Pensieri sulla nuova evangelizzazione (da un opuscolo dattiloscritto)

 

Legittimità di un programma di Nuova Evangelizzazione

 

Riguardo alla stessa terminologia – “nuova” evangelizzazione – che si presta a qualche facile equivoco, è necessario formulare qualche semplice osservazione.

1 Nuova evangelizzazione, non può assolutamente significare “nuovo vangelo”: cioè un contenuto sostanzialmente nuovo dell’annuncio fondamentale, primo ed ultimo.

Cf. Gal 1,6-9: “Mi meraviglio che così in fretta, da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo, passiate ad un altro vangelo. In realtà, però, non ce n’è un altro; solo che vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anatema!”

1Cor 15,1s: “Vi rendo noto fratelli, il vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale state saldi e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti, avrete creduto invano!”.

E occorre aggiungere, non è vero che – come oggi da varie parti usa dire – il vangelo “cresce” e si modifica nel corso della storia: è piuttosto la storia , che, confrontandosi con il Vangelo ne è modificata.

Né il Vangelo ha bisogno di essere cambiato per venire “attualizzato” e meglio rispondere alle nuove dimensioni del vivere e del sentire umano, e alla nuova fisionomia delle civiltà in formazione; anche qui, il processo è inverso: è la storia, nella sua variabilità e precarietà, che deve “attualizzarsi” nel confronto con il vangelo, rimettendosi continuamente in questione rispetto ad esso.

Analogo il discorso riguardo alla cosiddetta “inculturazione”: predicato in tutte le lingue, incarnato in tutti i popoli, e in tutte le stirpi, il vangelo non è “estraneo” nel senso di indifferente o inattingibile – a nessuna cultura: ma rispetto ad ogni cultura rimane quello che è sempre stato, e, per questo, motivo perenne di novità – come offerta perenne di salvezza.

Occorre intendersi bene, al riguardo, sul concetto di “traduzione”: la doverosa traduzione del vangelo è il suo trasferimento fedele, non la trovata di una serie di discutibili “equivalenze”, che  considerate più a fondo spesso si rivelano cariche di equivoci o di banali fraintendimenti. “Considerate più a fondo”: cioè con il doveroso confronto dei due “contesti”.

2 Tuttavia: può e deve verificarsi il rinnovarsi continuo della evangelizzazione:

a. Nella purificazione da ciò che le è estraneo, e che continuamente cerca di insinuarsi nel cuore stesso del vangelo.

È un ben difficile discernimento, che può essere compiuto solo con una conoscenza sempre rinnovata e sempre approfondita della più autentica e costante tradizione, e, - ovviamente – della Scrittura.

Siamo tutti figli del nostro tempo , perfettamente, in buona fede, talvolta, non solo ne respiriamo il clima, ma ne assorbiamo le categorie.

b. nella comprensione sempre più adeguata di ciò che le è proprio.

Compito, questo pure, immane. Il contenuto del vangelo supera ogni possibilità umana di sintesi e di analisi, ed è sempre “al di là” di ogni formula, anche la più santa e la più comprovata dalla tradizione.

La Scrittura e il messaggio della redenzione godono di una giovinezza perenne, ed esigono che non li si coarti in frasi fatte, in formula stereotipe che pian piano rischiano di svuotarsi o – peggio – di venire a significare qualcosa di diverso da ciò che volevano dire all’inizio, al loro sgorgare dalla viva coscienza della Chiesa illuminata dallo Spirito Santo.

Non si tratta di rinnegare o di dimenticare nulla: ma occorre sempre riscoprire, come se quella parola ci fosse detta “oggi”.

c. nell’amore della sua accoglienza: come, appunto, di cosa nuova e inaudita, come di un imprevisto prodigio della sapienza di Dio: vincendo l’inerzia dell’assuefazione e la stanchezza del “già udito”.

Perché, quando il Cristo viene annunciato, è sempre l’incredibile paradosso che, se non provoca stupore, mostra di non essere per nulla capito. In fondo, chi ascolta il vangelo sbadigliando è peggiore di chi lo ascolta contestandolo vivacemente con passione.

d. nella chiarezza e compiutezza con cui viene annunciato, e nello slancio di amore – comprovato dalla testimonianza – con cui viene proclamato il mistero di Dio e del suo Cristo.

È nella misura in cui gli evangelizzatori, e la Chiesa tutta che, inviandoli, li deve sostenere, si appropriano del contenuto del Vangelo, che questo può avvenire. Nulla è sostituibile a questo lavoro personale, e alla crescita umile, e quotidiana, di questo rapporto conoscitivo-esperienziale con la verità rivelata.

Solo questo, del resto, è rimanere nella Parola, secondo il suggestivo e profondissimo linguaggio giovanneo.

e. non si procede con serietà e convinzione a un programma di nuova evangelizzazione, finchè non ci si rende conto dell’inadeguatezza dell’opera di annuncio finora svolta, da noi e talvolta anche da altri o da nostri predecessori.

Il costume di dire sempre bene di tutto e di tutti, anche se ispirato a carità o almeno a gentilezza e bonomia, non è sempre il più confacente a far progredire le cose: senza anacronismi, senza amarezze, senza credere di essere noi i portatori di un mondo migliore, bisogna con misericordia e semplicità guardare in faccia alle cose e chiamarle con il nome proprio.

