Vangelo di Matteo cap22

                                        Matteo 22

 

Et respondens Iesus dixit iterum in parabolis eis dicens simile factum est

E rispondendo Gesù parlò di nuovo in parabole a loro dicendo: 2 Simile è stato fatto il

regnum caelorum homini regi qui fecit nuptias filio suo et misit servos suos

regno dei cieli ad un uomo re, che fece nozze al suo figlio. 3 E mandò i suoi servi         

vocare invitatos ad nuptias et nolebant venire iterum misit alios servos

a chiamare gli invitati alle nozze e non volevano venire. 4 Di nuovo mandò altri servi

dicens dicite invitatis ecce prandium meum paravi tauri mei et altilia

dicendo: Dite agli invitati: Ecco ho preparato il mio pranzo, i miei tori e gli  animali

occisa sunt et omnia parata venite ad nuptias illi autem

grassi sono stati uccisi e tutte le cose sono pronte; venite alle nozze. 5 Ma quelli non

neglexerunt et abierunt alius in villam suam alius vero

tennero in considerazione e se ne andarono, chi al proprio podere, chi al proprio

ad negotiationem suam reliqui vero tenuerunt servos eius et contumeliis affectos

commercio; 6 gli altri invero imprigionarono i suoi servi e dopo averli riempiti d’ingiurie li

occiderunt rez autem cum audisset iratus est et missis exercitibus suis perdidit

uccisero. 7 E il re avendo sentito, si adirò e mandati i suoi eserciti fece perire quegli

homicidas illos et civitatem illorum succendit tunc ait servis suis nuptiae quidem

omicidi e incendiò le loro città. 8 Allora disse ai suoi servi: Le nozze certamente sono

paratae sunt sed qui invitati erant non fuerunt digni ite ergo

state preparate, ma quelli che erano stati invitati non furono degni. 9 Pertanto andate ai

ad exitus viarum et quocumque inveneritis vocate ad nuptias et egressi

crocicchi delle strade, e tutti quelli che avrete trovato chiamateli alle nozze. 10 E usciti i

servi eius in vias congregaverunt omnes quos invenerunt malos et bonos

suoi servi lungo le strade, radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni; e

impletae sunt nuptiae discumbentium intravit autem rex ut videret

furono riempite le nozze di persone che giacevano a mensa. 11 Ed entrò il re, per vedere

discumbentes et vidit ibi hominem non vestitum veste nuptiali et ait illi

coloro che giacevano e vide qui un uomo non vestito di veste nuziale. 12 E gli disse:

amice quomodo huc intrasti non habens vestem nuptialem at ille obmutuit

Amico, in che modo sei entrato qui non avendo la veste nuziale? Ma quello ammutolì.

Tunc dixit rex ministris ligatis manibus et pedibus eius mittite eum

13 Allora disse il re ai ministri: Dopo aver legato  mani e  piedi di lui gettatelo nelle

in tenebras exteriores ibi erit fletus et stridor dentium multi enim sunt vocati

tenebre esteriori; qui sarà pianto e stridore di denti. 14 Infatti molti sono chiamati, ma

pauci vero electi tunc abeuntes pharisaei consilium inierunt ut caperent eum

pochi eletti. 15 Allora andando  i farisei tennero consiglio per irretirlo                          

in sermone et mittunt ei discipulos suos cum Herodianis dicentes magister

nel parlare. 16 E mandano a lui i loro discepoli con gli Erodiani dicendo: Maestro,

scimus quia verax es et viam Dei in veritate doces et non est tibi cura

sappiamo che sei veritiero e che la via del Signore insegni in verità, e non hai riguardo

de aliquo non enim respicis personam hominum dic ergo nobis quid tibi videtur

di alcuno, infatti non guardi a faccia di uomini. 17 Di’ dunque a noi che cosa ti sembra:

licet censum dare Caesari an non cognita autem Iesus nequitia eorum

E’ lecito dare tributo a Cesare, o no? 18 E avendo conosciuto Gesù la loro malvagità

ait quid me tentatis hypocritae ostendite mihi numisma census at illi

disse: Perché mi tentate ipocriti? 19 Mostrate a me la moneta del tributo. Ma quelli gli

obtulerunt ei denarium et ait illis Iesus cuius est imago haec et superscriptio

diedero un denaro. 20 E disse loro Gesù: Di chi è questa immagine e l’iscrizione?

Dicunt ei Caesaris tunc ait illis reddite ergo quae sunt

21 Gli dicono: Di Cesare. Allora disse loro: Dunque rendete quelle cose che sono di

Caesaris Caesari et quae sunt Dei Deo et audientes mirati sunt et

Cesare a Cesare, e quelle cose che sono di Dio, a Dio. 22 E sentendo si meravigliarono e

relicto eo abierunt in illo die accesserunt ad eum sadducaei qui

abbandonatolo se ne andarono. 23 In quel giorno si avvicinarono a lui i sadducei, che

dicunt non esse resurrectionem et interrogaverunt eum dicentes magister Moyses

dicono che non c’è risurrezione, e lo interrogavano 24 dicendo: Maestro, Mosè

dixit si quis mortuus fuerit non habens filium ut ducat frater eiuis uxorem

ha detto: se qualcuno sarà morto non avendo figlio,  suo fratello prenda la moglie di

illius et suscitet semen fratri suo erant autem apud nos septem fratres

quello e faccia risorgere il seme di suo fratello. 25 Ma vi erano presso di noi sette fratelli,

et primus uxore ducta defunctus est et non habens semen reliquit uxorem suam

e il primo, presa moglie, morì, e non avendo seme lasciò sua moglie

fratri suo similiter secundus et tertius usque ad septimum novissime autem omnium

a suo fratello. 26 La stessa cosa il secondo e il terzo fino al settimo. 27 Dopo tutti

et mulier defuncta est in resurrectione ergo cuius erit de septem uxor

anche la donna morì. 28 Dunque nella resurrezione di chi sarà dei sette moglie?

Omnes enim habuerunt eam respondens autem Iesus ait illis erratis

Infatti tutti l’hanno avuta. 29 E rispondendo Gesù disse loro: Voi sbagliate non

nescientes Scripturas neque virtutem Dei in resurrectione enim neque nubent

conoscendo le scritture né la potenza di Dio. 30 Nella resurrezione infatti, né sposeranno

neque nubentur sed erunt sicut angeli Dei in caelo

né saranno  sposati, ma saranno come angeli di Dio in cielo.

de resurrectione autem mortuorum non legistis quod dictum est a Deo

31 Riguardo alla resurrezione dei morti non avete letto ciò che è stato detto da Dio che

dicente vobis ego sum Deus Abraham et Deus Isaac et Deus Iacob non est Deus

dice a voi: 32 Io sono il Dio di Abramo e il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe? Non è il Dio

mortuorum sed viventium et audientes turbae mirabantur in doctrina eius

di morti, ma di viventi. 33 E sentendo le folle si meravigliavano della sua dottrina.

Pharisaei autem audientes quod silentium imposuisset sadducaeis convenerunt

34 Ma i farisei sentendo che aveva imposto il silenzio ai sadducei si radunarono

in unum et interrogavit eum unus ex eis legis doctor tentans eum magister quod est

35 e lo interrogò uno solo di loro dottore della Legge, tentandolo. 36 Maestro, qual è un

mandatum magnum in lege ait illi Iesus diliges Dominum Deum tuum

grande comandamento nella Legge? 37 Gli disse Gesù: Amerai il Signore  Dio tuo

ex toto corde tuo in tota anima tua et in tota mente tua hoc est

con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. 38 Questo è

maximum et primum mandatum secundum autem simile est huic diliges proximum

il più grande e primo comandamento. 39 Il secondo è simile a questo: Amerai il prossimo

tuum sicut teipsum in his duobus mandatis universa lex pendet et prophetae

tuo come te stesso. 40 Su questi due comandamenti è appesa tutta la Legge e i profeti.

