopra poche cose fosti fedele, sopra molte ti costituirò, entra nella gioia del tuo Signore. 22 E si avvicinò poi anche colui che aveva ricevuto due talenti e disse: Signore, due talenti mi hai affidato, ecco altri due ho guadagnato. 23 Disse a lui il suo Signore: Bene  o servo buono e fedele, poiché sopra poche cose fosti fedele, sopra molte ti costituirò, entra nella gioia del tuo Signore.

“Ambedue i servi, e quello che di cinque talenti ne ha fatto dieci e quello che di due ne ha fatto quattro, ricevono identiche lodi dal padrone di casa. E dobbiamo rilevare che tutto quanto possediamo in questa vita, anche se può sembrare grande ed abbondante, è sempre poco e piccolo a confronto dei beni futuri. “Entra - dice il padrone - nella gioia del tuo Signore”: cioè ricevi quel che occhio mai vide, né orecchio mai udì, né mai cuore d’uomo ha potuto gustare. Che cosa mai di più grande può essere donato al servo fedele, se non di vivere insieme col proprio Signore e contemplare la gioia di lui?”. ( Gerolamo )

24 Avvicinandosi anche colui che aveva ricevuto un solo talento disse: Signore, so che sei un uomo duro, mieti dove non hai seminato, e raccogli dove non hai sparso 25 e temendo sono andato e ho nascosto il tuo talento in terra: ecco  tu hai  ciò che è tuo.

La risposta ben rivela lo spirito e la mentalità di chi è vissuto nello spirito della Legge.

Per gli scribi e i farisei il Signore è un uomo duro: uomo non perché credano nel Dio che si è fatto uomo, ma perché pensano che Dio abbia il loro stesso spirito e la loro stessa mentalità. E un re del cielo che assomiglia ai re di questo mondo, non può che essere duro e mietere dove non ha seminato e raccogliere dove non ha sparso. Incute il timore, perché non conosce il perdono né generosità alcuna. E bisogna stare attenti a non farsi trovare senza possibilità di pagare il tributo. Meglio mettere da parte ciò che ci ha affidato, in luogo sicuro, per poter restituire ciò che è suo. Meglio non andare oltre l’osservanza della Legge e una vita onesta che non distrugge e non rinnega il dono di Dio, ma lo custodisce gelosamente, senza frutto però e senza possibilità di considerare in modo diverso il dono che viene dal cielo. L’uomo della Legge si comporta come un servo, fedele per timore e non per amore. Non comprende l’amore che si manifesta nel Figlio: non conosce slancio, né entusiasmo e si guarda bene da certi colpi di testa. E diventa critico e polemico nei confronti di coloro che fanno scelte radicali, e li chiama esaltati e fanatici e cerca di riportarli all’uso della ragione. Perché in fin dei conti un Dio che miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso non merita tanto. Ed è disposto a comprendere e a giustificare le follie e le debolezze della carne, ma non quelle dello Spirito. Perché non crede nell’amore di Dio, che si manifesta nel Figlio. E’ radicato nelle proprie certezze, “So che sei un uomo duro” e non si arrende all’evidenza dei fatti, neppure davanti a Cristo crocifisso per mano dell’uomo e per il bene dell’uomo. E come può aspettarsi il consenso del Padre chi ha messo a morte il Figlio e ha rifiutato il dono che viene dal cielo? Potrà ben vantare  la propria giustizia ed onestà, ma non avrà parte dei beni eterni. “Quanto sta scritto nel salmo: ”A cercare scuse per i peccati”, si applica anche a questo servo, il quale alla pigrizia e alla negligenza, ha aggiunto anche la colpa della superbia. Egli che non avrebbe dovuto far altro che confessare la sua infingardaggine e supplicare il padrone di casa, al contrario lo calunnia, e sostiene di aver agito con prudenza non avendo cercato alcun guadagno per timore di perdere il capitale”. ( Gerolamo )