Dobbiamo sempre avere paura di scandalizzare i piccoli, ma, non meno, dobbiamo guardarci dallo scandalizzare le persone serie e ben intenzionate.

Chiediamoci, dunque:

a. Come è stata svolta, finora, l’evangelizzazione? Quantitativamente: quanti ha saputo raggiungere! È noto – ed è mistero rivelato, insieme a quello insondabile, dell’umiltà del Cristo – che la Chiesa rimarrà sempre pusillus grex, e sarà sempre una piccola cosa nel mondo ( la vera chiesa, intendo ): perché a Dio è piaciuto così.

Ma liberarsi da ogni ambizione quantitativa, da ogni compiacimento nel volerci contare, da ogni nostalgia di piazze gremite ( da chi? ) non significa rinunciare a cercare anche una sola delle pecore del Cristo disperse, e a ricondurre entro il recinto dell’ovile tutti quelli che non si ostinano nel rifiuto e non si mostrano del tutto insensibili alla grazia di un invito, o di un richiamo – e, soprattutto, alla grazia dell’annuncio dell’amore di Dio in Cristo-.

Una impressione diffusa e convalidata da innumerevoli esperienze è che siano di più quelli che, commossi, risponderebbero “sì”, di quelli che si rifiuterebbero con scetticismo od ostile indifferenza.

I “lontani”, in altri termini, sono spesso vicinissimi. Se non si possono includere – subito – tutti, almeno occorre non escludere totalmente nessuno.

B Ed è tempo ora di considerare anche la qualità dell’evangelizzazione.

Troppo spesso è stato ritenuto improponibile, non interessante, faticoso, difficile: mentre, anche qui, esperienze numerosissime mostrano in modo inconfutabile che la chiesa non si sazia di udire la parola di Dio, e che temi come quelli – essenziali al kerigma _ della redenzione, della vita eterna, della vita nuova nello Spirito, non solo interessano moltissimo – talvolta, più quelli che ascoltano che quelli che li annunciano! _ ma sono capaci di scuotere le anime e sommuovere le coscienze , in una parola, di convertire.

Nulla di nuovo: ripetutamente la Scrittura ci attesta questa potenza della parola di Dio. Quando essa non colpisce, talvolta la causa non è di una sua temporanea e misteriosa debolezza, ma di una sua insufficiente “epifania”- sommersa com’è da tematiche e linguaggi umani ingenuamente ritenuti di maggior presa e più attuali.

c. Come è stata recepita l’evangelizzazione?

È la domanda conclusiva di questa prima parte di inchiesta.

A che livello sono, di consapevolezza e di chiarezza di scelte cristiane, le generazioni che sono passate sotto il nostro controllo, che sono vissute nei nostri oratori, che hanno fedelmente frequentato la messa domenicale, luogo privilegiato dell’annuncio abituale: le persone che abbiamo – per certi versi, indiscutibilmente, annoverato fra i buoni cristiani”?

Oltre a una vita morale spesso – ma non sempre – irreprensibile, che cosa c’è di cristiano nel loro pensare più profondo, quale coscienza hanno del mistero fondamentale della fede, quale concezione di quel cristianesimo che li accomuna, in compiaciuta solidarietà, con tanti altri?

La loro sprovvedutezza sul piano della fede e dei costumi, è talvolta gravissima: non sanno, - questo, nessuno mai ce lo aveva detto” – e , non sapendo, sono privati di quello slancio di gioia e di generosità che deve costituire la caratteristica inconfondibile di un cristiano vero.

Perché, diciamocelo con chiarezza, infine che cosa pensiamo noi che debba o possa essere, un “cristiano”?

d. Sulla base di queste premesse, occorre dire che il rinnovamento dell’evangelizzazione non deve e non può consistere soltanto in una ripresa di slancio – rischierebbe, in tale caso, di smorzarsi ben presto, nella inevitabile stanchezza e nella delusione del poco poetico quotidiano – ma in una vera svolta, in una riforma profonda.

La Chiesa – “la grande recommenceuse”, come la chiamava Giovanni XXIII – ne ha sempre bisogno ( “semper reformanda” ) e- per grazia dello Spirito che la inabita – ne è sempre capace.

 

Attuale necessità di una nuova evangelizzazione: le novità più autentiche e le possibilità più nuove

Premessa

Occorre non dimenticare ( nel comune discorso dell’oggi è così, oggi tutto è cambiato ) la sostanziale identità dell’uomo, ai suoi livelli più profondi e nelle sue reazioni più costanti – la essenziale identità dell’uomo di tutti i tempi e di tutte le culture.

La lettura delle Upanishad, come quella del Corano o di Gide o di Kafka illuminano sostanzialmente la medesima immagine dell’uomo, analoghi drammi nel rapporto fra le generazioni, interrogativi permanenti e costanti tentativi di risoluzione o di fuga.

L’homo modernus, di cui tanto si parlò al Concilio e nel post concilio, è un mito: un mito banale, oltre tutto, perché ignora che oggi ci sono ancora uomini – nel profondo uguali a se stessi, come sempre e da sempre – ma di culture lontanissime tra loro.