Congregatis autem pharisaei interrogavit eos Iesus dicens quid vobis videtur

41 E riunitisi i farisei interrogò loro Gesù 42 dicendo: Che cosa vi sembra

de Christo cuius filius est dicunt ei David ait illis quomodo ergo

del Cristo? Di chi è figlio? Gli dicono: Di Davide. 43 Disse loro: In qual modo dunque

David in spiritu vocat eum Dominum dicens dixit Dominus Domino meo sede

Davide in spirito chiama lui Signore dicendo: 44 Ha detto il Signore al mio Signore: siedi

a dextris meis donec ponam inimicos tuos scabellum pedum tuorum si ergo

alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici come sgabello dei tuoi piedi? 45 Se dunque

David vocat eum Dominum quomodo filius eius est et nemo poterat ei respondere

Davide lo chiama Signore, in che modo è suo figlio? 46 E nessuno poteva rispondergli 

verbum neque ausus fuit quisquam ex illa die eum amplius interrogare

parola, né osò qualcuno da quel giorno interrogarlo ancora.

 

 

 

 

 

 

 

E rispondendo Gesù parlò di nuovo in parabole a loro dicendo: 2 Simile è stato fatto il regno dei cieli ad un uomo re, che fece nozze al suo figlio. 3 E mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze e non volevano venire.

La storia della salvezza ha una  sua costante centralità e continuità nella chiamata del popolo eletto ad un rapporto sponsale con il Signore. L’amore che il Signore porta alle sue creature è un amore assoluto, unico ed esclusivo. E quale immagine più adeguata di quella dell’amore coniugale? E non nel senso che l’amore divino possa stare accanto e insieme a quello umano. Esso è piuttosto destinato a sostituirlo e a prenderne il posto, relegando ad immagine ciò che l’uomo considera realtà. Come vi è un solo amore, così vi è un solo matrimonio, ed è quello tra Cristo e la sua chiesa. E’ questo l’unum necessarium che dà valore e sapore alla vita, di fronte al quale tutto il resto è nulla e degno, pertanto, di essere perduto. L’invito alle nozze del Figlio, non può lasciarci indifferenti, come tutto ciò che ci riguarda solo indirettamente, ma è l’evento decisivo della nostra esistenza, di fronte al quale nessun uomo può sottrarsi, pena la dannazione eterna. E’ significativo che si parli dello sposo e non della sposa: non perché in definitiva di essa poco ci debba importare, ma al contrario, proprio perché senza di essa le nozze perderanno il loro valore salvifico che è per tutta l’umanità e rischieranno di essere privilegio dei pochi e non più dei molti. Si può rifiutare un invito a nozze quando questo non ci coinvolge direttamente in senso assoluto e quando la nostra assenza e lontananza in definitiva cambia ben poco. Ma qui tutto è diverso: siamo invitati ad un matrimonio non come semplici spettatori, in veste di amici degli sposi, ma come coloro che devono entrare in un rapporto  nuovo con il Signore, nei termini dell’amore sponsale. Non siamo chiamati ad essere spettatori della salvezza, ma a sposare l’artefice della nostra salvezza. E questo spiega l’eccezionalità dell’invito. Va accolto prontamente nella gioia e non tollera ritardi o indugi, tanto meno la durezza di cuore di coloro che sono paghi della propria vita e null’altro desiderano se non la pace che viene dal maligno. Mariti fedeli e lavoratori irreprensibili, nonché costruttori di ricchezze, non tollerano coloro che annunciano un amore e una vita diversi e diventano dei violenti e degli omicidi, fino ad uccidere lo sposo. Non colgono nell’invito l’adempimento ormai vicino di ogni promessa, ma un inganno e la privazione della propria vita. Eppure l’invito non cade hic et nunc. Non è storia di oggi, né di ieri, ma di sempre. E non c’è parola di Dio che non sia accompagnata dai segni del suo amore. L’Antico Testamento ne è la dimostrazione e la prova più fedele. L’amore di Dio non è semplicemente proclamato, ma manifestato con una ricchezza di doni che non ha l’eguale. Il rifiuto dei primi invitati non provoca immediatamente l’ira divina, ma la Sua pazienza e il moltiplicarsi dei suoi doni. Non c’è reiterazione dell’invito che non sia accompagnata da una cresciuta ricchezza del dono, così come Israele ha potuto verificare nella propria storia. Vi è una mancanza di buona volontà che viene scossa dal Padre, non in maniera violenta, ma con la ricchezza e la dolcezza del suo amore. Come bimbi riluttanti ci nutre e ci fa crescere con la  Parola di vita, né disdegna di ricoprirci di ogni dono, come fa un padre tenero con i suoi piccoli, perché vedano e comprendano l’amore che li ha generati.

4 Di nuovo mandò altri servi dicendo: Dite agli invitati: Ecco ho preparato il mio pranzo, sono stati uccisi i miei tori e gli  animali grassi e tutte le cose sono pronte; venite alle nozze.

Il Padre ha dato fondo a ogni suo bene, per preparaci all’unico eterno bene. E’ ormai giunta la pienezza dei tempi. Rispondiamo con prontezza all’invito del Padre e non attendiamo né ricerchiamo altri doni divini. Non ci sarà dato ciò che ci è già stato dato, ma Colui che ancora non è stato dato. Non induriamo il  cuore come Israele, che non credette, pur  avendo visto le opere potenti di Dio e l’amore per il Suo popolo. E non attacchiamoci ai beni di questo mondo, che ci impediscono di cogliere l’unico bene.

5 Ma quelli non tennero in considerazione. Perché paghi e sazi della propria vita. e se ne andarono, chi al proprio podere, chi al proprio commercio; 6 gli altri invero imprigionarono i suoi servi e dopo averli riempiti d’ingiurie li uccisero.

Si allontanarono per sempre dall’amore divino, posando il proprio cuore nella certezza di ciò che già si possiede (chi al proprio podere), oppure rincorrendo il miraggio di una  ricchezza che non passa attraverso il dono di Dio, ma è conquista di traffici umani ( chi al proprio commercio ) Altri vanno oltre e sopprimono materialmente chi si fa portavoce della realtà celeste, perché mai più la terra sia percorsa da un invito così ingannevole e infame. Non c’è male più grande di uno zelo religioso non illuminato: non bada semplicemente ai fatti propri, ma vuol provvedere anche per gli altri, per il bene dell’umanità tutta. E proprio per questo giustifica la violenza e l’eliminazione fisica... e non ha riguardo per nessuno, neppure per il Figlio di Dio. Ma dopo il tempo del dono e della salvezza viene il tempo del giudizio, e allora la mitezza di cuore dei messaggeri d’amore lascerà il posto al volto duro e inflessibile degli eserciti castigatori, che renderanno giustizia a Dio e ai suoi servi. Non facciamo a gara nel provocare l’ira divina, ma nel provocare il suo amore, aprendo il nostro cuore all’unico vero sposo.

7 E il re avendo sentito, si adirò e mandati i suoi eserciti fece perire quegli omicidi e incendiò le loro città.

L’indifferenza e la non considerazione  saranno punite alla stregua del rifiuto aperto e violento. E’ omicida non soltanto chi dichiara guerra a colui che viene dal cielo, ma anche colui che   neppure si degna di una risposta qualsiasi e continua a vivere come prima e come sempre. Perché il cuore dell’empio e del fariseo vivono nella stessa città e bevono alla stessa fonte di morte. Insieme periranno, divorati dal fuoco del giudizio divino.

8 Allora disse ai suoi servi: Le nozze certamente sono state preparate, ma quelli che erano stati invitati non furono degni.

Non c’è giudizio di Dio che non sia secondo verità e giustizia, anche quando conclude con la condanna e la dannazione eterna. Ne sono testimoni, chiamati da Dio, i messaggeri della Parola che possono dire per il Padre e in nome del Padre : “Egli ha fatto bene tutte le cose”.  Ma l’amore di Dio non si placa e non si conclude nel giudizio di condanna per i primi invitati, ma va oltre nel desiderio e nella ricerca di altri che possano colmare il vuoto da quelli lasciato.

9 Pertanto andate ai crocicchi delle strade, e tutti quelli che avrete trovato chiamateli alle nozze. 10 E usciti i suoi servi lungo le strade, radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni; e furono riempite le nozze di persone che giacevano a mensa.