“Nascondere il talento sotto terra significa occultare la gloria della nuova predicazione sotto la condanna della passione corporale. Come uno che, non potendo negare che Cristo Signore era stato mandato per la salvezza dei pagani - la sua venuta e la sua passione infatti provengono dalla Legge -, non ha voluto tuttavia lui stesso obbedire ai Vangeli, disse: “So che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso”. La natura del mondo attuale non ammette che ci sia una messe senza seme e che si raccolga ciò che non è stato seminato. Ma questo passo è tutto spirituale. Abbiamo detto infatti che questi è il popolo venuto dalla Legge. Esso non ignora la venuta del Signore e la salvezza dei pagani, ma è infedele, dal momento che sa che i frutti di giustizia devono essere mietuti dove la Legge non è stata seminata e devono essere raccolti tra i pagani, che non si sono propagati a partire dalla discendenza di Abramo. Perciò quest’uomo era duro, perché avrebbe giustificato senza la Legge, avrebbe raccolto senza spargere e avrebbe mietuto senza seminare. E sarà tanto più imperdonabile per avere occultato l’insegnamento e sotterrato il talento che gli era stato consegnato, in quanto sapeva che egli avrebbe mietuto senza seminare e avrebbe raccolto ciò che non aveva sparso. Avrebbe dovuto piuttosto affidare ai banchieri, cioè condividere con tutto il genere umano, che è preso dagli affari del mondo, l’utilizzazione del talento a lui affidato, poiché il Signore chiederà a ciascuno la sua restituzione. Per questa colpa gli viene tolto il talento, non tanto quello del Vangelo che aveva sotterrato, quanto quello della Legge, e viene dato a colui che avrà raddoppiato i suoi cinque talenti. E il Signore afferma: “Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza, poiché  per i ricchi è facile potersi arricchire mediante un accrescimento della generosità o dello sforzo. Ma in che modo colui che non ha potrà subire un danno? Invece è proprio così, poiché a coloro che hanno l’esperienza del Vangelo viene reso anche l’onore della Legge, ma a colui che non ha la fede in Cristo viene tolto anche l’onore che credeva di avere dalla Legge”. ( Ilario )

26 Ma rispondendo il suo Signore gli disse . Servo malvagio e pigro, sapevi che mieto  dove non semino e raccolgo dove non ho sparso: 27 sarebbe stato dunque opportuno che tu avessi affidato il mio denaro ai banchieri e venendo io avrei ricevuto in ogni caso ciò che è mio con usura.

Ancora una volta Gesù smaschera, le ambiguità, le contraddizioni e le falsità dell’uomo della Legge. Se sei convinto che non mi accontento di avere ciò che mi appartiene, perché non mi hai dato di più? Invero l’uomo della Legge pensa che si debba dare a Dio solo ciò che egli reputa di Dio. Detesta il peccato, ma considera lecito e giusto vivere per se stesso. “Basta non rubare, non uccidere, andare alla Messa...”. In quanto alla propria vita, la tiene ben salda nelle sue mani. E’ malvagio e pigro, perché non fa la volontà di Dio, ma conosce slanci di generosità e sa ben operare per se stesso, per salvare ciò   che è destinato a perire. E’ diffidente e incredulo nei confronti del Figlio e non confida nella sua parola, né rimette la propria vita nelle mani della chiesa, per trovare un aiuto e un sostegno nel cammino verso la salvezza. Eppure l’amore di Dio è ben visibile nella comunità degli eletti: chi si affida ad essa, vede moltiplicarsi i doni della grazia, seppur indegno ed impotente ad operare. Se Dio ci appare lontano, la chiesa ci è sempre vicina. Ad essa affidiamoci, quando non sappiamo come operare e che cosa fare. Chi si fa obbediente alla chiesa si fa obbediente a Dio e non lavorerà invano, senza portare frutto.