Dimensionare la “nuova evangelizzazione all’immagine di un uomo moderno, che sarebbe poi il borghese mitteleuropeo o l’americano che appare nelle sterminate pellicole che ne raccontano la stupida vita, sarebbe un errore imperdonabile.

L’uomo moderno è quello di tre quarti dell’umanità che noi non conosciamo, e che lasciamo morire d’inedia o massacrarsi nelle guerre: l’uomo moderno non è riscontrabile nel domani che i mass media tentano di rappresentarci o di farci presagire ( con un notevole pizzico di fantascienza ), ma molto più, quello che si scopre nelle sue radici meditando sulle vicende e sulle testimonianze dei suoi padri.

Paradossale finchè ciò possa apparire, i giovani d’oggi si capiscono di più leggendo la Gita o i grandi autori del secolo scorso ( Dostojewski !) che prendendo troppo sul serio certi fenomeni sociologici imponenti nel nostro tempo, o addirittura ciò che essi credono di sapere di se stessi.

Oltre alla sostanziale identità dell’uomo con se stesso, occorre individuare, nel confronto delle civiltà, i termini comuni dell’agire umano e le costanti suggestive rivelatrici di quella che è la passione, la brama, la follia dell’uomo di tutti i tempi.

La novità del nostro tempo ha dei riscontri non soltanto interessanti, ma davvero rivelatori, con fenomeni riscontrati, per esempio, nei secoli del tardo impero.

Dico questo non per scoraggiare le ricerche di sociologia – religiosa o altro – o per negare aspetti veramente “originali” dei giorni tristi che stiamo vivendo, ma perché tutta la ricerca della nuova evangelizzazione non sia spostata sul binario morto di nuovi modi di porgere l’annuncio corrispondenti a nuovi modi, presunti, di vivere e di sentire.

Dopo questa lunga premessa cautelatrice, cerchiamo di addentrarci nel vivo del problema, e di vedere quanto, oltre che nell’essenziale dell’accoglienza nostra del vangelo e del nostro slancio di fede nel proclamarlo, possa esserci di nuovo nel tempo che viviamo; in senso positivo e negativo: nuove possibilità offerte, e nuovi pericoli incombenti.

I nostri giorni ci impongono, e sempre più ce ne costringeranno, nuovi confronti con realtà che fino ad ora non si erano affacciate all’orizzonte – ancora tanto ristretto e provinciale – della nostra storia.

Prima di tutto, un nuovo impatto con l’aggressività delle religioni e delle ideologie:

1 delle religioni che chiaramente si pongono come alternativa alla presunta insufficienza e sconfitta storica del cristianesimo.

Molto più che all’Islam, la cui presenza fra noi è oggi massiccia, e che tanto impressiona certi ambienti cattolici, penso alle religioni estremo-orientali: e soprattutto al buddhismo ( l’induismo che ha avuto un lungo periodo di straordinaria fortuna, resta una religione indiana e non può pretendere all’universalità, mentre il buddismo ha sempre avuto una forza di espansione formidabile e una coscienza di universalità al di là di ogni dubbio ).

Nei confronti dell’ondata buddhista – per ora, sono solo i primi spruzzi d’acqua che ci colpiscono – il nostro cristianesimo potrà trovarsi in gravissimo imbarazzo: a una religione che non è una fede, e che concentra tutto il suo messaggio nella promessa – non sempre illusoria, del conseguimento di una felicità fatta di pace e di consenso al destino, noi non possiamo opporre un cristianesimo ridotto ad etica, per giunta, piuttosto mondanizzante.

In risposta a una proposta che sembra fatta apposta per l’uomo ( l’uomo, dico, e non l’uomo moderno ), come si può reagire se non facendo appello al mistero della fede, e rimandando all’annuncio del Dio vivente?

Se ci si pone sul piano etico - eudemonologico ( e spessissimo, nella cristianità attuale si rimane su questo ) si è inevitabilmente sconfitti da un discorso che si vuole perfettamente “razionale”, che non fa appello a profondità inaccessibili all’uomo, e che garantisce la soddisfazione del bisogno religioso e difende la barriera di un’etica non volgare.

2 non meno violento – e non meno radicale come l’alternativa – è l’impatto con le ideologie nuove; non più con quelle ancora mitiche e para-bibliche del marxismo nelle sue varie forme, ma con quelle che  si pretendono scientifiche – sociologiche e psicologiche – e in genere con lo scientismo contemporaneo: sicurissimo di sé e del proprio avvenire, e del tutto insensibile a ogni afflato religioso, ma tuttavia non tale – sempre – da rifiutare di riconoscere la necessità di un’interpretazione simbolico-etica, che conceda all’uomo di coprire spazi lasciati vuoti dalla perfezione tecnica e dalle certezze maturate nello sviluppo delle scienze.

3. A questi nuovi rischi e nuovi attacchi corrispondono, per grazia di Dio, nuove possibilità di evangelizzazione.

Possiamo dire, anzi, che raramente la chiesa si è trovata in un’alta congiuntura come si trova oggi, con aperture di orizzonti e attese mai finora verificate: credo davvero che non ci sia motivo alcuno di avere nostalgia di una chiesa “forte”, ma anche tanto legata al mondo e a ciò che è del mondo, quale si è avuta nei periodi “aurei” del Medio Evo.