L’invito alla salvezza, esce finalmente dai confini d’Israele e dai muri delle sinagoghe. Non è più per i pochi privilegiati, ma per tutti coloro che la desiderano e la cercano... ai crocicchi delle strade, dove si è confusi con i fannulloni e gli sfaccendati e accomunati dagli uomini nello stesso giudizio di condanna. Meglio l’attesa e il silenzio inerte della preghiera, dell’operosità dei costruttori di ricchezze terrene. Duro è il loro cuore e sordo a ogni richiamo di Dio, per quanto aperto e conclamato ad ogni crocicchio di strada. I loro occhi sono accecati dal sudore delle fatiche materiali. Vedono per condannare coloro che perdono il loro tempo in una ricerca e in un’attesa vane ed inutili, sono ciechi di fronte alle meraviglie operate dal Padre in coloro che ricercano il suo amore. Nulla importa se questi sono “piccoli”. Vero è che i servi mandati dal Padre ai crocicchi delle strade, prima ancora dei buoni trovarono dei cattivi. Perché soltanto il cuore che si riconosce malvagio perde tempo a rincorrere l’amore del Signore ed arriva prima di coloro che si credono giusti. Ma cosa importa la nostra giustizia, quando si risponde all’invito del Salvatore? La povertà della sposa è colmata dalla ricchezza dello sposo. Così la nostra ingiustizia sarà rivestita della giustizia del Figlio, in maniera piena e totale.

e furono riempite le nozze di persone che giacevano a mensa.

Si affatichino gli altri a lavorare per i beni terreni, noi preferiamo giacere alla mensa del Signore, per essere saziati dalle dolcezze del Suo amore. E non vergogniamoci di dire che c’è un unico sposo, anche a coloro che rincorrono le nozze terrene, pur sedendo con noi alle nozze celesti. Viene il tempo in cui è smascherata ogni falsità di cuore, anche di coloro che hanno accolto l’invito alle nozze, ma senza comprendere e senza valutare  il perché di una scelta.                 

11 Ed entrò il re...

Nel segreto dei cuori e nell’intimità del suo amore, per vedere e discernere ... Secondo le opere? Non innanzi tutto!  per vedere coloro che giacevano e vide qui un uomo non vestito di veste nuziale.

Vedremo come Gerolamo intenda la veste nuziale come la veste dell’uomo nuovo che non è contaminata da alcuna sozzura, diversamente da quella dell’uomo vecchio. E qui già è definita una delle caratteristiche fondamentali di questa veste: rappresenta la novità di vita di chi ha scelto Gesù ed è stato lavato dal suo sangue da ogni sozzura. Ma una veste nuova e pulita non è ancora necessariamente una veste nuziale. Vi è anche l’inganno di chi riveste la vita nuova, ma ha il cuore doppio e diviso. La veste da sposa è innanzitutto unica ed esclusiva. Unica perché ha caratteristiche diverse che la distinguono da un qualsiasi abito nuovo ed è solo in funzione di... Esclusiva perché esprime un amore totale che non accetta di stare accanto ad altri amori. Non è innanzi tutto la mancanza di peccato  che fa di un abito una veste nuziale: c’è sempre la possibilità della macchia, seppur involontaria, anche quando si siede a mensa. Ma siamo lavati dal sangue di Cristo, e non soltanto una volta per sempre. Non è l’anima semplicemente pulita ad essere eletta dal Signore, né l’anima macchiata solo per questo è irrimediabilmente perduta e condannata. Il giudizio non si fa sui peccati dell’uomo, ma sul cuore che non vuole e non cerca l’amore del Signore come l’unico bene: quell’unum necessarium che da solo rende pago il nostro cuore, cosicchè nulla ci manca e niente altro ricerchiamo ogni giorno, se non il Suo volto. Troppo spesso si insiste sulla necessità della lotta contro il peccato, per avere un cuore puro, senza comprendere che  è puro soltanto il cuore che si è donato al Signore in modo assoluto ed esclusivo, così come espresso dal primo e più grande comandamento: “Amerai il Signore Dio tuo, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze... come una sposa eternamente  innamorata del suo sposo. Non vi è altro amore e non vi è altro innamoramento..., anche se l’amore umano è più facile e più naturale..., e tutti lo giustificano e lo danno per scontato e considerano un pazzo chi lo mette in discussione. Eppure quasi sempre è l’alternativa all’amore divino e non semplicemente una sua immagine. L’immagine è destinata a passare per cedere il posto alla realtà. Ma noi andiamo a ritroso e abbandoniamo la realtà per rincorrere l’immagine.. fino al giorno in cui compariremo davanti allo sposo. Ed allora egli scruterà il nostro cuore, e non potremo allontanare il suo sguardo amoroso, né potremo replicare alcunché alla sua condanna, messi a nudo davanti all’intera comunità degli eletti.

12 E gli disse: Amico, in che modo sei entrato qui non avendo la veste nuziale? Ma quello ammutolì.

 Saranno chiuse per sempre le bocche false ed insolenti, che scimmiottano il vero amore e dileggiano chi ha scelto l’unico sposo. Sono entrate nella sala nuziale per divorare i beni celesti, dopo avere rimpinguato il loro cuore dei beni terreni... ma hanno scelto una strada sbagliata, che Dio non conosce. E neppure si sono chieste chi sia la sposa, né comprendono perché Gesù pretenda la veste nuziale. Non era nei loro pensieri e nelle loro previsioni la vocazione di sposa. E la loro vita precipita in modo repentino ed inaspettato, con un giudizio di condanna che non ammette possibilità di appello.

13 Allora disse il re ai ministri: Dopo aver legato  mani e  piedi gettatelo nelle tenebre esteriori; qui sarà pianto e stridore di denti. 14 Infatti molti sono chiamati, ma pochi eletti. 

Non hanno voluto i legami del matrimonio celeste, perché li consideravano un impedimento per la vita e la felicità, ora conoscono che veri legami e vere catene sono quelli che  allontanano dal Cristo e che  conducono alla morte eterna. Sono vissuti nella cecità del loro cuore, ora sperimentano anche le tenebre esteriori, dove è pianto e stridore di denti. Non hanno versato lacrime per testimoniare la luce, ora piangono per essere testimoni delle tenebre eterne. Hanno amato la parola, ma non quella di verità; ora sono consumati dal desiderio di una sola parola di vita, e sono condannati all’eterno stridore di denti, nell’eterno desiderio della Parola. La morte non è caduta nel nulla, ma privazione del Tutto. Non è negazione della vita, ma privazione della Vita. Cos’altro è la dannazione eterna se non la sofferenza di un’anima che mantiene intatta la sua struttura di essere creato in un Altro e per un Altro, ma è per sempre escluso da Esso e da ogni suo dono? Saremo ridotti molto peggio degli dei che ci siamo creati al posto di Dio, di cui è detto che hanno mani e non palpano, piedi e non camminano ... Essi cadranno nel nulla, noi nell’eterna privazione del tutto.

Infatti molti sono chiamati, ma pochi eletti.

Molti uomini sono chiamati alle nozze eterne, ma pochi sono eletti. C’è chi oppone un rifiuto aperto e netto alla chiamata e chi risponde in maniera equivoca, non comprendendo che Gesù vuol fare noi tutti suoi sposi. Il giudizio di Dio, divide sin d’ora, da questa terra, i suoi da coloro che suoi non vogliono essere. Ma viene il tempo in cui il giudizio entra nella stessa chiesa per distinguere l’amore sincero da quello fallace.  Non basta accogliere Cristo, bisogna accoglierlo come l’unico sposo.

“Ma perché - voi mi chiederete - si parla qui di nozze? E’ perché noi possiamo comprendere meglio la sollecitudine, il suo amore per noi, la gioia del suo invito e lo splendore di ciò che egli ha preparato: niente infatti qui appare triste ed oscuro, ma tutto trabocca di gaudio spirituale. Ecco perché Giovanni chiama Gesù Cristo “lo sposo”, e in seguito Paolo dirà: “Vi ho fidanzati a un solo uomo”, e altrove aggiunge: “Questo mistero è grande, ma io vi parlo riferendomi a Cristo e alla chiesa”. ( Crisostomo )

La parabola è così spiegata da Gerolamo

“E rispondendo Gesù parlò di nuovo in parabole a loro dicendo: Simile è stato fatto il regno dei cieli ad un uomo re, che fece nozze al suo figlio”.

