Articoli

Vangelo di Matteo cap1

Commento al Vangelo di Matteo

 

Cap. 1

 

Testo tradotto dalla Vulgata, esegesi integrata da commenti dei Padri della Chiesa.

 

liber generationis Iesu Christi filii David, filii Abramo

1 Libro di generazione di Gesù Cristo, figlio di David, figlio di Abramo.

Abraham genuit Isaac Isaac autem genuit Iacob Iacob autem genuit Iudam

2 Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda

et fratres eius Iudas autem genuit Phares et Zamar de Thamar Fares autem genuit

e i suoi fratelli, 3 Giuda generò Fares e Zara da Tamar , Fares generò

Esron Esron autem genuit Aram Aram autem genuit Naasson Naasson autem genuit

Esron, Esron generò Aram, 4 Aram generò Naasson, Naasson genero'

Salmon Salmon autem genuit Booz de Rahab Booz autem genuit Obed ex Ruth

Salmon, 5 Salmon generò Booz da Rahab, Booz generò Obed da Ruth

Obed autem genuit Iesse Iesse autem genuit David regem David autem rex genuit

Obed generò Iesse, 6 Iesse generò Davide il re, Davide il re generò

Salomonem ex ea quae fuit Uriae Salomon autem genuit Roboam Roboam autem

Salomone da quella che fu di Uria, 7 Salomone generò Roboamo, Roboamo

genuit Abiam Abias autem genuit Asa Asa autem genuit Iosaphat

generò Abia, Abia generò Asa, 8 Asa generò Giosafat

Iosaphat autem genuit Ioram Ioram autem genuit Oziam Ozias autem genuit

Giosafat generò Ioram, Ioram generò Ozia, 9 Ozia generò

Ioatham Ioatham autem genuit Achaz Achaz autem genuit Ezechiam Ezechias

Ioatan, Ioatan generò Acaz, Acaz generò Ezechia, 10 Ezechia

autem genuit Manassen Manasses autem genuit Amon Amon autem genuit

generò Manasse, Manasse generò Amon, Amon generò

Iosiam Iosias autem genuit Iechoniam et fratres eius in trasmigratione Babylonis

11 Giosia, Giosia generò Ieconia e i suoi fratelli nella deportazione di Babilonia

Et post transmigrationem Babylonis

12 E dopo la deportazione di Babilonia

Iechonias genuit Salathiel Salathiel autem genuit Zorobabel

Ieconia generò Salatiel, Salatiel generòZorobabel,

Zorobabel autem

13 Zorobabel

genuit Abiud Abiud autem genuit Eliacim Eliacim autem genuit Azor

generò Abiud, Abiud generò Eliacin, Eliacin generò Azor

Azor autem genuit Sadoc

14 Azor generò Sadoc

Sadoc autem genuit Achim Achim autem genuit Eliud Eliud autem genuit Eleazar

Sadoc generò Achim, Achim genero' Eliud, 15 Eliud generò Eleazar

Eleazar autem genuit Mathan Mathan autem genuit Iacob Iacob autem genuit

Eleazar generò Mathan, Mathan generò Giacobbe, 16 Giacobbe generò

Ioseph virum Mariae, de qua natus est Jesus, qui vocatur Christus

Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, colui che è detto Cristo.

omnes itaque generationes ab Abraham usque ad David generationes quattordecim

17 Pertanto tutte le generazioni da Abramo fino a Davide quattordici generazioni,

et a David usque ad trasmigrationem Babylonis generationes quattordecim

e da Davide fino alla deportazione di Babilonia quattordici generazioni

et a transmigratione Babylonis usque ad Christum generationes quattordecim,

e dalla deportazione di Babilonia fino a Cristo quattordici generazioni.

Christi autem generatio sic erat cum esset desponsata mater eius Maria Joseph

18 Ma la generazione di Cristo era così: Essendo stata promessa in sposa a Giuseppe,

antequam convenirent inventa est in utero habens de Spiritu Sancto

sua madre Maria, prima che convivessero, fu trovata incinta per opera dello Spirito Santo.

Ioseph autem vir eius cum esset iustus et nollet eam traducere

19 Giuseppe il suo uomo, essendo giusto e non volendo esporla,

voluit occulte dimittere eam

volle rimandarla segretamente.

haec autem eo cogitante, ecce angelus Domini apparuit in somnis

20 Ma mentre pensava a queste cose, ecco l'angelo del Signore gli apparve in sogno

ei dicens: Joseph fili David, noli timere accipere Mariam coniugem tuam,

dicendo: Giuseppe figlio di David, non temere di accogliere Maria tua sposa,

quod enim in ea natum est, de Spirito Sancto est

infatti ciò che è nato in lei è dallo Spirito Santo.

pariet autem filium et vocabis nomen eius Iesum ipse enim salvum faciet

21 Partorirà un figlio e chiamerai il suo nome Gesù; egli stesso infatti salverà

populum suum a peccatis eorum

il suo popolo dai loro peccati.

hoc autem totum factum est ut adempiretur quod dictum est a Domino

22 Tutto questo avvenne, affinché fosse adempiuto ciò che fu detto dal Signore

per prophetam dicentem ecce virgo in utero habebit et pariet filium

per mezzo del profeta che dice: 23 Ecco la vergine concepirà e partorirà un figlio,

et vocabunt nomen eius Emmanuel quod est interpretatum nobiscum Deus

e chiameranno il suo nome Emmanuele che vuol dire: Dio con noi.

exsurgens autem Joseph a somno fecit sicut praecepit ei angelus Domini

24 Alzandosi Giuseppe dal sonno fece come gli comandò l'angelo del Signore

et accepit coniugem suam

e accolse la sua sposa.

et non conoscebat eam donec peperit filium suum primogenitum

25 E non la conosceva, finché partorì il suo figlio, il primogenito

et vocavit nomen eius Iesum

e chiamò il suo nome Gesù.

 

                                              

 

Libro di generazione di Gesu' Cristo, figlio di David, figlio di Abramo. 2 Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe,

L'albero genealogico di Gesù è introdotto dalle parole: "Libro di generazione".

E' qualcosa di più di una semplice enumerazione di nomi: è libro della Scrittura e in quanto tale Parola rivelata, fonte di vita che dà la vita. Benché sia difficile cogliere in modo immediato significati ricchi e complessi in questi versetti, dobbiamo credere che in essi vi è la stessa grazia che troviamo in tutta la Bibbia.

Quasi sempre il lettore è colto da un senso di stanchezza, di noia; è tentato di andare oltre, convinto che le genealogie dicano ben poco di autenticamente spirituale. Vero è che la grazia di Dio non è innanzitutto legata alla comprensione della Parola, ma alla semplice lettura e proclamazione. A volte la Parola non dice nulla al nostro cuore, ciononostante può cambiarlo radicalmente. Si legge la Parola solo perché si crede in essa: il Signore darà il dono dell'intelligenza, nel modo che ritiene giusto per ognuno di noi, e nella misura della nostra fede. Tutta la Parola di Dio è divinamente ispirata: è sempre l'unico e medesimo Dio che parla. Se andiamo a vedere le genealogie dell’A. Testamento le troviamo più lunghe e "pesanti". E’ per questo che non si leggono quasi mai, perché ci sfugge il loro significato e la loro importanza: eppure anch'esse sono Parola di Dio. Non sono scritte per iniziativa dell'uomo, ma per volontà di Dio: vanno lette nella fede e con lo Spirito della fede. Se non riusciamo a cogliere significati reconditi è sufficiente la semplice lettura, come atto di obbedienza. La Parola di Dio va letta nella sua totalità ed integrità, senza nulla scartare, in modo sistematico, dall'inizio alla fine: così come Dio ce l'ha donata. Il significato di questa lettura integrale e continua è ancor viva nelle comunità monastiche, per lo più sconosciuto nelle comunità parrocchiali, dove si accentua sempre più una lettura frammentaria , episodica, ad effetto della Parola. Parallelamente a questa progressiva contrazione e diminuzione della Parola, cresce lo spazio per una parola "rivelata", che non si identifica più con la sola Bibbia, ma è frammischiata e confusa con altre fonti, non consacrate dalla tradizione della chiesa. Lo smarrimento e la divisione delle coscienze, che non sanno più in chi e in che cosa si debba credere, aumenteranno sempre di più, finché non imboccheremo la strada contraria: un ritorno alla pura e semplice Parola di Dio, proclamata nella sua integrità, senza nulla aggiungere e nulla togliere.

Questa breve introduzione ci è parsa utile e necessaria, perché possiamo affrontare l'inizio del Vangelo di Matteo, non con stanchezza e noia, ma ,al contrario, con la gioia, la prontezza, l'entusiasmo di chi sa di accostarsi ad una fonte di Vita.

Certamente la forma non ci aiuta: è assai poco invitante ma, proprio per questo, ci costringe subito ad andare oltre lo spirito di una lettura puramente umana, dove il bello, il piacevole, l’ immediatamente comprensibile sono le categorie dominanti.

Noi leggiamo innanzitutto per fare la volontà di Dio: nell'obbedienza è il senso primo della fede e la fede comincia dall'ascolto della sua Parola.

"(...)  Gesu' Cristo, figlio di David, figlio di Abramo."

L'espressione "figlio di David" è ricorrente nella Scrittura. Davide fu il re d'Israele per eccellenza. "Figlio di Davide", significa dunque che Gesù è innanzitutto di stirpe regale. Alla figura di Davide è accostata quella di Abramo, padre di Israele e padre della fede. Perché mai colui che viene dopo in senso temporale viene menzionato prima? Ad Abramo fu fatta la promessa di una discendenza, ma solo a Davide fu fatta la promessa del Salvatore, con giuramento. Così Cromazio nel suo commento a Matteo: " Poiché il Signore e Salvatore nostro dagli evangelisti viene considerato figlio sia di Davide sia di Abramo, secondo la carne, bisogna indagare perché Davide preceda nell'ordine Abramo, padre della nostra fede. Dice , infatti, così: "Figlio di Davide, figlio di Abramo": ordine questo che comprendiamo adottato perché, sebbene l'origine dell'incarnazione del Signore spetti ad entrambi, tuttavia, lo stesso avvenimento fu promesso attraverso l'opera di Davide, con l'aggiunta di un giuramento. Così, infatti, sta scritto: " Il Signore ha giurato il vero a Davide e non lo ingannerà, perché dal frutto del tuo grembo porrò uno sul mio trono."                                                               

Più semplice l'interpretazione del Crisostomo:  " (...) perché dunque menziona dapprima David? Perché allora il nome di David, illustre principe, molto meno antico di Abramo, era sulla bocca di tutti. Sebbene Dio avesse fatto a David e ad Abramo la stessa promessa, tuttavia il lungo tempo che era passato faceva si che molti non si ricordassero più della prima promessa, mentre si parlava spesso della seconda, come la più nuova e la più recente. Gli stessi Giudei dicono:" Il Cristo non deve venire dalla stirpe di David e da Betleem, il villaggio dove era David? Nessuno chiamava il Cristo figlio di Abramo, mentre tutti lo consideravano figlio di David."

"Va notato che nella discendenza del Salvatore non appare nessuna santa donna, ma quelle che la Scrittura rimprovera, affinché colui che era venuto per i peccatori, nascendo da peccatrici, distruggesse ogni peccato. Ecco perché sono menzionate Rut la Moabita e Betsabea moglie di Uria."( Gerolamo )

"Nel quarto volume dei Re leggiamo che Ochozia era figlio di Joram e che, alla sua morte, Giosabet, figlia del re Joram e sorella di Ochozia, prese Joas, figlio di suo fratello, e lo sottrasse alla morte che voleva dargli Atalia. A Joas successe sul trono il figlio suo Amasia, dopo il quale regnò il figlio Azaria, noto anche come Ozia, che lasciò il regno al figlio Joatam. Dunque, secondo quanto afferma la storia, vi sono tre re in mezzo, che l'evangelista ha qui trascurato: Joram infatti non generò Ozia, ma Ochozia, e prima di Ozia vi sono gli altri re che abbiamo elencato. Ma poiché l'evangelista si è proposto di dividere il volgere dei tempi in tre epoche di quattordici generazioni ciascuna, e poiché alla stirpe di Joram si era mischiata quella dell'empia Jezebel, per questo ha omesso di far menzione fino alla terza generazione della sua discendenza, per non collocarla nella genealogia della santa nascita. ( Gerolamo )

Relativamente alla genealogia dopo la deportazione in Babilonia, lo stesso Gerolamo così continua: "Se considerassimo Jeconia come l'ultimo della prima serie di quattordici, nella successiva serie non vi sarebbero più quattordici, ma tredici generazioni. Sappiamo peraltro che il primo Jeconia non è altri che Joacim; mentre il secondo Joachim è il figlio, non il padre. Il primo ha il nome che termina in "cim", il secondo in "chin": per un errore degli amanuensi latini e per la lontananza dei tempi, tra i Greci e i Latini è sorta questa confusione.

Più suggestiva, ma meno plausibile la spiegazione di Cromazio e di Ilario di Poitiers

"Due generazioni, infatti, si attribuiscono al Signore: quella dello Spirito e quella della carne, quella di Dio e quella dell'uomo, perché l'unigenito Figlio di Dio, che è Spirito e Verbo e Dio, rimaneva generato dal Padre prima di tutti i secoli eterni, e ugualmente nacque nel tempo da una vergine, assumendo un corpo per attuare il mistero dell'umana salvezza. Perciò, non a torto, l'evangelista riunì insieme , sotto due generazioni la nascita del Verbo e del corpo, cioè di Dio e dell'uomo. ( Cromazio )            

“Se sta scritto che fino a Maria vi furono quattordici generazioni, mentre contandole ne risultano tredici, non ci potrà essere nessun errore, dal momento che si sa che nostro Signore Gesù Cristo non ha soltanto un’origine derivante da Maria, ma nella procreazione della nascita corporale è contenuto un significato eterno. ( Ilario )

"Giacobbe genero' Giuda..."

"A questo punto Giuliano Augusto ci obietta l'esistenza di contraddizioni tra gli evangelisti perché, mentre Matteo dice che Giuseppe è figlio di Giacobbe, Luca afferma che è figlio di Eli. Giuliano mostra così di non comprendere l'abituale modo di esprimersi delle Scritture. La differenza è in realtà dovuta al fatto che Giacobbe è padre di Giuseppe secondo la natura, mentre l'altro gli è padre secondo la legge. Sappiamo infatti che, come stabilisce Mosè su ordine di Dio, se il fratello o il parente muore senza figli, un altro familiare sposa la vedova di lui, per assicurare la discendenza al fratello o parente." ( Gerolamo )

“La progressione genealogica che Matteo aveva messo in luce secondo l’ordine della successione regale, Luca la considera dal punto di vista della stirpe sacerdotale. Presentandola entrambi come una enumerazione, ciascuno dei due indica che nel Signore c’è un legame di parentela con l’una e l’altra tribù. E la progressione genealogica è ben fatta, poiché l’alleanza della tribù sacerdotale con quella regale, inaugurata da Davide in seguito al suo matrimonio, viene confermata poi dalla discendenza, quando si passa da Sealtiel a Zorobabele. In tal modo, Matteo che registra la linea paterna che aveva origine da Giuda, e Luca che invece ci informa sulla discendenza dalla tribù di Levi attraverso Natan, hanno dimostrato, ciascuno con le proprie scelte, la gloria della duplice eredità di nostro Signore Gesù Cristo, che è re e sacerdote in eterno, anche nella sua nascita corporale. E non ha nessuna importanza se viene recensita l’ascendenza di Giuseppe anziché quella di Maria: infatti il legame di parentela è unico e identico per tutta la tribù. Sia Matteo che Luca hanno illustrato con un esempio questo fatto, chiamando padri, ciascuno da parte sua, uomini che erano tali non tanto per la generazione quanto per la razza, dal momento che una tribù nata da un solo uomo è raggruppata in una sola famiglia, di cui la successione e l’origine sono uniche. Infatti si tratta di presentare il figlio di Davide e di Abramo, dal momento che inizia così: “Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo”. Non importa quindi chi è collocato a tale punto e a tale posto della discendenza, purché si comprenda che la famiglia, globalmente, procede da un uomo solo. Così poiché Giuseppe e Maria appartengono alla stessa tribù, quando Giuseppe viene presentato come discendente dalla stirpe di Abramo, la stessa cosa si insegna anche per Maria. Nella Legge infatti veniva osservata questa disposizione: se un capo di famiglia moriva senza lasciare figli, il fratello minore dello stesso ramo sposava la moglie del defunto e, se aveva dei figli, li annoverava nella famiglia del defunto. In questo modo veniva conservato l’ordine della successione tra i primogeniti, poiché questi erano considerati padri, per il nome o per la discendenza, di coloro che sarebbero nati dopo di loro”. ( Ilario )

La genealogia di Gesù ci presenta personaggi molto illustri, altri quasi sconosciuti.

Con il raggiungimento della dignità regale, il ramo genealogico di Gesù ha conosciuto il massimo della sua potenza e della sua fama. Tale regalità ha connotati e caratteristiche del tutto peculiari e diverse rispetto a quelle degli altri popoli. Nasce e si accresce con il consenso divino, sempre legata alla promessa di un futuro Salvatore. I frutti sono noti e minuziosamente descritti nell'A. Testamento: il regno d'Israele perisce miseramente per la disobbedienza dei suoi figli e, prima ancora, dei suoi capi. E' necessaria la deportazione e la schiavitù in Babilonia, perché la storia della salvezza assuma un volto ed un significato nuovi. Nell'avvilimento e nella umiliazione della schiavitù, rinasce l'amore per la Parola di Dio e si ridesta la speranza nel futuro Salvatore. A questo punto è come se Gesù volesse farsi piccolo nei suoi antenati, fino a scomparire davanti agli occhi degli uomini. Fallita una salvezza che percorre le categorie umane della gloria e della grandezza, Dio sceglie la strada inversa della povertà e dell'umiliazione, fino ad incarnarsi in colei che è piccola per definizione. Questo progressivo impoverimento dell'albero genealogico di Gesù non è accompagnato da alcun commento: si riportano semplicemente dei nomi e si lascia a noi ogni sorta di riflessione.

L'interesse dell'evangelista è ora un altro: non quello di ripercorrere il cammino della salvezza, ampiamente documentato nell'A. Testamento, ma quello di aprire, per così dire, un discorso nuovo, di rottura con il passato. Ci sembra che il senso primo della genealogia sia tutto in quel:

18 "Ma la generazione di Cristo era così..."

Come dire: Se prima la storia della salvezza procedeva in un certo modo, con la generazione di Gesù vi è un cambiamento e una novità, in assoluto. I "padri" dell'Antico Testamento, seppur depositari e custodi della promessa, sono nati, vissuti, morti nella carne e con la carne. Ciò che è nato dalla terra, appartiene alla terra e ritorna alla terra. Con la venuta di Gesù siamo posti di fronte ad un evento che ha caratteristiche uniche, esclusive, irripetibili, tali da giustificare la divisione della storia in un prima e in un dopo. Questa novità si afferma e si accresce secondo una logica che sfugge alla comprensione umana. Siamo posti semplicemente di fronte ad un dato di fatto.

Essendo stata promessa in sposa a Giuseppe, sua madre Maria, prima che convivessero, fu trovata incinta per opera dello Spirito Santo.

L'umanità è semplice spettatrice di un evento in cui l'uomo non ha parte alcuna.

Maria ne fu la prima testimone, ma tutti gli uomini sono chiamati a prenderne atto.

Non meraviglia lo stupore di Giuseppe: non sa cosa pensare, non sa cosa fare.

19 Giuseppe il suo uomo, essendo giusto e non volendo esporla, volle rimandarla segretamente.

Giuseppe è un uomo giusto, conosce la fedeltà di Maria, ma l'evento lo pone subito nella condizione di chi è costretto a fare una scelta. Non è più come prima: vi è un fatto nuovo, inspiegabile, che va rispettato e custodito nella fede, ma vi è anche la morale degli uomini, consacrata dalla tradizione, la quale impone, in questo caso, di ripudiare la moglie. Giuseppe tenta una mediazione: pensa di rimandare Maria di nascosto, senza esporla al disonore del ripudio. L'opera di Dio disarma Giuseppe, lo butta nelle tenebre, ma la sua fede ne esce rafforzata. Non si affida alle scelte precipitose ed immediate, dettate dal cuore o dal costume degli uomini. Ha fatto suo l'evento, lo porta nel silenzio del suo cuore, non vuole semplicemente liberarsene, ma gestirlo conforme alla volontà di Dio. E il Signore non tradisce la sua attesa e il suo bisogno di luce.

20 Ma mentre pensava a queste cose... cioè mentre era come immerso nel fatto, preso dall'evento al punto che non c'era spazio per altro pensiero, ecco l'angelo del Signore gli apparve in sogno, dicendo...

Ci vuole molta fede per credere ad un sogno. Il sogno ha caratteristiche talmente contrarie alla realtà che, non solo noi non ascoltiamo i sogni, ma cerchiamo di rimuoverli dalla nostra coscienza. Il solo ricordo ci rende ridicoli ai nostri occhi, il dare un peso ci fa apparire come menti malate e deliranti. Eppure Dio sceglie questa strada per parlare a Giuseppe. Vero è che l'uomo immerso nella preghiera continua non conosce rottura o frattura di sorta tra lo stato di veglia e quello di sonno. E' sempre il medesimo Spirito che opera nel suo cuore e illumina la sua mente. Altre volte Dio ha parlato in sogno: non è una novità, semmai la conferma di una consuetudine: il privilegiare lo stato di passività, di impotenza, di non volontà per affermare la Sua volontà.

Giuseppe, figlio di David, non temere di accogliere Maria tua sposa...

E' la Parola di Dio che ci libera da ogni timore e ci dà la forza per affrontare una situazione impossibile, senza via d'uscita. Vi è in noi un timore, una paura ricorrente e persistente in tutta la nostra vita: cresce o diminuisce a seconda dell'alternarsi delle vicende. Si manifesta nell'occasione, ma non è qualcosa di occasionale, bensì di strutturale: è frutto del peccato d'origine. Si nasce nel timore e si muore col timore. La liberazione non può venirci dalle vicende della vita, ma solo dalla grazia di Dio.

Il Signore non libera Giuseppe da una situazione difficile da gestire, ma cambia completamente il suo cuore, gli dona una pace ed un'energia che prima non possedeva. E ciò è sottolineato da quel "exsurgens" al versetto 24. E' lo stesso verbo della resurrezione: Giuseppe si alzò dal sonno completamente rinnovato, diverso.

La Parola del Signore ha cambiato il suo cuore: non solo gli ha dato la pace, ma anche la forza per fare la volontà di Dio.

“Molti uomini empi e del tutto estranei all’insegnamento spirituale colgono l’occasione di pensare male di Maria dal fatto che si dice: “Prima che andassero a vivere insieme, si trovò incinta”, e ancora: “Non temere di prendere con te Maria”, e “senza che egli la conoscesse, partorì un figlio”. Essi dimenticano che era promessa sposa e che queste parole furono rivolte a Giuseppe, per il fatto che egli voleva rinviarla, poiché, essendo un uomo giusto, non voleva che fosse condannata secondo la Legge. Così, affinché non ci fosse nessun equivoco sul suo parto, egli stesso viene preso come testimone che Cristo era stato concepito dallo Spirito Santo. Dal momento che gli era fidanzata, la prendesse come sposa. Dopo il parto viene conosciuta, cioè accede al titolo di sposa: viene conosciuta come tale infatti, ma non si unisce a lui materialmente. Infine quando Giuseppe viene avvertito di andare in Egitto, così è detto: “Prendi con te il bambino e sua madre” e: “Ritorna con il bambino e sua madre”; e ancora in Luca: “E c’era Giuseppe e la madre di lui”. E  ogni volta che si parla dell’uno e dell’altra, lei è chiamata la madre di Cristo, poiché lo era, e non la sposa di Giuseppe, poiché non lo era. Ma c’è anche un motivo osservato dall’angelo nel fatto che al momento di presentarla come fidanzata al giusto Giuseppe, la chiami sposa. Infatti così dice: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa”. Dunque, quand’era fidanzata ha ricevuto il nome di sposa e dopo il parto, pur essendo riconosciuta come sposa, viene indicata solo come la madre di Gesù, affinché, come veniva attribuito alla giustizia di Giuseppe il matrimonio con Maria nella sua verginità, così fosse mostrata nella madre di Gesù la santità della sua verginità. ( Ilario )

(...) infatti ciò che è nato in lei è opera dello Spirito Santo.

Ci saremmo aspettati: "Colui che è nato in lei..." Evidentemente il riferimento non è solo alla persona di Gesù, ma a tutta la sua opera salvifica, che comincia in Maria e con Maria: madre di Dio, ma, nello stesso tempo, madre nostra, non semplice spettatrice della salvezza, ma collaboratrice della salvezza.

Colui che è stato concepito nel suo grembo fa tutt'uno con ciò che è nato nel suo cuore. Madre di Dio, perché ha generato il Figlio, madre nostra perché ci genera alla vita del Figlio. D'ora in poi Giuseppe vedrà in Maria, non semplicemente l'opera del Padre, ma anche il modello della fede, della santità. Avrà occhi, non semplicemente per il Figlio di Dio, ma anche per colei che porta nel suo grembo il Figlio di Dio.

21 Partorirà un figlio e chiamerai il suo nome Gesù; egli stesso infatti salverà il suo popolo dai loro peccati.

"Questo nome del Signore, con cui viene chiamato Gesù, fin dal grembo della Vergine, non è nuovo per lui, ma antico: Gesù, infatti, tradotto dall'ebraico in latino, significa  "Salvatore". Questo nome si conviene propriamente a Dio, perché dice per bocca del profeta: "Non c'è giusto e salvatore fuori di me. Perciò, parlando il Signore  stesso per bocca d'Isaia dell'origine corporea della sua nascita, dice così: "Dal grembo di mia madre mi chiamò col mio nome." Col suo, appunto, non con un nome che gli fosse estraneo, perché fu chiamato Gesù come uomo, cioè Salvatore, lui che era salvatore come Dio. ( Cromazio )

E' subito affermato in modo chiaro ed inequivocabile il senso unico ed esclusivo della salvezza: la liberazione dalla schiavitù del peccato e da tutto ciò che è male agli occhi di Dio, in virtù del solo Figlio di Dio. E non si può dare tutto ciò per scontato e come già acquisito dal cuore dell'uomo. Invero non è questa l'unica aspettativa del popolo eletto nei confronti del Salvatore. Vi è anche il desiderio di una vita migliore, dove la liberazione dal peccato fa tutt'uno con una vita più facile, più piacevole, dove è sradicata ogni forma di ingiustizia e con ciò la sofferenza che ne consegue.

Questo sentimento era molto vivo in Israele, oppresso dal giogo di Roma. Gesù sarà una grande delusione per gli Ebrei. Aspettavano un'altra liberazione: la liberazione che non passa per la via della croce, che cambia il mondo, senza cambiare il nostro cuore. L'interesse di Dio è uno solo: liberare il suo popolo dal peccato e dai lacci del satana: per questo ha preparato la venuta del Figlio. Il Vangelo sottolinea in modo forte la realizzazione dell'evento così come predetto dal profeta Isaia.

22 Tutto questo avvenne, affinché fosse adempiuto ciò che fu detto dal Signore per mezzo del profeta che dice: 23 Ecco la vergine concepirà e partorirà un figlio e chiameranno il suo nome Emmanuele, che vuol dire: Dio con noi.

Vi è quasi un capovolgimento di prospettiva: come se la Parola non fosse in funzione dell'evento, ma l'evento fosse in funzione della Parola. Innanzitutto non va confermato l'evento, ma la Parola che annuncia l'evento. L’avverarsi delle profezie non è, di per sé, forza e strumento di salvezza. Quale segno può rappresentare agli occhi del mondo una vergine che rimane incinta? Siamo nella normalità dell'esperienza umana, nulla di diverso e di eccezionale che ci riporti immediatamente all'intervento di Dio. E quel "chiameranno il suo nome Emmanuele"? Dov'è mai questo popolo di redenti che dà lode al Salvatore?

Passerà ancora del tempo: ci vorrà la morte e la resurrezione di Gesù, prima che la chiesa diventi realtà visibile. Ma allora, perché mai si enfatizza così tanto l'avverarsi della profezia, attraverso segni così poveri ed evanescenti, per certi aspetti inconsistenti agli occhi della carne? Non vi è niente di immediatamente comprensibile verificabile, degno di essere creduto secondo la logica umana. Vi è innanzitutto la nostra fede, il nostro attaccamento, il nostro amore per la Parola, che dona occhi per vedere ciò che la carne non può vedere. La profezia fa tutt'uno con la Parola: non si può  entrare nel suo mistero, se prima non si entra nel mistero della Parola: non la profezia, ma la Parola è strumento di salvezza. Senza la Parola non può esserci salvezza: la salvezza altro non è che l'adempimento ultimo della Parola. Non possiamo accostarci al mistero di Gesù Salvatore, se prima non ci accostiamo al mistero della Sua parola. E' il Figlio stesso che s'identifica con la Parola e tutto compie secondo la Parola, perché si adempia la Parola. Solo un rapporto assiduo, costante e quotidiano con la Parola ci dona la grazia di cogliere il Gesù che si cala nella concretezza della nostra storia. Non è semplicemente un problema culturale: non c'è fede senza ascolto e non c'è ascolto senza parola di Dio. Se il Figlio di Dio non può e non vuole obbedire al Padre, scavalcando la Parola rivelata, chi mai giustificherà l'uomo che non conosce e non si confronta con le Scritture? Certo vi può essere un'ignoranza incolpevole, ma non bisogna confidare molto in essa, soprattutto  in una chiesa in cui da secoli è proclamata la Parola.

Abbiamo già sottolineato come il senso primo di questo capitolo introduttivo sia nell'intento di far risaltare la novità che si impone con la venuta di Gesù. Nello stesso tempo è ribadita la continuità con il passato, e la continuità è data, garantita dalla Parola. Gesù non è l'alternativa alla Parola, al contrario è il suo adempimento e la sua realizzazione. Vi è rottura con tutto ciò che è tramandato dalla carne, secondo la carne, vi è continuità con tutto ciò che è tramandato dalla Parola, secondo lo Spirito.

Non può esserci fede in Gesù che non sia anche e, ancor prima, fede nella Parola; né può esserci fede nella Parola, che non sia anche fede in Gesù. Vi è un accenno polemico nei confronti degli Ebrei che sono custodi gelosi delle Scritture e non vedono e non comprendono ciò che è adempimento delle Scritture.