4. chiedendoci in modo più ravvicinato in che cosa consistano queste nuove possibilità, possiamo rispondere, sommariamente, così:

La mancanza, avvertita in molti ambiti con angoscia e smarrimento, di maestri e di guide (da gran tempo è passata l’epoca non solo di Croce, Gentile, Gramsci, ma anche dei “profeti” Guevara, Ho-Chi, Mao: per non dire, ora, di tutti i leaders dell’Europa Orientale ), ha provocato e fa avvertire un vuoto di autorevolezza, che fa sì che - anche da parte di non credenti – spesso ci si volga alla Chiesa attendendo una sua parola.

Più volte lo si fa con atteggiamento ambiguo, e non sembra si sappia bene che cosa, dalla Chiesa ci sia in realtà da attendersi: ma è indubbio che si guarda in quella direzione – l’ultima Tule – per qualche cosa che non può venire altro che di là.

b. La stessa impavida aggressività delle alternative, che ora si presentano, esige delle risposte chiare e costringe ad esplicitazioni che non lasciano spazio a compromessi ideologici.

La chiesa, in altri termini, è forzata a dichiarare quali sono le ultime possibilità del suo messaggio e dalla sua stessa presenza nel mondo, ora non più concessi per benevolenza o dati con inerzia per scontati: deve, in qualche modo, giustificarsi.

 

I contenuti prevalenti della nuova evangelizzazione.

a. una rinnovata presentazione e testimonianza della fede cristiana

Già incluso nel termine stesso – ambizioso e chiarissimo – di “evangelizzazione”, il contenuto del messaggio da “rinnovare”, senza modificare i termini nei quali lo si è ricevuto, appare con tutta evidenza essere il vangelo stesso.

Occorre prendere sul serio il titolo del programma e non deviare – per timidezza o alla ricerca di altre cose più stimolanti per vie traverse: si tratta di capire come e quanto il vangelo sia capace, sulle nostre labbra e nella nostra pastorale, di diventare, per la nostra generazione, in qualche modo nuovo.

Problema, dobbiamo confessare, difficilissimo.

Tentiamo, umilmente, di accennare a qualche risposta.

2. Il primo rinnovamento decisivo e fondamentale, dovrebbe consistere nel presentare il cristianesimo, con estrema chiarezza, come fede.

Questo, rispetto a uno scadimento nel quale rischiamo continuamente di cadere anche noi ( sale che può diventare insipido ), e nel quale cerca di adescarci – con minacce e lusinghe _ il mondo: lo scadimento – chiariremo il termine – a religione, cioè, a sentimento dell’oltre misterioso della vita, di ciò che va al di là dell’immediato pragmatico, a dimensione intima non ridotta all’unica misura delle cose che appaiono e che passano.

Ottimo davvero, il sentire religioso! E la chiesa è anche tutto questo, e cerca – oggi con particolare fatica  - di risvegliare l’uomo alla percezione delle realtà non visibili, e a farlo vivere nel mondo quale elemento della natura corruttibile.

Ma è questo primamente e principalmente? Se fosse così, la sfida dell’Oriente o delle esperienze legate ai mondi ambigui dello yoga o della magia ( non stranamente tanto in auge, oggi ) ci troverebbe, molto spesso, perdenti.

Non dovremmo, inoltre, accettare troppo facilmente, e senza alcune nette precisazioni, l’interpretazione del cristianesimo come “etica”.

Anzi, come supplemento d’etica offerto a un mondo che sempre più mostra non solo di non possederla, ma di averne bisogno essenziale per vivere, continuando naturalmente, ad essere mondo.

Anche questo, certo il cristianesimo lo è: lo è sempre stata, a differenza di altri mondi religiosi, la rivelazione biblica, che presenta con evidenza assoluta l’inscindibilità di Dio e di luce, di culto e di bene, di verità e di rettitudine.

Ed è vero, anche, che questo mondo sta andando alla malora per la perdita di punti di riferimento etici della più elementare semplicità, e per dottrine troppo facilmente accettate che si sono programmaticamente proposte il superamento – un tragico “oltre”- del confine tra il bene e il male.

Ma resta che il cristianesimo non può ridursi a questo: l’etica cristiana non è che l’espansione e l’epifania della fede. Nulla di più lontano da Kant, o dai deisti: il cristiano deve agire bene perché è suddito e figlio di Dio, perché ama ed è amato dal Cristo, perché crede nella redenzione e nella risurrezione: in questo si qualifica il suo amore per i fratelli, e si specifica – molto al di là di quanto potrebbe andare la ragione - quale “cristiano” il suo comportamento.

3. le due dimensioni sopra accennate ( la religiosa e l’etica ) non possono dunque assolutamente essere trascurate o – peggio – ignorate.

Sono coessenziali con il cristianesimo, che non sarebbe vero se non le inglobasse.

Ma non sono il cristianesimo: e tutte le sollecitazioni che ci vengono oggi a viverlo o a presentarlo in questa luce hanno qualcosa di sinistro, hanno in sé una menzogna che va confutata.