“I farisei, comprendendo che le parabole si rivolgevano contro di loro, cercavano di catturarlo e di ucciderlo. Il Signore, conoscendo questa loro volontà, nondimeno sferza quei loro cuori crudeli, né il timore lo trattiene dal rivolgere i suoi rimproveri contro i malvagi. Questo re che dà una festa di nozze per il suo figlio, è Dio onnipotente. Dà la festa per le nozze del nostro Signore Gesù Cristo con la Chiesa, che è composta non tanto dai giudei quanto dai gentili”. ( Gerolamo )

E mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze e non volevano venire.

“Non v’è dubbio che si tratti di Mosè, per mezzo del quale fu data la Legge agli invitati. Ma se al posto di “servo”, leggiamo “servi”, come riportano molti codici, possiamo pensare si tratti dei profeti, in quanto gli uomini che essi avevano invitati si sono rifiutati di venire”. ( Gerolamo )

Di nuovo mandò altri servi dicendo: Dite agli invitati: Ecco ho preparato il mio pranzo, sono stati uccisi i miei tori e gli  animali grassi e tutte le cose sono pronte; venite alle nozze.

“Nei servi che sono mandati la seconda volta, mi sembra si debbano riconoscere più i profeti che gli apostoli, sempre che prima si legga che è stato mandato un solo servo. Se invece accettiamo la lezione “servi”, è chiaro che in questi altri servi mandati la seconda volta dobbiamo vedere gli apostoli. Il pranzo preparato, i buoi , gli animali ingrassati sono metafore che stanno ad indicare le ricchezze del re e a farci intendere, per mezzo di cose sensibili, le realtà spirituali: le grandi verità della fede e la rivelazione di Dio completa e perfetta”. ( Gerolamo )

In qualsiasi caso, ci sembra non si possa vedere in questi servi mandati la seconda volta gli apostoli. Siamo ancora nell’economia dell’Antico Testamento, che è preparazione e annuncio del Nuovo.  Più opportunamente possiamo vedere gli apostoli nei servi che sono mandati alla fine, dopo il rifiuto dei primi e dei secondi e dopo il giudizio di Dio su coloro che non hanno colto nella Legge l’invito alle nozze col Figlio. I servi mandati la seconda volta nulla dicono di nuovo e di diverso dai primi, semmai rafforzano e confermano quanto già detto. Soltanto i servi mandati da ultimo annunciano la novità dell’amore di Dio che si riversa sugli ultimi, dopo il rifiuto dei primi.

Ma quelli non tennero in considerazione e se ne andarono, chi al proprio podere, chi al proprio commercio; gli altri imprigionarono i suoi servi e dopo averli riempiti d’ingiurie li uccisero.

 “Tra quanti non accolgono la verità del Vangelo si possono cogliere notevoli differenze. Quelli che si rifiutano di venire perché occupati in altre faccende, sono colpevoli di un minor delitto rispetto agli altri che, disprezzando l’amore del re che porge loro l’invito, rispondono con sprezzante cinismo alla sua umanità catturandone i servi, coprendoli d’insulti e uccidendoli. In questa parabola si tace dell’assassinio dello sposo, e il disprezzo degli uomini verso le nozze è manifestato solo con la morte inflitta ai suoi servi.

E il re avendo sentito, si adirò e mandati i suoi eserciti fece perire quegli omicidi e incendiò le loro città.

“Prima aveva detto che “il regno dei cieli è simile a un uomo re”; cioè, quando invita alle nozze e si manifesta in tutta la sua bontà, viene chiamato “ uomo che era re”; ma ora che passa alla vendetta, è detto soltanto re”. ( Gerolamo )

 “Gli eserciti sono gli angeli vendicatori di cui si parla nel salmo: “torma di sinistri messaggeri”; oppure possiamo vedere in essi i romani, i quali, agli ordini di Vespasiano e di Tito, sterminati i popoli della Giudea, bruciarono la città dei falsi difensori della verità”. ( Gerolamo )

Allora disse ai suoi servi: Le nozze certamente sono state preparate, ma quelli che erano stati invitati non furono degni. Pertanto andate ai crocicchi delle strade, e tutti quelli che avrete trovato chiamateli alle nozze. E usciti i suoi servi lungo le strade, radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni; e furono riempite le nozze di persone che giacevano a mensa.

“Il popolo dei gentili non era sulle vie, ma agli sbocchi delle vie. Vi chiedete come mai tra coloro che erano fuori in mezzo ai cattivi se ne trovassero alcuni buoni? A questo chiaramente risponde l’Apostolo nella lettera ai Romani: i pagani che praticano, seguendo la legge naturale, i precetti della legge divina, condanneranno i giudei, che non hanno praticato la legge data loro per iscritto. Anche tra gli stessi pagani c’è da distinguere: tra di loro ci sono molti che sono dediti ai vizi e compiono il male, ma ci sono altri che con la loro retta vita compiono il bene”. ( Gerolamo )

Ed entrò il re, per vedere coloro che giacevano e vide qui un uomo non vestito di veste nuziale. E gli disse: Amico, in che modo sei entrato qui non avendo la veste nuziale? Ma quello ammutolì.

“Gli invitati alle nozze, raccolti lungo le siepi e negli angoli, nelle piazze e nei luoghi più diversi, avevano riempito la sala del banchetto reale. Ma poi, venuto il re per vedere i commensali riuniti alla sua tavola, cioè, in un certo senso, pacificati nella sua fede ( come nel giorno del giudizio verrà a vedere i convitati per distinguere i meriti di ciascuno ), trovò uno che non indossava l’abito nuziale. In quest’uno sono compresi tutti coloro che sono solidali nel compiere il male. La veste nuziale sono i precetti del Signore e le opere che si compiono nello spirito della Legge e del Vangelo. Essi sono l’abito dell’uomo nuovo. Se qualcuno che porta il nome di cristiano, nel momento del giudizio sarà trovato senza l’abito di nozze, cioè l’abito dell’uomo celeste, e indosserà invece l’abito macchiato, ossia l’abito dell’uomo vecchio, costui sarà immediatamente ripreso e gli verrà detto: “Amico come sei entrato?”. Lo chiama amico perché è uno degli invitati alle nozze, e rimprovera la sua sfrontatezza, perché col suo abito immondo ha contaminato la purezza delle nozze. “Costui ammutolì”, dice Gesù. In quel momento infatti non sarà più possibile pentirsi, né sarà possibile negare la colpa, in quanto gli angeli e il mondo stesso saranno testimoni del nostro peccato. ( Gerolamo )

Allora disse il re ai ministri: Dopo aver legato  mani e  piedi gettatelo nelle tenebre esteriori; qui sarà pianto e stridore di denti.

“L’esser legato mani e piedi, il pianto, lo stridore di denti, son tutte cose che stanno a dimostrare la verità della risurrezione. Oppure, gli vengono legati le mani e i piedi perché desista dall’operare il male e dal correre a versare sangue. Nel pianto e nello stridore dei denti si manifesta metaforicamente la gravità dei tormenti. ( Gerolamo )

Infatti molti sono chiamati, ma pochi eletti.

“Con una concisa sentenza egli riassume ogni parabola: perciò anche in quella dei vignaioli e in quella dei muratori che costruiscono la casa, come in questa del banchetto nuziale, l’insegnamento sta tutto alla fine, non all’inizio. ( Gerolamo )

15 Allora andando  i farisei tennero consiglio per irretirlo nel parlare. 16 E mandano a lui i loro discepoli con gli Erodiani dicendo:

“La Giudea, da poco soggetta ai romani sotto l’impero di Cesare Augusto, quando era stato indetto in tutto il mondo il censimento era diventata territorio soggetto a tributo. C’era perciò nel popolo molto malcontento, in quanto alcuni sostenevano che in nome della pace e della sicurezza si dovesse pagare il tributo, dato che i romani difendevano tutti; mentre i farisei, che si vantavano di osservare la giustizia, affermavano il contrario, dichiarando che il popolo di Dio, che pagava le decime, che offriva le primizie e osservava tutte le prescrizioni previste dalla legge, non doveva sottostare a leggi umane. Cesare Augusto aveva nominato Erode, figlio di Antipatro, che era straniero, re della Giudea, incaricandolo di riscuotere i tributi e di far rispettare il potere romano. I farisei mandano dunque i loro discepoli insieme con gli Erodiani, cioè coi seguaci di Erode, proprio coloro che essi disprezzavano perché pagavano il tributo ai romani e chiamavano erodiani considerandoli non osservanti del culto di Dio. Qualche latino, cosa risibile, pensa che gli erodiani credessero che Erode fosse il Messia, cosa che non abbiamo mai letto in nessun posto”. ( Gerolamo )

Per chi vuol contendere con Cristo è impossibile un confronto sul piano della vita, meglio scegliere il terreno insidioso della parola, dove è possibile riversare sul Signore le ambiguità e le falsità del nostro cuore. Meglio mandare altri e fuggire il confronto diretto: nessuno può parlare con Gesù e sottrarsi al suo sguardo amoroso.