"Osserva anche qui il mistero: osserva che si restituisce al mondo la salvezza nello stesso modo in cui un tempo si era introdotta la rovina. Adamo è plasmato da una terra ancora vergine: il Figlio di Dio nasce dalla vergine Maria. Là una vergine concepì la morte; qui una vergine generò la vita. Là un uomo precipitò per colpa di una vergine; qui un uomo per merito di una vergine si levò ritto in piedi. Là la rovina della morte; qui il trionfo della vittoria... Nasce da una vergine Colui che esisteva già prima, in quanto generato dal Padre; è creato secondo la carne in un grembo umano Colui che aveva creato tutti gli angeli e tutte le cose; si mostra uomo Colui che è Dio; si lascia vedere bambino Colui che è il Signore della gloria; appare piccolo nel corpo Colui che è sublime nella sua maestà; è portato dalle mani materne Colui che porta tutto il mondo e governa i secoli." ( Cromazio )

24 Alzandosi Giuseppe dal sonno fece come gli comandò l'angelo del Signore e accolse la sua sposa."

Rinnovato nello spirito Giuseppe obbedisce alla Parola di Dio. La fede ha trovato la sua verifica e il suo naturale epilogo. Non c'è fede là dove non c'è obbedienza: un'obbedienza piena, totale, senza riserve. Giuseppe accolse Maria nel suo cuore, come parte integrante della propria vita, come strumento di salvezza. Mentre prima temeva che fosse un impedimento, un inciampo, un rapporto da rimuovere, per non andare contro la volontà di Dio, ora la fa pienamente sua in senso spirituale. Maria è diventata compagna di viaggio: una presenza non più accidentale, ma assolutamente necessaria, perché si realizzi il piano di Dio. Il senso spirituale di questo "accolse" è rafforzato da ciò che segue.

25 E non la conosceva..., cioè non aveva rapporti con lei. Vi era un rapporto di conoscenza diverso, dove l'uno non guardava all'altra e viceversa, ma entrambi guardavano a Dio e alla Sua volontà.

finché partorì il suo figlio, il primogenito...

Un rapporto spirituale trovò il suo coronamento in un parto spirituale, non solo per la loro salvezza ma per la salvezza dell'intera umanità. Sbagliano coloro che interpretano questo "finché partorì", nel senso che Giuseppe e Maria dopo il parto ebbero rapporti carnali. Come a dire: Non ebbero rapporti finché non nacque Gesù, ma dopo la sua nascita cominciarono a conoscersi in senso carnale. L'espressione "non la conosceva", al tempo imperfetto, indica un'azione non compiuta nel tempo, ma perdurante nel tempo. Fu così per tutta la loro vita. “Finché partorì" non vuol dire che il parto mise fine a tutto ciò: sarebbe un rilievo assolutamente vuoto e privo di significato. Si vuole invece ribadire che questo rapporto non fu affatto sterile, ma che soltanto in virtù di esso e per il suo perdurare fu generato il Figlio di Dio. In un certo senso anche Giuseppe e Maria hanno generato Gesù, non con la loro carne, ma con la loro fede, con la loro obbedienza alla volontà di Dio, con la loro perseveranza in una conoscenza "diversa".

e chiamò il suo nome Gesù.

Giuseppe e Maria sono ben consapevoli dell'opera di Dio: chiamano il loro figlio Gesù, che vuol dire Salvatore, così come comandato dall'angelo. L’espressione "il suo figlio, il primogenito" non deve trarci in inganno. Gesù è detto figlio di Maria non in un senso puramente carnale, ma in un senso spirituale. Maria l'ha fatto suo con la sua fede e la sua obbedienza alla volontà di Dio: Figlio di Dio secondo lo Spirito, ma anche Figlio di Maria, per la fede nello stesso Spirito.     

"Primogenito": non per dire che altri sono venuti dopo di Lui, ma nel senso di unigenito, vale a dire generato in modo unico, diverso e proprio per questo il primo di tutti i fratelli. Gesù è Primogenito perché generato innanzi tutti e ad esclusione di tutti. Nella gestazione della carne si è primogeniti proprio perché non unigeniti, nella gestazione dello Spirito si è primogeniti solo perché unigeniti, ovvero generati prima di tutti gli altri e diversamente da tutti gli altri.      

Vangelo di Matteo cap2

Commento al Vangelo di Matteo

 

Cap. 2

 

cum ergo natus esset Iesus in Bethleem Iuda in diebus Herodis regis

Essendo dunque nato Gesù in Betlemme di Giuda al tempo del re Erode,

ecce Magi ab oriente venerunt Hierosolimam dicentes ubi est qui natus est

ecco dei Magi dall'oriente vennero a Gerusalemme 2 dicendo: Dov'è colui che è nato

rex Iudaeorum vidimus enim stellam eius in oriente et venimus adorare eum

re dei Giudei? Abbiamo visto infatti la sua stella in oriente e siamo venuti ad adorarlo

audiens autem Herodes rex turbatus est et omnis Hierosolyma cum illo

3 Sentendo il re Erode fu turbato e tutta Gerusalemme con lui.

et congregans omnes principes sacerdotum et scribas populi sciscitabatur ab eis

4 E riunendo tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo cercava di sapere da loro

ubi Christus nasceretur at illi dixerunt ei in Bethleem Iudae sic enim

dove il Cristo nascesse. 5 Ma quelli gli dissero: In Betlemme di Giuda, così infatti

scriptum est per prophetam et tu Bethleem terra Iuda nequaquam

è stato scritto per mezzo del profeta: 6 E tu Betlemme di Giuda, in nessun modo

minima es in principibus Iuda ex te enim exiet dux qui reget

sei la più piccola fra le grandi di Giuda; da te infatti uscirà un capo che reggerà

populum meum Israhel Tunc Herodes clam vocatis magis diligenter

il mio popolo Israele. 7 Allora Erode, di nascosto chiamati i magi, accuratamente

didicit ab eis tempus stellae quae apparuit eis et mittens illos in Bethleem

imparò da questi il tempo della stella che apparve loro. 8 E mandandoli a Betlemme

dixit ite et interrogate diligenter de puero et cum inveneritis

disse:"Andate e chiedete accuratamente del fanciullo e, allorchè l'avrete trovato,

renuntiate mihi ut et ego veniens adorem eum qui cum audissent regem

riferite a me, affinchè anch'io, venendo, lo adori." 9 Questi, avendo sentito il re,

abierunt et ecce stella quam viderant in oriente antecedebat eos

si allontanarono. Ed ecco la stella, che avevano visto in oriente, li precedeva

usquedum veniens staret supra ubi erat puer videntes autem stellam                                 fin quando, venendo, stette sopra dov'era il fanciullo. 10 Vedendo la stella

gavisi sunt gaudio magno valde et intrantes domum invenerunt

si rallegrarono molto, di una grande gioia. 11 Ed entrando nella casa trovarono

puerum cum Maria matre eius et procidentes adoraverunt eum et apertis thesauris

il fanciullo con Maria sua madre e, cadendo a terra, lo adorarono e aperti i loro

suis obtulerunt ei munera aurum tus et murram

tesori, gli offrirono come doni oro, incenso e mirra.

et responso accepto in somnis ne redirent ad Herodem per aliam viam

12 E accolto un responso in sogno, perchè non tornassero da Erode, per altra via

reversi sunt in regionem suam qui cum recessissent ecce angelus Domini

ritornarono al loro paese: 13 Essendo questi partiti, ecco l'angelo del Signore

apparuit in somnis Ioseph dicens surge et accipe puerum et matrem eius et fuge

apparve in sogno a Giuseppe dicendo: "Alzati e prendi il fanciullo e sua madre e fuggi

in Aegiptum et esto ibi usquedum dicam tibi futurum est enim ut Herodes quaerat

in Egitto e rimani lì fin quando te lo dirò: infatti sta per accadere che Erode cerchi

puerum ad perdendum eum qui consurgens accepit puerum et matrem eius nocte

il fanciullo per ucciderlo." 14 Questi, alzandosi, prese il fanciullo e sua madre di notte

et secessit in Aegiptum et erat ibi usque ad obitum Herodis ut adimpleretur

e si allontanò in Egitto. 15 Ed era qui fino alla morte di Erode, affinché si adempisse

quod dictum est a Domino per prophetam dicentem ex Aegypto

ciò che fu detto dal Signore per mezzo del profeta, allorché dice:"Dall'Egitto ho

vocavi filium meum tunc Herodes videns quoniam inlusus esset a magis

chiamato mio figlio." 16 Allora Erode, vedendo che era stato ingannato dai magi

iratus est valde et mittens occidit omnes pueros qui erant in Bethleem

si adirò grandemente e, mandando, uccise tutti i fanciulli che erano in Betlemme

et in omnibus finibus eius a bimatu et infra secundum tempus quod

e in tutta la sua regione, dall'età di due anni in giù, secondo il tempo che aveva

exquisierat a magis tunc adimpletum est quod dictum est per Ieremiam prophetam

indagato dai magi. 17 Allora si adempì ciò che fu detto per mezzo del profeta Geremia

dicentem vox in Rama audita est ploratus et ululatus multus Rachel plorans

allorché dice: 18"Una voce si è udita in Rama, pianto e urlo grande: Rachele piangente

filios suos et noluit consolari quia non sunt

i suoi figli e non volle essere consolata perché non sono più.

defuncto autem Herode ecce angelus Domini apparuit in somnis Ioseph in Aegypto

19 Morto Erode, ecco l'angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto,

dicens surge et accipe puerum et matrem eius et vade in terram Israhel defuncti sunt

dicendo: 20 "Alzati e prendi il bambino e sua madre e vai in terra d'Isrele: infatti sono

enim qui quaerebant animam pueri qui consurgens accepit puerum

morti coloro che cercavano l'anima del fanciullo." 21 Questi, alzandosi, prese il bambino  

et matrem eius et venit in terram Israhel audiens autem quod Archelaus regnaret

e sua madre e venne in terra d'Israele. 22 Ma sentendo che Archelao regnava

in Iudaea pro Herode patre suo timuit illo ire et admonitus in somnis

in Giudea al posto di Erode suo padre, temette di andare là e avvertito in sogno

secessit in partes Galilaeae et veniens habitavit in civitate

si allontanò verso i territori della Galilea. 23 E venendo, si fermò ad abitare in una città

quae vocatur Nazareth ut adimpleretur quod dictum

che è chiamata Nazaret, affinché si adempisse ciò che fu detto

per prophetas quoniam Nazaraeus vocabitur

per mezzo dei profeti ,che sarà chiamato Nazareno.

 

"Essendo dunque nato Gesù in Betlemme di Giuda al tempo del re Erode, ecco dei magi dall'oriente vennero a Gerusalemme 2 dicendo: "Dov'è colui che è nato re dei Giudei? Abbiamo visto la sua stella in oriente e siamo venuti ad adorarlo." 3 Sentendo il re Erode fu turbato e tutta Gerusalemme con lui

"L'apparizione di una stella, il cui significato fu compreso per prima dai Magi, indica che i pagani avrebbero creduto subito in Cristo e che uomini di professioni tanto aliene dalla scienza della conoscenza di Dio avrebbero riconosciuto la luce apparsa improvvisamente alla sua nascita." ( Ilario )

“Che ciò sarebbe accaduto, aveva predetto anche Isaia, dicendo: Verranno da Saba offrendo al re oro, incenso e pietre preziose e annunceranno la salvezza del Signore. Si trattava, certamente, di lui, che i Magi, dopo aver visto l’apparizione della stella, annunziarono quale nato re dei Giudei... Ma qualcuno potrebbe chiedersi con meraviglia come i Magi poterono conoscere la nascita del Salvatore dall’apparizione della stella. Anzitutto, diciamo che questo fu un dono della benignità divina. In secondo luogo, leggiamo nei libri di Mosé che vi fu, per così dire, un profeta pagano, Balaam, che aveva preannunciato con discorsi precisi la venuta di Cristo e la sua incarnazione da una vergine. Dice, infatti, tra l’altro, come abbiamo ricordato più sopra, nel testo della sua profezia: Sorgerà una stella da Giacobbe e si leverà un uomo da Israele. Questi Magi, dunque, che videro in Oriente una nuova stella, si dice che discendessero dalla stirpe di quel Balaam, profeta pagano, che aveva detto: Sorgerà una stella da Giacobbe e si leverà un uomo da Israele. E per questo, visto l’insolito segno della stella, credettero, perché avevano riconosciuto che si era adempiuta la profezia del loro capostipite, mostrando che essi erano non solo suoi discendenti nella stirpe, ma anche suoi eredi nella fede. Il profeta Balaam vide la loro stella in spirito, essi la videro con i loro occhi e credettero. Egli preannunciò profeticamente che Cristo sarebbe venuto, essi con gli occhi illuminati dalla fede riconobbero che era venuto. Perciò, si recarono subito da Erode, dicendo: Dov’è colui che è nato... . Cercarono il re dei Giudei, il nato Cristo Signore presso quelli alla cui stirpe sapevano si riferiva questa profezia di Balaam. Ma tale fede dei Magi è condanna dei Giudei. Quelli credettero a un unico loro profeta, questi non vollero credere a tanti profeti. Quelli compresero che in seguito alla venuta di Cristo erano venuto meno il compito dell’arte magica, questi non vollero comprendere i misteri della legge divina. Quelli confessano uno straniero, questi non riconoscono uno del loro popolo. Venne tra la sua gente, dice il Vangelo, ma i suoi non l’hanno accolto. Eppure questa stella era vista da tutti, ma non da tutti era compresa. Come  Signore e Salvatore nostro è nato bensì per tutti, lui solo è nato per tutti, ma non da tutti fu accolto, non da tutti fu compreso. Fu compreso dai gentili, non fu compreso dai Giudei. Fu riconosciuto dalla Chiesa, non fu riconosciuto dalla Sinagoga.( Cromazio )

L'inizio di questo capitolo mette in forte evidenza il nesso causale fra la nascita di Gesù e la venuta dei magi. “Essendo dunque nato Gesù... ecco...”

E' la prontezza della fede che coglie l'evento non appena si è verificato e risponde in modo immediato, senza esitazione, senza dubbi o ripensamenti di sorta.

In contrasto con la fede dei lontani è l'indifferenza dei vicini, tutti presi dalla quotidianità della vita, incapaci di afferrare la novità di vita. Non Israele andava al suo Signore, ma il Signore veniva in mezzo al Suo popolo, nella Sua casa, nei pressi della città santa. Non c'è inno di lode, non c'è ringraziamento, non c'è entusiasmo per la venuta del Salvatore. Ed ecco che Dio riversa la Sua luce sui lontani, sugli estranei, su coloro che non appartengono al popolo eletto. Sono proprio loro a portare la gioia, l'entusiasmo, la commozione per la venuta del Signore. Il lungo viaggio non ha smorzato la fede, semmai l'ha rafforzata, ed ora, finalmente, colgono il frutto della loro speranza: adorare il Salvatore. E' talmente grande la loro gioia che la dicono a tutta Gerusalemme, e neppure si accorgono che i cuori degli altri non sono in sintonia. Parlano con la semplicità e l'imprudenza dei bambini, incapaci di comprendere la durezza dei cuori di fronte ad un evento tanto atteso, così importante e decisivo per ogni uomo. Il messaggio, l'annuncio non può lasciare indifferenti: c'è una ridondanza di entusiasmo, di convinzione, di gioia che scuote le coscienze. Ma i cuori sono assopiti: colgono la carica emotiva, non lo spessore della fede. Alla gioia dei magi fa eco non una gioia altrettanto grande, ma un turbamento altrettanto grande. Non solo Erode fu turbato, ma, con lui, tutta Gerusalemme. Si rimane turbati quando un evento viene a sconvolgere la nostra vita. Il turbamento di Erode è più comprensibile: un re non può regnare con un altro re. Di fronte al ladro che viene bisogna essere premuniti e difesi, per non rimanere sbaragliati.

Ma la venuta di un re è sempre un fatto storicamente rilevante, non solo per i singoli, ma per i popoli interi. La storia è fatta, innanzitutto, dai re, e un re non è mai grande per se stesso, ma per ciò che egli rappresenta per i suoi sudditi. La sua venuta vuol dire novità, cambiamento: turba coloro che stanno bene, dà speranza, fiducia, gioia agli oppressi e ai diseredati. Era questo il senso della promessa messianica: sarebbe venuto un re per liberare il suo popolo dalla schiavitù. E non si può dire che non ci fosse aspettativa, ma era un'aspettativa diversa, non conforme al piano di salvezza di Dio. Di fronte ad un Dio che viene a salvare i suoi figli dalla schiavitù del Satana, sta un popolo che attende la liberazione dal giogo di Roma: non c'è coscienza di peccato, né desiderio di un regno che non sia di questo mondo. L'annuncio dei magi risveglia, per un attimo, le aspettative messianiche, ma poi tutto si raffredda. Non ci sono i segni della potenza, della gloria, della ricchezza, che accompagnano la venuta di un re. Nessuno si preoccupa di consultare le Scritture, nessuno si muove sull'onda dei magi. La storia è piena di visionari e di mitomani. Nessuno li contraddice, perché nessuno li ascolta. Erode è l'unico che prende l'annuncio sul serio; è quello che ci crede di più. E' più interessato, non lo lascia cadere subito, ma vuol sapere, capire

fino in fondo: per questo riunisce tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo.

4 E riunendo tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo cercava di sapere da loro dove il Cristo nascesse. 5 Ma quelli gli dissero: In Betlemme di Giuda, così infatti è scritto per mezzo del profeta: 6 E tu Betlemme di Giuda, in nessun modo sei la più piccola fra le grandi di Giuda; da te infatti uscirà un capo che reggerà il mio popolo Israele”.

Ad una domanda molto chiara e precisa fa eco una risposta altrettanto vaga e imprecisa. E’ chiaro nella Scrittura che il Salvatore nascerà in Betlemme di Giuda, ma tutto questo nulla dice riguardo al tempo e al modo. Per saperne di più bisognava andare a Betlemme; e Betlemme era lì vicina! Superato il primo momento in cui sono rimasti turbati, i sacerdoti e gli scribi, ben presto, tranquillizzano il loro animo. Nell’annuncio dei magi non c’è nulla che sia conforme alle loro aspettative. Rispondono ad Erode, per compiacere ad un re, ma senza interesse e senza convinzione, più per scoraggiarlo che per incoraggiarlo nella sua ricerca: Ma Erode non si lascia contagiare dalla loro incredulità: cerca un’altra via, meno sicura, ma l’unica possibile.

7 Allora Erode, di nascosto chiamati i magi, accuratamente imparò da questi il tempo della stella che apparve loro. 8 E mandandoli a Betlemme disse: “Andate e chiedete accuratamente del fanciullo e, allorché l’avrete trovato, riferite a me, affinché anch’io, venendo, lo adori”.

Non potendo confidare in altri, Erode si mette nelle mani dei magi, in modo subdolo, per il proprio interesse e non certo per adorare il nuovo venuto. Erode ha capito bene il senso delle parole dei magi: “Dov’è colui che è nato re dei Giudei”? Per il figlio di Dio non ci sarebbe stato bisogno di consacrazione alcuna. Era re per diritto divino: Dio stesso l’autorizzava a scalzare qualsiasi re, con o senza il consenso del popolo. Proprio per questo l’indifferenza di Israele non è sufficiente a tranquillizzare il suo animo. Ed ecco, allora, che manda i magi in Betlemme, per avere una certezza definitiva, e diventa strumento di Dio, un segno profetico. Dà l’indirizzo giusto, per arrivare alla meta. Così Dio confonde i superbi e converte il male in bene. Una coscienza cattiva ha dato un’indicazione buona, è stato un aiuto e non un inciampo. Se caso mai, sarà proprio Erode ad inciampare. L'ingannatore diventerà l'ingannato. Viene spontaneo chiedersi perché non è andato lui stesso, se pur falsamente, a cercare il bambino, per adorarlo, così come promesso ai magi. Vi è una ragione spirituale molto profonda, che non è mai smentita dalla Parola: Satana può ricorrere a tutti gli inganni e sotterfugi, ma non può, in alcun modo fingere l'atto di adorazione. E' questo un dono esclusivo che viene fatto agli eletti: Dio non tollera alcuna simulazione da parte del Satana. Vi è una potenza, una forza che impedisce ad Erode qualsiasi volontà ed atteggiamento di adorazione. Comprende quanto sia importante e vantaggioso fingere, ma non può farlo, deve aggirare l'ostacolo con una falsa promessa. Fa chiamare i magi, di nascosto, all'insaputa dei capi, come se fosse dalla loro parte. Nel momento stesso in cui dimostra di credere alle parole dei magi, tradisce il senso della fede. Non crede agli increduli, crede a coloro che credono, ma solo per tradire in modo pienamente consapevole. Vi è una mancanza di fede, che è cecità, ma vi è anche una mancanza di fede che ha occhi per vedere e, proprio per questo, non rimane ferma e inerte, ma tutto opera perché non sia fatta la volontà di Dio. Erode non può conoscere Gesù per le vie ordinarie della fede: si affida ai segni esteriori. Quante domande riguardo alla stella! Così sono i falsi credenti di questo mondo: cercano luce dai segni e segni di luce, non  cercano Colui che è luce e fonte della luce. Erode tenta di ingannare la buona fede dei magi; pensa di avere facile gioco della loro semplicità ed umiltà. Crede nella propria astuzia, docile strumento di colui che è padre di ogni menzogna.

“Questa località di Betlemme, dove nacque il Signore, aveva ricevuto il nome dal significato profetico. Betlemme, infatti , dall’ebraico si traduce in latino come “casa del pane”, perché lì doveva nascere il Figlio di Dio, che è il pane della vita, secondo quello che egli stesso dice nel Vangelo: Io sono il pane vivo disceso dal cielo”. ( Cromazio )

9 Questi, avendo sentito il re, si allontanarono.

I magi non ci sono cascati! Il confronto col Satana e con i suoi figli non sempre si può evitare: dovremmo uscire dal mondo. Importa, innanzitutto, non lasciarsi catturare dai loro lacci. Hanno sentito, hanno valutato e ben ponderato e, alla fine, si sono allontanati. Un incidente "in itinere" non può cambiare la loro rotta. Abbandonata la tana del lupo, ecco che riappare la stella che avevano visto in oriente: la strada ritorna chiara e luminosa. La fede dei magi, per un momento, si era come offuscata ed annebbiata. Avevano chiesto agli uomini ciò che si deve chiedere solo a Dio: "Dov'è colui che è nato re dei Giudei?" Adesso è Dio stesso che illumina il cammino e mostra il luogo tanto desiderato e tanto cercato.

"Ed ecco la stella, che avevano visto in oriente, li precedeva, fin quando, venendo, stette sopra dov'era il fanciullo."

Non più luce che illumina il cammino, ma luce che dà calore e conforto a coloro che hanno raggiunto la dimora della fede, che è il Figlio Gesù. Quali parole possono descrivere la gioia dei magi?

10 Vedendo la stella si rallegrarono molto, di una grande gioia.

E finalmente entrano nella casa del Signore. Cosa significa questo entrare? Che cosa rappresenta di più e di diverso rispetto alla fede che innanzitutto cerca la salvezza?

11 Ed entrando nella casa trovarono il fanciullo con Maria sua madre e, cadendo a terra, lo adorarono...

L'adorazione è il dono pieno e totale del proprio cuore, della propria anima, della propria mente.

e aperti i loro tesori...  Cosa sono questi tesori, se non ciò che abbiamo di più caro nella nostra vita e, proprio per questo, teniamo nascosto e ben custodito per paura che ci venga portato via? Finalmente i magi vuotano il sacco davanti al Signore: dentro ci sono le persone, gli affetti, le cose più cari. Tutto mettono nelle mani di Dio per riaverlo in Lui, da Lui, per Lui.

gli offrirono come doni oro, incenso e mirra.

La tradizione, seguendo un'interpretazione che Gerolamo attribuisce al presbitero Giovenco, vede in questi tre doni un omaggio simbolico al Figlio di Dio: l'oro per significare che è re, l'incenso per significare che è Dio, la mirra per significare che è uomo. Si può anche interpretare in un'ottica complementare: non semplicemente un dono al Figlio di Dio per dire chi è Cristo, ma il dono di se stessi al Figlio, per manifestargli il nostro essere, perché Egli ne prenda, finalmente, possesso pieno e definitivo. L'oro è ciò che abbiamo di più prezioso, l'incenso il rifiuto di qualsiasi idolo per adorare l'unico Signore, la mirra la nostra povertà di creature destinate a morire.

Prostrati davanti al Salvatore i magi rimettono la loro vita nelle mani di Dio. E’ questo ciò che distingue la vera adorazione dalla falsa adorazione: non c'è adorazione senza il dono pieno, totale della propria vita.

“L’offerta dei doni ha espresso l’essere di Cristo in tutto il suo significato, riconoscendo il re nell’oro, il Dio nell’incenso, l’uomo nella mirra. E così con la loro adorazione si compie pienamente la conoscenza di tutto il mistero: della morte nell’uomo, della resurrezione nel Dio, del potere di giudicare nel re.” ( Ilario )

“Subito i magi prostrandosi onorano il nato Signore e, mentre è ancora nella culla, offrendogli i loro doni, venerano l’infanzia del bimbo che vagisce. Una cosa vedono con gli occhi del corpo, un’altra con lo sguardo dello spirito. Si vede l’umiltà del corpo che è stato assunto, ma non rimane nascosta la gloria della divinità. Quello che viene visto è un bimbo, ma quello che viene adorato è un Dio. Quant’è inenarrabile anche questo mistero della degnazione divina! Quella imperscrutabile ed eterna natura non sdegna di ricevere per noi la debolezza della nostra carne. Il Figlio di Dio che è Dio dell’universo, nasce uomo in un corpo. Sopporta di essere posto in una mangiatoia Colui che abbraccia i cieli. Giace dentro una culla Colui che il mondo non può contenere. E si ode vagire con la voce di un neonato Colui alla cui voce durante la passione tremò tutto il mondo. I magi dunque, vedendo bimbo questo Dio della gloria e Signore della maestà, lo riconoscono, lui che anche Isaia mostrò bimbo e re eterno con queste parole: Perché vi è nato un bimbo, vi è stato dato un figlio, la cui sovranità sta alle sue spalle”. ( Cromazio )

12 E accolto un responso in sogno, perché non tornassero da Erode, per altra via ritornarono nel loro paese.

D'ora in poi non ci sarà più spazio per una fede che si intrattiene a dialogare coi nemici di Gesù. Certo si ritorna sempre alla quotidianità della vita, alla propria famiglia, al proprio lavoro, ma "per altra via", in modo diverso, guidati ed illuminati dallo Spirito Santo.

“Ci diedero così un esempio di modestia e di fede, affinché, una volta conosciuto e adorato Cristo, noi abbandoniamo la via percorsa nel precedente viaggio, cioè quella dell’antico errore, e, procedendo per un’altra strada nella quale ci guida Cristo, ritorniamo al nostro paese, cioè al paradiso, dal quale Adamo fu  cacciato. Di questo paese si dice nel salmo: Piacerò al Signore nel paese dei viventi”. ( Cromazio )

13 Essendo questi partiti, ecco l'angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe, dicendo:...

Nella storia della salvezza non c'è tempo vuoto, in cui Dio cessi di operare. Gli eventi incalzano, si susseguono l'uno all'altro, senza interruzione di sorta, sempre illuminati, prevenuti dall'occhio vigile di Dio. Questo secondo capitolo è pieno di apparizioni che avvengono durante il sonno. Ne abbiamo già sottolineato il senso positivo; è possibile anche un'interpretazione in negativo. E' come se l'attività operosa di Dio si scontrasse con l'inerzia, lo stato di torpore dell'uomo che, nonostante la sua buona volontà, non riesce a cogliere il senso pieno dell'intervento salvifico  che si cala nella sua storia e, soprattutto, non è in grado di prevedere e di respingere le mosse del Satana. E allora Dio non si dà per vinto: appare durante il sonno, scuote i suoi figli dallo stato di stanchezza, li richiama all'obbedienza alla sua Parola, perché il Diavolo è sempre all'opera, pronto a divorare se fosse possibile, lo stesso Figlio di Dio.

"Alzati e prendi il fanciullo e sua madre e fuggi in Egitto e rimani lì fin quando te lo dirò: infatti sta per accadere che Erode cerchi il fanciullo per ucciderlo."

Giuseppe, ancora una volta, è pronto a recepire il comando del Signore. "Io dormo, ma il mio cuore veglia." C'è chi dorme nel sonno della morte, come la città di Gerusalemme, c'è chi dorme nel santo riposo del Signore, sempre attento al Suo richiamo. Giuseppe si alza di notte e parte subito, così come gli ha comandato l'angelo, portando con sé solo Gesù e sua madre: tanto basta alla fede, il resto è di più.

14 Questi, alzandosi, prese il fanciullo e sua madre di notte e si allontanò in Egitto.

“Quando si alza per prendere il bambino e sua madre e portarli in Egitto è notte e le tenebre sono fitte; quando invece torna in Giudea, nel Vangelo non si parla né di notte né di tenebre”. ( Gerolamo )

15 Ed era qui fino alla morte di Erode, affinché si adempisse ciò che fu detto dal Signore per mezzo del profeta, allorché dice: "Dall'Egitto ho chiamato mio figlio."

Perché mai Dio scelse la terra d'Egitto, che fu tanto ostile al popolo eletto?

"Dopo la grave colpa dell'Egitto e dopo le molteplici piaghe inflittegli per intervento divino, Dio Padre onnipotente, mosso a pietà, mandò suo Figlio in Egitto, affinché quella terra, che ai tempi di Mosè aveva pagato le giuste pene della sua scelleratezza, ora, accogliendo Cristo, ricevesse la speranza della salvezza. Quanto grande fu la misericordia di Dio esibita per mezzo della venuta di suo Figlio!

Quest'Egitto, che un tempo sotto il dominio del faraone era apparso riottoso e ribelle a Dio, ora diviene rifugio e abitazione di Cristo. Verso l’Egitto fu dimostrata una misericordia come quella usata verso quei magi che meritarono di conoscere Cristo Signore. Infatti, mentre in passato, ai tempi di Mosè, i magi avevano osato opporre resistenza ai prodigi divini, ora i magi, dopo aver visto soltanto un segno in cielo, credettero al Figlio di Dio. E così, mentre la loro incredulità condusse quelli al castigo, la loro fede fece giungere questi alla gloria, poiché credettero che fosse nato in un corpo quel Dio che i primi non vollero riconoscere nei divini prodigi. Ma in tutto ciò deve essere rilevata la malvagità dei Giudei: l'Egitto accoglie Cristo nostro Signore, i magi lo adorano, ed Erode e i Giudei lo perseguitano empiamente." ( Cromazio )

I nemici più grandi Gesù li troverà proprio in Israele: Erode dapprima, poi i sacerdoti, i farisei, gli scribi, gli anziani e infine tutta Gerusalemme.

Con la sua dimora in Egitto, Gesù volle ripercorrere in tutto e per tutto la storia del suo popolo. L'amore che ci libera dalla schiavitù è l'amore che, innanzitutto, condivide la schiavitù. Ma non è compreso né amato, a cominciare da quelli della propria casa.

16 Allora Erode, vedendo che era stato ingannato dai magi si adirò grandemente e, mandando, uccise tutti i fanciulli che erano in Betlemme e in tutta la sua regione, dall'età di due anni in giù, secondo il tempo che aveva indagato dai magi.