4. ma che cosa significa e che cosa comporta, che il cristianesimo sia presentato quale esso essenzialmente è, cioè quale fede?

La fede deve essere qui intesa, in termini generali e ancora elementarissimi, quale indissociabile – coerente e organica – connessione di certezze di pensiero e di scelte o, nel contenuto oggettivo, indicazioni  di vita.

Ma con le indicazioni vitali che derivano immediatamente dalle realtà rivelate e dagli eventi compiuti: la Parola che viene da altrove ( essa stessa “evento”), e l’evento oggettivamente compiuto e verificato ( non idea, non mito, non simbolo, non ideale, non raffigurazione tipico-esemplare ).

L’assenza di questa dimensione dominante di fede – intesa come riferimento all’evento compiuto della rivelazione, della creazione e della redenzione – spiega, in parte almeno, il facile successo delle religioni orientali, che evitano accuratamente questa pietra d’inciampo e si gloriano di basarsi solo sulla ragione ( è noto l’agnosticismo del Buddha, il più severo critico del mondo religioso come “mito alienante”.

Ma solo se si presenta così, quale esso è per volontà di Dio, il cristianesimo riesce a non essere inglobato in una visione ancora mondana, e asservito alla città degli uomini, intonacando il muro cadente di una società iniqua e omicida.

Solo così esso conserverà intatta la sua libertà e la sua dimensione profetica.

5. Quale sarà la caratterizzante prima e generale di una nuova evangelizzazione, nella quale il cristianesimo appaia più chiaramente, più fortemente, più inequivocabilmente quale fides?

Sarà, necessariamente, una svolta teocentrica, rispetto a quella antropocentrica da tante parti auspicata.

Una svolta da perseguire attraverso una maggiore fedeltà al radicale e appassionato teocentrismo biblico.

Basti richiamare, di passaggio, Isaia (“il Santo” ) e tutto l’Antico Testamento ( “Io solo” ); Paolo ( Tutto è affinchè Dio sia glorificato ), e le dossologie, vera summa del suo pensiero ed espressione suprema del suo sentire; Giovanni ( il fine della missione del Cristo è la rivelazione del nome del Padre e la sua glorificazione).

6. Una ulteriore domanda ci introduce nel cuore del nostro problema, e già orienta verso i contenuti specifici di una nuova evangelizzazione.

Come ricuperare in modo corretto – autenticamente _ cristiano questo teocentrismo?

La risposta è semplicissima, almeno nei suoi termini generali e come indicazione programmatica: seguendo più fedelmente la Bibbia, nei suoi contenuti strutturati intorno al kerigma, che ne è il centro, l’anima, l’unità, la chiave interpretativa fondamentale.

7. Prima di tutto, dunque, partire dal kerigma.

Potrà sembrare pignoleria eccessiva: ma dalla correttezza del punto di partenza dipende tutto, anche se i contenuti finiscano, diversamente ordinati, per apparire gli stessi.

Ma non sarebbero gli stessi, occorre convincersene, se, invece che partire dal mistero dell’amore di Dio in Cristo, si prendessero le mosse dell’esistenza dello spirito, o dell’anima, o anche di Dio quale essere perfettissimo ( cose delle quali, ovviamente, nessuno dubita ): e che andranno poi, a loro tempo, ricuperate e ben chiarite.

Solo mostrando come la gloria di Dio risplenda sul volto del Cristo ( 2Cor. 4,6 ) diremo adeguatamente qual è il nostro Dio, il Dio vivente, che è il Padre del nostro Signore Gesù Cristo.

A questo punto, già il nostro Dio non ha nessuno, nessun Dio, che gli sia simile: e tutto il contenuto del cristianesimo diventa inaccessibile, se non si passa per questa porta.

8. Dopo aver iniziato in questo modo, occorre procedere ancora seguendo il kerigma, nell’ordine degli eventi che testimonia e delle rivelazioni che convoglia e fa risplendere.

Da questo Dio, immediatamente – non c’è scampo, del resto – all’evento del Cristo.

E insieme, dal Cristo, il Verbo_Dio fatto carne e morto per la nostra salvezza, risalire all’elezione eterna nostra “di Dio in Lui ( “prima della creazione del mondo”), alla cui luce va considerata la creazione ( per questo siamo stati creati ; l’elargizione dello Spirito ( a questo scopo il Cristo è morto e risorto ), la rivelazione definitiva del Cristo e il suo ritorno alla fine dei tempi ( non solo come manifestazione perfetta, ma quale compimento dell’opera salvifica ). A questo punto soltanto, Dio si manifesta a noi, per noi, per quanto lo possiamo conoscere: come Colui che ci ama fino alla morte in croce di Cristo nel suo corpo assunto per essere immolato, e come colui che ricerca la comunione nuziale eterna con noi.

9. A questo punto, nel farsi così prossima la gloria imperscrutabile e inaccessibile di Dio, è generata – irrimediabilmente e senza possibilità di scampo – tutta l’etica cristiana.

Dio, infatti, essendosi fatto tutto per noi, non può non diventare tutto per noi e non esigere tutto da noi: non imponendosi esternamente come un despota, ma rubandoci ed afferrandoci con il suo stesso amore – avendoci acquistati-conquistati, cfr. 2 Cor.5,14: “L’amore di Cristo ci spinge al pensiero che uno è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro”.