Maestro, sappiamo che sei veritiero e che la via del Signore insegni in verità, e non hai riguardo di alcuno, infatti non guardi a faccia di uomini. 17 Di’ dunque a noi che cosa ti sembra: E’ lecito dare tributo a Cesare, o no?.

Domanda pacifica e insidiosa volta a costringere l’interlocutore ad affermare che va temuto più Dio che Cesare e che non si deve pagare il tributo, in modo che gli erodiani, udendo tale risposta, lo giudicassero un incitatore alla ribellione contro i romani”. ( Gerolamo )

“Avvertite la loro adulazione e il loro nascosto inganno. “Noi sappiamo” - dicono - “che sei veritiero”. Perché allora in passato l’avete chiamato seduttore, avete detto che inganna il popolo, che è indemoniato e non viene da Dio? Perché poco fa volevate ucciderlo? Ma ora tutto ciò che avviene è solo per coglierlo di sorpresa. Ricordando che poco tempo prima, quando gli avevano chiesto con arroganza: “Con quale autorità fai questo?”, non avevano ottenuto risposta, ora sperano con la loro adulazione di inorgoglirlo e di indurlo a dire qualcosa contro le leggi stabilite e l’autorità costituita. A tale scopo rendono testimonianza alla sua verità, riconoscendo ciò che di fatto è, anche se lo fanno senza retta intenzione né volentieri”. ( Crisostomo )

Chi finge la fede in Cristo va oltre ciò che  è dato all’uomo e presume di una sapienza che non ha dubbi né incrinature di sorta.  Non c’è sapienza della verità, semmai è la verità che ci fa sapienti... e non c’è sapienza se non quella della fede che chiede per essere giudicata e non per giudicare. Uomini stolti se sapete che il Signore non guarda a faccia d’uomini, perché vi sottraete al suo sguardo e mandate avanti coloro che faccia non hanno? Volete sapere da Gesù, ma non cercate il Suo volto. Come può Cristo dire a voi, quando parla ad altri? E che senso ha porre domande sul lecito e sull’illecito a Colui che non è sottomesso alla Legge, ma è il compimento di tutta la Legge? E non si può chiedere l’opinione a Colui che è la Verità, né chiamare maestro Colui che è Signore . Non vogliono conoscere Il Dio che si è fatto carne e persistono nelle loro inutili e sterili disquisizioni sulla Legge, sul lecito e l’illecito. Ma ormai è finito il tempo delle scappatoie e di una fede che sfugge le categorie dell’assoluto. Davanti a Colui che è Verità si può chiedere luce soltanto riguardo a ciò che è dovuto e non più riguardo a ciò che è consentito. E a Cristo  si deve ogni onore, gloria e benedizione, in modo assoluto ed esclusivo.

18 E avendo conosciuto Gesù la loro malvagità disse: Perché mi tentate ipocriti? 19 Mostrate a me la moneta del tributo.

A nessun altro si deve tributo se non al Signore nostro Dio e non c’è moneta di tributo, se non quella che passa per il Cristo ed è da lui vagliata e giudicata. Se veramente volete fare la volontà del Padre,  mostrate la vostra fede nel Figlio, a lui solo offrite i vostri cuori, perché siano purificati e rinnovati nel suo sangue... Ma non c’è peggiore sordo di chi non vuol comprendere. Chi si rapporta a Gesù in modo sbagliato, comprende in modo sbagliato, anche ciò che è detto chiaramente.

Ma quelli gli diedero un denaro...,  ciò che è dovuto all’uomo e non ciò che è dovuto a Dio. La pazienza del Signore, seppur provocata, non viene meno, ma insiste..., fintanto che c’è qualcuno che ascolta.

20 E disse loro Gesù: Di chi è questa immagine e l’iscrizione? 21 Gli dicono: Di Cesare. Allora disse loro: Dunque rendete quelle cose che sono di Cesare a Cesare, e quelle cose che sono di Dio, a Dio.

Date all’uomo ciò che è dovuto all’uomo e a Dio ciò che è dovuto a Dio. Non c’è inganno se non per chi non vuol comprendere e persiste nel rifiuto del Figlio. Ciò che viene dalla terra appartiene alla terra, e reca l’immagine e la parola di chi appartiene alla terra. Colui che viene dal cielo appartiene al cielo e porta l’immagine e la Parola di Colui che è nel cielo.

“Rendere agli uomini e a Dio ciò che è loro dovuto sono due cose che possono stare benissimo insieme. Per questo anche Paolo dice: ”Rendete a tutti quanto è dovuto: a chi è dovuta l’imposta, l’imposta; a chi il tributo, il tributo; a chi l’onore, l’onore”. E’ evidente che quando il Signore ci invita a rendere a Cesare quel che è di Cesare, le sue parole non vanno riferite a quelle cose che si contrappongono alla religione, altrimenti questo non sarebbe tributo pagato a Cesare, ma al diavolo”. ( Crisostomo )

“Il primo prodigio sta nel fatto che colui che risponde legge nella mente di coloro che gli pongono la domanda, e perciò non li chiama discepoli, ma ipocriti. Ipocrita è colui che si manifesta diverso da quello che è. Che una cosa compie coi fatti e un’altra manifesta con le parole... La sapienza agisce sempre con sapienza, affinchè gl’ipocriti vengano confusi con le loro stesse parole. “Mostratemi un denaro”, dice, cioè quel tipo di moneta che valeva dieci soldi e che recava impressa l’effigie di Cesare...

Coloro che credono che quando Gesù pone una domanda lo faccia perché non sa e non per chiarire meglio il discorso, apprendano da questo episodio che certamente Gesù conosceva di chi fosse l’effigie impressa sulla moneta; pose la questione per poter con maggior efficacia replicare alla loro domanda..

Crediamo che non si trattasse dell’effigie di Cesare Augusto, ma di Tiberio suo figliastro, che era succeduto ad Augusto nell’impero e sotto il cui regno il Signore subì la passione. Infatti tutti gli imperatori romani, fin dal primo Caio Cesare che aveva conquistato l’impero, venivano chiamati Cesari. Non c’è dubbio che col dire “rendete dunque a Cesare quel che è di Cesare”, intenda la moneta del tributo, cioè il denaro, mentre dicendo “e a Dio quel che è di Dio”, si riferisca alle decime, alle primizie, alle offerte e ai sacrifici. Allo stesso modo, egli ha pagato il tributo per sé e per Pietro e ha restituito a Dio quel che è di Dio, compiendo il volere del Padre...

Coloro che avrebbero dovuto credere a quella così infinita sapienza, si stupiscono che la loro furbizia non abbia trovato modo di prevalere... Se ne vanno portando con sé la loro incredulità insieme con l’esperienza del miracolo...”. ( Gerolamo )

22 E sentendo si meravigliarono e abbandonatolo se ne andarono.

Si meravigliano perché non sanno resistere né contraddire alla sapienza che viene dal cielo, ma non convertono i loro cuori, né si pongono alla sequela del Cristo. Non sempre la meraviglia di fronte alla Parola conclude nella fede: a volte porta all’indurimento di cuore, all’abbandono completo di ogni ascolto e alla fuga silenziosa.

23 In quel giorno si avvicinarono a lui i sadducei, che dicono che non c’è risurrezione, e lo interrogavano 24 dicendo...