Di fronte al Salvatore che viene nel mondo non c'è spazio per atteggiamenti distaccati e neutrali, né, tanto meno, per sentimenti tiepidi. O si è pienamente con Gesù o si è pienamente contro Gesù. La gioia dei magi non è una semplice gioia: "Si rallegrarono molto di una grande gioia." L'ira di Erode è un'ira estrema, mortale, che non si può in alcun modo placare, se non nell'illusione che si possa spezzare il piano di Dio." Mandando, uccise tutti i fanciulli..." Quanto più grande è l'ira, tanto più grande è la sua cecità. L'uomo adirato non compie ciò che è giusto davanti a Dio: è docile strumento nelle mani del Satana. E l'ingiustizia del Satana non ha limiti né misura: fa perdere la faccia non solo davanti a Dio, ma anche davanti agli uomini. Ma poco importa! Erode vuol chiudere in fretta la sua partita con Gesù. Anche il Satana ha dei figli che gli obbediscono prontamente e sono dei violenti. C’è la violenza per il regno dei cieli e c'è la violenza contro il regno dei cieli. Erode vuol prevenire la Parola e, proprio per questo, ne è prevenuto e raggirato.

Nel momento stesso in cui vuol smentire la Parola ne conferma il potere sovrano sulla storia. Tutto previsto dalla Parola e tutto riassorbito nel disegno della salvezza!

“A Betlemme, dunque, si uccidono tutti i bambini. Questi, siccome morirono ancora innocenti per Cristo, furono i primi martiri di Cristo. Ad essi allude chiaramente anche Davide, quando dice: Con la bocca dei bimbi e dei lattanti hai fondato la tua forza a causa dei tuoi avversari per annientare il tuo nemico e chi ti resiste. In questa persecuzione, infatti, vengono uccisi per Cristo dei bambini ancora piccoli e lattanti e ottengono così il martirio che dà loro la gloria più grande. Il malvagio re Erode, che si sforzava di difendere il suo regno contro il re dei cieli, è abbattuto. Perciò, non a torto, quei bambini furono davvero felici, perché per primi meritarono di morire per Cristo, Signore e Salvatore nostro, cui è lode e gloria nei secoli dei secoli”.(Cromazio)

17 Allora si adempì ciò che fu detto per mezzo del profeta Geremia allorché dice:

18 Una voce si è udita in Rama, pianto e urlo grande: Rachele piangente i suoi figli e non volle essere consolata perché non sono più.

"Da Rachele è nato Beniamino, nella cui tribù non si trova Betlemme. Mi chiedi perché Rachele pianga i figli di Giuda, cioè di Betlemme, come se fossero suoi?

Per due motivi: perché Rachele fu sepolta presso Betlemme in Efrata, assumendo il nome di madre dei figli di Betlemme per la materna ospitalità accordata al suo corpo; e anche perché, essendo Giuda e Beniamino due tribù unite, Erode non aveva ordinato soltanto di fare strage dei bambini di Betlemme, ma anche di quelli della regione circostante. Possiamo supporre che nella strage di Betlemme anche molti fanciulli di Beniamino siano stati uccisi. Rachele piange dunque i suoi figli, e non trova conforto, sia perché li considera morti per l'eternità, sia perché non vuole essere consolata per la morte di coloro che sa vincitori. E quando leggiamo “in  Rama", non dobbiamo pensare alla località che si trova presso Gabaa, ma, dato che Rama significa "eccelso", dobbiamo intendere il senso della frase così: “Un grido si è udito in alto", cioè si è propagato in lungo e in largo." ( Gerolamo )

"Rachele, sposa di Giacobbe, fu sterile per molto tempo, ma non ha perduto nessuno di quelli che ha generato. In realtà nel Libro della Genesi, essa è stata una prefigurazione della chiesa. Non è dunque la sua voce o i suoi lamenti che si odono, poiché non ha avuto il dolore di perdere i suoi figli, ma la voce della chiesa, sterile per molto tempo, ora invece feconda. E' il suo pianto per i figli che si sente: non era addolorata perché erano stati uccisi, ma perché venivano uccisi da coloro che avrebbe voluto conservare come figli primogeniti. Perciò non ha voluto essere consolata nel suo dolore. Infatti non è vero che non erano più quelli che venivano considerati morti: poiché per la gloria del martirio essi guadagnarono l'eternità. E la consolazione avrebbe dovuto essere prodigata per un bene perduto, non per un bene accresciuto." ( Ilario )

Dopo questo per Erode non c'è più storia: è un uomo finito, spiritualmente morto per sempre. Il Vangelo non ci dice più nulla della sua vita; ci parla della sua morte, ma solo per contrasto.

19 Morto Erode, ecco l'angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto, 20 dicendo:  Alzati...

Di fronte all'apparenza della vita, che svanisce nel nulla con tutta la sua potenza e ricchezza, vi è una vita, che è parvenza di morte, che risorge dal silenzio, dall'umiliazione, dalla povertà. Gesù viene a prendere possesso della sua terra, del suo popolo, non con la violenza di Erode, ma con la mitezza di colui che, innanzitutto, è l'obbediente alla volontà del Padre.

e prendi il bambino e sua madre e vai in terra d'Israele: infatti sono morti coloro che cercavano l'anima del fanciullo.

Perché mai dice "sono morti" al plurale? Non era il solo Erode che voleva la morte di Gesù? Non il solo Erode, ma in lui tutti i demoni. Sono morti, perché è morto il loro tentativo di impedire la venuta del Salvatore. Ma l'ira del Satana non si è spenta: dopo aver sperimentato la propria impotenza contro il Figlio, volgerà tutta la sua potenza contro i figli. Per questo Giuseppe è prudente: rassicurato sulla vita di Gesù è consapevole che la lotta è ancora aperta, che non basta aver obbedito alla Parola, ma che bisogna obbedire ancora, affinché si adempiano in senso pieno le Scritture.

Da queste parole comprendiamo che non solo Erode, ma anche i sacerdoti e gli scribi del tempo avevano tramato l’uccisione del Signore”. ( Gerolamo )

21 Questi, alzandosi, prese il bambino e sua madre..."

"Non dice che prese il figlio e la moglie, ma il bambino e sua madre, dato che egli non è il marito, ma solo colui che dà loro sostentamento." ( Gerolamo )

“Quand’era fidanzata (Maria) ha ricevuto il nome di sposa e dopo il parto, pur essendo riconosciuta come sposa, viene indicata solo come la madre di Gesù, affinché, come veniva attribuito alla giustizia di Giuseppe il matrimonio con Maria nella sua verginità, così fosse mostrata nella madre di Gesù la santità della sua verginità.  ( Ilario )

e venne in terra d'Israele. 22 Ma sentendo che Archelao regnava in Giudea al posto di Erode suo padre, temette di andare là e avvertito in sogno si allontanò verso i territori della Galilea."

" Molti cadono in errore perché non conoscono la storia e credono che l'Erode da cui il Signore è stato deriso durante la passione sia quello stesso di cui qui si dice che è morto. L'Erode che assai più tardi farà amicizia con Pilato, e' figlio dell'Erode di cui qui si parla, e fratello di Archelao. Quest'ultimo fu deportato da Tiberio Cesare a Lugduno, città della Gallia, e il fratello Erode gli succedette sul trono."( Gerolamo )

23 E venendo, si fermò ad abitare in una città che è chiamata Nazareth, affinché si adempisse ciò che fu detto per mezzo dei profeti, che sarà chiamato Nazareno."

"Se l'evangelista si fosse riferito a un preciso passo della Scrittura, non avrebbe detto: "ciò che era stato annunciato dai profeti", ma:" ciò che era stato annunciato dal profeta". Parlando invece al plurale dei profeti, mostra di aver preso non tanto le parole della Scrittura, quanto il senso di esse. Nazareno significa "santo". E tutta la Scrittura chiama Santo il Signore che verrà. Possiamo anche dire che la stessa affermazione si trova, secondo la significazione ebraica, in Isaia: "Spunterà un virgulto dalla radice di Jesse e il Nazareno verrà fuori dalla sua radice". ( Gerolamo )

Giuseppe viene ad abitare con la sua famiglia a Nazaret. D'ora in poi il rapporto con la Parola sarà, certamente, meno chiaro, meno facile: per tanti anni nessun adempimento, nessun fatto direttamente collegabile alla Scrittura. Giuseppe e con lui Maria saranno fedeli non alla Parola che si adempie, ma a quella Parola che si è adempiuta e, proprio per questo si adempirà ancora.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vangelo di Matteo cap4

Commento al Vangelo di Matteo

 

Cap. 4

 

Tunc Jesus ductus est in desertum a Spiritu ut tentaretur a diabolo

1 Allora Gesù fu condotto nel deserto dallo Spirito per essere tentato dal diavolo

et cum ieiunasset quadraginta diebus et quadraginta noctibus postea esuriit

2 E avendo digiunato per quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame.

et accedens tentator dixit ei si filius Dei es dic ut lapides isti

3 E avvicinandosi il tentatore gli disse: "Se sei figlio di Dio, di’

che queste pietre

panes fiant qui respondens dixit scriptum est non in solo pane vivit homo

diventino pani. 4 Questi rispondendo disse: E' scritto: Non nel solo pane vive l'uomo,

sed in omni verbo quod procedit de ore Dei tunc assumpsit eum diabolus

ma in ogni parola che procede dalla bocca di Dio. 5 Allora il diavolo lo prese con sè

in sanctam civitatem et statuit eum super pinnaculum templi et dixit ei

nella città santa e lo pose sul pinnacolo del tempio 6 e gli disse:

si filius Dei es mitte te deorsum scriptum est enim quia angelis suis mandavit

"Se sei figlio di Dio, buttati giù. E' scritto infatti: Ha dato un comando ai suoi angeli

de te et in manibus tollent te ne forte offendas ad lapidem pedem tuum

riguardo a te e ti solleveranno sulle mani, perché tu non colpisca il tuo piede contro

ait illi Jesus rursum scriptum est non tentabis Dominum Deum tuum

la pietra. 7 Gli disse Gesù: "Oltre a questo è scritto: Non tenterai il Signore Dio tuo.

iterum assumpsit eum diabolus in montem excelsum valde et ostendit ei omnia regna

8 Di nuovo il diavolo lo portò su un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni

mundi et gloriam eorum et dixit ei haec omnia tibi dabo si cadens

del mondo e la loro gloria 9 e gli disse: Tutte queste cose le darò a te, se cadendo

adoraveris me tunc dixit ei Jesus vade Satana scriptum est enim

mi adorerai. 10 Allora gli disse Gesù: Vattene, Satana, è scritto infatti:

Dominum Deum tuum adorabis et illi soli servies

Adorerai il Signore Dio tuo e a Lui solo servirai.

tunc reliquit eum diabolus et ecce angeli accesserunt et ministrabant ei

11 Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco angeli si avvicinarono ed erano al suo servizio.

cum autem audisset Jesus quod Iohannes traditus esset secessit

12 Ma avendo sentito Gesù che Giovanni era stato consegnato, si allontanò

in Galilaeam et relicta civitate Nazareth venit et habitavit in Capharnaum

verso la Galilea, 13 e abbandonata la città di Nazaret venne ed abitò in Cafarnao

maritima in finibus Zabulon et Nephtalim ut adimpleretur quod

marittima nelle regioni di Zabulon e di Neftalim, 14 affinché si adempisse ciò

dictum est per Esaiam prophetam terra Zabulon et terra Nephthalim via

che fu detto per mezzo del profeta Isaia: 15 Terra di Zabulon e terra di Neftali, via

maris trans Iordanem Galilaea gentium populus qui sedebat in tenebris vidit

di mare oltre il Giordano, Galilea delle genti, 16 il popolo che sedeva nelle tenebre, vide

lucem magnam et sedentibus in regione et umbra mortis lux orta est

una luce grande e per coloro che sedevano in regione e in ombra di morte è sorta una luce per

eis exinde coepit Jesus praedicare et dicere paenitentiam agite                          

loro.  17 Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: Fate penitenza,

appropinquavit enim regnum caelorum ambulans autem Jesus iuxta mare Galilaeae

si è avvicinato infatti il regno dei cieli. 18 Camminando Gesù presso il mare di Galilea

vidit duos fratres Simonem qui vocatur Petrus et Andream fratrem eius mittentes

vide due fratelli, Simone che è chiamato Pietro e Andrea suo fratello che stavano

rete in mare erant enim piscatores et ait illis venite post me

gettando una rete nel mare; erano infatti pescatori. 19 E dice loro: Venite dietro a me

et faciam vos fieri piscatores hominum at illi continuo relictis retibus

e farò che voi siate fatti pescatori di uomini. 20 Ma quelli subito abbandonate le reti

secuti sunt eum et procedens inde vidit alios duos fratres Iacobum Zebedaei et

lo seguirono. 21 E andando oltre di là vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e

Iohannem fratrem eius in navi cum Zebedaeo patre eorum reficientes retia sua

Giovanni suo fratello nella barca con il loro padre Zebedeo che riparavano le loro reti

et vocavit eos illi autem statim relictis retibus et patre secuti sunt eum

e li chiamò. 22 Ma quelli subito abbandonate le reti e il padre lo seguirono.

et circuibat Iesus totam Galilaeam docens in synagogis eorum et praedicans

23 E Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando

evangelium regni et sanans omnem languorem et omnem infirmitatem in populo

il vangelo del regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità nel popolo.

et abiit opinio eius in totam Syriam et obtulerunt ei omnes male habentes

24 E la sua fama si sparse per tutta la Siria e portarono a lui tutti coloro che stavano

variis languoribus et tormentis comprehensos et qui daemonia habebant

male, catturati da malattie e tormenti di ogni genere e coloro che avevano dei   

et lunaticos et paraliticos et curavit eos et secutae sunt eum turbae multae 

demoni e lunatici e paralitici e li curò. 25 E lo seguirono molte folle

de Galilaea et Decapoli et de Hierosolimis et de Iudaea et de trans Iordanem

dalla Galilea e dalla decapoli e da Gerusalemme e dalla Giudea e da oltre il Giordano.

 

 

 

                                                         

1 Allora Gesù fu condotto nel deserto dallo Spirito, per essere tentato dal diavolo.

Ancora una volta il deserto assume un significato ed un'importanza particolari nell'economia della salvezza: luogo di penitenza è anche luogo di tentazione, luogo dell'incontro con Dio è anche luogo dell'incontro con Satana. Nel deserto si gioca il senso della vita in rapporto al Creatore, quando siamo più deboli e più indifesi. Ed ecco allora che Gesù viene incontro alla nostra debolezza, prevenendo ed affrontando il Maligno sul suo terreno preferito, dove la lotta è più dura e più viva e, proprio per questo, la vittoria più schiacciante e definitiva. E non per iniziativa del solo Figlio, ma per un atto d'obbedienza al Padre, sotto la guida dello Spirito Santo. Gesù ripercorre la storia d'Israele, per sconfiggere il Satana, là dove questi aveva vinto il suo popolo. I quaranta giorni nel deserto sono un evidente allusione simbolica ai quaranta anni dell'esodo.

"L'essere stato condotto nel deserto, il digiuno di quaranta giorni, la fame dopo il digiuno, la tentazione di Satana e la risposta del Signore, tutti questi fatti comportano la realizzazione di un grande disegno celeste. L'essere stato condotto nel deserto indica la libertà dello Spirito Santo che consegna ormai la sua umanità al diavolo, concedendogli l'occasione di tentarlo e di associarselo, occasione che il tentatore non avrebbe avuto se non gli fosse stata concessa. ( Ilario )

2 E avendo digiunato per quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame.

"O incomparabile pazienza del Signore ed esempio di ammirevole umiltà! Il Signore permette di essere tentato dal diavolo, lui che una volta aveva colpito col morso mortale dei serpenti chi lo tentava nel deserto. Digiunando anche per noi, ebbe fame, lui che una volta aveva nutrito col cibo celeste nel deserto, per quarant’anni, il popolo affamato. E sebbene Dio, secondo la beata e incorrotta natura della sua eternità, non possa aver fame, come sta scritto: Dio eterno non sentirà né fame né sete, tuttavia, per la nostra salvezza, secondo l’assunzione della carne, si degna di essere tentato e di aver fame per mostrare la realtà della carne da lui assunta. Il diavolo, dunque, lo provoca per tentarlo, il Signore lo segue per vincerlo."(Cromazio)

Come il suo popolo anche Gesù alla fine ebbe fame: fame di tutte quelle cose che il deserto ci toglie all'improvviso, lasciandoci nudi e soli di fronte a Dio. Innanzitutto c'è la fame materiale, che viene dalla mancanza di cibo. La stessa fede sembra condizionata dalla possibilità di avere un pezzo di pane. E' una mentalità, una tentazione assai radicata nella chiesa, non appartiene semplicemente alla storia d'Israele, ma alla storia di tutti i tempi. Com'è possibile credere in Dio, quando manca il pane? Ma che senso dare, allora, tentazione di Gesù? Che cosa è prevalente e più importante per l'uomo: il bisogno di cibo materiale o il bisogno del cibo spirituale? Perché mai Gesù sperimenta la fame fino alle estreme conseguenze, se non per farci capire che in ogni caso, in ogni situazione, il problema primo è cercare non il cibo materiale, ma quello spirituale? Qual è questo cibo spirituale, se non la Parola di Dio? Gli Ebrei mangiarono la manna del deserto, ma non per questo la loro fede ne fu rafforzata. Vi può essere incertezza riguardo al pane quotidiano, ma vi è certezza riguardo al pane spirituale: è sempre dato in ogni momento, in ogni situazione: ed è questo, in definitiva quello che conta. Abbiamo occhi molto grandi per vedere la nostra miseria materiale, non abbiamo occhi altrettanto grandi per vedere la nostra miseria spirituale. C'è chi muore di fame vivendo al cospetto di Dio, e c'è chi vive nell'opulenza che è morte e che conduce alla morte. Non è importante come si vive e come si muore in senso materiale: importa come si vive e come si muore in senso spirituale. La vita è, innanzitutto, nell'obbedienza alla Parola; il resto è nelle mani del Padre.

3 E avvicinandosi il tentatore gli disse: "Se sei figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pani.

La logica del Satana è molto sottile e subdola. Non chiede un'aperta disobbedienza al Padre, ma mette in discussione il  modo di rapportarsi al Padre.

"Se sei Figlio di Dio", comportati come tutti i figli di questo mondo, che, al momento del bisogno "approfittano", poiché tutto ciò che è di un padre è anche del figlio. Ma Gesù, proprio perché Figlio di Dio, è un figlio diverso: ripercorre la storia dei figli di Dio in senso contrario. Non cerca i doni, la potenza del Padre, ma il Suo amore, non vive per se stesso, ma in Lui e per Lui, nell'obbedienza alla Sua volontà. Cos'è mai l'obbedienza al Padre, se non l'obbedienza alla Sua parola? Ma non ci può essere obbedienza alla Parola, senza conoscenza della Parola; e questa conoscenza fa tutt'uno con la capacità e con la volontà di silenzio, di preghiera, di meditazione: ogni giorno, ogni ora, ogni momento, fino a che diventa come il cibo quotidiano. Ne abbiamo bisogno tutti i giorni, in quantità sufficiente: non viviamo soltanto per il cibo che abbiamo mangiato ieri, ma per il cibo che mangiamo oggi. E il Figlio di Dio fatto uomo innanzitutto ci pone davanti un modello di vita dove l'unico nutrimento è la Parola.

4 Questi rispondendo disse: E' scritto: Non nel solo pane vive l'uomo, ma in ogni parola che procede dalla bocca di Dio.

La logica del Satana molto sottile e molto forte deve confrontarsi questa volta con Colui che, innanzitutto, è il Logos. Certamente Gesù avrebbe potuto confutare il Satana accettando un confronto dialettico. Ma Egli conosce una via molto più grande e più sicura, quella via che già Iddio aveva donato all'uomo in Eden. Adamo ed Eva di fronte al tentatore hanno voluto discutere, dialogare con lui riguardo alla Parola. Nel momento stesso in cui distolgono se stessi dall'ascolto della Parola, il Satana ha il sopravvento. Non esiste una parola creata che possa mettere in discussione la Parola creatrice. Il Figlio fa esattamente il contrario: non dialoga col Satana, ma proclama la Parola di Dio, nella sua integrità, nella sua purezza, nella sua veradicità esclusiva. Ed è proprio la Parola,  non le parole, ciò che disarma il Satana. Cosa può replicare il Satana, di fronte alla proclamazione obbediente della Parola, così come "Sta scritto"? Nulla. Può solo cercare un'occasione più propizia. Il Signore ci doni la grazia di comprendere quanto è importante e vitale anche la semplice proclamazione della Parola!                                                                                                        

“Con tale parola rese vana la tentazione del diavolo. Il Signore ebbe fame non per necessità, ma per suo volere, per indurre il diavolo ad una simile tentazione, affinché, siccome un tempo il diavolo nel paradiso terrestre aveva vinto Adamo, che pure non aveva fame, ora è sconfitto dal Signore che soffriva la fame. Infatti il secondo Adamo volle vincere con gli stessi mezzi con i quali il primo Adamo era stato sconfitto”. ( Cromazio )

“La risposta del Salvatore indica anche che è un uomo colui che qui affronta la tentazione. “Non di solo pane vive l’uomo - dice -, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Chiunque dunque non si nutre della parola di Dio, non vive”. ( Gerolamo )

5 Allora il diavolo lo prese con sé nella città santa e lo pose sul pinnacolo del tempio 6 e gli disse: "Se sei figlio di Dio, buttati giù. E' scritto infatti: Ha dato un comando ai suoi angeli riguardo a te e ti solleveranno sulle mani, perché tu non colpisca il tuo piede contro la pietra."

Fallito il suo primo tentativo, Satana cerca una via diversa. Porta Gesù proprio nel cuore della città santa, nel punto più alto del tempio, là dove la fede deve confrontarsi non solo col Padre, ma anche con la comunità dei credenti. Se è difficile in certi momenti sottomettere una potenza che vive solo nel segreto davanti a Dio, è molto più difficile sottomettere una potenza che deve confrontarsi con l'incredulità della chiesa, con una mentalità ed uno spirito che non riescono a comprendere una potenza che non sia "atto" di potenza, esplicito e manifesto. E' come se Satana dicesse a Gesù: Se non vuoi usare la potenza che il Padre ti ha dato per i tuoi bisogni materiali, usala per il bene spirituale del tuo popolo. Fa' vedere a tutti in modo chiaro ed inequivocabile che sei Figlio di Dio. Buttati giù! Gli angeli ti solleveranno sulle mani e tutti vedranno. Chi viene dalla terra si butta giù e precipita, chi viene dal cielo si butta ed è innalzato. Quale iniziativa più convincente per convertire il popolo?

Il Padre benedirà la scelta del Figlio: un padre buono benedice sempre l'iniziativa di un figlio buono. Ma la logica della fede e dell'amore procede in un senso contrario. Non il Padre deve benedire le iniziative dei suoi figli, ma i figli devono benedire l'iniziativa del Padre, senza prevaricare in alcun modo riguardo alla Sua volontà. Quanti cristiani si "buttano" allo sbaraglio, di propria iniziativa, e danno spettacolo, e ricevono attestati di riconoscenza da parte degli uomini, ma non fanno la volontà di Dio! Cosa significa tentare Dio, se non mettersi al Suo posto, pretendere che Lui benedica la nostra volontà, perché non vogliamo fare la Sua volontà? Ancora una volta Gesù proclama la Parola.

“Lo stesso concetto leggiamo nel novantesimo salmo, anche se in questo passo la profezia non si riferisce a Cristo ma all’uomo santo. Il diavolo dunque adopera male la Scrittura. Certamente se conosceva ciò che era stato scritto a proposito del Salvatore, avrebbe dovuto dire anche le parole che, in quello stesso salmo, sono scritte contro il diavolo stesso: “Camminerai sopra l’aspide e il basilisco, e schiaccerai sotto i piedi il leone e il drago”. Il diavolo parla dell’aiuto degli angeli come se Gesù fosse un uomo debole: tace invece, tergiversando, sul fatto che il Signore lo schiaccerà”. ( Gerolamo )

“Astuzia di un’arte nefanda e audacia d’una temerità riprovevole! Colui che si era visto colpito dal Signore con una massima della Legge, non ricorre più soltanto alle armi della sua malvagità, con le quali si è dimostrato inefficace, ma anch’egli prende in prestito la testimonianza della Legge. Tenta di vincere con il mezzo con cui si doleva di essere già stato vinto. Osa perciò dire anch’egli: Sta scritto, però non a suo vantaggio, ma piuttosto a suo danno. Stava appunto scritto: Poiché ha ordinato ai suoi angeli nei tuoi riguardi, ma ciò che aggiunse di sua iniziativa: Gettati giù, questo non stava scritto. In questo modo di agire conosciamo la sua antica e consueta astuzia, per poter sempre ingannare, cioè mescolare male e bene e mitigare con la dolcezza del miele i suoi veleni... “. ( Cromazio )

7 Gli disse Gesù: "Oltre a questo è scritto: Non tenterai il Signore Dio tuo.

Si può usare la stessa Parola per disobbedire alla Parola. Sconfitto una prima volta dalla Parola, Satana ritorna all'attacco con la Parola stessa. Quale intelligenza può scoprire un gioco così sottile, se non quella che si alimenta ogni giorno del cibo spirituale? Quante strumentalizzazioni, falsificazioni della Parola; non semplice frutto di una santa ignoranza, ma di una maligna intelligenza. Anche l'ignoranza sembra aver trovato oggi nella chiesa una sua esaltazione, camuffata sotto le vesti della semplicità, dell'immediatezza di cuore, dell'innocente e incolpevole mancanza di cultura biblica. Qualsiasi tentativo, esortazione per un approfondimento della Parola, trova un ostacolo molto grande, a volte nelle stesse persone di chiesa, convinte che la Parola sia come scritta da Dio nel cuore dei semplici, senza bisogno di una lettura e di un approfondimento, nonché di un confronto con la comunità che si alimenta nelle Sacre Scritture. Ma allora perché la Bibbia, se possiamo farne a meno? Perché mai la chiesa ci ha lasciato un testo scritto, che ha alle sue spalle secoli di preghiera, di meditazione, di revisioni, frutto non di questa o quella persona, ma della fede di tutta la comunità? Si può credere in Dio, scavalcando e mettendo da parte la tradizione della fede? La tradizione è il corpo che mantiene in vita le singole parti. Nessun membro può vivere se non in comunione con tutto il resto, secondo una logica di continuità omogenea che lega il presente al passato, i fratelli di oggi ai fratelli di ieri. Il senso primo della tradizione è nella fedeltà alla Parola rivelata. Vero è che parallelamente alla tradizione che viene da Dio, si è andata via sviluppando nel tempo una pseudo-tradizione, che non trova diretta conferma nella Parola, ma che si pone sullo stesso piano della Parola, confortata da visioni, segni, prodigi, miracoli, a volte suggellati dalla stessa autorità della chiesa cattolica. Ed è proprio questa pseudo-tradizione la principale responsabile delle profonde divisioni e lacerazioni che hanno devastato e devastano tuttora la chiesa. Divisioni, errori, fanatismo, misticismo alienato hanno come matrice comune un rapporto mancato e sbagliato con la Parola, che è stata data proprio per educare, nel senso letterale di "educere", cioè trarre fuori da tutto ciò che non è conforme alla volontà del Padre. Il problema del rapporto con la Parola è, innanzitutto, quello del rapporto con la sua autenticità, della sua lettura e conoscenza, così come ci è stata tramandata, senza nulla aggiungere e nulla togliere.

E' qualcosa di più e di diverso di un fanatico attaccamento alla lettera: è la vera fedeltà a Cristo. Non si può credere in Cristo e nella sua chiesa scavalcando il rapporto che Cristo ha con la stessa chiesa. Tale rapporto è dato dalla Parola, nella forma che la chiesa ci ha tramandato per secoli, nel testo ebraico e greco, nella mirabile traduzione della Vulgata. Basta una semplice lettura comparata dei testi greco-latino-versioni moderne, per renderci conto del tradimento operato dai traduttori dei nostri tempi. Scavalcando la traduzione letterale, così cara alla Vulgata, si è giunti a incredibili stravolgimenti di significato, a versioni senza senso, dove è andato smarrito il valore simbolico e la tipologia della Parola. E tutto ciò in nome di una presunta superiorità dello spirito moderno rispetto all'antico, che si ammanta di espressioni spiritualmente vuote e prive di significato, quali "lettura storico-scientifica", analisi sinottica"... Inganno, inganno e ancora inganno! L'inizio della conversione è proprio nella volontà di entrare nel senso letterale della Parola, senza nulla aggiungere e senza nulla togliere, per convertire la nostra mentalità a quella di Dio. Il resto viene dal Maligno: è un tentativo stolto e maldestro di convertire Dio alla nostra mentalità. I risultati sono ben noti: divisioni profonde tra le varie chiese e, peggio ancora, divisioni all'interno della stessa chiesa. Tutto ciò andrà aggravandosi sempre più finché, di fronte al Satana, non si tornerà a dire con Gesù: "Sta scritto..., sta scritto..., e ancora sta scritto...".

8 Di nuovo il diavolo lo portò su  un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria 9 e gli disse: “Tutte queste cose le darò a te, se cadendo, mi adorerai."

Il Satana non si arrende e cerca di far breccia in altro modo, attaccando la natura umana di Gesù. La terza tentazione si presenta così con caratteristiche diverse. Nelle prime due Satana aveva fatto leva sulle presunte debolezze di un Dio che si è fatto uomo, e che è tentato, all'occasione, di riprendersi tutta la sua gloria e potenza, scavalcando la condizione umana, ma rinunciando con ciò al suo disegno d'amore.

Ora Satana cerca di ferire Gesù nella sua condizione di uomo che è anche Dio ed è tentato di usare la natura divina per acquisire una potenza ed una ricchezza che sono conformi alle aspettative umane. Sembra che Satana giochi ora la sua carta migliore: difficile scalfire la natura divina di Gesù, più facile colpire la sua natura umana.

Qual è il desiderio più grande dell'uomo, se non quello di possedere il mondo intero senza limitazioni di sorta? E' la prima tentazione dell'uomo da cui sono derivate tutte le altre. Evidente il riferimento ad Eden: "Lo portò su un monte molto alto, e gli mostrò tutti i regni del mondo..." Adamo fu tentato dal diavolo in modo del tutto simile: Satana gli prospettò un rapporto col creato diverso, superiore: "Allora si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come dei, conoscenti il bene e il male."

Scavalcando la Parola di Dio, Adamo avrebbe potuto vedere più lontano, in modo autonomo, con i propri occhi, fino ad uno sguardo onnicomprensivo del creato e della vita, diventando con ciò subito come Dio, senza passare attraverso una crescita legata e condizionata dall'obbedienza alla Parola. Che senso ha promettere a Gesù il creato, quando il Padre tutto ha messo nelle sue mani? La tentazione è quella di un possesso che cade hic et nunc ( qui ed ora ), che non passa attraverso l'obbedienza alla volontà del Padre, ma che, al contrario, elimina il Padre, per sempre, dalla propria vita. Il senso della tentazione in Matteo è delineato in modo esplicito: "Tutte queste cose le darò a te, se cadendo mi adorerai." Per Adamo la tentazione presentava lati oscuri e incogniti. Egli sapeva, per bocca di Dio, di una morte quale possibile esito di una disobbedienza alla Parola. Ciò che non poteva sapere era il senso proprio della morte, come passaggio ad un altro Dio. Satana non dice ad Adamo: "Scegli tra me e il Creatore. Si limita, semplicemente, a spingere Adamo perché metta in discussione la Parola del Signore. Tanto basta per disorientare Adamo e per fargli smarrire la strada che è vita. Ma con Gesù il Satana non può barare. Di fronte al Figlio che è la Parola il gioco deve essere portato avanti allo scoperto: Gesù conosce bene il diavolo e comprende appieno il senso del peccato. Satana chiede apertamente a Gesù di rinunciare alla gloria di Figlio di Dio, per diventare suo figlio, e gli mostra tutto ciò che ne avrebbe in cambio: il possesso immediato e il dominio del mondo, non come figlio di Dio, ma come figlio del Satana, non con lo spirito che è Amore, ma con lo spirito che è rapina e menzogna.