Tutto qui.

Dove risultano e risaltano nella loro inconfondibile novità e specificità sia la fede cristiana che l’etica cristiana, rimandandosi l’una all’altra con indissociabili implicanze.

Esemplificazione di contenuti rinnovati nell’evangelizzazione.

1.Dio

Va annunciato assai più e meglio quale sommamente personale, attingendone la nozione e la conoscenza vitale più direttamente e abbondantemente dalla Scrittura.

Questo, prendendo un po’ le distanze dalla predicazione e dall’insegnamento ancora prevalente – troppo dipendente dalla teologia scolastica passata nei manuali di teologia per la formazione del clero- che insistendo unilateralmente sulla perfezione metafisica del “Deus unus et absolutus”, rischia di renderlo esangue e di devitalizzarlo, facendone qualcosa di alquanto diverso dal “Dio vivente” della Scrittura: il Dio che si adira e si pente, ama e si rallegra, cerca e attende, chiama e protende le braccia.

Ciò appare necessario particolarmente oggi:

rispetto all’Occidente, che è ancora in clima deista, con ulteriori depotenziamenti ( Dio come “orizzonte” dell’esistenza e del conoscere: un “al di là” e una “innominabilità” radicali e intransigenti, e che non hanno nulla a che fare con una sana teologia “apofatica “).

rispetto all’Oriente, che sempre più riesce a far entrare nel sentire comune il suo neutro “divinum”.

Cristo

Va annunciato assai più e meglio nel suo mistero: attingendo particolarmente alla tradizione dei grandi concili e dei Padri.

Così, rispetto alla predicazione e all’insegnamento ancora prevalente, che spesso sembra arrestarsi trepidante all’adempimento della sua missione redentrice, al suo amore filantropico ecc..

Ora,  occorre convincersi che solo una cristologia forte può reggere alle ondate delle religioni e delle ideologie.

Questo appare particolarmente necessario e urgente oggi .

a. per l’Occidente, dove mai come ora il Cristo è stato annunciato e celebrato come contestatore e “profeta” in senso ideologico-.

b. per l’Oriente dove il Cristo venerato da tanti indù è il maestro di sapienza e il modello dell’amore disinteressato ( si veda l’interpretazione , condivisa da tanti anche nel nostro mondo, ma così gravemente depauperante).

3. lo Spirito Santo.

Va annunciato assai più e meglio nella sua rilevanza, attingendo alla grande teologia patristica e medioevale ( anche latina ).

Mentre il discorso sulla grazia creata mette spesso in ombra come sia lo Spirito stesso inabitante la “communio cum Deo”, e non solo sorgente di dono, ma in se stesso – posseduto dall’anima rigenerata e “un solo Spirito” con noi – “dono” supremo di deificazione.

Risulta, a questa luce, penosa la riduzione che spesso si fa dello Spirito in Occidente, quale “elemento antistituzionale” e correttivo della rigidità dogmatica e strutturale della Chiesa latina.

Nell’Oriente non cristiano, una corretta antropologia soprannaturale può ben rispondere alle “esigenze spirituali” di un mondo che ambisce alle più alte vette dell’esperienza mistica, fondata, assai più che sul dono divino, sull’efficacia delle pratiche ascetiche.

4 L’uomo

Va annunciato assai più e meglio nella sua vera collocazione storico-salvifica, seguendo le linee spirituali e teologiche suggerite con incomparabile profondità da Agostino fino a Pascal.

È particolarmente necessario e urgente farlo – una vera nuova evangelizzazione - oggi, insidiati come siamo dalla paura del soprannaturalismo, mentre stiamo scendendo rapidamente la china dell’appiattimento naturalistico.

Un naturalismo che è poi fatto di fredda disperazione; quella che ha consentito ad un teologo fra i più noti di scrivere: “Ma oggi, siamo sinceri, a chi interessa “diventare Dio”?.

Il che significa non aver capito nulla del piano della salvezza, e uccidere nel cuore dell’uomo ogni aspirazione alla comunione con Dio e alla sua vera “beatitudine”.

In Occidente, si sta assistendo a una strana coesistenza, in sé contradditoria, nella concezione dell’uomo, di insignificanza ontologica e di enfatizzazione storica e psicologica.

In Oriente, invece, l’uomo rimane da millenni inghiottito nella speranza del suo essere dissolto – di non rinascere come individuo – nell’oceano monistico dell’Essere impersonale, e così di essere completamente dimenticato e di dimenticarsi eternamente.

Sia all’Occidente che all’Oriente, il cristianesimo ha, oggi, moltissimo da dire, e appare singolarmente “nuovo”, in un realismo pieno di speranza, e in una speranza piena di verità.

5. La teologia sacramentaria.

Anch’essa sembra aver bisogno di un forte ricupero. Per dirla con pacifica chiarezza, ciò che è patentemente e consistentemente diminuito è la fede stessa nell’efficacia e nella verità piena delle operazioni sacramentali.

Qui si è subìto, assai più che altrove, l’influsso negativo dell’antisacramentalismo di stampo calvinistico, oltre che riflettere il generale scetticismo nei confronti di ciò che non si vede, o di ciò che appare semplicemente un rito convenzionale ( “che bella cerimonia”- ci si dice talvolta, con una formula che dà i brividi ).