“In quale giorno? Nello stesso giorno in cui Gesù aveva confuso la malizia dei farisei lasciandoli pieni di vergogna. Ma chi sono questi sadducei? Questa è un’altra setta giudaica, distinta da quella dei farisei e molto inferiore ad essa, secondo la quale non vi è risurrezione, né angeli, né spirito. Setta più rozza di quella farisaica, che si atteneva esclusivamente a ciò che riguardava il corpo. ( Crisostomo )

“Due eresie circolavano tra i giudei: quella dei farisei e quella dei sadducei. I farisei mettevano in primo piano la giustizia delle tradizioni e delle norme, che essi chiamano we perciò erano chiamati dal popolo “i separati”. I sadducei, invece, il cui nome significa “i giusti”, pretendevano di essere ciò che non erano affatto; mentre i farisei credevano alla risurrezione dei corpi e delle anime e avevano fede nell’esistenza degli angeli e dello spirito, i sadducei ( come dicono gli Atti degli Apostoli ) negavano tutte queste cose. Farisei e sadducei sono due le case di cui Isaia molto chiaramente parla quando dice che inciamperanno contro la pietra dello scandalo”.( Gerolamo )

L’intervento dei sadducei, immediatamente dopo quello dei farisei non è affatto casuale ed è ben sottolineato: “in quel giorno”, per ribadire che la novità e la diversità sono più pretese che reali. Infatti per quanto i sadducei amino  distinguersi dai farisei, la loro fede in Dio si presenta ugualmente monca e deviata in ciò che è essenziale per avere la vita eterna. I farisei rappresentano un rapporto con Dio chiuso nei dettami della Legge e non aperto al dono che viene dal cielo. I sadducei rappresentano una fede priva della dimensione escatologica e della speranza nella vita eterna. Non c’è fariseo che non sia anche sadduceo e sadduceo che non sia fariseo e ciò appare ben chiaro dal loro rapporto con Cristo e dal rifiuto di una Vita che non sia secondo le categorie del mondo. Per quanto essi si richiamano alla Legge divina il loro spirito è e rimane carnale, attaccato ai beni terreni, incapace di scelte conformi a verità. Abbiamo visto quale peso diano i farisei al loro rapporto con i principi di questo mondo: non accettano di essere sudditi e nel momento stesso in cui rifiutano la sottomissione a Cesare antepongono se stessi all’altro e amano farsi chiamare maestri ed essere onorati e stimati dall’uomo. E neppure accettano di essere sottomessi a Dio e a Colui che Egli ha mandato. Contendono a Cesare il primato sulle cose del mondo e a Cristo il primato su quelle del cielo. I sadducei non rappresentano tanto l’attaccamento al potere che viene dall’uomo, quanto l’attaccamento ai piaceri carnali. E non è affatto casuale la loro domanda riguardo al rapporto dell’uomo con la donna nel regno dei cieli. Incapaci di comprendere ciò che viene dallo Spirito hanno un solo chiodo fisso nella testa... e non sono certo l’eccezione, ma la norma della vita. E qual è mai il pensiero predominante nell’uomo, se non quello della donna? Non a caso il mondo non fa altro che parlare di matrimonio. E non a caso il loro intervento cade in concomitanza con la parabola di Gesù sugli invitati a nozze. Colgono in Gesù un pensiero dominante, che ne fa un uomo, come tutti gli altri. Cos’è la vita senza il matrimonio e senza un rapporto d’amore assoluto? Giustamente vedono nel Figlio di Dio la volontà di un rapporto di tipo sponsale, ma non riescono a comprenderne la dimensione e lo spessore spirituali. Il Signore si serve di ciò che è immagine per riportare l’uomo alla realtà. I sadducei fanno esattamente il contrario e vorrebbero che l’immagine diventasse  realtà, in eterno. Se c’è un’eternità deve essere conforme alle esigenze della carne, spieghi Gesù come si possono superare nel regno dei cieli tutte le ambiguità e le contraddizioni che la vita terrena porta con sé anche in ciò che ha di più bello e più vero. In quest’ottica la loro domanda non è affatto provocatoria, ma esprime piuttosto la loro incapacità a rapportarsi alla Legge di Dio nello Spirito e conforme allo Spirito. Desiderano una vita aperta ad un futuro dopo la morte, ma non sanno andare oltre il desiderio di un’esistenza che continua nei figli. E la loro interpretazione della Legge è tutta in questo senso.

Mosè ha detto: se qualcuno sarà morto non avendo figlio,  suo fratello prenda la moglie di quello e faccia risorgere il seme di suo fratello. 25 Ma vi erano presso di noi sette fratelli, e il primo, presa moglie, morì, e non avendo seme lasciò sua moglie a suo fratello. 26 La stessa cosa il secondo e il terzo fino al settimo. 27 Dopo tutti anche la donna morì.

Quello che nella Legge è dato semplicemente come scappatoia per venire incontro alle debolezze dell’uomo, assume un’importanza ed un valore assoluto. Chi non desidera sopravvivere nei figli e nei figli dei figli? Ma queste sono ancora le aspettative e la speranza della carne e del sangue. Ed è evidente il tentativo di convertire Gesù alla mentalità e alla logica dell’uomo. La domanda finale è ancor più triste e rivelatrice di cuori che non vogliono appartenere al Signore; neppur ne comprendono l’importanza ed il valore, neanche nella dimensione eterna.

28 Dunque nella resurrezione di chi sarà dei sette moglie?

Infatti tutti l’hanno avuta.

Misero e scellerato quell’uomo che pretende di avere per sé le creature e non insegna loro ad amare il Signore come l’unico bene e l’unico sposo. Cosa giova e cosa importa sposare questa o quella donna: giova e importa essere sposi di Cristo, già sin d’ora e per l’eternità! E non crediamoci diversi da questi sadducei. Essi rappresentano il nostro comune modo di pensare, ancor più dei farisei. Quale interesse gira attorno ai matrimoni e quale curiosità per chi si sposa e per chi conduce in sposa: ne è piena la bocca di tutti! Meglio dar lode al Signore e lui amare sopra ogni creatura, perché non abbia a dire anche a noi:

29 E rispondendo Gesù disse loro: Voi sbagliate non conoscendo le scritture né la potenza di Dio.

Qual è la causa di ogni nostro inganno se non l’ignoranza della Parola di Dio? Chi non conosce le Scritture non conosce neanche la potenza di Dio, perché non c’è potenza o forza di salvezza che non venga dalla Parola. Noi sbagliamo perché non conosciamo le Scritture e di conseguenze non sperimentiamo la grazia di risurrezione e di novità di vita che viene dall’ascolto. Eppure la Scrittura viene proclamata nelle chiese e non si può dire che i sadducei e i farisei non la conoscessero. Ma si può conoscere la Parola anche in senso sbagliato e carnale. Non c’è vero rapporto con la Parola se non quello sponsale. Ed è questa la conoscenza che ci fa diversi. Quando la mettiamo  al di sopra di ogni altra conoscenza, in modo esclusivo, assoluto. L’ascolto di qualsiasi altra parola è prostituzione e tradimento dell’unico vero amore.