"Ammirevole pazienza del Signore, degna di essere imitata, e sfrontata audacia del diavolo! Il nemico provoca, dunque ora una terza volta, e sale su un monte altissimo per tentarlo e il Signore non si sdegna di seguirlo per vincerlo. Egli però vinse non per sé, ma per noi. Infatti, non era una cosa straordinaria che il Figlio di Dio vincesse il diavolo, ma l’importante fu che vinse quale uomo e vinse per noi... . Satana promette i regni del mondo a chi aveva preparato per i credenti i regni dei cieli. Promette la gloria del mondo a Colui che è Signore della gloria celeste. Colui che non ha nulla, si impegna a dare tutto ciò che esiste a Colui che tutto possiede. Vuole essere adorato sulla terra da Colui che gli angeli e gli arcangeli adorano in cielo. ( Cromazio )  Gesù non lascia spazio al Maligno:

10 Allora gli disse Gesù: Vattene Satana, è scritto infatti: Adorerai il Signore Dio tuo e a lui solo servirai.

L'obbedienza alla Parola, così come sta scritto, è, ancora una volta, vincente.   11 Allora il diavolo lo lasciò. Perché reso impotente dalla reiterata proclamazione della Parola.

"Al contrario di quanto credono molti, satana e l'apostolo Pietro non vengono condannati allo stesso modo. A Pietro infatti Gesù dice: "Vattene dietro di me, satana!", cioè: seguimi, poiché sei in contrasto con la mia volontà. Il diavolo, invece, si sente dire: "Vattene, satana", senza l'aggiunta " dietro a me", perché è sottinteso: Va' nel fuoco eterno, che è stato preparato per te e per gli angeli tuoi...

Il diavolo, dopo aver detto al Salvatore: "Se cadendo mi adorerai", si sente rispondere proprio il contrario, e cioè che è lui che deve adorare il Signore e Dio suo. ( Gerolamo )

“Quantunque molte e di specie diverse siano le tentazioni del diavolo nei nostri riguardi, tuttavia con queste tre tentazioni usate contro il Signore è solito tentare anche i suoi eletti. Infatti, nella circostanza in cui il Signore tollerò d’essere tentato dal nemico dopo il battesimo e il digiuno, si volle mostrare che, subito dopo il lavacro di rigenerazione, dopo il proposito di una vita santa, dopo il devoto sforzo del digiuno, il diavolo si accosta a ciascuno di noi per distoglierci dai religiosi propositi o col desiderio del cibo mediante la concupiscenza della carne. ... Nel fatto che con la seconda tentazione il diavolo provocò il Signore, dopo averlo trasportato sul pinnacolo del tempio, si dimostra che, quando non riesce ad ingannare uno ricorrendo alla concupiscenza della carne, fa ogni tentativo per ottenere che ciascuno di noi, dopo la prima vittoria sul corpo e già collocato in alto, precipiti per ragioni spirituali, dicendo: Gettati giù. Non dice: Ti getto, perché non sembri che usi violenza, ma: Gettati giù, per mostrare che ciascuno di noi incappa nella morte con libera decisione per colpa della sua volontà. A lui spetta convincere, ma a noi superare la sue suggestioni obbedendo alla Legge. ... Con la terza tentazione poi, propone la gloria terrena e le ricchezze del mondo, per mezzo delle quali, come dice l’Apostolo, fece naufragare alquanti dalla fede e li fece rivolgere dalla gloria celeste a quella terrena. Induce l’uomo agli onori terreni per sottrargli quelli celesti; lo esorta alle ricchezze del mondo per togliergli quelle spirituali. Perciò, non a torto, si dice di lui nel libro di Giobbe: Tutto l’oro del mare è in suo potere, perché con il facile richiamo dell’oro e l’avidità delle ricchezze il nemico vuole irretire e ingannare molti. E per mezzo di questo e riguardo a tali beni, deve essere disprezzato e smascherato, perché si possa riportare una completa vittoria sul tentatore”. ( Cromazio”

ed ecco angeli si avvicinarono ed erano al suo servizio.

Allorché l'angelo malvagio è stato sconfitto, gli angeli santi si avvicinano al loro Signore, per ribadirgli la fedeltà nel vincolo della schiavitù amorosa che  li lega al Figlio e all'unico Padre.

"La tentazione viene per prima, in modo che sia seguita dalla vittoria. E gli angeli servono, per dimostrare la grandezza del vincitore." ( Gerolamo )

"Ma - chiederai - perché Luca dice che egli esaurì ogni sorta di tentazione? Io credo che l'evangelista Matteo, indicando queste tre tentazioni capitali, le abbia enumerate tutte, essendo comprese in queste tutte le altre. Questi sono i mali che comprendono gli innumerevoli altri peccati: l'intemperanza, la vanagloria e il desiderio di possesso.

Lo spirito del male lo sapeva perfettamente e prova per ultimo con l'insaziabile avidità del possesso, considerando questo il più potente di tutti i vizi. Sebbene avesse questa tentazione già presente fin dall'inizio, la tiene in serbo per ultima, ritenendola la più micidiale di tutte le sue armi. Questa è la norma del suo assalto: tirar fuori per ultime le armi che più delle altre sembrano adatte a far cadere. Così fece un tempo contro Giobbe; così attacca ora Gesù Cristo: cominciando dapprima con i mezzi che appaiono più deboli e meno efficaci, passa in seguito all'arma più terribile. Come possiamo noi vincere un nemico tanto temibile? Facendo come ci ha insegnato Cristo: rifugiandoci, cioè, in Dio; credendo fermamente che, quando siamo sfiniti dalla fame, Dio può nutrirci anche con una sola sua parola; non tentando Dio nei beni che abbiamo ricevuto da lui, contenti della gloria del cielo; non dandoci pena per la gloria umana e disprezzando sempre tutto quanto va oltre i limiti del necessario. Non c'è niente che assoggetti tanto al diavolo quanto la ricerca e l'amoredelle ricchezze. ( Crisostomo )

12 Ma avendo sentito Gesù che Giovanni era stato consegnato, si allontanò verso la Galilea, 13 e abbandonata la città di Nazaret venne ed abitò in Cafarnao marittima, nelle regioni di Zabulon e di Neftali,

Il nesso causale tra l'uscita di scena di Giovanni e l'iniziativa di Gesù è sottolineato in modo chiaro e marcato. Nel momento stesso in cui viene a sapere che Giovanni è stato consegnato, Gesù abbandona Nazaret e comincia ad annunziare il suo vangelo: sono così anticipati i tempi della grazia e del giudizio divino. In questo modo Dio confonde i suoi nemici, dà forza e coraggio ai suoi figli. Giovanni in carcere è un uomo potente: così potente da costringere Gesù ad uscire dal silenzio di Nazaret. Quale padre è indifferente al sacrificio dei suoi figli? Tanto più il Padre che è nei cieli!

Se è vero che Dio ha un potere su di noi, è altrettanto vero che noi abbiamo un potere su di Lui, ogni volta che facciamo la Sua volontà. Gesù inizia la sua predicazione, non in modo casuale, ma secondo un progetto d'amore, che non può ignorare la storia che lega Dio ad Israele. Il popolo eletto si è dimostrato ben poco ricettivo dell'amore di Dio. L'incarcerazione di Giovanni è l'ultimo episodio di una lunga storia di infedeltà e di rifiuto dell'intervento divino. E allora Gesù si allontana verso la Galilea, verso la terra dei Gentili, terra abitata per lo più da stranieri, odiati e disprezzati dal popolo eletto.

14 affinché si adempisse ciò che fu detto per mezzo del profeta Isaia: 15 “Terra di Zabulon e terra di Neftali, via di mare oltre il Giordano, Galilea delle genti, 16 il popolo che sedeva nelle tenebre, vide una luce grande e per coloro che sedevano in regione e in ombra di morte è sorta una luce per loro."

E' come l'esordio ufficiale, quasi rituale della predicazione di Gesù. E il Gesù che si presenta al mondo è, innanzitutto, la luce del mondo.

"Il popolo che sedeva nelle tenebre, vide una luce grande..." Il "sedere" nelle tenebre indica non una situazione momentanea, di passaggio, ma uno stato permanente di peccato e di impotenza assoluta. Per contrasto non una semplice luce, ma una grande luce. "Per coloro che sedevano in regione e in ombra di morte è sorta una luce per loro." Si definisce il senso delle tenebre come sinonimo di morte e della luce come potenza di risurrezione. Il vangelo di Giovanni ci introduce nel mistero della vita che è in Gesù in modo simile: "In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e Dio era il Verbo... in Lui era vita e la vita era la luce degli uomini, e la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno presa." Dopo aver ribadito la natura eterna del Verbo, si dice che nel Verbo era vita e che questa vita era la luce degli uomini. All'origine la vita è inscindibile dalla luce che è la Parola.  Vi è una vita chiusa in Dio, e vi è una vita in Dio che viene donata sotto la forma della luce. "E la luce splende nelle tenebre", di per sé, per forza propria, come dono gratuito. Le tenebre non possono dare alcun contributo alla luce, possono solo goderne e farla propria. Il presente "splende" è da intendersi in senso astorico: prima, durante, dopo Eden, da sempre. "E le tenebre non l'hanno presa." Da un lato vi è la luce che splende eternamente, dall'altro una storia di tenebre, che non hanno fatto propria la Luce. E' importante sottolineare come Gesù venga presentato, innanzitutto, come colui che porta la luce, in quanto lui stesso è la Luce. Questa identificazione della Parola con la Luce che è vita, dovrebbe farci riflettere seriamente riguardo al nostro rapporto con Dio. Che cosa ci spinge a cercare Gesù? E' innanzitutto il bisogno, il desiderio di luce, o è semplicemente un desiderio di vita? Abbiamo visto che non c'è vita senza luce e che la luce è la Parola. Come giustificare allora una religiosità così diffusa e viva che tende alla vita del Figlio, ma che ignora, non sente il bisogno della luce, che viene esclusivamente dalla Parola? Bisogna riconoscere che oggi, più che mai, c'è una grande ricerca di vita a cui purtroppo non fa riscontro una ricerca altrettanto grande di luce. Perché mai si enfatizzano così tanto segni, prodigi, miracoli, locuzioni interiori, senza desiderare, nel contempo, un'esperienza di fede più conforme alla Parola?  Perché si lascia così spazio alla preghiera semplice, spontanea, immediata, di tipo psicologico, e non si fa alcun sforzo per pregare con i Salmi,  con le parole di Gesù, così come la chiesa ha fatto per secoli? Sono sufficienti l'entusiasmo, lo zelo, per giustificare un'esperienza di fede? Molti uomini, a loro modo, cercano la vita: una vita diversa; pochi cercano la luce. Anche S. Paolo si rammaricava riguardo agli Ebrei per uno zelo che non era illuminato. Perché il bisogno nostro è, innanzitutto , quello della luce, la luce che viene dalla Parola, la luce che è Parola. Nessuno medita con impegno e in modo assiduo la Bibbia. Né vale dire che il problema è solo culturale. Vi è un'indifferenza rispetto alla Parola che accomuna dotti ed illetterati. Si legge e si ascolta di tutto, ma ci guardiamo bene dal meditare ogni giorno anche un solo versetto della Bibbia. E' una moda dei tempi o è l'eterno gioco di Satana? Quando non c'è la luce che viene dalla Parola, la menzogna ha pari diritto della Verità: non c'è più l'elemento, il fattore discriminante: si può giustificare tutto e tutti e lasciare libero sfogo a qualsiasi energia vitale. Certo il discorso della luce non è facile: fa tutt'uno con il discorso delle tenebre. Bisogna che la coscienza sia disposta a riconoscere il proprio peccato.

Il rifiuto della Parola fa tutt'uno con l'indurimento di cuore. E così si insiste sulla necessità di uomini che diano una testimonianza di vita, perché non vogliamo e non possiamo cambiare la nostra vita: solo Dio può farlo. Si moltiplicano le beatificazioni e le santificazioni, la diffusione di testimonianze di vita; nel contempo si martirizzano e si emarginano nella stessa chiesa coloro che cercano di essere testimoni di luce. Si dimentica e non si vuol capire che il primo e più grande testimone di Gesù è stato, per definizione evangelica, un testimone di luce.

"Vi fu un uomo, mandato da Dio, il cui nome era Giovanni: Questi venne come testimone, per rendere testimonianza riguardo alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui."

La conversione e la fede sono legati innanzitutto alla luce. Certo non ci può essere testimonianza di luce che non sia anche testimonianza di vita. Non sempre è vero il contrario. Vi è anche un'espressione immediata della vita, che non passa attraverso le vie della meditazione, della conoscenza, della grazia della Parola. Le testimonianze di vita esaltano l'uomo, le testimonianze di luce esaltano Dio. Non ci può essere verità di vita, senza la vita che è Parola: è la Parola che guida, illumina, accresce, la nostra vita. Il Signore ci doni la grazia di amare e di ascoltare di più i testimoni della Sua luce.

"Di questa luce, dunque, nel presente passo è detto: Il popolo che dimorava nelle tenebre, ha visto una grande luce. Ha visto, però, non con la vista del corpo, perché è una luce invisibile, ma con gli occhi della fede e con la visione dello spirito. Questo è, dunque, ciò che dice: Il popolo, che dimorava nelle tenebre, ha visto una grande luce e su quelli che dimoravano nel paese dell'ombra di morte si è levata una luce."

Questa luce, dunque, non apparve solamente a quelli che erano nelle tenebre, ma dice che su quelli che dimoravano nel paese dell'ombra di morte si levò una luce, per mostrare che altri erano quelli che dimoravano nelle tenebre e altri quelli che dimoravano stabilmente nel paese dell'ombra di morte. E qual è questo paese dell'ombra di morte, se non il paese della sede di sotterra, di cui parla Davide, dicendo: Infatti anche se camminassi in mezzo all'ombra di morte, non temerei alcun male, perché tu sei con me? Non temerà alcun male, cioè le pene dell'inferno. Anche per questi, dunque, che dimorano nel paese dell'ombra di morte, sorge la luce della salvezza, cioè Cristo Figlio di Dio, che dice nel Vangelo: Io sono la vera luce. Chi mi seguirà non camminerà nelle tenebre. Egli, penetrando nel paese della sede di sotterra dopo la sua venerabile e per tutti salutare passione, agli inferi sbigottiti recò, ad un tratto, la luce della sua maestà, per liberare quelli che erano prigionieri laggiù, attendendo la sua venuta, come lo stesso Signore, per bocca di Salomone, dichiara in persona della Sapienza, dicendo: Penetrerò fino ai luoghi che stanno sotto terra e vedrò tutti quelli che dormono e illuminerò quelli che sperano in Dio." ( Cromazio )

17 Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: Fate penitenza, si è avvicinato infatti il regno dei cieli."

La predicazione di Gesù comincia esattamente là dove è stata interrotta quella di Giovanni. Sono le stesse parole che abbiamo trovato in Matteo 3,2. Il piano della salvezza procede secondo una logica di continuità col passato, senza nulla rinnegare né smentire. E' sempre il medesimo ed unico Dio che parla ed opera.

18 Camminando Gesù presso il mare di Galilea vide due fratelli, Simone che è chiamato Pietro ed Andrea suo fratello che stavano gettando una rete nel mare; erano infatti pescatori. 19 E dice loro: Venite dietro a me e farò che voi siate fatti pescatori di uomini.  20 Ma quelli subito, abbandonate le reti lo seguirono.

Il mistero della chiamata è caratterizzato innanzitutto dall'iniziativa divina. E' Dio che chiama e nello stesso tempo sceglie i suoi figli. "Non voi avete eletto me, ma io ho eletto voi" E' un dato di fatto, non suscettibile di domande e di argomentazioni umane. Noi possiamo solo cercare di comprendere il contesto e la realtà storica in cui si cala tale chiamata, così come ce la descrive il Vangelo. Pietro ed Andrea rappresentano, innanzitutto, la normalità dell'esistenza quotidiana. Vivono del lavoro delle loro mani, come la maggior parte degli uomini e, come la maggior parte degli uomini, gettano nel mare la loro rete. Nella rete è la loro speranza, nella rete è l'onesta fatica del lavoro quotidiano, ma anche l'ambiguità, la contraddizione, la falsità di ogni guadagno, che non si realizza, se non approfittando degli altri, della loro imprudenza, povertà, necessità: c'è chi raccoglie dalla rete, c'è chi rimane preso, spogliato dalla stessa rete. Così la complessa trama dei rapporti umani. Fino a questo momento Pietro ed Andrea sono uomini "comuni". Neppure l'eccezionalità dell'invito li rende diversi. Ciò che li rende diversi è il modo diverso con cui si pongono di fronte alle parole di Gesù. "Ma quelli subito...lo seguirono." Ci saremmo aspettati un: "E quelli ... lo seguirono": una congiunzione semplice, non avversativa.

Il "ma" introduce un'idea di rottura, che ci dice quanto sia incomprensibile una sequela così pronta. Vi è un'evidente assurdità, follia, non giustificazione dell'invito, e la risposta passa, necessariamente, attraverso il travaglio della fede. Pietro ed Andrea non hanno seguito Gesù perché tutto era così chiaro, ragionevole. E' proprio il contrario: l'hanno seguito perché era una vera e propria follia. Tutta l'evidenza era contro l'invito di Gesù. Si presenta come uno sconosciuto, non dà ragioni, chiede l'abbandono di tutto e di tutti, non promette nulla in contraccambio. Eppure Pietro ed Andrea pongono in Lui la loro fede. Siamo oltre le categorie della logica umana: è il miracolo della grazia divina. Vi è una potenza della Parola che viene prima ed è oltre la logica della Parola. Le nostre capacità logiche intellettive sono una sorta di mediazione tra l'uomo e la Parola: al di sopra di esse vi è il rapporto immediato con la Parola, che è la persona stessa di Gesù. Ed è proprio in rapporto alla Parola che è persona che si gioca il senso della fede. Non si crede alla logica della Parola, ma perché afferrati da Colui che è la Parola. "Chi crede obbedisce, chi obbedisce crede." Così scriveva Bonhoeffer. La fede in Dio chiede una risposta immediata, non aspetta e non conosce le nostre ragioni. "Ma quelli, subito..." Fra la chiamata e la risposta non c'è spazio per la riflessione e un'analisi critica. Chi cerca in se stesso le ragioni della fede è fuori strada. "Abbandonate le reti lo seguirono." Le reti rappresentano tutto ciò che è un impedimento, un ostacolo alla fede.

21 E andando oltre di là vide due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni, suo fratello nella barca con il loro padre Zebedeo che riparavano le loro reti e li chiamò. 22 Ma quelli subito, abbandonate le reti e il padre lo seguirono.

Cresce il prezzo della fede e della sequela. Questa volta ci sono di mezzo anche gli affetti familiari più cari. Quale vincolo più santo di quello che unisce i figli al padre naturale? Giacomo e Giovanni stanno riparando le loro reti nella barca insieme con il padre Zebedeo. La barca è la loro esistenza, tutto ciò che hanno costruito insieme, ciò per cui hanno lavorato, faticato, lottato... per un futuro migliore, per il pane quotidiano. Nella barca sono un cuor solo ed un'anima sola, sotto l'occhio vigile di un padre che premuroso guida, ammonisce, istruisce i suoi figli. E' difficile abbandonare la propria barca per amore di Gesù, soprattutto quando va bene; è ancor più difficile quando lasciamo in essa gli affetti che sono sin dall'origine della vita. Tanto può la grazia divina. Vi è una paternità che è prima ed oltre quella terrena; la sua voce è più potente del sentimento umano. Zebedeo sarà ancora padre per i due apostoli, ma in un modo, in un senso diverso.

"Il passaggio a Cafarnao e la profezia di Isaia appartengono all’ordine dei fatti. La chiamata dei pescatori invece mostra l’attività del loro impegno futuro, che deriva dal loro mestiere di uomini, poiché gli uomini dovranno essere tratti dal mondo, come i pesci dal mare, verso un luogo più alto, cioè verso la luce del riposo celeste. Abbandonando il mestiere, la terra natia, la casa, essi ci insegnano che, se vogliamo seguire Cristo, non dobbiamo lasciarci trattenere né dall’inquietudine della vita del mondo né dall’attaccamento alla casa paterna. La chiamata di quattro apostoli all'inizio, oltre la veridicità dei fatti, poiché è avvenuto proprio così, prefigura il numero dei futuri evangelisti." ( Ilario )

"Non scelse dunque i nobili del mondo o i ricchi, perché la predicazione non destasse sospetto, non i sapienti della terra, così che si potesse credere che aveva persuaso il genere umano mediante la sapienza mondana, ma scelse i pescatori, illetterati, inesperti, ignoranti, perché fosse evidente la grazia del Salvatore. Umili, è vero, nel mondo anche per l'esercizio della loro arte, ma veramente eccelsi per la fede e per l'ossequio del loro animo devoto, spregevoli per la terra, ma graditissimi al cielo, ignobili per il mondo, ma nobili per Cristo, non iscritti nell'albo del senato di questa terra, ma iscritti nell'albo degli angeli in cielo, poveri per il mondo, ma ricchi per Dio. Infatti, il Signore sa chi scegliere, lui che conosce i segreti del cuore, quelli certamente che non cercavano la sapienza del secolo, ma desideravano la sapienza di Dio, né bramavano le ricchezze del mondo, ma aspiravano ai tesori celesti...

Il Signore, dunque, scelse dei pescatori che, mutando in meglio il mestiere della pesca, dalla pesca terrena passarono a quella celeste, per catturare come pesci dal profondo gorgo dell'errore il genere umano per la sua salvezza, conforme a ciò che lo stesso Signore disse loro: Venite dietro di me e vi farò pescatori di uomini. Questa stessa cosa aveva precedentemente promesso, per bocca del profeta Geremia, dicendo: Ecco, io manderò molti pescatori, dice il Signore, e li pescheranno. E dopo di ciò manderò dei cacciatori e li cattureranno. Perciò, sappiamo che gli apostoli furono chiamati non solo pescatori, ma anche cacciatori: pescatori, perché per mezzo delle reti della predicazione evangelica catturano dal mondo tutti i credenti come pesci; cacciatori, poi, perché, per la loro salvezza, catturano, come  in una caccia voluta dal cielo, gli uomini che vagano nell'errore di questo mondo come in una selva e vivono a guisa delle fiere... Mediante la predicazione di questi, pertanto, ogni giorno i credenti sono catturati per vivere. E guarda quant'è diversa questa pesca celeste degli apostoli dalla pesca di questa terra. I pesci, infatti, quando sono catturati muoiono. Gli uomini, invece, sono catturati perché vivano, secondo ciò che il Signore disse a Pietro, quando aveva preso una grande quantità di pesci: Non temere d'ora in poi sarai uno che dà la vita agli uomini... Mirabile, dunque, è questa pesca e meravigliosi i pescatori, che pescano non perché ne muoiano quelli che catturano, ma perché vivano. ( Cromazio )

23 E Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando il vangelo del regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità nel popolo.

Nell'annuncio del vangelo è la grazia santificante che ci libera da ogni male. Le guarigioni operate da Gesù non possono intendersi come qualcosa che procede a lato, di più e di diverso rispetto all'annuncio della Parola. E' nella predicazione stessa la potenza e la forza di una vita nuova. Non c'è malattia, non c'è infermità o male così grande che Dio non possa guarire, attraverso la sua Parola. E l'efficacia della Parola è operante nell'atto stesso del suo manifestarsi, allorché assume la forma dell'uomo per dare nuova forma all'uomo. In principio Dio disse e tutto fu fatto. Allora fu la Parola informe a dare forma a tutte le cose e a tutti i viventi. Ora è la Parola che ha assunto la forma dell'uomo che riporta a sé tutte le sue creature. Non c'è miracolo né cambiamento senza la Parola. Talvolta alla Parola si associa un segno. Ma il segno altro non è che un corollario della Parola, una Sua estensione e semplificazione, perché possiamo meglio comprendere: nulla aggiunge e nulla toglie al Verbo di Dio. Gesù si presenta come colui che annuncia la Vita, guarendo e risanando la nostra vita. Ed è questa forza e potenza di guarigione e di liberazione da ogni male che lo pone al centro della storia dei suoi tempi e di tutti i tempi.

“Per questo, infatti, era venuto il maestro di vita e il medico celeste, Cristo Signore, cioè per istruire gli uomini col suo insegnamento, fonte di vita, e per guarire con la medicina celeste i mali del corpo e dell’anima, per liberare i corpi posseduti dal diavolo e ricondurre alla vera e completa salute coloro che erano affetti da ogni sorta d’infermità. Infatti, curava le malattie fisiche con la parola della potenza della potenza divina e con la medicina dell’insegnamento celeste risanava le ferite dell’anima”. ( Cromazio )

24 E la sua fama si sparse per tutta la Siria;

La Parola di Dio non ha bisogno della propaganda dell'uomo. Si diffonde da sola, in modo concentrico, da un unico punto di irradiazione, fino ai confini della terra, di modo che nessuno possa sottrarsi al suo confronto, per riportare tutti e tutto all'unico Verbo. Non può esistere una parola che supporti la Parola: è un elemento di disturbo che distoglie dall'ascolto. Il vero miracolo è solo quello che passa attraverso le vie della Parola: questo e questo solo dobbiamo attendere e ricercare.

e portarono a lui tutti coloro che stavano male, catturati da malattie e tormenti di ogni genere e coloro che avevano dei demoni e lunatici e paralitici e li curò.

All'iniziativa di Gesù che "insegna...predicando ...e guarendo", fa seguito l'iniziativa dell'uomo, che non è mai la novità della storia, ma l'adesione pura e semplice all'unica vera grande novità della storia. Non ci è chiesto di cambiare la vita, non potremmo farlo, ma di accogliere Colui che unico può cambiarla. Se è vero che la vita è donata, è altrettanto vero che bisogna fare proprio il dono della vita. Se è vero che l'amore di Dio ci previene, è altrettanto vero che l'amore stesso deve essere prevenuto con una ricerca attenta e sollecita. Non c'è salvezza per i cuori pigri e stanchi, appesantiti dal peccato, incapaci di correre dietro all'opera del Signore. Ci sembra che sia questa l'immagine più bella e più vera della chiesa: una moltitudine di persone "segnate" in vario modo dal peccato, che rincorre con viva fede l'amore del proprio Signore, per dissetarsi alla fonte della Sua parola e per essere guarita da ogni male. L'espressione" portarono a lui tutti coloro che stavano male" non deve trarci in inganno. Non si vuole affatto alludere ad una parte, per così dire, sana della chiesa, che sostiene quella malata. Siamo un'unica grande comunità di malati, dove il meno malato sostiene chi è più malato, il meno povero chi è più povero. E' soltanto nella consapevolezza dell'unico peccato la radice del vero amore, che ci spinge ad aiutare il fratello nella via verso la salvezza, riconoscendo nella sua storia la nostra stessa storia. E' certamente questo il momento più importante della nostra fede: allorché convinti di peccato, andiamo da Colui che Unico può guarirci da ogni peccato, in piena comunione con tutti i fratelli che si riconoscono nell'annuncio del Vangelo.

25 E lo seguirono molte folle dalla Galilea e dalla Decapoli e da Gerusalemme e dalla Giudea e da oltre il Giordano."

E' il momento successivo, l'epilogo della fede: guariti dal peccato, abbandoniamo la vita di un tempo per metterci alla sequela di Gesù, con la forza della sua grazia e con la luce del suo Spirito.

Vangelo di Matteo cap3

Commento al Vangelo di Matteo

 

Cap. 3

 

In diebus autem illis venit Iohannes Baptista praedicans in deserto Iudaeae et dicens

In quei giorni venne Giovanni Battista predicando nel deserto della Giudea 2 e dicendo:

paenitentiam agite appropinquavit enim regnum caelorum hic est enim qui 

"Fate penitenza, infatti si è avvicinato il regno dei cieli. 3 Infatti questi è colui che

dictus est per Isaiam prophetam dicentem vox clamantis in deserto

fu detto per mezzo del profeta Isaia, allorché dice: "Voce di uno che grida nel deserto

parate viam Domini, rectas facite semitas eius ipse autem Iohannes habebat

Preparate la via del Signore, fate retti i suoi sentieri”. 4 Ma lo stesso Giovanni aveva

vestimentum de pilis camelorum et zonam pelliceam circa lumbos suos

un vestito fatto da peli di cammelli e una cintura di pelle intorno ai suoi fianchi

esca autem eius erat locustae et mel silvestre tunc exibat ad eum Hierosolyma

e il suo cibo era locuste e miele selvatico. 5 Allora usciva verso di lui Gerusalemme

et omnis Iudaea et omnis regio circa Iordanem et baptizabantur ab eo

e tutta la Giudea e tutta la regione intorno al Giordano, 6 e venivano battezzati da lui

in Iordane confitentes peccata sua videns autem multos pharisaeorum

nel Giordano confessando i loro peccati. 7 Ma vedendo molti dei farisei

et sadducaeorum venientes ad baptismum suum dixit eis progenies viperarum quis

e dei sadducei che venivano al suo battesimo disse loro: "Progenie di vipere, chi

demonstravit vobis fugere a ventura ira facite ergo fructum dignum

vi ha dimostrato di fuggire dall'ira che sta per venire? 8 Fate dunque frutto degno

paenitaentiae et ne velitis dicere intra vos patrem habemus Abraham dico

della penitenza. 9 E non vogliate dire tra di voi: "Abbiamo Abramo per padre; io dico

enim vobis quoniam potens est Deus de lapidibus istis suscitare filios Abrahae

infatti a voi che Iddio da queste pietre può richiamare alla vita figli ad Abramo.

iam enim securis ad radicem arborum posita est omnis ergo arbor quae

10 Già infatti la scure è stata posta alla radice degli alberi. Pertanto ogni albero che

non facit fructum bonum excidetur et in ignem mittetur ego quidem baptizo vos

non fa frutto buono verrà reciso e gettato nel fuoco. 11 Io vi battezzo

in aqua in paenitentiam qui autem post me venturus est fortior me est

nell'acqua per la penitenza; ma colui che sta per venire dopo di me è più forte di me,

cuius non sum dignus calciamenta portare ipse vos baptizabit in Spiritu

di questi non sono degno di portare i calzari; egli stesso vi battezzerà nello Spirito

sancto et igni cuius ventilabrum in manu sua et permundabit

Santo e col fuoco. 12 Il ventilabro, che è suo, è in mano sua, e purificherà a fondo

aream suam et congregabit triticum suum in horreum paleas autem comburet igni

la sua aia e riunirà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco

inextinguibili tunc venit Iesus a Galilaea in Iordanem ad Iohannem

inestinguibile. 13 Allora venne Gesù dalla Galilea al Giordano da Giovanni per essere

ut baptizaretur ab eo Iohannes autem prohibebat eum dicens ego a te debeo

battezzato da lui. 14 Ma Giovanni lo impediva dicendo: "Io devo essere

baptizari et tu venis ad me respondens autem Iesus dixit ei sine modo

battezzato da te, e tu vieni da me? 15 Ma rispondendo Gesù gli disse: "Lascia per ora,

sic enim decet nos implere omnem iustitiam tunc dimisit eum

così infatti conviene che noi adempiamo ogni giustizia. Allora lo lasciò andare.

baptizatus autem Iesus confestim ascendit de aqua et ecce aperti sunt ei caeli et vidit

16 Ma battezzato Gesù subito salì dall'acqua, ed ecco furono aperti a lui i cieli e vide lo spiritum Dei descendentem sicut columbam et venientem super se et ecce                   lo Spirito di Dio che discendeva come colomba e che veniva sopra di lui. 17 Ed ecco una                               

vox de caelis dicens hic est Filius meus dilectus in quo mihi complacui.

voce dal cielo che diceva: Questi è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto.