“Quanto credeva di aver detto in sua difesa, si muta invece in condanna. E il servo è chiamato malvagio, perché ha calunniato il padrone; è detto pigro, perché non ha voluto raddoppiare il talento;: perciò è condannato prima come superbo e poi come negligente. Se - dice in sostanza il Signore - sapevi che io sono duro e crudele e che desidero le cose altrui, tanto che mieto dove non ho seminato, perché questo pensiero non ti ha istillato timore tanto da farti capire che io avrei richiesto puntualmente ciò che era mio, e da spingerti a dare ai banchieri il denaro e l’argento che ti avevo affidato? L’una e l’altra cosa significa infatti la parola greca “argùrion”. Sta scritto: “La parola del Signore è parola pura, argento raffinato nel fuoco, temprato nella terra, purificato sette volte”. Il denaro e l’argento sono la predicazione del Vangelo e la parola divina, che deve essere data ai banchieri e agli usurai, cioè o agli altri dottori ( come fecero gli apostoli, ordinando in ogni provincia presbiteri e vescovi), oppure a tutti i credenti, che possono raddoppiarla e restituirla con l’interesse, in quanto compiono con le opere ciò che hanno appreso dalla parola. A questo servo viene pertanto tolto il talento e viene dato a quello che ne ha fatto dieci, affinché comprendiamo che - sebbene uguale sia la gioia del Signore per la fatica di ciascuno dei due, cioè di quello che ha raddoppiato i cinque talenti e di quello che ne ha raddoppiato due - maggiore è il premio che si deve a colui che più ha trafficato col denaro del padrone. Per questo l’Apostolo dice: “Onora i presbiteri, quelli che sono veramente presbiteri, e soprattutto coloro che si affaticano nella parola di Dio”. E da quanto osa dire il servo malvagio: “Mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso”, comprendiamo che il Signore accetta anche la vita onesta dei pagani e dei filosofi, e che in un modo accoglie coloro che hanno agito giustamente e in un altro coloro che hanno agito ingiustamente, e che infine, paragonandoli con quelli che hanno seguito la legge naturale, vengono condannati coloro che violano la legge scritta”. ( Gerolamo )

28 Pertanto togliete a lui il talento e date a colui che ha dieci talenti; 29 infatti a ognuno che ha sarà dato e abbonderà, ma a colui che non ha anche ciò che sembra avere sarà tolto via da lui. 

“Molti, pur essendo per natura sapienti e avendo un ingegno acuto, se però sono stati negligenti e con la pigrizia hanno corrotto la loro naturale ricchezza, a confronto di chi invece è un poco più tardo, ma con il lavoro e l’industria ha compensato i minori doni che ha ricevuto, perderanno i loro beni di natura e vedranno che il premio loro promesso sarà dato agli altri. Possiamo capire queste parole anche così: chi ha fede ed è animato da buona volontà nel Signore, riceverà dal giusto giudice, anche se per la sua fragilità umana avrà accumulato minor numero di opere buone. Chi invece non avrà avuto fede, perderà anche le altre virtù che credeva di possedere per natura. Efficacemente dice che a costui “sarà tolto anche quello che crede di avere”. Infatti, anche tutto ciò che non appartiene alla fede in Cristo, non deve essere attribuito a chi male ne ha usato, ma a colui che ha dato anche al cattivo servo i beni naturali”. ( Gerolamo )

Chi non opera per Cristo, alla fine perderà ogni dono, perché non è accetto a Dio, se non colui che all’amore assoluto risponde in modo assoluto, senza calcoli, né tentennamenti. Chi  ha messo il Signore al di sopra di ogni bene sarà nell’abbondanza. Non angustiamoci per la povertà presente, ciò che abbiamo dato per Cristo non è perduto, ma tutto riavremo e con quali interessi! 

30 E l’inutile servo buttatelo fuori nelle tenebre esteriori; lì sarà il pianto e lo stridore di denti.

Sarà alla fine spezzato l’incanto e l’illusione di chi crede di essere stato fedele a Dio senza farsi discepolo di Cristo. Potrà ben vantare l’obbedienza alla Legge, ma non sarà accetto al Signore e a tutti sarà manifesta la falsità  delle sue opere. Invero coloro che vantano una propria giustizia, seppur con dichiarata umiltà, nulla hanno da dare a Dio e le loro stesse opere buone, alla fine tanto buone non appariranno. Perché nulla vi è di buono nell’uomo, se non per grazia del Figlio. Non lasciamoci ingannare dalle apparenze, quando non c’è la fede in Cristo: chi non vive per il Figlio sarà trattato come un servo inutile e non potrà abitare in eterno nella casa del Signore.