30 Nella resurrezione infatti, né sposeranno né saranno  sposati, ma saranno come angeli di Dio in cielo.

Ma chi è un angelo? Una persona che non si sposa perché priva di sesso, o una persona che non si sposa perché già sposata? E’ una banalità pensare che nella resurrezione non ci sposeremo perché sessualmente neutri. L’uomo sarà ancora uomo e la donna sarà ancora donna , ma unico sarà lo sposo, come per gli angeli. Ma allora se non ci sarà più matrimonio tra l’uomo e la donna perché rinasceremo sessualmente diversi? E non ci sarà più procreazione come era nel progetto originario? Ci porterebbe molto lontano un’analisi approfondita del problema. Potremmo formulare delle ipotesi logicamente plausibili: meglio attenersi a ciò che ha un solido fondamento biblico. Se la Bibbia non ci dice tutto è perché tutto non giova sapere. Certe opinioni, anche se compatibili con quanto scritto, non possono assurgere a verità di fede, per la semplice ragione che non sono confermate dalla Parola di Dio. Così riguardo alla possibilità della procreazione alla resurrezione della carne, nulla ci è detto e nulla si può dire. Un’attenta lettura della Bibbia può tuttavia far cadere certi luoghi comuni, e verità date per scontate. E’ nota l’espressione: “E’ come parlare del sesso degli angeli”, per sottolineare una discussione del tutto inutile ed oziosa, dal momento che gli angeli non sono né uomo né donna. Ma ciò non esclude affatto una loro diversità di forma, che non è materiale, ma spirituale ed è proprio questa diversità che dobbiamo cogliere nell’uomo e nella donna. Noi non possiamo comunicare la vita a Dio, da Lui possiamo sola accoglierla. La comunicazione di vita avviene solo inter pares, ed è per questo che Dio ha creato l’uomo, maschio e femmina, secondo la sua immagine, perché potessero comunicarsi l’un l’altro il suo amore, in un rapporto che è arricchimento vicendevole, in quanto passa attraverso una diversità di forme, non antitetiche, ma complementari l’una all’altra. In questo modo l’amore comunicato da Dio si arricchisce di forme e di significati sempre nuovi, perché passa da diversità a diversità. La fantasia dell’uomo arriva fino al parossismo e al grottesco nel descrivere il modo diverso di amare e di essere amato dell’uomo rispetto alla donna. L’inganno non sta nel fatto che amano in modo diverso, ma nel fatto che il loro rapporto è chiuso all’amore di Dio in una sorta di contemplazione e di idolatria l’uno dell’altra. Da ciò tutte le ambiguità e le contraddizioni dell’amore carnale che ha smarrito il suo fondamento e il suo fine. Ciononostante rimane una diversità creata da Dio, che non sarà ridotta a nulla, ma che ritroverà il suo significato e la sua importanza, conforme al primitivo progetto. È bello comunicare l’amore di Dio ad un tu che non è la semplice copia dell’io, ma un io diversamente creato e formato. E non possiamo pensare che le cose stiano altrimenti per gli angeli. Anche gli angeli non sono uguali, ma differenziati in vari ordini e schiere , di cui la Bibbia ci riporta alcuni nomi : Troni, Principati, Dominazioni, Potestà, Cherubini, Serafini... Negli angeli la comunicazione di vita non avviene tra singoli individui dello stesso genere, ma passa da individuo a individuo solo trascorrendo da genere a genere, da una forma all’altra e non semplicemente da un individuo all’altro. Tutto questo in una perfetta comunione di intenti in cui l’individuo è genere e il genere individuo. Soltanto la dimensione terrena, dopo il peccato originale vede un genere formato da individui non semplicemente diversi l’uno dall’altro, ma ancor più e ancor prima divisi l’uno dall’altro. Il rapporto a due è riassorbito in una diversità complementare che è innanzitutto del genere. Così sarà anche dell’uomo e della donna. Non ci sarà più chi sposa e chi è sposato, perché il rapporto a due sarà  quello del genere, dove non c’è più la mia donna e il tuo uomo, ma tutte apparteniamo a tutti, perché tutti apparteniamo a Cristo. Tutto sarà restaurato secondo il disegno che fu in Eden e non si può ammettere una vita in qualche modo e in qualche cosa monca. Se vi è qualche dubbio, il Figlio è venuto a dissiparlo per sempre.

31 Riguardo alla resurrezione dei morti non avete letto ciò che è stato detto da Dio che dice a voi: 32 Io sono il Dio di Abramo e il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe? Non è il Dio di morti, ma di viventi.

La vita non è tale se non in una pienezza che non conosce morte alcuna, se non  quella del passaggio da una forma all’altra, fino ad approdare alla statura dell’uomo perfetto che è rivestito di carne.

“Per dimostrare la verità della risurrezione avrebbe potuto servirsi di esempi ancor più probanti, come questo di Isaia:” Ma i tuoi morti rivivono; i loro cadaveri risuscitano”, o questo di Daniele: “E un gran numero di quelli che dormono nella polvere della terra, si desteranno: gli uni per la vita eterna, gli altri per il ludibrio e per l’infamia perpetua”. Ci si chiede perciò che cosa abbia voluto significare il Signore citando questa testimonianza, che appare ambigua, o almeno non del tutto pertinente a dimostrare la verità della risurrezione: ”Io sono il Dio d’Abramo, il Dio d’Isacco, il Dio di Giacobbe”, e perché, dopo averla citata, come se avesse dimostrato ciò che voleva, abbia subito aggiunto: ”Non è il Dio dei morti, ma dei vivi”. La folla che gli stava intorno, conoscendo il mistero, resta ammirata per la dottrina e la risposta di lui. Abbiamo detto prima che i sadducei, non credendo negli angeli, nello spirito e nella risurrezione dei corpi, andavano predicando che le anime muoiono col corpo. Costoro accoglievano soltanto i cinque libri di Mosè, mentre respingevano i vaticini dei profeti. Sarebbe stato pertanto irragionevole presentare la testimonianza dei profeti, la cui autorità essi non riconoscevano. Ecco perché, per dimostrare l’eternità delle anime, il Signore cita il passo tratto da Mosè, cioè: “Io sono il Dio d’Abramo, il Dio d’Isacco, il Dio di Giacobbe”, e subito dopo aggiunge: “Non è il Dio dei morti, ma dei vivi”. Una volta dimostrato che le anime sopravvivono dopo la morte ( non poteva infatti ammettersi che Dio sia Dio di coloro che più non esistono ), introduce di conseguenza anche il concetto della risurrezione dei corpi, i quali, insieme con le anime, hanno compiuto il bene o il male. Paolo, del resto, spiega ampiamente questo passo nell’ultima parte della prima lettera ai Corinti”. ( Gerolamo )

33 E sentendo le folle si meravigliavano della sua dottrina.

Le persone umili e semplici sono capaci di stupore e di meraviglia di fronte alla sapienza divina, ma non tutti sanno gioire per la parola che viene dal cielo. Vi è anche chi persiste nell’errore e nell’inganno e vede in Gesù un nemico e un avversario che si deve distruggere ad ogni costo e in qualsiasi modo.

34 Ma i farisei sentendo che aveva imposto il silenzio ai sadducei si radunarono 35 e lo interrogò uno solo di loro dottore della Legge, tentandolo. 36 Maestro, qual è un grande comandamento nella Legge?

Per comprendere il perché di questa domanda e dove stia l’insidia bisogna ricordare a quale punto è arrivato il confronto fra Gesù e i suoi detrattori. I farisei si sono visti demolire nella sapienza che viene loro dalle Scritture: se pur sono fedeli alla Legge, non sanno intenderla alla luce dello Spirito, ma soltanto conforme alla lettera, e si perdono in inutili disquisizioni e contese. I sadducei non hanno avuto maggior fortuna e la loro domanda invece di mettere in difficoltà Gesù, ha offerto al Signore la possibilità di dimostrare la loro stoltezza e  una conoscenza della Parola molto superficiale e distorta. E questo spiega la domanda il cui senso è pressappoco questo: “Se dunque noi tutti (farisei e sadducei) siamo in errore perché non abbiamo intelligenza della Legge, allora dicci tu, che la sai più lunga, qual è un grande comandamento nella Legge: la cui importanza cioè sia fuori discussione e non lasci spazio ad interpretazioni diverse. Passano la palla a Gesù, perché questa volta sia lui a lanciarla, nella speranza di poter controbattere.

37 Gli disse Gesù: Amerai il Signore  Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. 38 Questo è il più grande e primo comandamento. 39 Il secondo è simile a questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. 40 Su questi due comandamenti è appesa tutta la Legge e i profeti.