 

                                 

 

 

 

 

 

 

Il silenzio di Nazaret è rotto improvvisamente dalla voce di Giovanni Battista.

1In quei giorni venne Giovanni Battista predicando nel deserto della Giudea  2 e dicendo:

Nessuno vive nel deserto, se non in circostanze del tutto particolari ed eccezionali, come già era stato per il popolo eletto. L'esperienza del deserto appare come un momento privilegiato, un luogo diverso, per un incontro diverso. Giovanni ha fatto la scelta del deserto: per preparare se stesso alla venuta del Salvatore e per darne l'annuncio al suo popolo. Tale annuncio, proprio per la sua eccezionalità, richiede, innanzitutto, uno spazio ed una collocazione diversa rispetto a ciò che entra nella normalità della vita. Chi deve fare un annuncio sceglie un posto dove può essere sentito e raggiunto facilmente dal maggior numero possibile di persone. Giovanni si muove in una logica contraria: sceglie un luogo isolato, accessibile soltanto a coloro che hanno la volontà di uscire dalla vita quotidiana. Non Giovanni va alle folle, ma sono le folle che vanno a Giovanni, portando con sé solo ciò che è strettamente necessario alla sussistenza. L'approccio con il discorso della salvezza richiede, innanzitutto, l’abbandono di qualsiasi bene, impegno, attaccamento. Davanti al Signore si porta solo il proprio cuore, perché sul cuore si fa il giudizio e sul cuore si opera la salvezza.

"Fate penitenza, infatti si è avvicinato il regno dei cieli."

Quale la novità dell'annuncio? Il regno dei cieli si è avvicinato: non per merito dell'uomo, ma per iniziativa  di Dio stesso. Giovanni non chiede un maggior impegno nella ricerca del regno di Dio, ma la presa di coscienza di un dato di fatto, di un evento che è ormai alle porte, perché è già in atto: non una semplice possibilità del futuro, ma una realtà del presente. Ma se il regno dei cieli si è già avvicinato, quale risposta adeguata da parte dell'uomo? "Fate penitenza": non esiste altro modo per preparare il proprio cuore alla venuta del Signore. Cosa significa "fare penitenza"?

Penitenza è parola latina, che vuol dire atto di pentimento: non ci può essere penitenza senza confessione dei propri peccati. C'è pentimento solo nel momento in cui si riconosce la propria colpa. La parola greca "metanoia", che viene tradotta in latino con penitenza, ha un significato più pregnante, più ricco e complesso, che non trova l'equivalente nella nostra lingua e in quella latina. "Metanoia" significa propriamente "cambiamento totale di mentalità", un modo diverso di vedere il nostro rapporto con Dio. Fermo restando che Dio è sempre lo stesso, c'è metanoia, non quando cambiamo parere riguardo a Dio, ma cambiamo parere riguardo a noi stessi.

Il modo con cui vediamo Dio dipende, innanzitutto, dal modo con cui vediamo noi stessi in rapporto a Dio. Per cogliere la realtà dell'evento salvifico bisogna dapprima prendere coscienza della realtà in cui si cala tale evento. Il fatto che la salvezza entri nel mondo, di per sé, non significa nulla, se non trova lo spazio in cui collocarsi.

Si va incontro a Dio nel deserto e gli si fa spazio, confessando i propri peccati, cambiando completamente la propria mentalità, ovvero riconoscendo che la nostra vita non è conforme alla sua volontà. Per andare al Signore bisogna operare un'inversione di rotta: è qualcosa di più e di diverso della confessione di questo o quel peccato. Tutto ciò è talmente importante che Gesù ha voluto aver bisogno di un precursore, di uno che viene prima di lui, perché gli animi non colgano l'evento salvifico del tutto impreparati e disarmati dal Satana.

3 Infatti questi è colui che fu detto per mezzo del profeta, Isaia allorché dice: ...

Non un evento improvvisato, un rimedio dell'ultima ora, ma un avvenimento che è parte integrante del piano della salvezza. La venuta di Giovanni è da sempre nella mente del Padre, come quella del Figlio e, come questa, è già profetizzata nell'Antico Testamento. "Voce di uno che grida nel deserto: "Preparate la via del Signore, fate retti i suoi sentieri."

Giovanni è semplicemente una voce, uno strumento nelle mani del Signore. La sua persona non ha importanza e valore, se non per l'opera che Dio realizza attraverso di lui. Il Battista non ha parola propria: è soltanto eco della Parola di Dio, e così la sua persona si identifica con l'annuncio della salvezza.

"Vuoi, dunque che anche in te si avvicini il regno dei cieli? Prepara queste strade nel tuo cuore, nella tua mente, nel tuo petto. Spiana in te la via della pudicizia, la via della fede, la via della santità. Metti in ordine i percorsi della giustizia, elimina dal tuo cuore tutti gli ostacoli delle inimicizie, perché sta scritto: "Togliete i sassi dalla strada." E allora veramente nei pensieri del tuo cuore e negli stessi impulsi della tua anima, come attraverso sentieri, fa il suo ingresso Cristo re, cui è lode e gloria nei secoli dei secoli." ( Cromazio )

4 Ma lo stesso Giovanni aveva un vestito fatto da peli di cammello e una cintura di pelle intorno ai suoi fianchi, il suo cibo era locuste e miele selvatico.

Il ma avversativo rafforza l'immagine di un uomo che non solo esorta alla conversione, ma che è già entrato per primo nell'ottica di una vita, che è penitenza e attesa del Signore. In che modo? Innanzitutto con una esistenza molto sobria, dove ci si permette soltanto il minimo indispensabile: un pasto frugale, in modo da sentire un po' la fame, senza cadere nella denutrizione, un abito povero che, in certi momenti, fa avvertire il freddo, sufficiente, tuttavia, a proteggere il corpo e a mantenerlo in salute. E' la regola aurea di molte comunità monastiche, che trovano in Giovanni il primo modello di vita. E Giovanni non rappresenta l'eccezione, ma la norma della fede. La tradizione si è impossessata di Giovanni in modo sbagliato: ci ha lasciato l'immagine di un uomo stravagante, asociale, da ammirare per la sua fede, non certo da imitare. Il Vangelo ce lo presenta in modo diverso: non è semplicemente colui che annuncia la penitenza, è il modello della penitenza, colui che ci insegna come si fa penitenza.  "Portava un abito fatto di peli di cammello, per insegnare agli uomini, per mezzo del suo stesso vestito, a distaccarsi da tutte le cose terrene, a non aver niente in comune con il mondo, ma a tornare a quella originale nobiltà in cui si trovava Adamo prima di essere costretto a prendersi cura del cibo e delle vesti. In questo senso, il suo abbigliamento era insieme un simbolo di regalità e di penitenza." ( Crisostomo )

5 Allora usciva verso di lui Gerusalemme e tutta la Giudea e tutta la regione intorno al Giordano...

Non si poteva andare dal Battista senza prima "uscire" dalla vita quotidiana.

Ecco perché Giovanni non va alle folle, perché non c'è ascolto là dove non c'è l'abbandono della vita di ogni giorno. La logica dell'annuncio è una logica selettiva, fin dall'inizio: il regno dei cieli non è in svendita: è un bene prezioso per il quale bisogna essere disposti a dare, non semplicemente qualcosa, ma il tutto. L'espressione "tutta la Giudea e tutta la regione intorno al Giordano" non va interpretata nel senso che tutti gli Ebrei sono accorsi da Giovanni, ma che sono andati da lui tutti coloro che erano interessati alla venuta del Salvatore. Non c'era possibilità di accogliere Gesù senza il battesimo di Giovanni: era un passaggio obbligato, necessario per tutti i chiamati.

6 e venivano battezzati da lui nel Giordano, confessando i loro peccati.

Non c'è acqua che possa togliere il peccato, senza la confessione del peccato. Ma perché non bastava la semplice confessione davanti a Dio? Che bisogno c'era di essere immersi nell'acqua da Giovanni il Battista? Giovanni rappresenta l'autorità della chiesa, che non crea l'atto di fede, ma ratifica l'atto di fede, davanti all'intera comunità. Non ci può essere un rapporto con Cristo che scavalchi il rapporto con il suo corpo che è la chiesa. La fede ha un significato esclusivamente individuale, ma la proclamazione della fede è un fatto corale, va fatta nella chiesa, con la chiesa, in obbedienza alla chiesa.

7 Ma vedendo molti dei farisei e dei sadducei che venivano al suo battesimo disse loro: "Progenie di vipere...

In mezzo al popolo eletto si nascondono sempre coloro che non sono sinceri: simulano l'atto di fede, ma il loro cuore è come quello di aspide velenosa. Che cosa ha spinto queste persone al battesimo di Giovanni? Si sono mosse, per così dire, sull'onda dell'entusiasmo popolare, oppure sono venute semplicemente ad osservare, a vedere, non per convertirsi, ma per giudicare? Forse l'uno e l'altro. Certo il Vangelo è duro nei loro confronti. Non sono considerati nel novero di coloro che sono "usciti": si dice semplicemente che venivano al battesimo di Giovanni: Venivano, ma non erano "usciti", chiedevano il battesimo, ma non confessavano i loro peccati.

"Quelli che un tempo erano stati detti figli di Dio, ora, giustamente, sono chiamati progenie di vipere, perché, facendo la volontà del diavolo, che fin dal principio fu chiamato serpente, si fecero da sé figli del diavolo, secondo quello che Gesù dice nel Vangelo: "Voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del vostro padre." ( Cromazio ) "Con ragione li chiama "progenie di vipere", in quanto si narra che questa specie di serpente uccida la madre che la porta in sé: viene cioè alla luce, dilaniando le viscere della madre. Proprio questo hanno fatto i Giudei. Essi sono stati gli uccisori dei loro padri e delle loro madri e si sono macchiati le mani con il sangue dei loro maestri." ( Crisostomo ) Ed ecco l'indignazione e l'invettiva del Battista:

chi vi ha dimostrato di fuggire dall'ira che sta per venire? 8 Fate dunque frutto degno della penitenza.

Non una scelta, dunque, dettata dall'amore, ma dal timore di incorrere nel giudizio, una sorta di scaramanzia, per allontanare un eventuale, quanto improbabile intervento divino. Ma la fede si vede dai frutti. Qual è mai il frutto degno della penitenza, se non la confessione dei propri peccati? Non c'è penitenza vera, se non si riconosce, davanti a Dio e davanti alla Sua chiesa, il proprio stato di peccato. "Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio." E il giudizio di Dio parte proprio dalla sua casa, dal seme di Abramo. Questi farisei e sadducei, evidentemente, considerano se stessi l'eccezione, in quanto depositari della Legge. Ma la Legge, sappiamo, non rende migliori, semmai dà una migliore coscienza ed una maggiore consapevolezza di peccato. E qui tutto va esattamente alla rovescia. Coloro che conoscono le Scritture in modo approfondito, invece di aver raggiunto una maggior consapevolezza del proprio peccato, considerano se stessi migliori degli altri, solo perché migliore è la loro conoscenza della Legge.

9 E non vogliate dire tra di voi: "Abbiamo Abramo per padre; io dico infatti a voi che Iddio da queste pietre può richiamare alla vita figli ad Abramo.

Chi sono queste pietre se non i presenti che chiedono il battesimo? Pietre nel giudizio di Dio, perché duro è il cuore del suo popolo, pietre nel giudizio dei "primi", perché di dura cervice, incapaci di comprendere e di giudicare, con intelligenza e sapienza.    Ma, a questo punto, i ruoli e le situazioni si capovolgono. Dio dà un cuore di carne a coloro che hanno un cuore di pietra, la luce a coloro che sono nelle tenebre, mentre indurisce il cuore di coloro che hanno bevuto alla fonte della sua Parola e ottenebra le loro menti, perché non vedano la salvezza che viene. I figli di Dio rinascono dalle pietre per ritornare alla fede di Abramo.                                                                

"Qualcuno ritiene che Giovanni, abbia voluto preannunziare la conversione dei gentili, chiamandoli metaforicamente "pietre". Io credo, inoltre, che tali parole abbiano anche un altro senso. E' come se il profeta avesse detto: "Non crediate che il patriarca resti privo di discendenti, quand'anche voi periste. Dio non tollererà che Abramo non abbia discendenti: egli, infatti, può far nascere dalle stesse pietre degli uomini che saranno suoi figli." ( Crisostomo )

"Vediamo, dunque, quali sono queste pietre da cui san Giovanni promette che sorgeranno figli di Abramo. Non c'è dubbio che nelle pietre sono raffigurate le nazioni pagane, dalle quali, se credono in Cristo, rinnegando l'empietà dei Giudei, i meritevoli in grazia della loro fede vengono elevati a figli di Abramo, secondo la promessa che gli fu fatta: "Poiché ti ho costituito padre di molti popoli." Infatti, anche il Signore, nel Vangelo, affermò che queste pietre, dopo l'incredulità dei Giudei, si sarebbero raccolte per lodare Dio con il grido della fede, dicendo ai Giudei: "Se questi taceranno  grideranno le pietre." Rileviamo che le genti furono paragonate a queste pietre o perché rendevano culto alle pietre o perché indurivano con sentimenti di ottusità e di durezza simile a pietra i loro cuori." ( Cromazio )

“Chiama pietre i pagani, per la durezza del loro cuore. Leggi Ezechiele: Vi strapperò il cuore di pietra e vi darà un cuore di carne. La pietra è simbolo della durezza; la carne, della tenerezza. Con queste parole il Battista può anche voler dimostrare la potenza di Dio, che, avendo creato dal nulla tutte le cose, può benissimo creare da sassi durissimi un popolo di uomini”. ( Gerolamo )

E' la potenza di Dio che opera tutto ciò in coloro che riconoscono il proprio peccato. E  non vi sarà un altro tempo per la conversione.

10 Già infatti la scure è stata posta alla radice degli alberi. Pertanto ogni albero che non fa frutto buono verrà reciso e gettato nel fuoco.

C'è attesa per la venuta del Signore, ma non ci può essere attesa, indugio per la confessione dei peccati. Il nostro peccato è un dato di fatto: ce lo dice Dio. A nulla valgono le convinzioni personali, né l'attesa di raggiungere una maggiore consapevolezza e coscienza del proprio stato. Che siamo convinti o no di peccato, dobbiamo umiliarci di fronte al Signore e "confessare". La conversione non ha nulla a che vedere con l'opinione che abbiamo di noi stessi, con la nostra maturità spirituale. E' dono di Dio, va afferrata al volo nel tempo e nel modo che il Signore ci propone. Chi crede di essere già santo oppure, al contrario, aspetta di avere più fede, di capire di più è fuoristrada. Dobbiamo cogliere il Dio che viene, lasciandoci, innanzitutto giudicare dalla sua Parola, così come siamo, come veniamo colti nell'attimo.

Le folle che accorrevano a Giovanni si sono umiliate davanti al Signore. Gli scribi e i farisei non hanno voluto riconoscere il loro peccato, hanno fatto i loro calcoli, le loro considerazioni; e allora l'annuncio dell'imminente salvezza è diventato l'annuncio dell'imminente giudizio. "Non c'è dubbio che in questa scure è significata la potenza della parola divina, poiché il Signore dice, per bocca del profeta Geremia:            "Non sono le mie parole come fuoco, dice il Signore, e come scure che taglia le pietre?" ( Cromazio )

"Egli non dice che sta per tagliare i rami o i frutti, ma la radice stessa." (Crisostomo)

“Chiama scure la parola della predicazione evangelica, che è come spada a due tagli, sull’esempio del profeta Geremia, che paragona la parola del Signore alla scure che frantuma la pietra”. ( Gerolamo )

11 Io vi battezzo  nell'acqua per la penitenza...

L'acqua non solo toglie le sozzure, ma le rende ben visibili ai nostri occhi, nel momento stesso in cui le toglie. Certamente nessuno vuol vedere fino in fondo il proprio peccato, se prima non è disposto a riconoscerlo, per entrare così nel mistero della salvezza. C'è un cammino da percorrere: il primo passo è la confessione del peccato. L'acqua ci rende più accettabili, più disponibili, ci porta incontro al Signore, ma non toglie il peccato alla radice. Ecco perché deve venire uno che è più forte di Giovanni.                                                                                                       ma colui che sta per venire dopo di me è più forte di me. Di questi non sono degno di portare i calzari; ...

"In un altro Vangelo leggiamo: "Io non sono degno di sciogliere la cinghia dei suoi sandali." Qui si svela l'umiltà, in Luca si accenna invece al mistero: essendo Cristo lo sposo, Giovanni non merita di sciogliere la cinghia dei sandali dello sposo, affinché la famiglia di lui non venga chiamata, secondo la Legge di Mosé e l'esempio di Rut, la famiglia dello "scalzato". ( Gerolamo )

egli stesso vi battezzerà nello Spirito Santo e col fuoco."

L'acqua lava le sozzure superficiali del peccato, lo Spirito Santo elimina il peccato alla radice, a mo' di fuoco divorante. Questa la differenza tra il battesimo di Giovanni e quello di Gesù: l'uno lava semplicemente dal peccato, l'altro distrugge il peccato e ci fa rinascere a vita nuova. 

“Altro fu il battesimo di Giovanni, altro quello del                                                                                Signore: il primo di penitenza, il secondo di santificazione e di grazia, nel quale lo Spirito Santo, in ogni credente, agisce a guisa di fuoco per consumare i peccati bruciando le colpe, purificando le sozzure della carne dell'anima."( Cromazio ).                                                                           

“Il fuoco, come insegnano gli Atti degli Apostoli, è lo stesso Spirito Santo, che scendendo si ferma, appunto come fuoco, su ciascun credente, adempiendo così la parola del Signore che dice: “Son venuto a portare il fuoco sulla terra: e che altro voglio se non che divampi?”. Con un’altra interpretazione si potrebbe intendere così la frase di Giovanni: ora siamo battezzati con lo Spirito, e nel futuro lo saremo col fuoco; interpretazione con la quale s’accorda anche l’Apostolo: “E il fuoco proverà quale sia l’opera di ciascuno”. ( Gerolamo )

Egli allude all’ora della nostra salvezza e del nostro giudizio, quando dice a proposito del Signore: egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco - poiché a coloro che sono battezzati nello Spirito Santo, resta da essere perfetti dal fuoco del giudizio”. ( Ilario )

Dopo la venuta del Salvatore, rimane un solo battesimo sacramentale. Ciò non significa che il battesimo di Giovanni abbia perso qualsiasi importanza. Esso rimane come monito per tutti i credenti: non possiamo accostarci a Colui che è il Giusto, senza riconoscere la nostra ingiustizia e la nostra indegnità.

Possiamo dire che, in un certo senso, il battesimo di Giovanni è stato riassorbito nel sacramento della penitenza: non c'è remissione di peccato, senza confessione di peccato. Da un punto di vista storico i due battesimi si collocano su un piano diverso: ci si battezzava per Colui che doveva venire, noi ci battezziamo in Colui che è già venuto. Nel primo battesimo la fede è speranza, nel secondo la fede è certezza: si spera in Colui che viene a salvare, si è certi di Colui che ha già operato la salvezza.

Si attende la grazia che sta per venire, si gode nell'attimo della grazia che è già stata data.

12 Il ventilabro,  che è suo, è in mano sua e purificherà a fondo la sua aia e riunirà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile."

"La funzione del ventilabro consiste nel separare ciò che è fruttuoso da ciò che non lo è. Il fatto che è tenuto in mano dal Signore indica il verdetto della sua potestà.(Ilario)

Il Padre ha rimesso ogni giudizio nel Figlio, e il Figlio tiene ben saldo questo potere nella sua mano. Il Gesù che viene a salvare è anche il Gesù che viene a giudicare: non semplicemente alla fine dei tempi e una volta per tutte. Vi è un giudizio di Dio che procede parallelamente all'opera della salvezza e che è sempre in atto. Cos'è mai questo ventilabro che Gesù tiene "in manu sua", se non la Parola? Con la Parola purifica gli eletti e li riunisce nella Sua chiesa, con la Parola disperde gli increduli e li condanna al fuoco eterno.

"Parla del ventilabro del giudizio divino, nel quale separerà i peccatori dai giusti, come paglia dal grano, con il giudizio della giustizia divina. Con tale ventilabro purificherà nel futuro giudizio l'aia della sua Chiesa, quando riporrà i suoi giusti, come chicchi incorrotti di grano, per così dire, nei granai, cioè nel soggiorno eterno. Getterà, invece, i peccatori, perché siano arsi come paglia, nel fuoco inestinguibile, egli che è giudice giusto ed equo, cui è lode e gloria nei secoli dei secoli." (Cromazio)

13 Allora venne Gesù dalla Galilea al Giordano da Giovanni per essere battezzato da lui.

14 Ma Giovanni lo impediva dicendo: "Io devo essere battezzato da te, e tu vieni da me? 15 Ma rispondendo Gesù gli disse: "Lascia per ora, così infatti conviene che noi adempiamo ogni giustizia. Allora lo lasciò andare."

Come interpretare il battesimo di Gesù nel Giordano? Colui che è senza peccato si fa peccato e umilia se stesso fino a sottomettersi all'uomo in tutto e per tutto. "Così infatti bisogna che noi adempiamo ogni giustizia". Non la giustizia degli uomini, ovviamente, ma quella del Padre. Ma che cosa manca alla giustizia del Figlio, perché Egli la debba, in un certo senso, colmare, riempire, portare alla perfezione? Vi è una giustizia del Figlio che vive nascosta nell'eterno cospetto del Padre e vi è una giustizia che deve manifestare se stessa all'uomo. Gesù non si fa battezzare da Giovanni per accrescere la propria giustizia, ma perché questa si riveli, manifesti se stessa al mondo intero. Gesù è il giusto perché è l'obbediente al Padre, obbediente all'uomo, a tutti e a tutto. Nel Giordano viene solennemente "consacrata" davanti alla chiesa la giustizia del Figlio: Figlio di Dio nell'eternità, Figlio dell'uomo per libera scelta. Vi è una giustizia che si cala dall'alto in modo arbitrario, vi è una giustizia che comprende, condivide, giustifica, si abbassa fino a colui che è giudicato; e proprio per questo non può essere messa in discussione, in quanto diversa da quella dell'uomo. I versetti dell'umiliazione volontaria di Gesù, sono anche e soprattutto i versetti della Sua divina esaltazione.

“Il Signore anche nel battesimo ha compiuto ogni giustizia, perché volle essere battezzato perché fossimo battezzati; volle ricevere il lavacro di generazione, perché rinascessimo nella vita. Giovanni battezzò, è vero, il Signore e Salvatore nostro, ma, piuttosto , fu lui ad essere battezzato da Cristo, perché questo santificò le acque, quello dalle acque fu santificato; questo conferì la grazia, quello la ricevette; quello fu purificato dai suoi peccati, questo li perdonò: perché quello era uomo, questo era Dio. E Dio solo, infatti ha il potere di rimettere i peccati, come sta scritto: "Chi può rimettere i peccati, se non Dio solo?" E perciò Giovanni dice a Cristo: "Io devo essere battezzato da te, e tu vieni da me?" Giovanni, infatti, aveva bisogno del battesimo, perché non poteva essere senza peccato; ma Cristo non poteva aver bisogno del battesimo, perché non aveva commesso peccato. Quindi, in quel suo battesimo, il Signore e Salvatore nostro cancellò prima i peccati di Giovanni, poi quelli di tutto il mondo. E perciò dice: "Lascia per ora, così infatti conviene che noi adempiamo ogni giustizia." Ma la grazia del battesimo, nei tempi antichi, fu prefigurata misticamente, quando il popolo fu introdotto nella terra promessa, attraverso il fiume Giordano. Come, dunque, allora il popolo ebbe l'accesso alla terra promessa attraverso il Giordano, preceduto dal Signore, così ora, per mezzo delle medesime acque del fiume Giordano, fu aperto per la prima volta il cammino della via celeste, attraverso il quale siamo condotti a quella beata terra promessa che è il possesso del regno celeste. A loro fu guida, nel Giordano, Giosuè, a noi, invece, per mezzo del battesimo fu guida per la salvezza eterna Gesù Cristo Signore, unigenito Figlio di Dio, che è benedetto nei secoli dei secoli." ( Cromazio )

"Bisognava infatti che fosse adempiuta ogni giustizia per mezzo di lui, l'unico che poteva compiere la Legge. E così da una parte, secondo la testimonianza del profeta, egli non ha bisogno del battesimo, ma dall'altra, con la conferma del suo esempio, compie pienamente i misteri della salvezza umana, santificando l'uomo con la sua incarnazione e il suo battesimo." ( Ilario )

“Per una triplice ragione il Salvatore riceve il battesimo di Giovanni. Primo, perché, essendo nato uomo come gli altri, deve rispettare la legge con giustizia ed umiltà. Secondo, per dimostrare col suo battesimo l’efficacia del battesimo di Giovanni. Terzo, per mostrare, santificando le acque del Giordano per mezzo della discesa della colomba, l’avvento dello Spirito Santo nel lavacro dei credenti”. ( Gerolamo )

Giustamente dice “lascia fare”, per dimostrare che ora il Cristo deve essere battezzato nell’acqua e Giovanni deve essere battezzato dal Cristo nello spirito. Oppure ”lascia fare, per ora”, può significare: siccome ho assunto la natura del servo, debbo manifestare anche l’umiltà del servo; e così inoltre saprai di dover essere battezzato nel giorno del giudizio col mio battesimo. “Lascia fare per ora”, dice il Signore Gesù. E’ come se dicesse: ho anche un altro battesimo in cui dovrò essere battezzato; tu mi battezzi nell’acqua, affinché io, conforme alla mia missione,ti battezzi nel tuo sangue”.(Gerolamo)

16 Ma battezzato Gesù subito salì dall'acqua...

Non ha bisogno di rimanere nell'acqua colui che è senza macchia di peccato: è una realtà che non gli appartiene, se non in senso simbolico, come segno di una volontà che, innanzitutto, umilia se stessa.

ed ecco furono aperti a lui i cieli...

Il Padre si compiace del Figlio, si riconosce nel Suo amore e con Lui tutti i cori degli angeli e dei santi. E' come se tutto il cielo si schierasse a fianco del suo Signore, per accompagnarlo nell'opera di salvezza.

e vide lo Spirito di Dio che discendeva  come colomba e che veniva sopra di lui.

E' il bacio santo del Padre che gli è portato dallo Spirito Santo e che lo accompagnerà fino all'ora estrema.

17 Ed ecco una voce dal cielo che diceva: "Questi è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto."

Di fronte a Gesù che vede faccia a faccia la gloria del Padre, sta la massa della folla a cui non è dato vedere, ma solo sentire la voce di Dio. Tutto ciò delinea in modo chiaro ed inequivocabile due piani di obbedienza qualitativamente diversi: l'obbedienza del Figlio che procede in visione, l'obbedienza dell'uomo che procede dall'ascolto e solo dall'ascolto. 

"Nel battesimo è dimostrato il mistero della Trinità: il Signore è battezzato, lo Spirito discende sotto forma di colomba, e la voce del Padre si fa udire mentre rende testimonianza al Figlio. Non si aprono i cieli nel senso che si spalancano gli elementi: si aprono agli occhi dello spirito. Anche Ezechiele, nell'esordio del suo libro, dice che in questo modo si sono a lui aperti i cieli. E la colomba si ferma sulla testa di Gesù perché nessuno pensi che la voce del Padre si rivolga a Giovanni, invece che al Signore." ( Gerolamo )

 

 

 

 

 

 

 

Matteo 3, 1-12

Allora in quei giorni sopraggiunge  Giovanni l’immergitore annunciante nel deserto della Giudea e dicente. Cambiate mentalità: si è avvicinato infatti il regno dei cieli. Questa infatti è la cosa detta per mezzo di Isaia il profeta dicente: Voce di gridante nel deserto. Preparate la via del Signore, dritti fate i suoi sentieri. 4 egli poi, Giovanni , aveva il suo vestito di peli di cammello e una cintura di pelle intorno al suo fianco;il suo cibo poi era locuste e miele selvatico.

5 Allora usciva verso di lui Gerusalemme e tutta la  Giudea  e tutta la zona circostante del Giordano, ed erano immersi nel fiume Giordano confessanti i loro peccati . 7 Vedendo allora molti dei farisei e dei sadducei venienti all’immersione di lui disse loro.

Generazione di vipere, chi mostrò a voi di fuggire dall’imminente ira? Fate dunque frutto degno di cambiamento di mentalità 9 e non pensate di dire in voi stessi:abbiamo per padre Abramo. Dico infatti a voi che può Dio da queste pietre suscitare figli ad Abramo. Già poi la scure giace presso la radice degli alberi: dunque ogni albero non facente frutto buono viene reciso e è gettato nel fuoco. Io immergo voi in acqua per il cambiamento di mentalità, ma colui che viene dopo di me è più forte di me, di cui non sono degno di portare i sandali. Egli vi immergerà in spirito santo  e fuoco; di questi il ventilabro è nella sua mano e purificherà completamente la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, la pula poi brucerà con il fuoco inestinguibile.

Vangelo di Matteo cap5

Commento al Vangelo di Matteo

 

Cap.5

 

Videns autem  turbas ascendit in montem et cum sedisset accesserunt ad eum

1 Ma vedendo le folle salì sul monte ed essendosi seduto, si avvicinarono a lui

discipuli eius Et aperiens os suum docebat eos dicens

i suoi discepoli 2 e, aprendo la sua bocca li istruiva dicendo:

beati pauperes spiritu quoniam ipsorum est regnum caelorum

3 Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

Beati mites quoniam ipsi possidebunt terram

4 Beati i miti, perché essi possederanno la terra.

Beati qui lugent quoniam ipsi consolabuntur

5 Beati quelli che piangono, perché essi saranno consolati.

Beati qui esuriunt et sitiunt iustitiam quoniam ipsi saturabuntur

6 Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché essi saranno saziati.

Beati misericordes quoniam ipsi misericordiam consequentur

7 Beati i misericordiosi, perché essi troveranno misericordia.

beati mundo corde quoniam ipsi Deum videbunt

8 Beati quelli dal cuore puro, perché essi vedranno Dio.

beati pacifici quoniam filii Dei vocabuntur

9 Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio.

beati qui persecutionem patiuntur propter iustitiam quoniam ipsorum

10 Beati quelli che patiscono persecuzione per la giustizia, perché di essi

est regnum caelorum

è il regno dei cieli.

