La morte

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                                            La morte
Adattamento dal volgare di Cristoforo  ( dalla Cronaca di Simone Filipepi )
… E dopo molti strazi e tormenti, gli fu alla fine annunciato che doveva morire, e la stessa cosa fu detta agli altri due. E chiedendo essi di confessarsi, furono fatti venire tre monaci neri di San Benedetto, che ne confessarono uno per ciascheduno; e poi si comunicarono devotissimamente. E frate Gerolamo si comunicò da sé e tenendo in mano il Sacramento, disse queste parole: “Signore, io so che tu sei quel vero Dio, creatore del mondo e dell’umana natura. Io so che tu sei quella Trinità perfetta,  indivisibile e inseparabile, distinta in tre persone; Padre, Figlio e Spirito Santo. Io so che tu sei quel Verbo eterno, che discendesti dal cielo in terra nel ventre di Maria Vergine, salisti sul legno della croce a spargere il tuo prezioso sangue per noi, miseri peccatori. Io ti prego, consolator mio, che tanto prezioso sangue non sia sparso per me invano , ma sia in remissione di tutti i miei peccati, dei quali io ti chiedo perdono, dal giorno in cui io ricevetti l’acqua del santo battesimo  sino a questo momento; e per questi, Signore, io dico a te,  “mia colpa”. E così ti chiedo perdono di quello in cui  ho offeso questa città e tutto questo popolo, in cose spirituali e temporali, e così di ogni cosa, di cui io non avessi conoscenza di aver sbagliato. E umilmente a tutte quelle persone, che sono qui circostanti, chiedo perdono; e preghino Dio per me , che mi faccia forte nel momento finale, e che il nemico non prevalga su di me.
“Ipsa te cogat pietas ut mala nostra superes parcendo, et voti compotes non tuo vultu saties”. E, detto questo, prese il santissimo Sacramento. Dicono che tutti e tre, quando ebbero la notizia che dovevano morire, non cambiarono aspetto, non ne fecero parola. Chiese poi, dopo la comunione, frate Girolamo, di poter parlare ai suoi compagni e, come piacque a Dio, n’ebbe grazia. E dopo che ebbero parlato alquanto insieme, frate Domenico e frate Silvestro fecero alcuni passi indietro e poi si inginocchiarono davanti al Padre e vollero la sua benedizione.
Gli fu poi tolto l’abito; e allora ottennero un’altra grazia, cioè che, toltegli le manette, lo tennero per un po’  fra le braccia in quell’ultimo tempo. Questi, fatto ciò, disse: O abito santo, quanto t’ho io desiderato! Dio  ti dette a me, e sino ad ora ti ho conservato senza macchia, e ora io non ti lascerei, ma tu mi sei tolto. Non gli fu mai detto, né egli volle sapere, di che morte dovesse morire, se non quando egli da se stesso vide in piazza il patibolo preparato. La Signoria aveva fatto fare sulla ringhiera ai piedi del Palazzo un palco per degradare i tre Padri; e,  dopo questo, un altro si partiva dalla ringhiera verso la piazza. All’estremità di questo si innalzava un legno, ovvero   uno stipite in alto, alla  sommità c’era una croce, la cui forma però non era molto grande; perché, quando se ne avvidero gli avversari, ne fecero tagliare da ogni parte, perché non fosse simile a quella di Cristo, ma nonostante ciò era pur sempre croce come prima; ai piedi di essa vi era molta stipa e ben preparata, con altre cose da far fuoco. E questo apparato fu fatto preparare per forza da molti poveri artigiani e da altri che credevano al Padre e alla sua dottrina, costringendoli a portare tutto il legname e la stipa occorrente, e per paga, erano dette loro molte villanie. Essendo poi i tre padri condotti dinanzi al Commissario del Papa e al vescovo Paganotti e al Generale di San Domenico per degradarli, essendovi presenti anche alcuni canonici di Santa Maria del Fiore, dei quali uno era chiamato messer Nerotto, concubinario marcio e di pessima vita, essendo già spogliati dell’abito, il detto vescovo cominciò a fare le solite cerimonie. Durante le quali, sbagliando in alcune cose, il Padre frate Girolamo, dovette correggerlo; e dicendo poi che lo privava della Chiesa militante e trionfante, ancora il padre frate Girolamo, riprese le parole e disse: Monsignore, voi sbagliate, perché non dovete dire se non della militante: della trionfante, spetta a Dio. E così il buon Vescovo si corresse.
Degradati che furono, si fece innanzi Romolino e dette la sentenza, condannandoli tutti e tre a morte, come eretici e scismatici; e tuttavia , poco prima, si erano confessati e comunicati, cosa che fa ripulsa all’eretico e allo scismatico. Era allora gonfaloniere Vieri dei Medici , amico dei Compagnacci anche lui. Condotti poi ai piedi della croce, fu il primo frate Silvestro a essergli messo il capestro al collo con un collare di ferro; poi fu fatta la stessa cosa a frate Domenico da Pescia; e per ultimo a padre frate Girolamo. E con questo stesso ordine furono impiccati l’uno dopo l’altro. E subito appiccarono il fuoco alla catasta, e così di loro fa fatta polvere e cenere, benché se ne avesse qualche reliquia delle loro ossa, come piacque a Dio. Per la qual cosa, vedendo gli avversari che alcuni di nascosto raccoglievano questa cenere, uomini e donne, vennero alcuni mazzieri da parte della Signoria, per allontanare chiunque. Poi fatte venire certe carrette, fecero portare tutta quella cenere sopra il Ponte Vecchio e la fecero gettare in Arno dal mezzo del Ponte. Fu nondimeno ripescato il cuore di frate Girolamo nella gora della mulina di Ogni santi da parte di un mugnaio; e si è trovato, per qualche indizio, che è proprio il suo.