Il ricupero non può avvenire, in questo caso, se non attraverso una nuova lettura e comprensione degli stupendi testi eucologici della Chiesa, che “spiegano” ciò che si compie nei riti, come nessun teologo può presumere di saper fare, e che sono un luogo teologico di primaria importanza.

Rileggere, dunque, e non solo per prepararsi ad eseguirli in modo sciolto e corretto, i testi liturgici; e – non sembri che si chieda troppo – riandare alle fonti nella loro forma più integrale, non di rado precedente la riforma liturgica del Vaticano II. Non per eseguire i riti in quella forma, ma per ricuperare testi di poesia e di bellezza che, forse per semplificare, con fretta eccessiva abbiamo messo in sordina.  

29 6. Ecclesiologia

Occorre passare all’attacco. Non si può restare perennemente in posizione di difesa – una difesa assai difficile, oltre tutto – cercando di giustificare la Chiesa nelle sue scelte politiche e nella sua posizione attuale nel mondo.

Passare all’attacco vuol dire mostrare che cosa è, e dove è, veramente la Chiesa. Senza sminuire per nulla l’importanza, senza minimamente contestare la necessità – e la fecondità soprannaturale – dell’istituzione gerarchica della Chiesa voluta dal Signore, bisogna invitare l’uomo di oggi a gettare lo sguardo più a fondo, là dove il mondo, e il mondano, non sanno e non possono vedere.

“Vedere” la Chiesa nelle più umili e serie eucarestie, nella realtà santificante dei poveri e dei sofferenti che credono, nella castità nascosta di tanti che sanno custodire il loro corpo come vittima gradita a Dio.

E non confondersi troppo guardando i numeri. Intendiamoci: anche i numeri vanno bene, e magari crescessero: né si intende contestare un presenzialismo  che faccia uscire i credenti che si professano tali dai ghetti e dalle sagrestie, e li faccia emergere al di là delle “cortine d’incenso”.

Ma  altra cosa è saper valutare cristianamente questi numeri.

E poi, per riprendere il discorso, come di consueto, applicandolo alla particolare situazione del mondo d’oggi, diciamo: nell’Occidente ricco e disperato, la Chiesa deve sapersi mostrare come “luogo di vita” –di vita vera-

capace non soltanto di convocare e di aggregare come nessuna istituzione umana si mostra in grado di fare, ma di offrire vita e comunione come nel mondo non si conoscono. Molte comunità orientali o di ispirazione indu-buddhista si presentano oggi nei nostri ambienti, con una chiara intenzione concorrenziale nei confronti delle aggregazioni cristiane.

Occorre – e lo possiamo bene – essere molto di più: l’unico modo di arrestare queste mode pericolose è di mostrare che non c’è nessun bisogno di uscire di casa- dalla nostra casa – per trovare comunione vera e una vita spirituale di incomparabile intensità.

 

Una rinnovata presentazione e testimonianza dell’etica cristiana

1.Due tesi di fondo

La novità sarà garantita dal costante riferimento all’unica parola che non invecchia ( ogni altro riferimento, spesso legittimo e doveroso, come sopra più volte si è detto, rischia alla lunga di farci ripetitivi, e pertanto stucchevoli e inefficaci ), che è il ritorno quotidiano alla Scrittura.

La specificità cristiana di tale novità sarà costituita, nei suoi termini meno ambigui e meno sospettabili di un “modernismo” di cattiva lega, dal costante riferimento al kerigma. Esso, come è la sostanza stessa della nostra fede, così è la motivazione e la sorgente – idealmente e vitalmente – del camminare” e dell’operare cristiano.

2. Tutte le opere del credente non possono essere che “opera fidei”; la fides – quale fede in Cristo e adesione totale a lui – deve essere, cioè, la giustificazione, la forza, l’ispirazione, la sorgente del loro contenuto.

Tali opere sarebbero vanificate – rispetto al loro valore e al loro significato – se, anche qualora fossero compiute con le migliori intenzioni etiche – fossero comprese e attuate come realizzazioni umane, per motivi “umani” ritenuti giustificazione sufficiente, o comunque entro un orizzonte semplicemente umano o terrestre.

Occorre intendersi: l’intenzione specificamente cristiana – adempimento della volontà di Dio, amore del Cristo e obbedienza a lui – non vanifica affatto i contenuti “umani” delle azioni che si compiono. Non rende vana la tenerezza della madre nei confronti del suo figlio, la compassione dell’uomo per il suo fratello sofferente, il senso di giustizia che indigna e provoca a esporsi a rischi anche gravi per amore della verità; ma tutto questo costituisce un valore autentico, per il cristiano, quando viene inglobato nell’atto semplice e totale della sua adesione al Signore.

Ho scritto: per il cristiano, la cui fede non può limitarsi ad essere implicita, ma deve permeare tutto il suo pensiero e dominare tutto il suo agire, costituendone il primo e l’ultimo riferimento.

3.Tutto l’operare cristiano deve essere teocentrico: deve cioè, nell’intimo sentire e nelle scelte concrete, effettivamente adeguarsi all’ordine dei precetti; e quindi alla primarietà assoluta – intenzionale e concreta – del precetto – dal contenuto estremamente concreto, esso pure, e più degli altri! – dell’amore di Dio con tutto il cuore , ad esso orientando e da esso derivando ogni altro adempimento.

È anche in questo modo che appare la straordinaria importanza della fede esplicita e “attuale”: l’implicito e mai dichiarato “far parte del gregge dei cristiani” non basta a qualificare i comportamenti  e, meno che mai, a dare forza per compiere le opere con quell’integrità, generosità e purezza che si esigono da parte di Dio.

A questa luce si intravvede anche l’importanza – quanto spesso ignorata, o addirittura contestata, quale “scelta comoda” e mascherata “inerzia”- della preghiera.

Essa, manifestazione esplicita e diretta dell’amore – il cercare l’amato, il volere stare con lui, il parlare con lui, il lodarlo e celebrarlo con intima commozione – è il momento privilegiato dell’amore di Dio. Che, confermato dall’adempimento dei precetti, non si risolve in puri atti di obbedienza: meno che mai, in adempimenti freddi e realizzati di malavoglia, o solo per pigrizia mentale o per rispetto umano.

L’agire cristiano, per essere autenticamente e sinceramente tale, deve essere “cristologico”: cioè, motivato dal mistero pasquale del Cristo, dalla nostra elezione in lui, dall’amore che Dio ha rivelato in lui e con il quale ha operato in lui.

Perché ciò avvenga di fatto, il riferimento al Cristo non potrà essere soltanto “supposto”, o dichiarato, senza intima, totale e appassionata partecipazione, una tantum.

In questo caso, la retta intenzione formulata quale hapax sarebbe di fatto inerte e lascerebbe l’uomo in preda a ben più stringenti motivazioni di agire, a ben più sollecitanti tentazioni di sentire mondano.

Riferirsi efficacemente a Cristo – come è doveroso fare, per un cristiano- comporta la incessantemente rinnovata memoria Christi, e di fatto – conforme del resto all’insegnamento elementare, ovvio ma così spesso frainteso dell’Apostolo – la preghiera continua; così va compreso, ovviamente ( non solo come riferimento a una retta intenzione!) il “omne quodcumque facitis in verbo aut in opere, ommia in nomine Domini Iesu, gratias agentes Deo Patri per ipsum” ( Col 3,17 ).

L’agire cristiano, che deve rivelare l’avvento del regno, non potrà essere che “pneumatologico”.

Si intende, nella santità che si addice alla nuova creatura fatta membro di Cristo e nella quale inabita lo Spirito; nella profonda adesione del cuore alla nuova potenza di grazia elargita dallo Spirito, e pertanto nella “libertà”; nell’integralità dell’adempimento, ora infine possibile, poiché la debolezza della carne è stata vinta.

Ciò sia detto senza nessun trionfalismo: ancora si combatte, ancora si cade: ma, con tutta pace, la nostra fragilità è ora assai più da attribuire soltanto a noi stessi: motivo tanto più valido per una vita dominata dalla serena e dolce “compunzione del cuore”.

Non si tratta solo di un manifesto dovere del cristiano, né soltanto di una sua impellente necessità: solo i sacramenti sostengono, e solo i sacramenti qualificano cristianamente una vita iniziata con la rigenerazione battesimale e nutrita incessantemente con il cibo eucaristico.

I sacramenti, che nutrono e sostentano, costituiscono anche l’orizzonte dell’agire cristiano.

Il credente vive “per” l’eucaristia: in virtù di essa – si intende – e al fine di essa ( i Padri lo dicono assai bene: basti pensare a Cipriano e al suo commento alla preghiera del Signore ).

Questo riferimento eucaristico deve misurare la purezza e il fervore di una esistenza tutta avvolta nei mirabilia Dei, e che va da eucaristia ad eucaristia.

Occorre superare di gran lunga la prospettiva meschina del precetto, se si vuole imprimere questo carattere all’agire e allo sperare del cristiano di oggi, e farlo un po’ ritornare alla verità della prima comunità gerosolimitana, dove “ogni giorno si spezzava il pane nella gioia” ( Cfr. At. 2,46).

La vita cristiana infine dovrà connotarsi come vita “escatologica”.

Nella consapevolezza del compimento dei tempi ormai avvenuto in Cristo, e nell’orientamento costante alla “fine” che rivelerà la giustizia e la verità del Signore, compiendo, finalmente, “giustizia vera” per tutti coloro che nel mondo hanno subìto afflizione e hanno atteso l’epifania del Salvatore.

Ma “vita escatologica” significa anche esistenza vissuta in quella integralità di fedeltà che può derivare solo dalla consapevolezza che effettivamente gli ultimi tempi sono giunti, e che sarebbe stoltezza suprema abbarbicarsi alle realtà già giudicate transeunti e illusorie.

Anche qui, è proprio necessario precisare che questo “escatologismo” non comporta affatto distacco dalle contingenze storiche e dall’impegno storico, ma anzi – nella nuova, inaudita libertà che ne deriva – una capacità incomparabilmente più grande di giocare la propria vita, tutta la propria vita, per la verità.

Don Umberto Neri

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