Beati estis cum maledixerint vobis et persecuti vos fuerint et dixerint omne malum

11 Beati siete quando vi malediranno e vi perseguiteranno e diranno ogni male

adversum vos mentientes propter me

contro di voi, mentendo, a causa mia.

gaudete et exultate quoniam merces vestra copiosa est in caelis sic enim

12 Gioite ed esultate, perché la vostra ricompensa è abbondante nei cieli; così infatti

persecuti sunt prophetas qui fuerunt ante vos

hanno perseguitato i profeti che furono prima di voi.

Vos estis sal terrae quod si sal evanerit in quo salietur

13 Voi siete il sale della terra; che sarà se il sale diventerà insipido, in che verrà salato?

ad nihilum valet ultra nisi ut mittatur foras et conculcetur ab hominibus

A niente vale più, se non per essere gettato fuori e per essere calpestato dagli uomini

Vos estis lux mundi non potest civitas abscondi supra montem posita

14 Voi siete la luce del mondo. Non può essere nascosta una città quando è posta sopra

neque accendunt lucernam et ponunt eam sub modio sed super

un monte, 15 né accendono una lampada e la pongono sotto il moggio ma sopra il

candelabrum ut luceat omnibus qui in domo sunt

candelabro, perché faccia luce a tutti quelli che sono in casa.

sic luceat lux vestra coram hominibus ut videant vestra bona opera

16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano la vostre opere buone

et glorificent Patrem vestrum qui in caelis est

e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli.

Nolite putare quoniam veni solvere legem aut prophetas non veni

17 Non pensate che io sia venuto a scigliere la legge o i profeti; non sono venuto

solvere sed adimplere Amen quippe dico vobis donec transeat caelum

a sciogliere, ma ad adempiere. 18 In verità dico a voi fino al momento in cui passi cielo

et terra iota unum aut unus apex non praeteribit a lege donec

e terra, un solo iota o un apice non passerà oltre dalla legge, finché

omnia fiant Qui ergo solverit unum de mandatis istis

tutte le cose non siano accadute. 19 Chi dunque scioglierà uno solo di questi 

minimis et docuerit sic homines minimus vocabitur in regno

comandamenti minimi e così insegnerà agli uomini, sarà detto il minimo nel regno

caelorum qui autem fecerit et docuerit hic magnus vocabitur in regno

dei cieli; chi invece li osserverà e li insegnerà, questi sarà detto grande nel regno

caelorum dico enim vobis quia nisi abundaverit iustitia vestra plus quam

dei cieli. 20 Infatti io dico a voi che se la vostra giustizia non abbonderà più di quella

scribarum et pharisaerom non intrabitis in regnum caelorum

degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.

audistis quia dictum est antiquis non occides qui autem occiderit                                    21 Avete sentito che è stato detto agli antichi: non uccidere, ma chi avrà ucciso

reus erit iudicio ego autem dico vobis quia omnis qui irascitur fratri suo

sarà reo di giudizio. 22 Ma io dico a voi che ognuno che si adira col suo fratello

reus erit iudicio qui autem dixerit fratri suo racha reus erit concilio

sarà reo di giudizio. Chi poi avrà detto al suo fratello stolto, sarà soggetto al sinedrio

qui autem dixerit fatue reus erit gehennae ignis

Chi poi avrà detto pazzo, sarà soggetto al fuoco della Geenna.

si ergo offers munus tuum ad altare et ibi recordatus fueris quia frater tuus habet

23 Se dunque offri il tuo dono all'altare, e qui ti sarai ricordato che tuo fratello ha

aliquid adversum te relinque ibi munus tuum ante altare et vade prius reconciliari

qualcosa contro di te, 24 lascia qui il tuo dono davanti all'altare e va prima a riconciliarti

fratri tuo et tunc veniens offeres munus tuum

col tuo fratello, e allora, venendo, offrirai il tuo dono.

Esto consentiens adversario tuo cito dum es in via cum eo

25 Sii consenziente col tuo avversario con prontezza, finché sei in cammino con lui,

ne forte tradat te adversarius iudici et iudex tradat te

perché non accada che consegni te l'avversario al giudice e il giudice consegni te

ministro et in carcerem mittaris amen dico tibi non exies inde donec

al ministro e tu sia messo in prigione. 26 In verità ti dico non uscirai di lì finché non

reddas novissimum quadrantem Audistis quia dictum est antiquis

renderai l'ultimissimo quadrante. 27 Avete sentito che fu detto agli antichi :

non moechaberis ego autem dico vobis quia omnis qui viderit mulierem

Non commetterai adulterio. 28 Ma io dico a voi che ognuno che guarderà una donna

ad concupiscendum eam iam moechatus est eam in corde suo

per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.

quod si oculus tuus dexter scandalizat te erue eum et proice abs te expedit

29 Perciò se il tuo occhio destro ti scandalizza, strappalo e gettalo via da te: ti conviene

enim tibi ut pereat unum membrorum tuorum quam totus corpus tuum

infatti che perisca uno solo dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo

mittatur in gehennam et si dextra manus tua scandalizat te abscide eam et proice

venga gettato nella Geenna. 30 E se la tua mano destra ti scandalizza, tagliala e gettala

abs te expedit enim tibi ut pereat unum membrorum tuorum quam

via da te; ti conviene infatti che perisca uno solo dei tuoi membri, piuttosto che

totum corpus tuum eat in gehennam

tutto il tuo corpo vada nella Geenna.

dictum est autem quicumque dimiserit uxorem suam det ei libellum repudii

31 Ancora è stato detto: "Chiunque avrà rimandato sua moglie, le dia il libello del ripudio

ego autem dico vobis quia omnis qui dimiserit uxorem suam excepta                      

32 Ma io dico a voi che ognuno che rimanderà sua moglie, se non a motivo

fornicationis causa facit eam moechari et qui dimissam duxerit adulterat

di fornicazione, la fa adulterare e chi sposa la ripudiata commette adulterio.

iterum audistis quia dictum est antiquis non peierabis reddes

33 Inoltre avete sentito che è stato detto agli antichi: "Non spergiurerai, ma renderai

autem Domino iuramenta tua ego autem dico vobis non iurare omnino neque per

al Signore i tuoi giuramenti. 34 Ma io dico a voi di non giurare del tutto, nè per

caelum quia thronus Dei est neque per terram quia scabillum est pedum eius

il cielo, perché è trono di Dio, 35 nè per la terra, perché è sgabello dei suoi piedi

neque per Hierosolymam quia civitas est magni Regis neque per caput tuum iuraveris

nè per Gerusalemme, perché è città del grande re, 36 né per la tua testa giurerai

quia non potes unum capillum album facere aut nigrum

perché non puoi fare bianco o nero un solo capello.

sit autem sermo vester est est non non quod autem his abundantius est a malo est

37 Ma sia il vostro parlare: sì, sì, no, no; ma ciò che è più di questi viene dal maligno.

audistis quia dictum est oculum pro oculo et dentem pro dente

38 Avete sentito che è stato detto: "Occhio per occhio e dente per dente."

ego autem dico vobis non resistere malo Sed si quis te percusserit

39 Ma io dico a voi di non resistere al malvagio, ma se qualcuno ti percuoterà

in dextera maxilla tuam praebe illi et alteram et ei qui vult tecum iudicio

nella tua guancia destra, offrigli anche l'altra; 40 e a colui che vuole contendere con te

contendere et tunicam tuam tollere remitte ei et pallium Et quicumque te

in giudizio e prendere la tua tunica, lasciagli anche il mantello; 41 e chiunque ti avrà

angariaverit mille passus vade cum illo et alia duo qui petit a te da ei et

costretto per mille passi, va con lui anche per altri due. 42 Chi chiede a te, dagli, e 

volenti mutuari a te ne avertaris audistis quia dictum est

a chi vuole prendere in prestito da te non voltarti. 43 Avete sentito che è stato detto:

diliges proximum tuum et odio habebis inimicum tuum Ego autem dico vobis

"Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico." 44 Ma io dico a voi:

diligite inimicos vestros benefacite his qui oderunt vos et orate pro persequentibus

"Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano e pregate per coloro che vi perseguitano

et calumniantibus vos ut sitis filii Patris vestri qui in caelis est

e vi calunniano, 45 perché siate figli del Padre vostro che è nei cieli,

qui solem suum oriri facit super bonos et malos et pluit super iustos et iniustos

che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.

Si enim diligatis eos qui vos diligunt quam mercedem habebitis

46 Se infatti amate quelli che vi amano, quale ricompensa avrete?

nonne et publicani hoc faciunt et si salutaveris fratres vestros tantum

Non fanno ciò anche i pubblicani? 47 E se saluterete soltanto i vostri fratelli,

quid amplius facitis nonne et ethnici hoc faciunt

cosa fate di più? Non fanno ciò anche i pagani?

estote ergo vos perfecti sicut et Pater vester caelestis perfectus est

48 Siate dunque perfetti, così come anche il Padre vostro celeste è perfetto.                           

 

 

 

 

                                                

1 Ma vedendo le folle salì sul monte...

Il capitolo quinto si apre con  una congiunzione avversativa che collega il discorso al versetto che precede. "E lo seguirono molte folle dalla Galilea... Ma, vedendo le folle, salì sul monte”. La risposta di Gesù è del tutto insolita, inconsueta ed inaspettata. Di fronte al sacrificio di tante persone, che lo cercavano in modo così assillante, era ragionevole rispondere con un gesto di apertura, con un atteggiamento immediatamente comprensibile, andando incontro, incoraggiando, intrattenendosi a...

E' questa la logica umana, così accondiscendente verso una qualsiasi scelta di verità, se pur minima. La logica di Dio è diversa: non indulge all'elogio, all'esaltazione dell'uomo, ma cerca subito una verifica, una conferma, un confronto molto stretto con il nostro cuore. Di fronte a tanta fatica, come può apparire ai nostri occhi, Gesù chiede uno sforzo ulteriore. Non basta essere usciti dalla propria terra, bisogna entrare con Gesù in una dimensione di vita, spiritualmente più alta, che appare come collocata su di un monte. Ed ecco che le file si assottigliano: non tutti ce la fanno, perché non tutti vogliono affrontare un sacrificio più grande. Fino ad un certo punto la sequela può apparire ragionevole e anche conveniente, più in là una follia. Soltanto i veri discepoli seguono Gesù. Dove sono finite le folle che accorrevano, portando i loro malati? Perché non sono andate oltre? E' stato forse l'impedimento fisico e la fatica materiale a fermarle? E' su ben altra fatica che si fa la selezione e il giudizio!

ed essendosi seduto si avvicinarono a lui i suoi discepoli,

Lo sforzo per entrare in una dimensione di vita diversa, fa tutt'uno con la volontà e il desiderio di una conoscenza più vicina, più vera del Signore.

Salito sul monte Gesù si siede, non per riposare da una fatica d'amore, ma, al contrario, per dare libero sfogo al suo amore, così come esso si esprime attraverso la Sua parola. Molte persone si sono fermate all'Amore che fa prodigi e miracoli, poche hanno cercato il vero rapporto d'Amore, che è solo quello che passa attraverso le vie della Parola. Non c'è conoscenza di Gesù, se non nell'ascolto della sua Parola. E l'amore, sappiamo, vuole il suo tempo. Non si ascolta Gesù in piedi e frettolosi, sperando che la predica finisca al più presto. Si ama seduti, vicino alla persona amata, per ascoltare la sua Parola e per esserne riempiti fino a traboccare. Stupendo il linguaggio della Scrittura:

2 e, aprendo la sua bocca, li istruiva dicendo:

C'era forse bisogno di dire: "Aprendo la sua bocca"? E' scontato che per parlare bisogna aprire la bocca. Così pure l'espressione "li istruiva dicendo" è di tipo rafforzativo: non c'è istruzione vera che non passi attraverso le vie della Parola.

Gesù che apre la bocca e istruisce dicendo, evoca il modo in cui certi animali nutrono e fanno crescere i loro piccoli, attraverso il rigurgito del cibo. In questo modo l'alimento "necessario" passa direttamente dal genitore al figlio, già predigerito, confezionato in modo adatto, facile ad assimilarsi: non si richiede alcuno sforzo da parte dei figli, se non la volontà di pendere dalla bocca del Padre. Vi è come un travaso d'Amore che passa dalla bocca di Gesù a quella dei suoi discepoli. Ma con ciò si definisce ulteriormente il senso della sequela: non si va a Gesù, semplicemente attirati dalla sua fama, ma per essere nutriti , bocca a bocca, della Sua parola, tramite l'ascolto obbediente e perseverante. I veri discepoli si riconoscono, innanzitutto, dal loro rapporto con la Parola. Ciò che segue è noto come discorso della montagna e, ricordiamo, è rivolto ai soli discepoli.

3 Beati.." Gesù parla ai discepoli, a coloro che sono già sottomessi al potere della sua chiamata. Questa li ha resi poveri, precari, affamati. Egli li chiama beati, non per la loro miseria e la loro rinuncia. Miseria e rinuncia in sé non costituiscono in nessun modo un motivo di beatitudine. Solo la chiamata e la promessa, che sono la causa per cui essi vivono nella miseria, volendo seguire Gesù, ne costituiscono un motivo adeguato. L'osservazione che in alcune beatitudini si parla della miseria e in altre della rinuncia consapevole o di particolari virtù dei discepoli non ha alcun rilievo. La miseria oggettiva e la rinuncia personale hanno il loro comune motivo nella chiamata e nella promessa di Cristo. Né l'una né l'altra ha valore o può avanzare una pretesa in se stessa. Gesù chiama beati i suoi discepoli. Il popolo sente ed è testimone di ciò che accade. Ciò che secondo la promessa di Dio appartiene all'intero popolo d'Israele, qui spetta alla piccola comunità dei discepoli eletti da Gesù. "Di loro è il regno dei cieli". Ma i discepoli e il popolo sono uniti dal fatto di essere tutti comunità che Dio ha chiamato. Quindi le beatitudini di Gesù saranno per tutti occasione di decisione e di salvezza. Tutti sono chiamati ad essere ciò che sono in verità. Beati sono detti i discepoli a causa della chiamata di Gesù, che essi hanno seguito. Beato viene chiamato l'intero popolo di Dio a causa della promessa che lo riguarda."( Bonhoeffer)

“Un tempo, mentre la Legge veniva data sul monte , il popolo non poteva accostarsi; ora, mentre il Signore insegna sul monte, nessuno è tenuto lontano, anzi, piuttosto, tutti sono invitati ad ascoltare, perché nella Legge è la severità, nel Vangelo la benevolenza; là negli increduli si incute il terrore, qui nei credenti si riversa il dono delle benedizioni. Se vuoi, dunque, anche tu ricevere le benedizioni del Signore, lascia il modo di vivere terreno, cerca la vita celeste: sali sulle cime della fede come su un monte, per meritare a buon diritto di essere benedetto da Dio. Ma vediamo ormai quali siano le parole esatte delle benedizioni”. ( Cromazio )

3 Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

Cosa intende dire Gesù? E perché mette questa prerogativa al primo posto, quasi  tutte le comprenda e le abbracci?

Sarebbe molto più facile capire se Gesù dicesse poveri semplicemente. Cosa sia la povertà tutti lo sappiamo. Più difficile comprendere cosa sia la povertà di spirito.

Non è benedetta una qualsiasi povertà, ma quella che è trovata in chi è discepolo di Cristo.

Nulla a che vedere dunque con quella povertà che la vita naturalmente porta con sé, in forme e misure diverse.

È una povertà creata dalla sequela di Cristo ed in essa trovata.

Può includere ed abbracciare in sé qualsiasi povertà già data prima della grazia divina, ma non è beata se non nella misura in cui viene rivisitata e trasformata da questa stessa grazia.

Ma perché si parla di poveri di spirito?

Cosa si intende per spirito?

Cos’è lo spirito? È semplicemente un attributo dell’anima non disgiungibile da essa? O è una vera e propria dimensione dell’uomo, associata all’anima ma nettamente distinta da essa, con una importanza ed una valenza prioritaria rispetto all’anima e al corpo, in quanto il giudizio ultimo e definitivo si farà non semplicemente sull’anima dell’uomo, ma sul suo spirito? Lo spirito non è creato dal nulla come l’anima, ma è insufflato direttamente da Dio sul volto di Adamo. In virtù dello spirito l’uomo ha un rapporto immediato con il suo Creatore ed ha piena e responsabile consapevolezza di essere un io semplicemente in quanto rapportato ad un tu che viene prima, che lo genera alla vita e in essa lo alimenta e lo mantiene.

Si deve dunque dire che l’uomo è formato da due dimensioni, corpo e anima come sosteneva sant’Agostino, secondo quella dottrina che è codificata ancor oggi nel Catechismo della Chiesa cattolica,dottrina accettata anche dai protestanti o non dovremmo tenere in più considerazione al riguardo l’insegnamento di Origene e di Girolamo, i quali parlano dello spirito come di una vera e propria dimensione, arrivando alla conclusione che l’uomo è formato non da due dimensioni anima, e corpo, ma da tre, spirito, anima corpo. E tutto questo non è una semplice e infondata convinzione personale, ma è quanto si evince da una attenta lettura della Parola di Dio, in modo particolare dalle lettere di san Paolo, ma non solo. Le citazioni dalla Scrittura sono numerose, di un certo peso e di un’evidente chiarezza.

Alla fine ha prevalso l’opinione di Agostino, la quale non è che una semplice riedizione in veste cattolica della concezione platonica dell’uomo come unità di anima e corpo.

Non vogliamo discutere, ognuno si tenga le proprie convinzioni. Può anche bastare quanto troviamo scritto nel catechismo cattolico.

Noi vogliamo però sottolineare che vi sono realtà che non sono comprese nella chiesa qui ed ora, ma soltanto nel tempo e col tempo si arriva ad una migliore comprensione e definizione.

Non si può dire che tutto ciò che concerne la Parla di Dio sia già stato compreso e spiegato nella sua forma  ultima e in una misura definitiva.

La Parola di Dio è come un buon vino vecchio che mai si corrompe e mai va a male, cosicchè si debba in un tempo gettare per sostituirlo con un altro. Non solo mantiene intatto il suo profumo, il suo sapore la sua fragranza, ma sempre li accrescono e li arricchiscono dando un gusto di inesauribile varietà e ricchezza di sapori.

Quando si dice qualcosa che ha un po’ il sapore della diversità e della novità rispetto a quanto codificato nel catechismo della chiesa si è sempre presi da un sentimento di timore.

Si teme di essere fraintesi e considerati come degli eretici che deviano dalla strada maestra segnata dal Magistero della Chiesa.

Vero è che lo stesso Magistero non può accrescere ed arricchire il suo vasto patrimonio spirituale da essa custodito ignorando l’apporto ed il contributo dell’intero corpo della chiesa nella totalità dei suoi membri, nella totalità dei suoi tempi.

Certamente come singoli membri della chiesa possiamo parlare affermando una novità soltanto parziale e relativa, nulla asserendo che sia in netto contrasto con quanto già detto e scritto, e soprattutto mettendo in evidenza che  non si esprimono verità della chiesa, ma semplici convinzioni personali.

Sarebbe più semplice nulla dire di proprio e di originale, per evitare inutili discussioni e sterili polemiche, che lasciano il fianco aperto ai detrattori, e ai calunniatori. Vero è che nessuno può negare che nel tempo si manifestano e prendano evidenza nella Chiesa verità già comprese in passato in virtù della meditazione della Parola, ma rese ancor più chiare oggi in virtù di una luce maggiore che ci è dato riguardo alla stessa Parola.

Chi può negare che oggi più che mai, siamo indotti e stimolati a comprendere e ad approfondire cosa propriamente sia lo spirito. Spirito di Dio e spirito dell’uomo. Ed andando ancora oltre dobbiamo pur chiederci qual è il nostro rapporto non solo con Dio che è Spirito, Padre, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo in Cristo,  ma anche Madre nell’eternità e nel tempo di ogni creatura.

In un futuro la Chiesa sempre più parlerà dello Spirito di Dio e della Madre di Dio. Molti lo stanno già facendo, in forma forse grossolana e discutibile, ma il moto è già avviato

Solo la Chiesa poi innalzerà a verità o smentirà le convinzioni dei singoli, con ragioni fondate e con accreditata autorità.

Abbiamo fatto una lunga digressione che forse ci ha distratto dal brano evangelico che abbiamo in esame.

Ritorniamo ora all’interrogativo iniziale.

Chi sono questi poveri in spirito?

Considerata la nostra difficoltà ad intendere chiaramente e correttamente siamo andati a vedere cosa hanno scritto i Padri della Chiesa.

Purtroppo sono andati persi relativamente a questi versetti i commenti di Origene e Gerolamo. C’è molto del Vangelo di Matteo, ma nulla siamo riusciti a trovare relativamente a questi nella nostra biblioteca.

Scrive Basilio “I poveri in spirito sono coloro che non sono divenuti poveri per altra causa che non sia l’insegnamento del Signore che ha detto: Va’, vendi tutto ciò che hai e dallo ai poveri”. Se però uno accetta la povertà in cui venga a trovarsi per un motivo qualsiasi e la vive secondo la volontà di Dio come Lazzaro, neppure costui è estraneo a quella beatitudine”. ( Basilio- Regole brevi, domanda 205 )

Ilario dà una interpretazione troppo lunga per essere riportata secondo la quale per poveri di spirito si devono intendere semplicemente coloro che hanno uno spirito umile, in virtù del Cristo stesso, consapevoli che nulla appartiene loro,  che nulla possiedono di proprio, e che ogni dono viene dall’unico Signore.

Non ci sentiamo aiutati più di tanto nella comprensione.

Passando agli esegeti moderni leggiamo in Bonhoeffer :

"Il regno dei cieli irrompe per loro ( gli apostoli ), che vivono semplicemente nella rinuncia e nelle ristrettezze per amore di Gesù. Nella povertà essi sono eredi del regno dei cieli. Il loro tesoro è nascosto nel profondo, essi lo hanno nella croce. Il regno dei cieli è loro promesso in una gloria visibile, e fin d'ora è donato loro nella perfetta povertà della croce. Qui le beatitudini di Gesù si distinguono completamente dalle caricature che se ne danno in forma di programmi sociali-politici. Anche l'Anticristo chiama beati i poveri , ma non lo fa per amore della croce, nella quale è racchiusa ed è beata ogni povertà, ma proprio con l'intento di toglier di mezzo la croce, grazie a un'ideologia politico-sociale. L'Anticristo può chiamare cristiana questa ideologia, ma proprio per questo è il nemico di Cristo." ( Bonhoeffer )

Scrive don Umberto Neri.

Dobbiamo ora vedere le singole condizioni di accesso al Regno, assolutamente imprescindibili.

La prima è la povertà: “beati i poveri”. I poveri, i realmente poveri in tutti i modi: perché non hanno da mangiare, perché patiscono, sono disoccupati, non hanno casa. Poveri anche perché sono malati, prigionieri, indifesi, in condizione di svantaggio, di indigenza, di debolezza, esposti a tutto: poveri. Il concetto è più vasto di quello che intendiamo di solito: non si tratta soltanto di censo.

“In Spirito”, non attenua, anzi rafforza. Poveri e per di più spirito: poveri che  si adeguano alla loro condizione con un sentire, un parlare, un agire da poveri. Non è la povertà sola, è la realtà della povertà intimamente accettata e vissuta. Ci possono essere poveri ribelli, poveri prepotenti: questi non sono i poveri del Signore. Chi si contrappone a questo ritratto spirituale, chi è escluso dal Regno. Anzitutto i ricchi: finchè uno è ricco è escluso”.

Per concludere e per compendiare tutto quanto letto mi sembra che si possa dire che Gesù non chiama beata una qualsiasi povertà, ma solo quella che è data a coloro che lo seguono. È la povertà acquisita per lo spirito Santo donato da Gesù e ha un significato spirituale, incide cioè nella dimensione più profonda dell’uomo che è il suo spirito.

Per una qualsiasi povertà l’uomo può avvertire la propria miseria spirituale e proprio perché consapevole del proprio stato mette il proprio cuore e la propria vita nelle mani di Colui che dona lo spirito senza misura, tutto portando, in sé, tutto riassumendo ed esaltando nella propria croce fino alla formazione dell’uomo nuovo che è fatto degno di vedere la gloria di Dio Creatore.

Nel testo originale greco troviamo il termine "ptocòs", che, letteralmente, vuol dire mendicante. Il mendicante non è semplicemente un povero, ma un povero che cerca ciò di cui ha bisogno e di cui sente la mancanza. Con la venuta di Gesù, la povertà di spirito non è più un male e una sventura, in quanto colmata dalla ricchezza del Suo dono.     

4 Beati i miti, perché essi possederanno la terra.

Chi è mite, se non colui che è sempre disposto a perdere, perché già tutto possiede nel Signore? I miti conoscono solo la violenza della preghiera e della supplica: nulla chiedono e nulla pretendono dagli altri uomini, ma tutto rimettono nelle mani del Padre. Essi possederanno la terra, perché già la possiedono solo in Lui e per Lui.

"Lasciate loro il cielo , dice il mondo con aria di compatimento, quello è il loro posto. Ma Gesù dice: Possederanno la terra. La terra appartiene ad essi, che sono privi di ogni diritto e di ogni potere. Coloro che la possiedono adesso con la forza e con l'ingiustizia, la perderanno, e quelli che ora vi hanno rinunciato totalmente, che sono stati miti fino alla croce, domineranno la nuova terra. Qui non è il caso di pensare alla giustizia punitiva di Dio nel mondo ( Calvino ), ma quando avverrà la discesa del regno dei cieli, allora la forma della terra sarà rinnovata, e la terra diverrà la comunità di Gesù. Dio non abbandona la terra. Lui l'ha creata, ha mandato in terra il proprio Figlio, ha costruito la sua comunità sulla terra. Quindi già in questo tempo è dato un inizio. E' stato dato un segno. Già qui a coloro che sono privi di ogni potere è dato un pezzetto di terra, essi hanno la chiesa, la loro comunità, i loro beni, fratelli e sorelle, assieme a persecuzioni fino alla croce. Ma anche il Golgota è un pezzo di terra. A partire dal Golgota, dove è morto il più mite dei miti, deve rinnovarsi la terra. ( Bonhoeffer )

"Miti sono gli uomini mansueti, umili e modesti, semplici nella fede, pazienti di fronte ad ogni offesa, che, istruiti nei comandamenti evangelici, imitano l'esempio della mansuetudine del Signore, che dice nel Vangelo: "Imparate da me, perché sono mite ed umile di cuore."... Proclama, dunque, beati quelli che sono miti in tal senso, cui ha promesso non nella vita presente, ma in quella futura il possesso di quella terra felice di cui leggiamo che è stato detto in un salmo: "I mansueti invece possederanno la terra e goderanno di una grande pace." ( Cromazio )

6 Beati quelli che piangono, perché essi saranno consolati.

Quale pianto è detto beato se non quello che viene dall'amore del Signore?... pianto per i nostri peccati e per quelli dell'umanità tutta. Il Signore ci consolerà da ogni afflizione col suo Santo Spirito!

"Come più sopra dei poveri, così qui parla anche di coloro che piangono, non chiamando già beati quelli che piangono desolati o la morte di una sposa diletta o la perdita di cari figlioli; ma vuol dire piuttosto, che sono beati quelli che o si sforzano di espiare con un incessante profluvio di lacrime i peccati da loro commessi o quelli che, per un devoto attaccamento alla Legge, non cessano di piangere la malvagità del mondo e le colpe dei peccatori." ( Cromazio )

6 Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché essi saranno saziati.

Non sarà saziata la fame e la sete di giustizia umana, ma soltanto la fame e la sete di giustizia divina. Non esiste altra giustizia, se non quella del Figlio. Infelici gli uomini che credono nella giustizia terrena: rimarranno delusi in eterno!

“Ci ha insegnato che dobbiamo cercare la giustizia non con un desiderio superficiale né con una brama senza ardore. Infatti, afferma che sono beati quelli che, per ottenerla, ardono dalla brama d’un intimo desiderio paragonabile alla fame e alla sete, poiché, se ciascuno di noi la brama, affamato e assetato dal desiderio, non può far altro che pensare alla giustizia, che cercare la giustizia. Infatti, uno che è affamato e assetato, necessariamente desidera ciò di cui ha fame e sete. Giustamente, dunque, Colui che è il pane celeste e la fonte d’acqua viva promette a questi, che sono affamati e assetati in tal modo, la sazietà di quell’alimento eterno, dicendo: Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Si intende quella giustizia della fede, che è in Dio e in Cristo, della quale L’Apostolo disse: Giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo per tutti e su tutti quelli che credono in lui. O, addirittura, si fa riferimento allo stesso Signore e Salvatore nostro che, secondo l’Apostolo, è diventato per noi giustizia e santificazione e redenzione, del cui desiderio, come se fosse cibo e bevanda, i beati non cessano di ardere, conforme a ciò che il Signore stesso attesta per bocca di Salomone: Quelli che mi mangiano avranno fame, e quelli che mi bevono avranno sete”. (Cromazio)

"Agli affamati e agli assetati di giustizia concede la beatitudine, mostrando come l'avidità dei santi, che ha per oggetto gli insegnamenti di Dio, sia ricolmata in cielo con i beni di un appagamento perfetto" ( Ilario )

"Coloro che sono nella sequela divengono affamati e assetati lungo la via: Desiderano la remissione di tutti i peccati e un pieno rinnovamento, il rinnovamento della terra e il compiersi della giustizia di Dio... Essi sono beati, perché è stato loro promesso che saranno saziati. Dovranno ricevere giustizia, non solo perché udranno la parola della remissione, ma sperimenteranno una giustizia che li sazierà nel corpo. Il pane della vera vita è quello che mangeranno nella cena futura con il loro Signore. Essi sono beati per questo pane futuro, poiché lo hanno già nel presente. Colui che è il pane della vita, è in mezzo a loro, pur con tutta la loro fame. Questa è la beatitudine dei peccatori." ( Bonhoeffer )

7 Beati i misericordiosi, perché essi troveranno misericordia.

Misericordioso è colui che sempre perdona, perché consapevole di essere stato perdonato dal Signore. I misericordiosi troveranno misericordia nel giorno del giudizio, perché già l'hanno trovata in questa vita.

"Il Signore delle misericordie afferma che sono beati i misericordiosi, insegnando che nessuno può meritare la misericordia di Dio, se anch'egli non è stato misericordioso. Perciò anche in un altro passo dice: Siate misericordiosi, come è misericordioso anche il Padre vostro che è nei cieli." ( Cromazio )

"Nessuna misericordia è troppo profonda, nessun peccato troppo terribile, perché non vi si applichi misericordia. Il misericordioso fa dono del proprio onore a chi è caduto nell'ignominia e se ne fa carico. Si fa trovare presso i pubblicani e i peccatori e si assume volontariamente la vergogna della familiarità con loro. Essi rinunciano al massimo bene dell'uomo, alla propria dignità e al proprio onore, e sono misericordiosi. Essi conoscono solo una dignità e un onore: la misericordia del loro Signore, della quale soltanto vivono.( Bonhoeffer )

8 Beati quelli dal cuore puro, perché essi vedranno Dio.

E' puro di cuore chi è libero da ogni attaccamento e da ogni passione. Il cuore puro è totalmente disponibile per il Signore, perché svuotato di tutto il resto. Vedranno Dio coloro che hanno occhi solo per Lui.