La risposta di Gesù non ammette replica perché va nel cuore della Legge, tralasciando tutto ciò che è in periferia. Che cosa si può obbiettare al primo e più grande comandamento, se non la durezza del proprio cuore? C’è forse bisogno di spiegare ciò che spiega tutto il resto? Il problema non è più quello di comprendere la Parola, ma di accoglierla nel proprio cuore. Che senso hanno tutte le vostre disquisizioni sulla Legge se non avete donato a Dio la totalità del vostro essere? Si potrebbe forse esprimere in maniera diversa e più efficace il senso di questa totale appartenenza al Padre? Il secondo è simile al primo, perché da esso discende e ad esso è legato. “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Prossimo è colui che ci sta vicino, e  chi è più vicino di Gesù? Perché mi ponete domande con l’odio nel cuore, quando la Legge vi prescrive di amare il prossimo? Come siete falsi con Dio, così siete falsi con l’uomo. Se sono Dio dovete amarmi come Dio, se sono uomo, dovete amarmi come  prossimo. Felice colui che ama nel Cristo Dio e l’uomo, adempie con un solo amore i due comandamenti più grandi. Chi non ama Dio non ama neanche il prossimo e chi non ama il prossimo non ama neppure Dio. Chi ama il Padre ama anche il Figlio che si è fatto uomo e chi ama il Figlio ama anche il Padre che è nei cieli. Convertite i vostri cuori a Gesù e smettetela di contendere. Ascoltate piuttosto la sua Parola e cercate di comprendere colui che vi ama e vuol aprire i vostri occhi, anche se vi siete adunati con animo cattivo.

“E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Ma dire “comandamento seguente e simile” significa dire che in entrambi i casi il dovere e l’importanza sono gli stessi. Non può essere efficace, infatti, né l’amore di Dio senza Cristo, né l’amore di Cristo senza Dio. L’uno senza l’altro non può essere di nessuna utilità per la nostra salvezza. E “da questi comandamenti dipende tutta la Legge e i profeti”, perché tutta la Legge e le profezie erano portate a compimento dalla venuta di Cristo e la sua venuta procurava l’intelligenza della conoscenza di Dio mediante il loro compimento. Per quanto riguarda il prossimo, abbiamo spesso fatto osservare che con esso non bisogna intendere nessun altro che Cristo. Poiché, infatti, ci è proibito di anteporre all’amore di Dio padre, madre, figli, in che modo il comandamento dell’amore del prossimo è simile a quello dell’amore di Dio - altrimenti ci sarebbe ancora qualcosa che potrebbe essere uguagliato all’amore di Dio - se non perché la somiglianza del comandamento esigeva un’uguale carità nell’amore verso il Padre e verso il Figlio? E per poterli convincere di errore con le parole della stessa Legge e offrire una spiegazione più chiara riguardo al prossimo, chiede che cosa pensano del Cristo, di chi sarebbe stato figlio. Essi risposero: “Di Davide”. Ed egli domanda loro come mai Davide, sotto ispirazione, chiama Signore colui che sarebbe stato suo figlio e come mai dice: “Ha detto il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io non abbia posto i tuoi nemici sotto i tuoi piedi”. Certamente era vero che Cristo dovesse essere generato dalla discendenza di Davide. Ma la somiglianza del nome, secondo la quale il Signore si rivolgeva al Signore e lo poneva alla sua destra finché non avesse sottomesso tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi, esprimeva in base alla comunanza dei nomi l’unità di sostanza, con l’invito ad assidersi il potere di giudicare e con la sottomissione di tutti la potenza, al fine di ricordare che in colui, che discendeva da Davide, era contenuta la sostanza della virtù, della potenza e dell’origine eterna e che Dio avrebbe posto la sua dimora in un uomo”. ( Ilario )

“Quanto leggiamo a proposito di Erode e di Pilato, che, per mandare a morte il Signore, si rappacificarono, vediamo che ora accade anche tra i farisei e i sadducei, i quali erano in contrasto fra loro, ma trovano l’accordo per attaccare Gesù. Quegli stessi che prima, mostrando al Signore il denaro, erano stati da lui smascherati e avevano visto in modo umiliante crollare i fautori dell’opposto partito, avrebbero dovuto a questo punto far tesoro della lezione e non tendere più oltre nuove insidie. Ma la loro cattiveria e il loro livore erano pari alla loro sfrontatezza. Uno dei dottori della Legge lo interroga, non perché desideri apprendere, ma per saggiare maliziosamente se Gesù conosce ciò di cui lo interrogava, quale sia cioè il maggior comandamento della Legge. Non lo interroga sui comandamenti, ma su quale di essi sia il primo e più grande. Lo scopo è evidente: poiché tutti i comandamenti di Dio sono ugualmente grandi, qualunque cosa Gesù risponderà, egli avrà buon gioco per cavillare che c’è un altro comandamento più grande. Chi dunque sa, e pone domande non per desiderio di apprendere, ma per saggiare malignamente se colui che deve rispondere conosce la risposta, è simile ad un fariseo ipocrita, non al vero discepolo. ( Gerolamo )

41 E riunitisi i farisei interrogò loro Gesù 42 dicendo:

Gesù mette fine alla sterile polemica e  riporta il discorso alla verità. E’ lecito e giusto che vi poniate delle domande per dissipare ogni dubbio ed incertezza, ma in un’ottica diversa rivolta non più alla Legge, ma a Colui che è l’adempimento della Legge. Uno solo è il problema: capire chi è il Cristo e accogliere in lui il Figlio mandato dal Padre. La domanda di Gesù non è provocatoria e non vuol confondere se non per riportare sulla retta via i suoi interlocutori. Mette sulla loro bocca l’unica domanda che ognuno può e deve porsi:

Che cosa vi sembra del Cristo? Di chi è figlio? Gli dicono: Di Davide. Risposta esatta ma incompleta: non va oltre l’intelligenza umana e non entra nel mistero del Cristo Figlio di Dio.

43 Disse loro: In qual modo dunque Davide in spirito chiama lui Signore dicendo: 44 Ha detto il Signore al mio Signore: siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici come sgabello dei tuoi piedi? 45 Se dunque Davide lo chiama Signore, in che modo è suo figlio? 46 E nessuno poteva rispondergli  parola, perché nessuno può resistere e contraddire alla sapienza che viene dal cielo.  Non vi è altra risposta se non la fede che viene dall’ascolto. Ma non sempre l’uomo convinto di verità vuol comprendere e conoscere di più, per timore di dover cambiare vita e per paura di perdere qualcosa. Tronca il dialogo con Gesù, proprio quando le nubi cominciano a dissiparsi. Meglio vivere nelle tenebre della propria vita e lasciar perdere la parola del Cristo. Né osò qualcuno da quel giorno interrogarlo ancora.

E’ il modo più triste di porre fine al proprio rapporto col Signore, quando il nostro cuore non sa più porre domande, perché non vuole più ascoltare.

“I farisei, che si erano riuniti per mettere in difficoltà Gesù e tentavano do cogliere in fallo la Verità con una domanda subdola, offrirono il destro per essere smascherati. Gesù chiede loro - e questa domanda ancor oggi ci è utile per ribattere ai Giudei - di chi sia figlio il Messia; e i farisei che, che credono nel Messia futuro, rispondono che deve essere un uomo come gli altri, ma pieno di santità e discendente dalla stirpe di Davide. Interroghiamo dunque costoro che furono ammaestrati dal Signore: se è un uomo come gli altri, ma anche figlio di David, come mai David lo chiama suo Signore? E David lo chiama così non per un errore o un impulso della sua volontà, ma proprio perché ispirato dallo Spirito Santo. La testimonianza che Gesù ha opposto ai Giudei è tratta dal centonovesimo salmo. Il Signore dunque è chiamato così da David, non perché è nato da lui, ma perché, in quanto generato dal Padre, è da sempre, e viene prima dello stesso suo antenato. I giudei per eludere la precisa domanda, inventano molte fandonie, asserendo: che si tratti di uno schiavo nato in casa di Abramo, il cui figlio era Eliezer di Damasco; che da costui sarebbe stato scritto il salmo; e che è dopo l’uccisione dei cinque re che il Signore Dio avrebbe detto ad Abramo: “Siedi alla mia destra, finchè io ponga i tuoi nemici come sgabello dei tuoi piedi”. Noi chiediamo loro: come mai Dio ha detto allora ad Abramo le parole che seguono: “Con te è il dominio dal dì della tua nascita sul monte mio santo. Dal mio seno, per me, prima dell’aurora, qual rugiada ti ho generato”, e ancora: “Il Signore ha giurato e non si pente: Tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedech”? Vogliamo che rispondano, che ci dicano come può Abramo essere stato generato prima dell’aurora e come può essere stato sacerdote secondo l’ordine di Melchisedech, dato che fu Melchisedech a offrire ad Abramo il pane e il vino, e a ricevere da lui le decime di ogni cosa che aveva conquistato”. ( Gerolamo )

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