Il discorso escatologico conchiude con l’esaltazione della fede aperta e dichiarata nel Figlio... perché sia fugata per sempre ogni falsità. Non ci sarà salvezza se non per coloro che hanno accolto Cristo facendosi suoi discepoli e per coloro che hanno accolto i suoi discepoli per farsi di Cristo. Nessuno presuma di salvezza confidando nelle proprie opere, perché è gradito al Padre solo chi opera nel Figlio e per il Figlio. Ciò che alla fine conta e sarà approvato da Dio, non è l’operare inconsapevole del proprio fondamento e del proprio fine, ma solo ciò che è fatto in Cristo e per amore di Cristo. Guai a coloro che falsificano la parola di Dio, per sostenere i propri teoremi e per rispondere a ciò che non ha risposta alcuna da parte di Dio. E’ una forzatura e un inganno leggere la parabola, che segue, nell’ottica della giustificazione ed esaltazione di un amore, che è riconosciuto vero, solo perché rivolto ai più piccoli degli uomini. Perché i piccoli di cui parla Gesù sono i suoi discepoli, né si possono identificare con altri che piccoli sono per altre ragioni e non unicamente per Cristo e in virtù di Cristo. Che ci possa essere un amore inconsapevole verso il Signore, in coloro che ancora non hanno ricevuto l’annuncio del Vangelo, può anche essere vero, ma  questo non riguarda chi sta ascoltando la parola del Signore. E Gesù non ci sta affatto parlando dei fatti altrui ma dei fatti nostri. Nessuno interroghi Dio di ciò che non lo riguarda direttamente, come se Dio dovesse rendere conto a noi del suo operare nei confronti di coloro che non fan parte della chiesa.

31 E quando sarà venuto il Figlio dell’uomo nella sua maestà e tutti gli angeli con lui, allora sederà sopra il trono della sua maestà, 32 e saranno riunite davanti a lui tutte le genti e separerà quelli gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capretti, 33 e stabilirà le pecore alla sua destra, i capretti alla sinistra.

Dopo la venuta gloriosa del Figlio dell’uomo insieme con i suoi angeli, egli sederà per sempre sopra il trono della sua maestà. E’ finito ormai e conchiuso il tempo della storia e il Dio Salvatore si porrà nei confronti dell’uomo come Il Dio che viene a giudicare i morti e i vivi. Nessuno potrà più sottrarsi al confronto con la sua parola, e  coloro che non hanno voluto ascoltare la parola di salvezza saranno costretti ad ascoltare la parola di condanna. Prima della sentenza egli separerà come un pastore le pecore dai capretti e stabilirà le pecore alla sua destra, i capretti alla sinistra. Ma con ciò non farà altro che suggellare per sempre quella divisione che aveva già posto in essere nel tempo della nostra vita. Ora la separazione dei suoi da coloro che suoi non sono diverrà definitiva ( “stabilirà” ) e il giusto non dovrà più sedere alla stessa mensa con l’empio ed il peccatore. La divisione dei cuori diventa divisione fra due mondi e due realtà, che non possono stare l’una accanto all’altra, ma solo separate l’una dall’altra. Le pecore sono figura di coloro che sono obbedienti alla parola del pastore; nei capretti invece è raffigurato lo spirito di disobbedienza e tutti coloro che  sono destinati ad una morte prematura, stimati da Dio come carne da macello, indegni dell’età adulta dell’uomo e della gloria eterna.

“Lui che tra due giorni celebrerà la Pasqua, e dovrà essere consegnato per essere crocifisso e per essere schernito dagli uomini, e dovrà bere l’aceto e il fiele, a buon diritto ora anticipa la gloria del trionfatore per compensare col premio della promessa gli scandali che staranno per compiersi. Da notare che colui che dovrà essere contemplato in tutta la sua maestà è il Figlio dell’uomo. Nelle parole che seguono, e cioè: ”metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra”, puoi scorgere anche ciò che è detto altrove: “Il cuore del sapiente è alla sua destra; il cuore dello stolto alla sua sinistra”. E ancora, in questo stesso Vangelo sta scritto precedentemente: “Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra”. Alle pecore, che raffigurano i giusti, viene ordinato di disporsi a destra; mentre i caproni, cioè i peccatori, che nella Legge venivano offerti in espiazione dei peccati, vanno a sinistra. Non parla di capre, che possono generare, che tosate escono dal lavacro, che hanno tutte parti gemelli e delle quali nessuna è sterile, ma di capri, animali lussuriosi che cozzano con le corna e sempre sono pronti all’accoppiamento. ( Gerolamo )

34 Allora dirà il re a coloro che saranno alle sua destra: Venite benedetti del Padre mio, possedete il regno preparato per voi da costituzione di mondo.

L’interesse e l’attenzione prima del Signore è per i suoi, e come potrebbe essere altrimenti? Non è un giudizio di assoluzione, ma un invito gioioso a prendere possesso di quel regno che da costituzione di mondo il Padre ha preparato per coloro che accolgono la salvezza del Figlio. Perché il Padre ogni cosa ha rimesso nelle mani del Figlio e  chi è gradito al Figlio è gradito anche al Padre. E chi è gradito al Figlio se non coloro che hanno accolto in Gesù il Figlio di Dio? Certamente breve è il tempo della dimora terrena del Salvatore, ma Egli continua ad essere presente e a farsi vivo, ogni giorno e ogni momento nella sua chiesa. Per questo Gesù si identifica con i suoi discepoli, perché il loro annuncio e la loro testimonianza hanno percorso e trascorso l’intero arco della storia,  senza soluzione di continuità. In essi si perpetua il mistero di Colui che, pur essendo primo, si è fatto ultimo degli uomini. Non si è di Cristo solo perché si è poveri, ma si è poveri perché solo di Cristo. L’amore di Dio è chiuso nell’interiorità del cuore e non è visibile all’occhio dell’uomo, ma si rende  visibile nell’amore che lega il discepolo al discepolo. Altrove è detto :”Da questo conosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”. Guai a coloro che si sottraggono a quell’amore che lega la comunità degli eletti! Si condanna da sé alla dannazione eterna. L’amore vero  non è chiuso in sé e per sé, in una sterile contemplazione della propria fonte, ma comunica e genera la vita nuova. Se il giudizio individuale è fatto sul segreto di ogni cuore, il giudizio universale esce da una dimensione individuale e si rapporta all’universalità dell’amore che è comunicante e generante. Perché siano chiuse finalmente tutte le bocche e nessuno possa dire di non aver visto e di non aver udito.

35 Infatti ebbi fame e deste a me da mangiare; ebbi sete e deste a me da bere; ero straniero  e accoglieste me, 36 nudo e copriste me , malato e visitaste me, ero in carcere e veniste a me.

Ogni giorno mi avete visto nei miei discepoli, e in essi avete accolto me. Avete riconosciuto nelle loro parole la mia fame e la mia sete di giustizia e mi avete dato soddisfazione. Li avete visti respinti e rifiutati come stranieri e li avete accolti nella vostra casa, come il  Signore. Il mondo li ha spogliati e voi li avete vestiti. Nel tempo del dolore e della malattia da tutti sono stati abbandonati, ma voi vi siete presi cura di loro. Sono stati messi in carcere per scoraggiare coloro che vogliono imitare il loro esempio, ciononostante voi siete venuti a me.

37 Allora risponderanno a lui i giusti dicendo: Signore, quando ti vedemmo affamato e nutrimmo te, assetato demmo a te da bere? 38 Quando ti vedemmo straniero e accogliemmo te, o nudo e coprimmo te? 39 O quando ti vedemmo infermo o in carcere e venimmo a te? 40 E rispondendo il re dirà loro: in verità, dico a voi, per quanto a lungo  faceste a uno solo di questi fratelli miei minimi, a me avete fatto.

La risposta del giusto è conforme allo spirito del giusto, e nessuno è giusto se non coloro che sono stati giustificati dal Figlio. E come possono rispondere diversamente coloro che sono andati a Gesù nella consapevolezza del proprio peccato e dell’unica giustizia che è nel Figlio? Non c’è un giusto, davanti a Dio, neppur uno solo e come ingiusti gli eletti si presenteranno davanti al Signore, per essere da lui giustificati per sempre. Non si tratta di una fede inconsapevole, né tanto meno di un atteggiamento di umiltà, ma di una reale e fondata consapevolezza del proprio peccato che attende  ancora una volta il perdono, e questa volta per l’eternità.

40 E rispondendo il re dirà loro: in verità, dico a voi, per quanto a lungo  faceste a uno solo di questi fratelli miei minimi, a me avete fatto.

Per l’ultima volta il Signore risponderà al loro bisogno di perdono, non nella forma del compatimento, che porta alla mortificazione ma nella forma dell’esaltazione, che porta alla gioia. Ed è qualcosa di più e di diverso dalla gioia che viene dalla remissione  dei  peccati. Perché alla fine i nostri peccati saranno dimenticati, e la nostra fede sarà esaltata. E questa gioia è solo per coloro che  hanno accolto Gesù nei suoi fratelli,  i più piccoli su questa terra, ma, proprio per questo, i più grandi nel regno dei cieli. E non si creda che Gesù tiri in ballo una qualsiasi piccolezza, anche lontana da lui. Sta parlando a coloro che sono alla sua destra, a loro e solo di loro. Non si può accogliere chi è piccolo per Gesù, senza farsi piccolo per Gesù, né si può accogliere chi è discepolo senza farsi discepolo.

41 Allora dirà anche a questi che saranno alla sinistra: Andate via da me maledetti nel fuoco eterno, che è stato preparato per il diavolo e per i suoi angeli. 42 Infatti ebbi fame  e non deste a me da mangiare, ebbi sete e non deste a me da bere, 43 ero straniero e non accoglieste me; nudo, e non copriste me; infermo e in carcere e non visitaste me. 44 Allora gli risponderanno anche loro dicendo: Signore, quando ti vedemmo affamato o assetato o straniero o nudo o infermo o in carcere e non abbiamo servito te? 45 Allora risponderà loro dicendo. In verità dico a voi: per quanto a lungo non avete fatto  a un solo di questi più piccoli, neppure a me avete fatto. 46 E andranno questi in un supplizio eterno, i giusti invece in una vita eterna.

Il Signore rivolgerà la sua parola anche a coloro che saranno alla sinistra, ma non per lodarli, bensì per la condanna ultima e definitiva. Dopo aver visto la gloria del Figlio dell’uomo e l’esaltazione dei suoi discepoli, saranno allontanati da quella comunità degli eletti, che essi non hanno amato, né accolto come benedetta dal Padre.

Anche i reprobi proveranno stupore per le parole di Gesù, e non sembrerà loro vero di essere condannati. Non c’è giusto che non si creda ingiusto, e non c’è ingiusto che non si creda giusto. E ciò è detto innanzitutto per Israele, che seguiva una via di giustizia e, proprio per questo, ha rifiutato la giustizia che è solo nel Figlio. Gli eletti e i dannati proveranno stupore per le parole di Gesù, ma per ragioni diverse. I primi perché nella consapevolezza della propria ingiustizia si vedranno esaltati dal Signore, i secondi perché nella consapevolezza della propria giustizia si vedranno respinti. E ancora una volta il giudizio si farà sull’amore per Cristo e per la sua chiesa. A nulla serviranno le nostre opere buone se avremo rifiutato Gesù e i suoi discepoli.  Non è accetto l’amore al povero che non sia fatto per Cristo e in nome di Cristo. Avete accolto il povero senza avere fede in me? Ebbene altri avete accolto, e non me.

“Che dici mai, o Signore? Sono tuoi fratelli e li chiami “piccoli”? Ma proprio per questo sono miei fratelli, perché sono umili, poveri, respinti. Questi, in special modo, il Signore chiama alla sua fraternità: gli sconosciuti, i disprezzati, intendendo come tali non solo i monaci e coloro che abitano sui monti, ma ogni fedele. Anche se uno vive nel mondo, ma è affamato, nudo, pellegrino, il Signore vuole che riceva tutta questa assistenza: il battesimo e la partecipazione ai divini misteri lo rendono infatti suo fratello”. ( Crisostomo )

“Avevamo una libera intelligenza per capire che in ogni povero era Cristo affamato che veniva nutrito, o dissetato quando ardeva dalla sete, o ricoverato quand’era forestiero, o vestito allorché era nudo, o visitato mentre era malato, o consolato con la nostra parola quando era in carcere. Ma le parole che seguono: “Quanto avete fatto a uno dei più piccoli di questi miei fratelli, l’avete fatto a me”, non sembra siano rivolte genericamente a tutti i poveri, ma a coloro che sono poveri in spirito, a coloro ai quali, indicandoli con la mano, ha detto: “Ecco, mia madre e i miei fratelli sono coloro che fanno la volontà del Padre mio”. ( Gerolamo )

“Egli rivela che nei più piccoli dei suoi, cioè in coloro che lo servono aspirando alla propria umiliazione, è lui che è nutrito con coloro che hanno fame, dissetato con coloro che hanno sete, ospitato con coloro che sono forestieri, vestito con coloro che sono nudi, visitato con coloro che sono malati, consolato con coloro che sono afflitti. Infatti egli si fonde talmente con i corpi e con i cuori di tutti i credenti, che la sollecitudine nel compiere questi doveri di umanità merita la ricompensa, mentre il loro rifiuto è causa di rovina”. ( Ilario )

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