“Per puri di cuore intende quelli che, deposta la sozzura del peccato, si sono purificati da ogni impurità della carne e sono piaciuti a Dio per le opere della fede e della giustizia, secondo ciò che Davide attesta nel salmo: Chi salirà il monte del Signore o chi starà nel suo luogo santo? Chi ha le mani innocenti e il cuore puro; chi non ha rivolto la sua anima alla vanità. Giustamente, anche Davide, sapendo che Dio non può essere veduto se non da un cuore puro, così prega nel salmo, dicendo: Crea in me un cuore puro, Dio, e rinnova nel mio petto uno spirito saldo...” (Cromazio)

"Ai puri di cuore promette la visione di Dio. Infatti non c'è niente d'impuro e di sporco che possa sostenere il contatto con la luce divina, e lo sguardo di uno spirito contaminato si affievolisce al cospetto di Dio." ( Ilario )

"Il cuore puro è il cuore semplice del bambino, che non sa del bene e del male, il cuore di Adamo prima della caduta, il cuore in cui domina non la coscienza, ma la volontà di Gesù. Chi rinuncia al bene e al male suoi propri, al proprio cuore, chi, così facendo, vive nella penitenza e resta legato solo a Gesù, ha un cuore reso puro dalla Parola di Gesù. Qui la purezza del cuore si contrappone ad ogni purezza esteriore, nella quale rientra anche la purezza della buona intenzione. Il cuore puro è puro dal bene e dal male, appartiene tutto indiviso a Cristo, guarda solo a lui che precede. Vedrà Dio solo chi in questa vita ha guardato solo a Gesù Cristo, il Figlio di Dio." ( Bonhoeffer )

9 Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio.

I pacifici sono coloro che hanno fatto e fanno continuamente pace con il Padre: in questa riconciliazione ritrovano la loro dignità e la loro gioia di figli di Dio. Solo rappacificato con il Signore l'uomo può trovare la pace con gli altri uomini: una pace diversa da quella del mondo, perché viene da Dio e riporta a Dio.  E' Cristo l'artefice e il mediatore di ogni pace.

“Operatori di pace sono quelli che, lontanissimi dallo scandalo della contestazione e della discordia, custodiscono l’amore della carità fraterna e la pace della chiesa nell’unità della fede cattolica... Nulla, infatti, è così necessario ai servi di Dio, così salutare per la chiesa, quanto il custodire la carità, amare la pace, senza la quale, come l’Apostolo insegna agli Ebrei, non è possibile che Dio sia visto: Prima di tutto amate la pace, senza la quale nessuno di noi potrà vedere Dio”. (Cromazio)

"La beatitudine degli operatori di pace consiste nel premio di una adozione che li trasforma definitivamente in figli di Dio. Se è vero, infatti, che Dio è l'unico Padre di tutti, allora per entrare realmente a far parte della sua famiglia, non ci sarà che un modo: dimenticare tutto ciò in cui possiamo essere offesi e vivere nella pace fraterna che è frutto della carità vicendevole." ( Ilario )

"I discepoli di Gesù mantengono la pace preferendo patire piuttosto che infliggere sofferenza ad un altro, conservano la comunione dove altri la infrangono, rinunciano alla affermazione di sé e tengono a freno l'odio e l'ingiustizia. Così vincono il male con il bene, così stabiliscono una pace divina in un mondo di odio e di guerra...

Essendo stati coinvolti nell'opera del Figlio di Dio, anche essi verranno chiamati figli di Dio." ( Bonhoeffer )

Le ultime beatitudini sono riservate a coloro  che patiscono violenza e persecuzione per l'annuncio del Vangelo.

10 Beati quelli che patiscono persecuzione per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati siete quando vi malediranno e vi perseguiteranno e diranno ogni male contro di voi mentendo, a causa mia." Ad essi Gesù dice:

12 Gioite ed esultate, perché la vostra ricompensa è abbondante nei cieli...

Non una semplice ricompensa dunque, ma una ricompensa tanto più grande quanto più grande è l'umiliazione e la sofferenza che viene dall'annuncio della Parola.

"Infine egli ricompensa con la beatitudine perfetta quelli che sono disposti a patire ogni cosa per il Cristo, che è la giustizia stessa. A costoro è quindi riservato il regno dei cieli ed è promessa lassù una ricompensa generosa, perché disprezzati dal mondo, poveri nello spirito, coperti di vergogna per i danni e le sventure subiti nel mondo presenti, confessori della giustizia celeste di fronte alle ingiurie degli uomini e infine martiri gloriosi delle promesse di Dio, hanno speso tutta la loro vita per testimoniare la sua eternità." ( Ilario )

"L'oltraggio, la persecuzione fino alla morte, la maldicenza, sigillano definitivamente la beatitudine dei discepoli nella loro comunione con Gesù. Non può essere diversamente: il mondo si scatena contro il mite straniero con la parola, la violenza, la calunnia. Troppo minacciosa e troppo alta è la voce di questo povero e mite, troppo paziente e quieto il suo patire, troppo forte è la testimonianza che questa schiera di discepoli di Gesù, mediante povertà e passione, depone contro l'ingiustizia del mondo. Questo è qualcosa di mortale. Mentre Gesù dice: Beati, beati, il mondo urla: lontano da qui, lontano da qui! Sì, lontano da qui, ma dove? Nel regno dei cieli. Rallegratevi ed abbiate fiducia, perché grande sarà la vostra ricompensa nei cieli. Lassù ai poveri è destinata la sala addobbata a festa. Dio stesso asciuga le lacrime degli stranieri, serve agli affamati la sua Cena. I corpi feriti e martoriati si trasfigurano, e al posto delle vesti del peccato e della penitenza indossano la veste bianca dell'eterna giustizia. Da questa gioia eterna, già risuona un richiamo per la comunità dei seguaci di Gesù sotto la croce: è il richiamo di Gesù: Beati, beati." ( Bonhoeffer )

così infatti hanno perseguitato i profeti che furono prima di voi.

Nessun profeta può sfuggire alla persecuzione: è stato così per quelli del passato, sarà così per quelli del futuro.

Concludiamo questo breve commento alle beatitudini con alcune considerazioni.

Il discorso di Gesù ha un significato ed un valore esclusivo, vale a dire non ammette nessun altra beatitudine che non sia nel novero. O si è fra i beati o si è fra i maledetti. Per fugare ogni dubbio o malinteso, il Vangelo di Luca ai "beati" fa seguire i "guai a voi..." Non c'è altra felicità, se non quella che viene dall'essere discepolo di Cristo e il discepolo di Cristo è beato solo perché povero di spirito, mite, pacifico, dal cuore puro... Né si può pensare a determinate categorie di discepoli: il discepolo è tutto ciò e solo ciò. E' come se Gesù volesse mettere un sigillo d'autenticità: in questo e per questo si riconoscono i suoi e si distinguono da coloro che suoi non sono. La parola "ipsi" ( essi stessi ) non è ripetuta a caso: ci dice non solo che essi, ma che solo essi sono beati davanti a Dio.

I versetti che seguono devono essere considerati una sorte di appendice alle beatitudini: fanno parte dello stesso discorso, chiariscono ed approfondiscono il senso di quanto detto anche in rapporto a ciò che fu detto nell'Antico Testamento.

13 Voi siete il sale della terra.

Voi e non altri, perché non c'è sapore o sapienza se non quello che è dono del Signore in Cristo Gesù. "Come i sali, quando agiscono in qualsiasi carne, non consentono la corruzione, eliminano i fetori, purificano la sporcizia, non permettono che nascano i vermi, così anche la grazia celeste e la fede, che è stata data per mezzo degli apostoli, agisce in noi con un procedimento analogo. Toglie, infatti, la corruzione della concupiscenza della carne, purifica le sozzure dei peccati, elimina il fetore di una vita cattiva, non permette che nascano i vermi delle colpe, cioè che dal corpo sorgano i piaceri libidinosi e apportatori di morte, preservando il nostro corpo anche da quel verme immortale che con una pena incessante tormenta i peccatori, del quale sta scritto: "Il loro verme non morirà e il loro fuoco non si spegnerà."( Cromazio ) .                                                                                                 

"Voi siete il sale", non: "dovete essere il sale"! Non dipende dalla volontà dei discepoli esserlo o no. Neppure viene loro rivolto un appello, perché diventino sale della terra. Al contrario essi lo sono, volenti o nolenti, in forza della chiamata che li ha raggiunti... La terra deve essere salvata per mezzo della comunità, e solo la comunità, che cessi di essere ciò che essa è, è perduta senza speranza. La chiamata di Gesù Cristo significa essere sale della terra od essere annientati, significa porsi nella sequela: diversamente, la chiamata stessa annienta coloro che sono chiamati. Non c'è ulteriore possibilità di salvezza. Non ci può essere." ( Bonhoeffer )

Siamo stati salvati e arricchiti da Dio solo perché poveri e bisognosi. Attenzione dunque a non perdere il dono dello Spirito Santo: non ci sarà un'altra possibilità di redenzione!

che sarà se il sale diventerà insipido, in che verrà salato?

Non ci sarà un altro Salvatore e un altro dono. Torneremo ad essere un nulla, fra il nulla degli uomini. A niente vale più, se non per essere gettato fuori e per essere calpestato dagli uomini.

"La natura del sale è sempre la stessa e non può cambiare. L'uomo invece è soggetto al cambiamento e sarà beato solo chi avrà perseverato fino alla fine in tutte le opere di Dio. Per questo egli esorta coloro che ha chiamato sale della terra, a rimanere nella virtù della potenza che ha loro trasmesso, per evitare che, perdendo il sapore, essi non salino più niente e, avendo perso essi stessi il senso del sapore ricevuto, non possano far rivivere ciò che è corrotto e, rigettati dai granai della chiesa con quelli che hanno salato, siano calpestati da coloro che vi entrano."( Ilario ) 

Perduta l'amicizia del Signore, fuori della sua casa, ci ritroveremo fra le spazzature del mondo. Oltre a chiarire il senso delle beatitudini come gioia che è solo nel Padre e per il Padre, Gesù considera questa felicità nel suo significato, per così dire, orizzontale, nel suo dilatarsi dal singolo all'intero corpo della chiesa. La felicità che viene da Dio si distingue da quella del mondo, non solo perché diversamente fondata, ma anche perché diversamente relazionata all'uomo. La gioia del mondo è chiusa in se stessa e sterile: non possiede la vita e non è capace di donarla. La gioia fondata in Dio, al contrario, è feconda: è ricca ed arricchisce tutti coloro che si aprono al suo annuncio. Il sale non ha sapore solo per se stesso, ma anche per tutto ciò che entra in comunione con esso. Arricchiti da Dio perché poveri, dobbiamo, a nostra volta, arricchire con lo stesso dono tutti coloro che cercano il Signore. E non c'è bisogno di tanta propaganda o di correre a destra e a sinistra: il bene si diffonde da solo.

14  Voi siete la luce del mondo: non può essere nascosta una città quando è posta sopra un monte

E' Dio stesso che l'ha posta al centro della storia, in una posizione prevalente e preminente: nessuno può sottrarsi al confronto con la Sua chiesa.

"Intende dunque indicare, nella città posta sopra il monte, la chiesa, fondata sulla fede del Signore e Salvatore nostro nella gloria celeste. Essa, superando con la sua azione spirituale ogni meschinità della debolezza umana, è divenuta insigne e gloriosa per tutto il mondo: essa non è più adombrata nell'annuncio della Legge, ma, mediante l'insegnamento evangelico, è resa ben visibile da un'aperta predicazione." ( Cromazio )

15 Né accendono una lampada e la pongono sotto il moggio, ma sopra il candelabro, perché faccia luce a tutti quelli che sono in casa.

Se nessun uomo accende una luce per poi nasconderla, quanto più la divina Trinità  ha posto in alto perché sia ben visibile la luce del Figlio, perché tutti possano accorrere ad Essa, per essere da Essa illuminati.

“Il Signore ricorda questo fatto, perché sapessimo che anche noi siamo stati accesi dalla grazia della fede e illuminati dalla luce dello Spirito Santo, affinché anche noi risplendessimo spiritualmente come una lucerna, mediante le opere della fede e della giustizia e, cacciando la notte dell’ignoranza, illuminassimo con la luce della sua verità quelli che si trovano nelle tenebre dell’errore”. (Cromazio)

16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli.

Non è un comando, ma un conforto, una rassicurazione. Splenda la vostra luce davanti agli uomini così, cioè come posta da Dio sopra un monte, in un luogo sicuro e ben visibile. Luce di Dio sia anche la luce vostra, perché gli uomini vedendo le vostre opere "buone", diano gloria all'unico Signore. Le opere dei discepoli, in quanto diverse, rimandano ad un Dio diverso: non danno gloria all'uomo, ma al suo Signore.

"I seguaci sono la comunità visibile, la loro sequela è un agire visibile, con il quale si distaccano dal mondo, oppure non si tratta affatto di sequela. Infatti la sequela è altrettanto visibile che una luce nella notte, come un monte che si elevi sulla pianura.

La fuga nell’ invisibilità è un rinnegamento della chiamata. Una comunità di Gesù che voglia essere invisibile non è più una comunità nella sequela." ( Bonhoeffer )

17 Non pensate che io sia venuto a sciogliere la Legge o i profeti; non sono venuto a sciogliere, ma ad adempiere.

La proclamata novità dell'annuncio evangelico, che ha avuto nelle beatitudini la sua espressione più forte, non deve trarre in inganno. Gesù non è venuto a porsi come l'alternativa alla Legge e ai profeti, né si può pensare che in qualche modo la Parola di Dio sia superata dai tempi, con l'incarnazione della Parola stessa.

Il Verbo che si è fatto carne non è la smentita o il superamento della Parola, ma la Sua affermazione ultima e definitiva. Gesù non è venuto a togliere la Legge e i profeti, ma ad adempiere. Cosa significa tutto ciò? La spiegazione più chiara ci viene dall'Apostolo stesso, nella lettera ai Romani.

Dopo aver illustrato il significato e la funzione della Legge, come strumento di Dio che ci illumina riguardo al nostro stato di peccato, senza, tuttavia, toglierci dal peccato, così conclude: "La legge dello Spirito di vita in Cristo Gesù mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte. Infatti, cosa che era impossibile alla Legge, in quanto era resa inferma a motivo della carne, Dio, mandando il suo Figlio in somiglianza di carne e di peccato e a causa del peccato, condannò il peccato nella carne, perché fosse adempiuta la giustificazione della Legge in noi, che camminiamo non secondo la carne, ma secondo lo Spirito." ( Rom. 8,2-4 )

Tutta la Legge rimanda a Cristo e alla Sua venuta. Solo Cristo ha adempiuto, cioè realizzato, le esigenze della Legge. Ciò che era implicito nella Legge diventa esplicito ed attuale in Gesù. Non solo Cristo ha osservato in senso pieno la Legge, ma, in virtù della sua obbedienza, ha reso noi stessi obbedienti alla sua Legge. Cristo, termine della Legge, non è la fine , ma il fine della Legge e il suo coronamento. La Legge dunque rimane e rimarrà sempre, perché viene da Dio e riporta a Dio, tramite Cristo Gesù.

Gesù non è venuto a togliere la Legge,  ma a rivalutarla nello Spirito di verità, nella sua forma ultima e più grande. Non è consentito all'uomo togliere o modificare alcunché, seppure in minima misura; al contrario ci è chiesto una maggiore comprensione ed una attenzione più grande, anche verso ciò che può apparire piccolo ed insignificante, come un iota o un apice. E' la migliore conferma della necessità di una lettura e di una conoscenza letterale ed integrale della Parola. Non è opera dell'uomo e non è consentito all'uomo modificazione alcuna. La fedeltà alla Parola, così come è stata data, è fedeltà al Padre che dona e al Figlio che adempie la Parola. Non solo il senso delle parole, ma la disposizione stessa delle parole è un mistero molto grande.

19 Chi dunque scioglierà uno solo di questi comandamenti minimi e così insegnerà agli uomini, sarà detto il minimo nel regno dei cieli; chi invece li osserverà e li insegnerà, questi sarà detto grande nel regno dei cieli."

Tutto ciò dovrebbe farci seriamente riflettere riguardo ad una tendenza, molto diffusa nella chiesa, verso una lettura in chiave moderna della Parola. La Parola non va interpretata alla luce dei tempi, semmai sono i tempi che vanno interpretati alla luce della Parola. Nel suo significato primo ed ultimo la Parola è e rimane immutata. Cambia il rapporto dell'uomo con Dio, non cambia il rapporto di Dio con l'uomo.

Il divenire della storia va costantemente riportato al suo fondamento e al suo fine e alla sua luce perenne. E' la Parola che illumina la storia dell'uomo, non viceversa. Se vi è progresso in rapporto alla Parola, questo procede non nel senso di una continua revisione della Parola, ma nel senso di una continua revisione del nostro rapporto con la Parola, per arrivare ad una comprensione e ad un'obbedienza sempre più piena e totale, che penetra fino negli aspetti più reconditi e attinge anche da ciò che può apparire piccolo.

20 Infatti io dico a voi che se la vostra giustizia non abbonderà più di quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.

"Non è la legge a distinguere il discepolo dall'ebreo, ma la migliore giustizia. La giustizia dei discepoli sopravanza quella degli scribi. La supera, è qualcosa di straordinario, di eccezionale... La giustizia dei discepoli è la giustizia di Cristo... Per questo la giustizia dei discepoli è migliore di quella dei farisei, perché essa si fonda solo sulla chiamata alla comunione con colui che è l'unico ad adempiere la legge; per questo la giustizia dei discepoli è reale giustizia, perché essi fanno a loro volta la volontà di Dio, adempiendo la legge." ( Bonhoeffer )

Ci è chiesta una giustizia molto più grande di quella degli uomini della Legge.

Tutto ciò non è possibile, se non in virtù di Cristo, che ha fatto sue le esigenze della Legge, per portarle all'epilogo finale e all'esaltazione ultima e definitiva. Vi è un significato implicito e nascosto della Parola che va visto alla luce del Verbo che si è fatto carne. Gesù ne dà subito un'esemplificazione molto chiara.

21 Avete sentito che è stato detto agli  antichi: non uccidere, ma chi avrà ucciso sarà reo di giudizio.  22 Ma io dico a voi che ognuno che si adira col suo fratello, sarà reo di giudizio.

L'affermazione "ma io dico a voi" non vuole affatto essere una smentita di quanto detto, ma rinvia alla necessità di una lettura e di una comprensione che è solo nel Figlio e in virtù del Figlio. Il comando "non uccidere" va ben oltre la semplice interpretazione letterale. E’ omicida non solo chi uccide in senso materiale, ma anche e ancor prima, chi uccide in senso spirituale. Chi si adira col proprio fratello, l'ha già fatto morire nel proprio cuore. Voglia Iddio che l'ira sia repressa dentro di noi: in ogni caso il semplice adirarsi è sintomatico della mancanza d'amore e di uno spirito omicida. Siamo tutti complici e corresponsabili di un'universale disobbedienza alla Legge di Dio. Nella sua forma più superficiale il giudizio che viene dalla Legge sembra colpire alcune persone e risparmiarne altre: ma non è così. Si illudono, falsamente, gli scribi e i farisei di aver trovato una loro giustizia, che sia conforme alla Legge. La  Legge smaschera una disobbedienza a Dio che tutti include e nessuno esclude. Solo un rapporto ingannevole con i comandamenti di Dio può portare alla conclusione che si può essere giusti, senza essere giustificati dal Cristo.

Chi poi avrà detto al suo fratello stolto, sarà soggetto al sinedrio.

Sarà giudicato l'uomo che si adira nel suo cuore, ma, ancor più, l'uomo che preso dall'ira non sa trattenere la parola. Per lui non ci sarà un semplice giudizio di riprovazione da parte del Padre, ma dovrà affrontare un vero e proprio tribunale con la presenza degli angeli e dei santi. Chi si adira soltanto nel proprio cuore e non lascia seguito all'ira, pecca solo davanti a Dio e sarà giudicato solo da Dio. Chi lascia libero sfogo alla parola offende, non solo Dio, ma anche il fratello e sarà quindi giudicato da Dio e dai fratelli. Ma il discorso di Gesù va ben oltre il semplice giudizio che può incontrare la misericordia e il perdono di Dio. Vi è anche un giudizio che è di riprovazione e di condanna, che Dio non può perdonare, perché colpisce al cuore il significato e la portata della salvezza. Altrove questo peccato viene chiamato peccato contro lo Spirito Santo. Il peccato contro lo Spirito Santo è il rifiuto della grazia che Gesù ci dona tramite il suo Spirito. Si può misurare e valutare in rapporto al Figlio, ma si può anche misurare e smascherare in rapporto ai fratelli; perché la bocca dell'uomo svela il suo cuore e, ogni volta che parliamo, noi manifestiamo il nostro essere fondati o non fondati nella Parola di Dio.

Chi poi avrà detto pazzo, sarà soggetto al fuoco della Geenna.

Cosa significa tutto ciò? Basta una sola parola di offesa per meritare la dannazione eterna? Evidentemente Gesù non vuole fare una graduatoria di parole cattive, ma evidenziare e far risaltare la ragione prima della parola cattiva, perché la diciamo, con quale intenzione, e infine con quale spirito. E' peccato adirarsi nel proprio cuore ed è peccato offendere il fratello, ma si può sperare di uscire indenni dal giudizio in virtù della misericordia divina, che colma e perdona i nostri limiti e le nostre miserie. Ma, a volte, il peccato di parola manifesta un rapporto con la Parola, completamente scisso, avulso, nemico di Dio. Dare del pazzo ad un fratello è l'insulto più grave, più offensivo che si possa immaginare. Ma chi è il pazzo? Il pazzo è una persona che è, o meglio appare ai nostri occhi, completamente esclusa dalla vita, in quanto manca di quegli attributi dell'anima che sono a fondamento della vita e della possibilità della vita. Vi è una pazzia di tipo morale, spirituale, vi è una pazzia che ha connotati più propriamente patologici, di tipo strutturale. L'interesse primo di Gesù è, ovviamente per quanto concerne un giudizio di tipo spirituale, che vuol escludere il fratello dalla comunione nell'unico Spirito e nell'unico amore. Le ragioni per cui si chiama e si considera pazzo un fratello di fede possono essere semplicemente due: o la sua vita è talmente colma di Spirito Santo che noi  ne rifiutiamo la sua espressione e manifestazione, per i suoi aspetti così radicali, che ci sembrano una assurdità, oppure  al contrario, la vita del fratello ci appare talmente presa dal peccato che non riusciamo ad intravedere alcuna possibilità di riscatto e di redenzione. In entrambi i casi non è semplicemente il rifiuto dell'uomo, ma della salvezza che è donata all'uomo. Anche di Gesù, sappiamo, si diceva che era fuori di sé, per le sue parole e per i suoi atteggiamenti estremi che mettevano  a nudo la falsità dei cuori.

Certi sorrisi e certi cenni di capo dicono altrettanto bene delle parole cosa pensiamo dei nostri fratelli e della loro vita. L'insulto può essere una semplice reazione emotiva,  non illuminata dall'amore, e degna di essere riprovata, ma è ancor peggio quando manifesta una convinzione che chiama direttamente in causa lo Spirito di Dio. Se il fratello è pieno di Spirito Santo, invece di offenderlo, dà lode a Dio per il dono che è dato per il bene di tutti; se il fratello è lontano dal Signore, non disprezzarlo e non escluderlo dal tuo amore, ma confida nella grazia e nella potenza di risurrezione che viene da Gesù, tramite il Suo Spirito. Non c'è peccato così grande che Dio non possa perdonare, né una vita così perduta che il Figlio non possa salvare. Accogli e fa tua la ricchezza spirituale del fratello, porta la speranza in tutti i cuori, anche in quelli che ti sembrano così lontani. Benedici tutti gli uomini e non maledire nessun uomo, per non essere, a tua volta maledetto dal Signore.

Abbiamo sottolineato il senso primo delle parole di Gesù, non vogliamo trascurare un'interpretazione in senso lato che considera il nostro rapporto con la pazzia, in tutti i suoi aspetti, anche quelli non così direttamente collegati allo Spirito Santo. Perché non esiste soltanto una pazzia intelligente, ma esiste anche una pazzia che è mancanza d'intelligenza e non sembra che il cuore dell'uomo sia molto tenero nei confronti dei malati psichici, né le sue parole trabocchino di gioia e di esultanza tutte le volte che si imbatte, suo malgrado, in un subnormale. Ci confortano le parole di Gesù: " Chi poi avrà detto pazzo, sarà soggetto al fuoco della Geenna". Il Signore trascura volutamente un diretto riferimento a chi è fratello di fede, non solo come si intende comunemente perché questo è già scontato e implicito nella logica del suo discorso, ma, al contrario per liberarci dalla tentazione di non considerare fratello chi non è in grado di comprendere il senso della salvezza, così come esso si esprime attraverso le forme create della parola. L'amore di Dio non è un amore indifferenziato e segue vie e canali ben definiti. Si riversa dapprima sul suo popolo, e da Israele a tutte le genti: è un amore finale e in quanto tale non va confuso col sentimento dell'umana compassione, che ignori il fondamento e il fine della vita. E' un amore esclusivo, in quanto non ammette altro Dio, se non quello che si manifesta in Cristo Gesù, ma nel contempo è anche un amore inclusivo in quanto è donato a tutti gli uomini, senza esclusione di alcuno. Se Dio vuole e cerca tutti gli uomini, senza eccezione, perché vuoi tu creare l'eccezione? Siamo tutti pazzi e ugualmente bisognosi della misericordia divina.

Il problema non è certo quello di negare o di nascondere a tutti i costi una determinata realtà che cade direttamente sotto i nostri occhi, ma il modo con cui ci atteggiamo di fronte a questa realtà. Chi è "pazzo" non è affatto diverso da noi o da altri. Il concetto di diversità è creato dalla stoltezza dell'uomo incapace di comprendere che siamo figli dell'unico Padre, oggetto dell'unico amore. Non esiste una vita che abbia più valore di un'altra, esistono, se caso mai, situazioni e condizioni diverse di vita, tutte ugualmente fondate in Dio e frutto del suo Amore. I malati mentali, non solo non sono esclusi dalla vita, ma rappresentano una condizione di vita particolarmente significativa in rapporto alle conseguenze del peccato d'origine e all'opera di salvezza del Signore. Sono i fratelli che pagano il prezzo più alto per un peccato che tutti abbiamo commesso. Non pagano solo per se stessi, ma anche per tutti gli altri. Sono le membra del corpo che soffrono di più e, proprio per questo, vanno trattate con maggior cura e con maggior riguardo. Chi esclude il pazzo dalla propria vita, esclude se stesso dalla Vita. Accade sovente che nella stessa chiesa le persone psichicamente malate siano emarginate e non considerate. Si accetta la povertà e la deformità fisica, purché intelligente, non si accetta che alla povertà fisica sia aggiunta anche quella psichica. In alcuni casi si negano gli stessi sacramenti, quasi la malattia mentale dissacri il divino. Che dire allora del peccato: non è esso una pazzia infinitamente più grave e per di più colpevole, che ci rende indegni dei doni del Signore? Che dire poi di coloro che negli psicopatici vedono solo degli indemoniati? Non è anche questo un rifiuto, seppur velato, del malato mentale? Si accetta la malattia mentale, solo nella prospettiva di una possibile guarigione e si moltiplicano all'uopo esorcismi e preghiere che hanno ben poco dello spirito cristiano. Non si accetta il malato mentale che tale è e tale rimarrà per sempre: e anche in questo si manifesta l'uomo carnale. Carnale è l'uomo che schiavo della propria psiche non riesce ad attingere alla realtà dello Spirito e, proprio per questo esclude dalla propria vita chi è psichicamente povero: non ne accetta la compagnia e il confronto, perché si sente impoverito. L'uomo spirituale, al contrario, cerca l'amicizia di coloro che non possono dargli nulla, in senso psicologico, per essere arricchito spiritualmente dal Signore. Infelici quei cristiani che mascherano e falsificano la stessa fede, riducendola alle sue espressioni ed esigenze psicologiche: non attingeranno mai all'Amore di Dio. Attenzione alle simpatie! Sotto la veste della semplicità e dell'innocenza si nasconde a volte un terribile inganno. Ama tutti i fratelli ma, innanzitutto, ama i fratelli che hanno un'anima più povera, per essere, a tua volta, amato dal Signore. Fuggi l'espressione estetica della fede, cerca il silenzio, la solitudine e l'amicizia di coloro che non possono rompere questo silenzio e questa solitudine. Non esiste un amore a Dio che non sia al contempo, per sua grazia, amore al prossimo. La conclusione di Gesù è illuminante: non solo non dobbiamo offendere né ,tanto meno, condannare il fratello, ma dobbiamo prevenire col nostro amore qualsiasi forma di divisione, di rancore, di inimicizia.

23 Se dunque offri il tuo dono all'altare, e qui ti sarai ricordato che tuo fratello ha qualcosa contro di te...                                                                                            

Se sei un vero cristiano che offre al Signore la propria vita, l'unico dono a Lui gradito e, nel momento stesso in cui tutto rimetti nelle mani di Dio, ti ricordi che tuo fratello ha qualche risentimento contro di te...

24 lascia qui il tuo dono davanti all'altare e va prima a riconciliarti col tuo fratello, e allora, venendo, offrirai il tuo dono.

Può darsi che nel tuo cuore tu non provi alcun rancore o senso di colpa. La tua logica ti suggerirebbe di aspettare che sia l'altro a fare il primo passo, perché è lui ad essere adirato con te e non viceversa. Ma quando sei davanti al Signore non puoi ignorare che Lui per primo è venuto a cercarti nel tempo dell'inimicizia, che Lui il giusto si è umiliato per te, che sei e rimani l'ingiusto. E allora, se veramente credi alla misericordia di Dio, fa come il Figlio, va incontro per primo al fratello che si è allontanato dall'Amore. Come puoi sperare di godere, ogni giorno, della misericordia del Signore, senza farti suo imitatore? Lascia il tuo dono davanti all'altare: è in un posto sicuro, nessuno te lo porterà via. Va prima a riconciliarti col tuo fratello e allora, venendo, offrirai il tuo dono. Dopo che avrai fatto la volontà di Dio, cioè dopo che avrai perdonato, "venendo" al Signore, consapevole del Suo amore, potrai offrirgli la tua vita, perché sia colmata dalla Sua misericordia e benedetta dal Suo amore. Solo allora sarai beato davanti a Dio, perché misericordioso come il Padre che è nei cieli. Conoscerai non solo la gioia di chi è perdonato, ma anche la gioia di chi perdona, perché già perdonato.

25 Sii consenziente col tuo avversario con prontezza, finché sei in cammino con lui, perché non accada che consegni te l'avversario al giudice e il giudice consegni te al ministro e tu sia messo in prigione. 26 In verità dico a te, non uscirai di lì finché non renderai l'ultimissimo quadrante.

Il discorso di Gesù segna ora un salto di qualità, che, di solito, non viene recepito dalla esegesi tradizionale, che si ferma al senso più immediatamente comprensibile.

Viene spontaneo considerare queste parole come un'estensione di quanto già detto riguardo alla misericordia e al perdono. Dobbiamo riconciliarci con i fratelli che hanno qualcosa contro di noi e fare la pace con i nostri nemici. Chi è misericordioso è anche pacifico, chi fa opera di misericordia, fa anche opera di pace.

Dobbiamo usare misericordia ai fratelli e fare la pace con i nemici, ma tutto ciò non è possibile, se prima non ci confrontiamo con Colui che è la misericordia e con Colui che è la pace. Ti è chiesto di usare misericordia, perché hai già trovato la tua misericordia. Ti è chiesto di fare la pace con il nemico, perché Cristo ti ha già donato la Sua pace. Il richiamo di Gesù a questa offerta di pace che viene dal cielo è forte e perentorio. Come puoi fare pace col tuo fratello, se prima non hai fatto la pace con Dio? Si può essere in pace col Padre, quando si rifiuta il Figlio?

Il discorso di Gesù si fa velato e sottile. Parla per chi vuol comprendere e, come sempre in questi casi, si esprime nella forma del paradosso. Ma cos'è un paradosso? Il paradosso è un discorso strano che non va considerato nel suo significato letterale, ma in quello del simbolo e della figura. Il senso del paradosso è tutto nella conclusione che dobbiamo trarne. Ed è la conclusione che illumina i singoli passaggi del discorso e non viceversa. I paradossi di Gesù non si comprendono se non per illuminazione divina, hanno un significato per certi aspetti soggettivo, in quanto legato ad un nostro rapporto con la Parola. Un modo di esprimersi paradossale richiama un'interpretazione paradossale, che può farci apparire degli stolti, oppure delle persone che forzano oltre misura il testo. Noi non vogliamo difendere ad oltranza una nostra lettura, la riportiamo semplicemente, così come ci è venuta, in un modo per noi molto chiaro e convincente. L’avversario di cui parla Gesù non è un qualsiasi avversario, né, tanto meno, il diavolo. Una simile chiave di interpretazione ci porterebbe ad un non senso finale, superabile soltanto con vere e proprie alterazioni del significato delle singole parole. L’avversario è proprio lui, Gesù. Ma com'è possibile che il Cristo che annuncia la salvezza si presenti sotto la veste del nemico? Ciò è possibile soltanto nella logica del paradosso, che inverte ruoli e situazioni. Non è vero che Gesù è il nostro nemico; è vero però il contrario: che noi siamo nemici di Gesù. Il Signore veste, per paradosso, i nostri panni, per invitarci alla conversione, alla necessità di considerare in modo nuovo e diverso il rapporto con Lui. Ha senso professare la propria amicizia con il Padre e poi rifiutare la salvezza del Figlio? Eppure questa è la condizione dell'uditorio di Gesù. Il popolo eletto deve fare una scelta radicale di conversione all'annuncio del Salvatore. Da un lato vi è un atteggiamento di rifiuto da parte della massa, che non comprende e non vuole comprendere, dall'altro lato ci sono dei cuori che devono fare violenza a se stessi per accogliere la parola di Gesù: una parola dura, difficile da accettare, più simile a quella di un nemico che a quella di un amico.

E il Figlio, evidentemente, parla solo a questi ultimi, a quelli che cercano di capire.

Sii consenziente col tuo avversario con prontezza, finché sei in cammino con lui.

Non ci piace la traduzione corrente "mettiti d'accordo": è già un primo tradimento del senso proprio della Parola. Il mettersi d'accordo significa che, in qualche modo, si viene a patti, e chi viene a patti può ben ricorrere all'astuzia, al sotterfugio, scegliere per opportunismo. Ma con Gesù non è così: non è ammassa falsità né, tanto meno, possibilità alcuna di compromesso. "Esto consentiens" ( sii consenziente ) vuol dire molto di più: "cum sentire" significa pensare come l'altro, dare ragione all'altro, convertirsi alle ragioni dell'altro in modo pieno, assoluto, radicale. E' difficile convertirsi completamente, in un solo attimo, ci vuole del tempo, ma l'invito di Gesù è pressante. "Sii consenziente...con prontezza". Metticela tutta, subito, senza perdere tempo: la posta in gioco è molto alta. Nessuno ti garantisce che ci sarà un'altra occasione. Fallo finché sei in cammino con Gesù, finché il Figlio di Dio è vicino a te e ti dona la sua parola e la sua grazia. Non discutere: dagli ragione con prontezza, in tutto e per tutto.

Perché non accada che consegni te l'avversario al giudice e il giudice consegni te al ministro e tu sia messo in prigione.

Arcano mistero della sapienza di Dio che sa leggere nei cuori dell'uomo non solo il loro destino ma anche il proprio destino e la propria sorte! Come non vedere in queste parole una profezia del Figlio dell'uomo che già vede nel suo popolo la volontà di consegnarlo al giudizio perché sia condannato? E tutto questo, ovviamente, col benestare dell'autorità religiosa che è garanzia di verità e di giustizia divina. Ma Gesù ci mette in guardia: Attento che le cose non vadano a finire in modo diverso, e che alla fine, mentre credi di poter trascinare in giudizio il Figlio dell'uomo, non sia Lui a consegnare te al giudizio del Padre. Vero giudice è solo il Padre e veri ministri sono i suoi angeli; vero carcere è la dannazione eterna: un carcere da cui non si può uscire in alcun modo, se non pagando un riscatto che non ha prezzo.

Il Figlio sarà condannato a morte, ma si libererà dal carcere della morte, tu invece rischi di essere condannato ad un carcere, da cui non potrai uscire in eterno.

In verità, dico a te, non uscirai di lì finché non renderai l'ultimissimo quadrante.

Un discorso paradossale si conclude con un'espressione paradossale che illumina e dà senso a tutto il resto. "Novissimum quadrantem" è l'ultimo dei quadranti che sono stati coniati, il più nuovo di zecca in assoluto. Ma quale uomo potrà mai pagare, per il riscatto della propria anima, tutti i quadranti, denari diremmo noi, di questo mondo?

Nessuno! E nessuno condannato alla Geenna potrà mai riscattare la sua vita, se prima non si sarà fatto riscattare dal Cristo, e dal Suo sacrificio.

Cromazio ci riporta le interpretazioni più comunemente diffuse nella chiesa dei suoi tempi: " Di queste parole del Signore, alcuni pensano che si debbano intendere così: affermano cioè che un tale avversario, che ci è divenuto nemico per colpa sua o altrui, debba essere prontamente richiamato alla pace e all'amicizia, mentre siamo in strada con lui, cioè nel corso della vita presente, perché, quando si sia partiti da questo mondo, ciascuno, in quanto immemore della carità e colpevole di inimicizie, non cominci ad essere presentato a Dio giudice e dal giudice ad essere consegnato alla guardia, cioè a chi è preposto ai tormenti, affinché, gettato nel carcere della Geenna, paghi il fio del suo peccato. Ma questa affermazione non sembra avere in sé una spiegazione esauriente. Che, infatti? Se uno dei fratelli ci diviene avversario per motivo della fede, forse  si deve accordare il consenso alla sua incredulità, perché non sussista discordia in materia di religione? Abbiamo per avversari anche i pagani, che si oppongono alla nostra fede... Forse anche per simili avversari bisogna fare in modo di accordare un sacrilego consenso al loro volere, perché non continuino ad essere nemici? Ma non solo non bisogna aderire alle loro sacrileghe convinzioni, ma bisogna, anche, resistere ad essi con fede invitta. Alcuni anche credono che qui si debba intendere chiaramente il diavolo, ma non vedo con quali argomenti affermino questo. In che cosa, infatti, sii deve accordare il consenso al diavolo, il cui impegno è quello di suggerire, raccomandare, estorcere ogni mezzo contro la fede, contro la salvezza e la religione divina? Altri, invece, la cui spiegazione mi pare più esauriente, ritengono che per avversario si debba intendere qui lo Spirito Santo, che avversa i vizi e i desideri della carne... A questo avversario, dunque, del peccato e dell'errore umano, che ci suggerisce ciò che è giusto e santo, il Signore ci ordina di obbedire in tutto mentre siamo per via con lui, cioè compagni di viaggio nella vita presente, affinché possiamo avere la pace eterna e la perpetua unione con lui. Ma se uno non avrà dato ascolto e si sarà opposto senza possibilità di difesa alla volontà dello Spirito Santo, non c'è dubbio che un simile uomo, dopo aver lasciato questa vita, debba essere presentato al Figlio di Dio, che è giudice dei vivi e dei morti, dal quale sarà consegnato alla guardia, cioè all'angelo dei tormenti, per essere inviato al carcere della Geenna." ( Cromazio )

27 Avete sentito che fu detto agli antichi: Non commetterai adulterio.

Dopo aver considerato l'amore in rapporto al fratello,  per concludere con l'affermazione e l'esaltazione della sua dimensione verticale che, innanzitutto, è riconciliazione col Padre in virtù del Figlio, Gesù affronta  una delle realtà più delicate e complicate della vita: il rapporto tra l'uomo e la donna. E non a caso: perché è soprattutto in rapporto all'altro e all'altra che si evidenzia la necessità e la priorità di un amore che sia innanzitutto per Dio, davanti a Dio, conforme alla volontà di Dio.

La Legge mosaica condannava l'adulterio e già questo poteva sembrare una limitazione molto grande, ma Gesù va molto oltre, condannando la stessa intenzione del cuore.

28 Ma io dico a voi che ognuno che guarderà una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.

Ancora una volta Gesù mette in evidenza come un approccio superficiale e sbagliato con la Legge porti i cuori fuori strada. Lo spirito di osservanza della Legge non è la linea di demarcazione e di divisione tra i giusti e gli ingiusti, semmai ratifica e sancisce una universale disobbedienza al comando di Dio. Tu che hai sempre cercato di essere fedele alla Legge, non puoi considerarti giusto, ma, al contrario, dovresti essere arrivato alla convinzione che sei ingiusto davanti a Dio. Ne vuoi un'altra prova? Pensi di non essere adultero solo perché non hai mai tradito tua moglie? Ebbene, io ti dico che si commette adulterio ogni volta che si guarda una donna per desiderarla. E questa volta Gesù non si esprime affatto per paradosso: dice la verità nuda e cruda. E’ veramente strano lo Spirito dell'uomo: non comprende i paradossi della Parola, ma vede il paradosso là dove non c'è. E anche in questo si manifesta il nostro essere malvagio: nell'incapacità di accogliere la parola del Signore così com'è, senza nulla togliere e nulla aggiungere. Quante volte abbiamo mormorato fra noi o in coro, con disappunto: "E' un'esagerazione!" Niente affatto! E' la pura e semplice verità. E a male estremo, estremo rimedio!

29 Perciò se il tuo occhio destro ti scandalizza, strappalo e gettalo via da te: ti conviene infatti che perisca uno solo dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna. 30 E se la tua mano destra ti scandalizza, tagliala e gettala via da te; ti conviene infatti che perisca uno solo dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada nella Geenna.

Il "perciò" iniziale ci dice, in modo inequivocabile, che Gesù sta parlando di tutti quei tagli che sono necessari nei nostri rapporti con la donna. Non può esserci amore immediato, ma solo un amore mediato ed illuminato dallo Spirito di Dio. E questo anche quando ci appare così naturale, così lecito, così spontaneo, come tutto ciò che è strutturale all'uomo. Qualsiasi attaccamento rende il cuore impuro. Per questo dobbiamo togliere dai nostri occhi e dalle nostre mani tutto ciò che è di impedimento nel rapporto con Dio. Ma il riferimento alla realtà sessuale è molto evidente e molto marcato. Cosa c'è di più prezioso e di più caro per l'uomo della donna? Non è essa il suo occhio destro e la sua mano destra, carne della propria carne, vita della propria vita? Quale uomo non si sente come mutilato ogni volta che deve "perdere", nel suo rapporto con la donna? Quante mutilazioni ci fa Dio, per il nostro bene, contro la nostra volontà! Dovremmo esserGli grati e non provare invidia per quelli che sembrano più fortunati. Certi tagli lasciano il segno, ma sono un dolore e una croce benedetti dal Signore, perché ci conducono alla vita eterna. Ma, evidentemente, non siamo stati mutilati abbastanza, se Gesù ci dice che dobbiamo automutilarci. Felice  l'uomo che è sempre pronto a tagliare; infelice l'uomo che cerca le occasioni e approfitta delle occasioni!

“Alcuni pensano che questo comando si debba intendere riferito ai figli e ai parenti, che ci sono cari e diletti come gli occhi del corpo, così che, se per caso alcuni di essi, essendo contrari alla nostra fede e alla nostra speranza, provocano scandalo, siano gettati lontano da noi e siano considerati nemici della nostra salvezza, affinché ciascuno di noi, condividendo la sorte di tali uomini increduli e blasfemi, non sia condannato alla loro stessa pena”. ( Cromazio )

"Sarebbe inutile tagliare delle membra, se non può essere tagliato anche il cuore. Dal momento infatti che la concupiscenza è assimilata a un'attività, è inutile recare un danno al corpo, se rimane l'impulso della volontà. ( Ilario )

31 Ancora è stato detto: "Chiunque avrà rimandato sua moglie, le dia il libello del ripudio.

Il discorso di Gesù è molto duro da accettare e sembra proprio inconciliabile con lo spirito della Legge, la quale veniva incontro alle debolezze dell'uomo e non richiedeva un taglio così drastico. Cristo previene i suoi interlocutori: "Ma voi direte che Mosè aveva concesso all'uomo di rimandare la moglie, allorché avesse trovato in lei qualcosa di brutto." Come conciliare le parole di Gesù con quelle della Legge? Non sono due strade diverse: una molto stretta ed inaccettabile, l'altra più larga e più a misura d'uomo? Il discorso è ripreso in Matteo 19, qui Cristo taglia corto.

32 Ma io dico a voi che ognuno che rimanderà sua moglie, se non a motivo di fornicazione, la fa adulterare e chi sposa la ripudiata commette adulterio.

Bando agli equivoci! Non è concesso all'uomo rimandare la propria moglie, né sposare la ripudiata. E l'eccezione conferma la regola: "se non a motivo di fornicazione". Ma il Satana, si sa, cacciato dalla porta, cerca di entrare dalla finestra e l'eccezione può diventare la regola. E' noto che questa frase è stata variamente interpretata ed ha suscitato nella chiesa vivaci polemiche e contrasti. Vi è una lettura in senso stretto, vi è una lettura più "larga". Secondo i padri, Gesù si riferisce alle varie forme di convivenza, non conformi alla Legge e non sancite dalla Legge: sempre di moda, ieri come oggi. In questo caso il rapporto, anche se non strettamente adulterino, è pur sempre di fornicazione: non ha ragion d'essere. La consuetudine di una vita in comune non comporta, di per sé, un vincolo, perché non vincolata alla e dalla Legge di Dio. In questo caso l'uomo può rimandare la moglie, se così si può chiamare, senza problemi di coscienza, perché l'unione non ha alcun valore e alcun significato davanti a Dio. In caso contrario, se pensa di tenerla con sé, deve contrarre regolare matrimonio, secondo le norme della Legge. Si può anche optare per una interpretazione più larga. L'uomo non può rimandare la moglie, se non nel caso sia una fornicatrice: l'infedeltà dell'altra rende  libero l'uno e viceversa l'infedeltà dell'uno rende libera l'altra. Fino a questo punto potremmo essere tutti d'accordo: le due interpretazioni non sono discordanti, semmai si completano e si integrano l'una con l'altra. Iddio ci ha chiamato a vivere nella libertà e, a volte, ci possono essere situazioni limite, in cui è  praticamente impossibile convivere con chi non è fedele. In ogni caso, e qui cominciano le diversità di veduta, l'uomo che rimanda la moglie non può risposarsi. Riprenderemo altrove il discorso. Concludiamo, semplicemente, col dire che, in ogni caso, l'eccezione non può diventare la regola, una consuetudine che si abbraccia facilmente e volentieri, solo perché comoda. Voglia il cielo che chi ha scelto la strada dell'eccezione, abbia scelto anche la strada della regola e della madre delle regole: "Se il tuo occhio destro ti scandalizza, strappalo..., se la tua mano destra ti scandalizza, tagliala..." Chi taglia tagli sempre e solo per fare la volontà di Dio e non la propria, ben sapendo che chi rimanda la moglie ingiustamente, si rende responsabile e colpevole di adulterio. "La fa adulterare", sia perché la fa apparire agli occhi del mondo una donna infedele, sia perché la espone al desiderio di un altro uomo. E' veramente triste lo stato della donna cacciata ingiustamente dal marito o costretta ad andarsene. Dio avrà riguardo alla sua povertà, ma guai all'uomo che si rende responsabile della sua condizione.

"Mentre la Legge aveva accordato la facoltà di notificare il divorzio con la garanzia di un atto di ripudio, ora la fede evangelica non solo ha ordinato al marito di avere sentimenti di pace, ma gli ha anche imputato la colpa di aver spinto sua moglie all'adulterio, nel caso in cui costretta dalla separazione, ella si trovasse nella necessità di sposare qualcun altro. Ha prescritto come unico motivo, che giustifichi l'abbandono del legame coniugale, il disonore causato al marito dall'unione con una moglie prostituta." ( Ilario )

33 Inoltre avete sentito che è stato detto agli antichi: "Non spergiurerai, ma renderai al Signore i tuoi giuramenti. 34 Ma io dico a voi di non giurare del tutto, né per il cielo, perché è trono di Dio, 35 né per la terra, perché è sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è città del grande re, 36 né per la tua testa giurerai, perché non puoi fare bianco o nero un solo capello.

Il giuramento è una consuetudine molto antica, forse quanto l'umanità stessa.

Non è semplice espressione della cultura e della mentalità di un popolo, ma possiamo dire che è un'esigenza quasi strutturale dell'uomo garantire la propria parola. Nel giuramento è nascosta una consapevolezza più o meno esplicita del valore e dell'importanza della parola, come fondamento della vita, come ciò che la valorizza, come realtà tipicamente ed esclusivamente umana. Il giuramento può essere accompagnato da un gesto che suggella la parola, senza nulla aggiungere ad essa. Si può giurare per se stessi, ma anche per qualcuno che è al di sopra di noi stessi. Questo qualcuno si fa garante di quanto giurato: in caso di inadempienza ci attiriamo addosso la sua ira e la sua punizione. Ma perché il giuramento? Se da un lato vi è la consapevolezza dell'importanza e del valore della parola, dall'altro lato vi è l'esperienza del quotidiano tradimento della parola. Chi giura, quindi, garantisce di un proprio rapporto con la parola, secondo verità e giustizia.

Nel giuramento è tutta la mentalità e lo spirito della Legge: si ammette la possibilità della menzogna e dell'inganno, ma si è fiduciosi che l'uomo, con la sua buona volontà e con le sue forze, possa superare il peccato e farsi garante di se stesso. Si giura in nome di Dio, non per dire: "Il Signore mi aiuti a mantenere la promessa"; ma solo per invocare la Sua punizione nel caso di inadempienza. Ed è per questo che l'uomo che giura si condanna da solo davanti a Dio: perché dà garanzie riguardo a se stesso che non può dare, invoca la punizione di Dio, invece di invocare la Sua misericordia e il Suo perdono. Chi giura ha da Dio proprio quello che non vorrebbe avere, cioè la riprovazione e la condanna, perché crede in se stesso e nella propria giustizia: come è giusto ai propri occhi, così vuol apparire a quelli degli altri e a quelli di Dio. Ma il Padre, sappiamo, ha posto tutta la sua compiacenza nel Figlio, si fida solo di Lui: riguardo all'uomo è testimone non della sua bontà, ma della sua malvagità. Per questo: "non giurare del tutto”! Non ha senso, è come tirarsi la zappa sopra i piedi, aggiungere peccato a peccato, ira ad ira. Riguardo a noi stessi, non possiamo dare alcuna garanzia e non ha senso tirare in ballo Dio. Il Padre è al di sopra e al di fuori della nostra miseria, trascende il nostro peccato quotidiano. Né vale giurare per il cielo, perché è trono di Dio, né per la terra, perché è sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è città del grande re. Tutto il creato viene da Dio e appartiene a Dio, garantisce e testimonia la bontà del suo Creatore, non quella dell'uomo. Né per la tua testa giurerai", perché se il tuo Creatore non può garantire per te, tanto meno tu potrai garantire per te stesso. "Perché non puoi fare bianco o nero un solo capello." Non sei padrone di te stesso, come puoi garantire di te stesso?

"I giudei erano noti perché sempre avevano la pessima abitudine di giurare per gli elementi, cosa che i profeti rimproveravano loro di frequente. Chi giura, venera o ama colui per il quale giura. Nella Legge è prescritto di non giurare se non per il Signore Dio nostro. I giudei, giurando per gli angeli, per la città di Gerusalemme, per il tempio e per gli elementi, veneravano creature e cose materiali con l'onore e l'omaggio che si deve solo a Dio. Osserva infatti che qui il Salvatore non ha proibito di giurare per Dio, ma per il cielo, per la terra, per Gerusalemme e per la propria testa. Il giuramento in nome di Dio era stato concesso dalla Legge ai giudei, considerati come bambini, così come era stato concesso loro di immolare vittime a Dio per evitare che le immolassero agli idoli. Con lo stesso criterio veniva loro permesso di giurare in nome di Dio, non perché fosse giusto farlo, ma perché è meglio giurare per Dio che per i demoni. La verità evangelica però non accoglie il giuramento, dato che la semplice parola del fedele equivale al giuramento." ( Gerolamo )

“Che necessità di giurare ha ciascuno di noi, dal momento che non dobbiamo mentire, ma le nostre parole devono essere sempre così vere, così assolutamente sincere, da valere come giuramento? E per questo il Signore ci proibisce non solo di spergiurare, ma anche di giurare, perché non sembri che diciamo il vero soltanto allora, quando giuriamo; perché non credessimo che fosse lecito mentire, se non si giura, proprio noi che stabilì fossimo veritieri in ogni nostra parola. Infatti questa è la ragione del giuramento, che cioè ognuno che giura, giura per dire la verità. E per questo il Signore vuole che tra il giuramento e ciò che diciamo non ci sia alcuna differenza; perché, come nel giuramento non ci deve essere alcuna slealtà, così anche nelle nostre parole non ci deve essere alcuna menzogna, perché l’una e l’altra colpa, sia lo spergiuro sia la menzogna, è condannabile alla pena stabilita dal giudizio divino, secondo ciò che dice la Scrittura: La bocca che mente uccide l’anima. Chiunque dice il vero, è come se giurasse, perché sta scritto: Il testimone fedele non mente. Perciò la Scrittura divina, non a torto, ricorda che spesso il nostro Dio giura, perché tutto ciò che dice, che è verace e non può mentire, vale come un giuramento, perché tutto ciò che dice è vero. Troviamo, bensì, che qualche volta Dio giura, ma per l’incredulità degli uomini e soprattutto per l’empia infedeltà dei Giudei, che pensano che ogni verità non sia fondata che sulla garanzia del giuramento. Perciò, dunque, anche Dio volle giurare, perché quelli che non credevano a Dio quando parlava, gli credessero almeno quando giurava”.

37 Ma sia il vostro parlare: sì, sì, no, no...

Se è vero che non puoi e non devi giurare, è altrettanto vero che puoi e devi avere un rapporto diverso con la tua realtà: non pretendere di essere quello che non sei, comincia a riconoscere quello che sei. Di' pane al pane e vino al vino: Sii sincero con te stesso, con gli uomini e, prima ancora, con Dio.

ma ciò che è più di questi viene dal maligno.

Ogni tentativo di superare o di mascherare la tua realtà viene dal Satana, il quale ti illude di una tua giustizia, perché tu non ti apra alla giustizia del Figlio. Non ti è chiesto di essere diverso, ma, innanzitutto, di vedere e riconoscere il tuo essere diverso. L'inizio della vita è proprio nella conversione del cuore dalla nostra giustizia a quella di Dio. Gesù conclude il suo discorso considerando l'amore nelle sue manifestazioni estreme che non sono comprensibili se non alla luce della vita nuova che è nel Figlio. Vi è un vero amore verso il fratello e verso colei che ci è sorella, per dono di Dio, ma vi è anche un amore verso coloro che ci sono nemici. Il Signore esige da noi un amore totale, assoluto, perché totale è l'amore che Lui ha verso di noi. Ma come convincere l'uomo della sua mancanza d'amore e di un peccato che è, innanzitutto, davanti a Lui e contro Lui? Più facile convincere l'uomo di peccato nel suo rapporto con gli altri uomini: qui l'amore è più palpabile e visibile: tutti possiamo conoscerlo e giudicarlo. L’amore verso Dio e l'amore verso il prossimo sono legati in modo indissolubile: il secondo dipende dal primo, come l'immagine dalla realtà, pur non essendo identificabile con la realtà. Dall'amore verso il prossimo possiamo conoscere l'amore verso Dio: un amore ambiguo e falso verso il fratello è, prima ancora, un amore ambiguo e falso verso il Padre.

38 Avete sentito che è stato detto: Occhio per occhio e dente per dente.

L'interpretazione letterale della Legge è riduttiva e fuorviante. Il primo e più grave errore è quello di vedere la Legge unicamente nel suo aspetto e significato orizzontale, come insieme di norme che regolano i rapporti tra gli uomini, per una vita migliore e più giusta. In questo caso la Parola di Dio non avrebbe nulla di diverso e di peculiare, anzi potremmo dire che renderebbe Israele uguale a tutti gli altri popoli, mentre la sua diversità è proprio nella diversità della sua Legge. Un uso strumentale della Legge porta ad un'interpretazione riduttiva, che, lungi dall'aprire il cuore dell'uomo all'amore di Dio, crea due mondi distinti e separati: da un lato l'amore assoluto, disinteressato di Dio, dall'altro lato l'amore limitato, interessato dell'uomo, incapace di attingere al fondamento della vita.

39 Ma io dico a voi di non resistere al malvagio, ma se qualcuno ti percuoterà nella tua guancia destra, offrigli anche l'altra; 40 e a colui che vuole contendere con te in giudizio e prendere la tua tunica, lasciagli anche il mantello; 41 e chiunque ti avrà costretto per mille passi, va con lui anche per altri due. 42 Chi chiede a te, dagli, e a chi vuole prendere in prestito da te non voltarti.

La legge va interpretata e vissuta alla luce dell'amore che l'ha donata: e l'amore vuole, innanzitutto, recuperare il fratello a qualsiasi costo. Tutta la Legge fa trapelare e trasparire l'importanza e la necessità dell'amore, ma forte è la tentazione nell'uomo di darne un'interpretazione riduttiva. Come conciliare un amore limitato con l'amore illimitato di Dio? Che senso ha porre dei limiti e delle restrizioni all'amore verso il prossimo, quando ci è chiesto di amare Dio con la totalità del nostro essere?

"Non conviene, certamente, ad un cristiano ricambiare l'offesa, per non essere giudicato simile a quello cui ha reso il cambio. Se, infatti, è male fare un torto a qualcuno, non è privo di colpa colui che ricambia chi gli fa del male e, così, non può essere ritenuto buono chi imita il malvagio... Il Signore ci comanda di essere alacri e pronti ad ogni opera di pietà. Vuole, infatti, che le nostre opere buone dipendano non tanto dalla costrizione quanto dalla volontà personale, perché, mentre di nostra iniziativa facciamo di più di quanto ci viene chiesto dagli altri, otteniamo la gloria di una ricompensa maggiore. E' compito, infatti, di una carità irreprensibile e di una perfetta devozione dare spontaneamente più di quel che ti viene chiesto... Bisogna che dopo la conoscenza della Trinità diamo con animo sollecito il dono della grazia celeste..." ( Cromazio )

Chi chiede a te, dagli e a chi vuole prendere in prestito da te, non voltarti.

"Se riteniamo che queste parole si riferiscano soltanto alle elemosine, è chiaro che molti poveri non potranno osservarle. E anche i ricchi, se sempre daranno, non potranno per sempre continuare a dare. Agli apostoli, e cioè ai maestri, al di là del precetto dell'elemosina è prescritto il precetto di dare gratuitamente ciò che gratuitamente hanno ricevuto. Questo genere di ricchezza non finisce mai, ma quanto più viene dato, tanto più si accresce. Quando irriga i campi sottostanti, l'acqua di questa fonte non si esaurisce mai." ( Gerolamo )

“Ci viene ordinato di custodire in tutto la religione della pietà e della fede, così da considerare come nostra la necessità della tribolazione altrui e da non stimare di più la nostra sostanza del nostro fratello. E perciò, sia che i fratelli ci rivolgano una richiesta sia che nel bisogno ci domandino un prestito, dobbiamo mettere in comune i nostri beni con animo religioso e affetto fraterno, attendendo la ricompensa del premio eterno, secondo ciò che dice Davide: Felice l’uomo che ha compassione e dà in prestito, amministrerà i suoi beni con giustizia”. ( Cromazio )

43 Avete sentito che è stato detto: "Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico."

44 Ma io dico a voi: Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano e pregate per coloro che vi perseguitano e vi calunniano,

Diversa è la nostra interpretazione della Legge, perché diverso è il nostro Dio. Mentre tutti i popoli hanno una legge che è una loro creazione e una loro convenzione, Israele ha avuto la Legge dal suo stesso Dio. E' il dono più grande che il Padre ha fatto ai suoi figli, e il dono non è fatto per allontanare i figli dal Padre, ma perché i figli siano come il Padre.

45 perché siate figli del Padre vostro che è nei cieli, che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. 46 Se infatti amate quelli che vi amano, quale ricompensa avrete? Non fanno ciò anche i pubblicani? 47 E se saluterete soltanto i vostri fratelli, cosa fate di più? Non fanno ciò anche i pagani?

Lo sforzo per osservare la Legge fa tutt'uno con lo sforzo per essere come Colui che ce l'ha data. Un rapporto sbagliato o mancato con la Legge, sottolinea ed evidenzia una falsa bontà dell'uomo; un rapporto giusto e santo con la Legge conclude nell'esaltazione dell'amore e della giustizia del Padre e nel desiderio di essere sempre più simili a Lui.

“Il Signore mostra che noi non potremmo avere il merito dell’amore perfetto, se amassimo soltanto quelli dai quali sappiamo che ci viene reso il contraccambio del reciproco amore, perché sappiamo che un simile amore è comune anche ai pagani e ai peccatori. Perciò, il Signore vuole che noi superiamo la legge comune dell’amore umano con la legge dell’amore insegnato nel Vangelo, così da dimostrare il sentimento del nostro amore non solo verso coloro che ci amano, ma anche verso i nemici e coloro che ci odiano, per imitare in questo l’esempio del vero amore e della vera bontà del Padre”. ( Cromazio )

48 Siate dunque perfetti, così come anche il Padre vostro celeste è perfetto.

Il senso ultimo della Legge è proprio nella richiesta di essere perfetti come colui che ce l'ha data. Ma la Legge, sappiamo, non ci rende perfetti, semplicemente ci fa capire la necessità di essere perfetti. Le parole di Gesù più che un comando sono una profezia. E' finito il tempo della inadempienza: finalmente è venuto Colui che adempirà per noi tutta la Legge. Ciò che è impossibile all'uomo è reso possibile dal Figlio dell'uomo. In Lui, per Lui, con Lui diventa attuale e reale quella pienezza dell'amore che ci rende perfetti come il Padre che è nei cieli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive